“Teorema”: la bisessualità come carattere divino

Teorema è il romanzo che Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Ostia, 1975) scrisse nel 1968, mentre stava girando l’omonimo film. Il titolo deriva dal greco θεωρέω, “guardare”. “Teorema” è, letteralmente, un oggetto di osservazione, fisica o intellettuale. Il collegamento con le sensazioni visive è stabilito dall’autore stesso, nella quarta di copertina della prima edizione (Garzanti, Milano 1968): “Teorema è nato, come su fondo oro, dipinto con la mano destra, mentre con la mano sinistra lavoravo ad affrescare una grande parete (il film omonimo)”. Nella stessa sede, Pasolini rivela che il primo progetto dell’opera era in versi. Il rapporto tra libro e film è d’interazione: dal racconto è stata tratta la pellicola, ma le vicende della regia hanno influito sulla trama. Fatto sta che Teorema è un romanzo – si può dire – dal taglio intrinsecamente cinematografico. È una successione di scene (un “teorema”, appunto) narrate al presente, da un punto di vista esterno. I titoli di diversi capitoli (Dati; Altri dati; Fine dell’enunciazione; Corollario…) rimandano all’altro significato di “teorema”: ordinata dimostrazione logica. Ma essa si applica all’oggetto meno matematico e meno visibile che esista: la passione amorosa.
Il teatro scelto è alquanto insolito, per le opere pasoliniane: una famiglia benestante di Milano, “piccolo borghese in senso ideologico” (cap. 1, Dati). Il padre, Paolo, è un industriale. Pietro, il figlio maggiore, è un goffo e timido liceale. Odetta, sua sorella, è “dolcissima e inquietante […] con una fronte che sembra una scatolina piena di intelligenza dolorosa…” (cap. 3, Altri dati (II)). Lucia, la madre, è una donna elegante e annoiata. Della casa si occupa la domestica Emilia. In epigrafe a questo scenario, viene posta la citazione apparentemente meno adatta: “Dio fece quindi piegare il popolo per la via del deserto” (Esodo 13, 18).
“Dio” è un giovane misterioso, che arriva come ospite. Non è precisata la ragione; l’unica cosa che conta è che la famiglia l’attende. Più che una persona in carne ed ossa, è una manifestazione numinosa. È l’epifania di un’esperienza comune a diversi tempi e luoghi: l’emergere dell’Eros. Egli è portatore del “sesso sacro” (cap. 7), di un corpo che è “potenza rivelatrice” (cap. 8). Ciò che viene rivelato è l’essenza profonda delle persone. In ognuno di loro cova una forma di “diversità”, che consiste nell’aspirazione a un amore impossibile. Dell’originario progetto in versi, rimangono i monologhi poetici che svelano il nocciolo dell’enigma: il desiderio incestuoso. L’ospite fa emergere questo segreto alla coscienza dei personaggi, seducendoli uno per uno. Non importa che siano maschi o femmine: il suo è “il sesso degli angeli”. Essendo un nume, ha – come gli antichi dèi – la capacità d’assumere ogni forma e identificarsi con l’oggetto dei desideri di ciascuno.

“Forse […] chi ti ha amato deve
(come del resto ogni uomo – che non lo sa)
poter riconoscere a tutti i costi la vita,
in ogni momento? Riconoscerla, e non soltanto
conoscerla, o soltanto viverla?”
(“La distruzione dell’idea di sé”, monologo di Paolo)

Ai padroni di casa, l’ospite comunica unicamente col proprio corpo. Le sue parole sono rivelate solo alla domestica Emilia, che è stata anche la prima a riconoscere la forza di Eros. Questo monologo s’intitola, significativamente, “Complicità tra il sottoproletariato e Dio”:

“Tu sarai l’unica a sapere, quando sarò partito,
che non tornerò mai più, e mi cercherai
dove dovrai cercarmi…

Il “popolo”, condotto nel “deserto” del tabù ormai cosciente, finirà – in parte – per disperdere la straordinaria rivelazione dell’Eros. Odetta reagirà alla propria “diversità” chiudendosi in un guscio ancora più impenetrabile. Lucia ricorrerà a squallide avventure, col rimpianto di quel “sacro” irrecuperabile. Pietro diventerà un artista “d’avanguardia”, incapace di ritrarre il “divino” che si porta dentro. Paolo rinuncia a tutto ciò che aveva costruito la sua posizione sociale. Con una spoliazione francescana, dona la propria fabbrica agli operai. Un giornalista tenta di indagare sul gesto con il linguaggio della lotta di classe, scoprendolo incapace di dare risposte.
Come preannunciato, solo Emilia fa fruttificare l’esperienza del sesso sacro. Non tenta di ricostruirla artificialmente. Torna alla campagna natia, dove compie miracoli da leggenda agiografica. Le sue lacrime d’amore si trasformano in una sorgente taumaturgica.
Il romanzo si chiude sull’urlo di Paolo, che cammina scalzo attraverso la nuda essenza della realtà – il “deserto”.

“Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.”

Pier Paolo Pasolini, Teorema, prefazione di Attilio Bertolucci, Milano 2015, edizione speciale per il Corriere della Sera, “Le opere di Pier Paolo Pasolini – Vol. 8.

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Quel modo di diventare donne

Saffo di Mitilene (prima metà del VI sec. a.C) –per impiegare un’espressione di Simone Beta- è uno di quei fantasmi i cui echi ci fanno intravedere la cosiddetta “lirica arcaica greca”. Lesbo, l’isola su cui sorgeva la sua città natale, è vicina alle coste dell’Anatolia. Quella della poetessa è dunque una grecità lontana dalla Grecia peninsulare, che ci ha consegnato gran parte della letteratura e della filosofia studiate nei licei. Il nome di Saffo e della “sua” isola sono diventati celeberrimi, però, per aver fornito la radice alla terminologia dell’eros fra donne. Non a caso la figura della poetessa è stata controversa soprattutto riguardo alla sua sessualità. Già il teatro comico del V sec. a. C. la dipingeva come ninfomane. La sua leggenda –raccolta da poeti come Giacomo Leopardi e Charles Baudelaire- la vuole anche amante infelice del barcaiolo Faone; per dimenticare le proprie sofferenze passionali, si sarebbe gettata nel mar Ionio dalla rupe di Leucade. Simone Beta riassume però la sua vita in tutt’altri termini: Saffo di Mitilene sarebbe stata una nobildonna colta, sposata, con una figlia di nome Cleide. Sarebbe stata la direttrice di un tiaso, un’associazione femminile dedita al culto di Afrodite, in cui le fanciulle dell’aristocrazia venivano educate in vista del matrimonio. A Saffo i filologi alessandrini attribuirono ben nove libri di versi. Quel che ne rimane attualmente è ben povero, al confronto. I frammenti pervenutici, però, sono di tale intensità da meritare di soffermarvisi.
Simone Beta li include nella sua edizione dei “Lirici greci” (“ET Classici”, Torino, 2008, Einaudi. Testo a fronte; traduzione di Filippo Maria Pontani).

Saffo ed Erinna

I versi di Saffo erano dedicati al canto per voce solista e destinati alla cerchia del tiaso. Qua e là, nei frustuli, balenano nomi di fanciulle: Anattoria, ormai lontana, o Attide, dalla bellezza ancora immatura:

“C’era una volta ch’ero innamorata
io, di te,
Àttide. Mi sembrava
che fossi una bambina, così piccola,
e acerba.”

Nel tiaso, il legame tra la maestra e le allieve –e di queste ultime fra di loro- si dibatte tra passione e nostalgia, tra intensità e rimpianto. Il momento del matrimonio è festeggiato, ma segna anche il distacco dall’adolescenza dorata del tiaso.

“Essere morta, morta!
Lei lacrimava fitto

lasciandomi. Disse: «Che sorte
crudele, Saffo! Credi, non vorrei
lasciarti».

Io le risposi: «Addio,
va’ serena e ricòrdati
di me. Tu sai che t’ho voluto bene.

Oppure –sarò io
a ricordare: [tu dimentichi]-
pensa alla nostra storia, così dolce.

[…]

Tutte le carni d’un’essenza d’erbe
t’ungevi, che fluiva,
e d’un olio regale;

sfogavi, sopra morbidi
letti,
desiderî di tenere compagne.”

Il culto di Afrodite –che ci ha lasciato l’unica ode completa di Saffo- spinge la poetessa a cantare ideali opposti rispetto a quelli venerati dall’epica omerica:

“Quale la cosa più bella
sopra la terra bruna? Uno dice «una torma
di cavalieri», uno «di fanti», uno «di navi».
Io, «ciò che s’ama».

[…]

Cìpride […]

anche in me d’Anattoria
ora desta memoria, ch’è lontana.”

Saffo canta la passione con vividezza incandescente. Sua è una celeberrima descrizione dei sintomi della “malattia d’amore”:

“Oh, a me
il cuore sbatte forte e si spaura.
Ti scorgo, un attimo, e non ho
più voce;

la lingua è rotta; un brivido
di fuoco è nelle carni,
sottile; agli occhi il buio; rombano
gli orecchi…”

L’eros di Saffo è “dolcezza amara, inesorata fiera”. Può sembrare scandaloso, oggigiorno, che parole simili fossero rivolte da una maestra alle giovani allieve. Simone Beta ricorda i recenti “studi di genere” che hanno cercato di dipingere Saffo come una poetessa rivolta a donne sue coetanee: essi avrebbero fatto di lei una sorta di proto-eroina del “lesbian feminism”. Questa figura sfuggente ricorda, però, analoghe personalità maschili, che nell’Atene dei filosofi iniziavano i fanciulli sia alla sapienza che all’eros, ottemperando a una funzione pedagogica perfettamente accettata nella loro società. Saffo e le allieve si amavano al di qua della “linea d’ombra” che separava l’adolescenza dall’età adulta. Una volta cresciute, le fanciulle avrebbero lasciato il nido della maestra, per entrare a pieno titolo in quel mondo di spose e madri a cui erano destinate. La nostalgia e il rimpianto sembrano non aver scalfito il nitore dei canti nuziali con cui Saffo congedava le allieve. Una generazione cresceva, un’altra nasceva. Dal tiaso, sarebbero passate altre adolescenti, destinate a diventare donne secondo quella tappa obbligata e inebriante insieme. Della maestra che le guidava non resta, oggi, che un fantasma mille volte interpretato e ridisegnato. Ma, forse, questa è la forza di Saffo: quella di dare un nome millenario a un universo d’amori femminili in perenne trasformazione attraverso la storia e le culture.

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Una vita in blu

È stato detto molto di “La vie d’Adèle”, il film di Abdellatif Kechiche che ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes. Meno si è parlato di “Le bleu est une couleur chaude” (in Italia: “Il blu è un colore caldo”), il graphic novel di Julie Maroh (www.juliemaroh.com ) da cui la pellicola è stata tratta.


Pubblicato da Glénat (www.glenatbd.com ) nel 2010, ha visto nel 2013 una riedizione dedicata al successo cinematografico di cui sopra. Il graphic novel, pluripremiato, ha ottenuto anche il sostegno della Comunità Francese del Belgio.
L’opera è strutturata come un lungo flashback che racconta la storia di Clémentine. Si apre con un campo lungo, che mostra una città sotto la pioggia. Man mano, viene focalizzato il primo volto: quello di Emma, l’anima gemella della protagonista. Sullo sfondo grigio di una famiglia in lutto, il personaggio accompagna il lettore attraverso una situazione di dolore e pregiudizio. La vicenda si snoda per mezzo dei diari di Clémentine letti da Emma.


Sono scritti in ogni sfumatura di blu: colore caldo per la protagonista, poiché simbolo dei suoi sentimenti. J. Maroh sottolinea il concetto nelle tavole in bianco e nero del lunghissimo flashback, in cui l’unica tinta vivace è proprio il blu dei particolari significativi: la felpa di Thomas, mancato “principe azzurro” di Clémentine; il diario dell’adolescente; i capelli e gli occhi di Emma.
Quello fra le due ragazze è un incontro casuale nel bel mezzo d’una routine come tante. Clémentine sta cercando la propria via verso l’età adulta, tra studi, amicizie, abbozzi d’impegno civile. Emma è più matura, un’artista militante a favore della comunità LGBTI, con un passato di dolorosa scoperta di sé. Quest’ultima toccherà anche a Clémentine, che si renderà conto, pian piano, d’una “diversità” dalle coetanee: non ha gli stessi sogni, si aggrappa ai loro consigli senza esserne veramente convinta. Poi, arrivano etichette ed ostracismi. Ma anche l’amicizia con Valentin, che diventerà il confidente di una vita. Tra risate e lacrime, passione e tradimenti, tenerezza e rabbia, J. Maroh dipinge una vita attraverso sapienti inquadrature, con abili giochi di sguardi e ritratti di sentimenti suggeriti con simbolismi semplici ed efficaci. Non manca il realismo della minuta quotidianità o dell’amore fisico, presentato senza falsi pudori, ma anche senza compiacimento.
La storia d’amore è anche e soprattutto un “romanzo di formazione”. Clémentine cresce più velocemente del previsto; con la sua adolescenza, termina anche “la vie en bleu”: scompare il colore del sogno, riprendono forza quelli della realtà –non sempre dolce. È possibile un amore eterno? Probabilmente no, suggerisce l’autrice. Sono gli esseri umani a essere eternati da esso.

Fonte: Julie Maroh, « Le bleu est une couleur chaude », Grenoble 2013, Éditions Glénat.

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Maledetto amore

Maledetto amore

Non tutti sanno che I Fiori del Male avrebbero dovuto intitolarsi, in un primo momento, Le Lesbiche. Charles Baudelaire annunciò questo titolo provvisorio dall’ottobre 1845 al gennaio 1847. La denominazione aveva un carattere provocatorio. Ch. Baudelaire pensava a un pubblico borghese, quello che dettava (e detta tuttora?) la morale diffusa.
Il titolo fu accantonato a favore d’altre ipotesi, via via suggerite dalle nuove impostazioni che il poeta intendeva dare al lavoro. Anche la raccolta andava ampliandosi e articolandosi.
L’edizione de I Fiori del Male pubblicata nel 1861, comunque, conteneva un componimento eloquente: “Donne dannate” (CXI). “Dannate”, s’intende, agli occhi di quel mondo “perbene” a cui Ch. Baudelaire indirizzava le proprie provocazioni. Le lesbiche, in questo senso, erano simili al poeta: “O vergini, o demoni, o mostri, o martiri,/Della realtà grandi spiriti sprezzanti,/cercatrici d’infinito, devote e satire,/Talor piene di gridi, talor piene di pianti…” (vv. 21-24).
Il culto del saffismo come “fratello” della poesia non poteva che sbocciare in un inno a “Lesbo”, l’isola di Saffo. Esso è contenuto ne “I relitti” (1866), raccolta di liriche escluse dall’edizione del 1861. L’isola è celebrata come “Madre dei giochi latini e delle voluttà greche” (v. 1), ovvero della poesia erotica antica. Una letteratura e un modo d’amare che si oppongono a una cultura dominata dall’ “occhio austero” del “vecchio Platone” (v. 21). I “cuori ambiziosi” (v. 27) dei poeti, così come quelli di Saffo e delle sue allieve, sono martiri e sfidanti insieme: “Cosa voglion da noi le leggi del giusto e dell’ingiusto?/Vergini dal cuor sublime, onor dell’arcipelago,/La vostra religion come un’altra è augusta/e l’amore riderà d’Inferno e Cielo!” (vv. 36-39). La passione di Saffo per “un brutale” (v. 69) è descritta come un “sacrilegio” (v. 66) che distrugge il mito: “E è da allor che Lesbo si lamenta!” (v. 71). Saffo è caduta dalla rupe di Leucade, come il famoso “Albatro” (II) sul ponte di una nave. Per chi ricerca l’Ideale, il destino è quello di perdere la propria metaforica aureola. Ciò vale anche per Delfina e Ippolita, le due “Donne dannate” che compaiono ne “I relitti”. Il loro amore vissuto in sfida a ogni condanna è, di volta in volta, “sogno senza fine” (v. 40), “notturno e terribile pasto” (v. 44), “orizzonte sanguinante” (v. 48), “abisso” (v. 76), “Eumenide” (v. 79).

“Maledetto per sempre il sognatore inutile
Che volle per primo, nella sua stupidità,
Impicciarsi d’un problema insolubile e sterile,
Alle cose d’amor mischiar l’onestà!

Chi vuole unire in accordo mistico
L’ombra col calor, la notte col giorno,
Non scalderà mai il suo corpo paralitico
Al sole rosso che si chiama amore!”
(vv. 61-68)

Per loro che, come Ch. Baudelaire, affondano “nel cuore del flutto” (v. 87), non resta che un’esortazione: “Fuggite l’infinito che portate in voi!” (v. 104).
I versi del “poeta maledetto” suonano remoti dalla nostra realtà. Parlano di stigmi che vanno dissolvendosi (o così si spera). Per impiegare un’espressione corrente, “non ci rappresentano”. Eppure, sono intrisi di un’empatia e una vividezza ancor più autentiche per la consapevolezza della maledizione che pesa su chi, in nome di Amore e Bellezza, non sa far pace col mondo.

Fonte: Charles Baudelaire, Les Fleurs du Mal, (“Collection Folio Classique”), édition de Claude Pichois, Éditions Gallimard, 1972 et 1996. Le traduzioni dal francese di titoli e versi citati sono a cura dell’autrice dell’articolo.

Testo a cura di Erica Gazzoldi

Aspettando Giuliana Sgrena al Milk

Dio odia le donne è il libro edito da Il Saggiatore, scritto da Giuliana Sgrena, che sarà ospite Lunedì 12 Settembre alle ore 21 presso Villa Pallavicini, Via Meucci, 3, Milano, in un incontro organizzato dal Circolo UAAR di Milano in collaborazione con il nostro Circolo Culturale TBGL Harvey Milk.

È di attuale importanza il tema del rapporto tra monoteismi religiosi e la figura della donna: un rapporto che Giuliana Sgrena affronta con semplicità e con lucidità analitica giungendo a identificare gli strumenti culturali, appartenenti perlopiù ai testi religiosi, che giustificano la visione penalizzante della figura della donna, le origini di tale forma discriminatoria e, infine, uno sguardo sui temi attuali dell’infibulazione, della costrizione dell’utilizzo del velo, dei vari ostacoli posti all’applicazione piena della Legge 140, della predicazione dell’astinenza come unica forma precauzionale limitando l’utilizzo dei contraccettivi e, infine, del tema riguardante la Gestazione per altri.

Giuliana Sgrena affronta in prima persona il filo conduttore dell’intero impianto narrativo del testo, lei libera giornalista tenuta in ostaggio durante la Guerra in Iraq, lei che ha potuto nelle difficoltà affrontate in quel momento, in cui era in bilico tra la vita e la morte, affermare con forza la propria onesta adesione ai valori laici e a evidenziare come vi siano forti opposizioni a una piena e autonoma affermazione egualitaria di persone non credenti in un Paese, quale il nostro, in cui la maggior parte delle strutture sociali e di servizio sono definite su base curiale.

Il saggio narrativo Dio odia le donne giunge a una conclusione che vuole essere oggetto di un confronto continuativo e perdurante che si impone nell’Occidente attuale e nel mondo contemporaneo: tollerare tradizioni e costumi, quale l’imposizione del velo alle donne, comporterà l’erosione progressiva della necessaria autodeterminazione emancipatrice della donna stessa e la limitazione dei diritti umani e civili universali, contaminando progressivamente la collettività ad accettare forme autoritarie discriminatorie verso le donne e, si potrebbe aggiungere, anche verso le persone LGBT, concepite come non rientranti nei dettami ideologici e confessionali della maggior parte delle religioni monoteiste di impostazione abramitica: ecco perché Giuliana Sgrena pone la questione del velo imposto alle donne come elemento iniziale su cui agire per rilevare quel progressivo cammino di liberazione della donna, vista come figura indipendente e autodeterminata all’interno della nostra comunità. È un Dio, quello ripreso nel libro, tutto umano, ossia una proiezione umana comprensiva di quelle avversioni provate spesso dall’individuo comune verso ciò che viene considerato non essere conforme e diverso. Occorre affrontare il tema della limitazione della tolleranza verso costumi che sono in nuce lesivi della dignità della donna e dei suoi diritti “altrimenti, proprio qui in Europa – sostiene l’autrice – un giorno ci troveremo sedute in fondo all’autobus, come succede non solo in Iran ma anche in Israele, isolate su spiagge riservate a sole donne e segregate nelle scuole”.

Testo a cura di Alessandro Rizzo

MOSTRA ANATOMICA “REAL BODIES, SCOPRI IL CORPO UMANO”

L’1 LUGLIO APRE LA PREVENDITA INGRESSI PER L’EDIZIONE MILANESE DELLA MOSTRA ANATOMICA “REAL BODIES, SCOPRI IL CORPO UMANO”

Un rarissimo cadavere plastinato di ermafrodita, sul quale saranno visibili sia i genitali maschili che femminili, sarà la novità più unica che rara dell’edizione milanese di “Real Bodies, scopri il corpo umano”, che andrà ad arricchire la sezione dedicata alla riproduzione, fra le 12 sezioni, ognuna su un apparato corporeo, che dall’1 ottobre 2016 saranno allestite nei 2000 metri quadri della sede espositiva Ventura XV di Lambrate, Milano.
Lo annunciano gli organizzatori della più grande mostra itinerante di anatomia umana mai realizzata con 40 corpi interi e 350 organi conservati attraverso la plastinazione, alla vigilia della prevendita dei biglietti d’ingresso che partirà da venerdì 1 luglio dai portali internet www.realbodiesmilano.it e www.ticketone.it. La prevendita servirà a rispondere alle 10.000 richieste di prenotazione già pervenute sul portale e sul profilo Facebook della mostra a meno di un mese dall’annuncio dell’evento culturale di Milano.
“Si tratta di un pezzo unico al mondo” commentano gli organizzatori di Venice Exhibition srl, “per il quale stiamo trattando da mesi con il dipartimento di anatomia forense di una famosa università americana che lo ha concesso in prestito pur di averlo in tempo per l’apertura dei battenti. Proprio in questi giorni stiamo concordando gli ultimi dettagli del trasporto da oltreoceano ed assicurativi. È un corpo plastinato delicatissimo che da solo vale circa 120.000 euro, per il quale dovremo prevedere particolari protezioni e garantendo criteri di conservazione che, per fortuna, a Real Bodies sono lo standard”.
“Finora, al di là di organi o corpi deformati dalle comuni malattie degenerative” spiegano, “ci eravamo sempre rifiutati di esibire in pubblico le malformazioni rare e troppo eclatanti per evitare l’effetto ‘fenomeno da baraccone’. In questo caso faremo un’eccezione per sottolineare, anche visivamente, la confusione di genere che si manifesta in questi soggetti, con tutte le problematiche connesse al ruolo sessuale, ed alla sua indefinitezza, tematiche così attuali e molto dibattute in numerosi ambiti della nostra modernità e convivenza civile”.
“Siamo sicuri che il testimonial della mostra, professor Alessandro Cecchi Paone” aggiungono gli organizzatori “anche per le sue battaglie per i diritti civili, saprà farsi interprete sensibile ed attento, anche di questa importante riflessione di cui vogliamo che Real Bodies diventi veicolo. La comprensione scientifica del funzionamento della macchina umana passa anche attraverso questi contenuti”.
“Real Bodies sarà un’occasione formativa per tutti, professionisti e famiglie, grandi e piccini” commenta il professor Alessandro Cecchi Paone “ma soprattutto per le scuole di ogni ordine e grado perché rappresenta il sistema più adatto per capire come funziona la macchina del corpo umano, come si fa a tenerla sana puntando soprattutto sulla prevenzione delle malattie ed sul rispetto della sua fisiologia. Si tratterà di una proposta scientifica e didattica di altissimo livello, che metterà a fuoco temi importanti come la ricerca della longevità e la prevenzione delle malattie, attraverso esperienze impattanti ma educative, penso soprattutto ai giovani che potranno riflettere alla vista diretta di un polmone annerito dal vizio del fumo, di un fegato indurito dalla cirrosi, o degli effetti devastanti di una cattiva alimentazione o di un ictus”.
Il giornalista e presentatore televisivo, molto amato dal pubblico per le sue battaglie all’insegna della trasparenza, sarà inoltre una sorta di Cicerone virtuale della mostra che per l’edizione milanese tratterà il tema “La salute e come allungare la vita” perché presterà la sua voce e le sue riflessioni sulla meravigliosa macchina del corpo umano per realizzare le audio-guide differenziate per fasce d’età. In questo modo accompagnerà con le spiegazioni dalla sua viva voce tutti i visitatori all’interno dell’esposizione internazionale che riserverà almeno due giorni alla settimana esclusivamente alla visita delle comitive scolastiche.
L’Ufficio Stampa: Francesco Macaluso, +393494539259, press@realbodiesmilano.it , www.realbodiesmilano.it

Milk oggi in posizione 4 al corteo MilanoPride :)

Ciao a tutti,
oggi sfileremo alla posizione 4 insieme al coordinamento promotore , Arcobaleno.
Se siete d’accordo col team street@milkmilano.com (Sara Luciani e Ivano Cipollaro) allora raggiungeteli al punto di concentramento.
Altrimenti vi aspettiamo alla posizione numero 4
https://www.facebook.com/events/1616595705336722/

Vi allego un messaggio del nostro Responsabile Comunicazione

chiedo cortesemente a tutti i partecipanti al MilanoPride di oggi, per una questione di visibilità e compartecipazione , di fare dei video (più che le foto) anche diversi da 20/30 secondi e di girarmeli via mail, via FB o direttamente postateli voi sulla vostra pagina FB con l’hashtag ‪#‎mymilk‬.
Buon pride!

DDB

BANDIERA ARCOBALENO AL MUNICIPIO 2. CERTI DIRITTI: LEGALITÀ RIPRISTINATA.

“Alla luce degli sviluppi che la vicenda ha assunto negli ultimi giorni e dei possibili scenari che potrebbero profilarsi anche per l’Amministrazione municipale, ho ritenuto di disporre che la bandiera venga esposta – a partire da domani mattina ovvero quando sarà presente il personale del settore incaricato e per i giorni in cui si svolgerà la Pride Week e il Festival MIX […]”, così il Direttore del Settore Municipio 2 in una comunicazione al avv. Andrea Bullo che ha assistito legalmente l’Associazione Radicale Certi Diritti.

“La certezza del diritto è stata ripristinata al Municipio 2. È surreale che nella Milano del 2016 occorrano campagne online, manifestazioni e persino una diffida formale per far rispettare una delibera votata da un organo democraticamente eletto. È una vittoria di tutte le cittadine e tutti i cittadini del Municipio 2 che hanno dimostrato cosa significa davvero inclusione e rispetto e hanno restituito dignità all’istituzione municipale”, dichiara Yuri Guaiana, segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

“Ringrazio l’avvocato Andrea Bullo per l’ottimo lavoro svolto e tutte le cittadine e i cittadini del Municipio 2 che hanno appeso le bandiere arcobaleno alla finestra, che le hanno postate sulla pagina Facebook del Municipio 2 e che le hanno portate in viale Zara 100”, conclude Guaiana.

Si apre la 30a edizione del Festival MIX di Milano: accrediti per soci Milk

Si apre la 30a edizione del Festival MIX di Milano, il 30 giugno, e durerà fino al 3 luglio presso il Piccolo Teatro Strehler di Milano. Il 30 giugno alle ore 21 sarà proiettato il film Théo & Hugo dans le même bateau dei registi Olivier Ducastel e Jacques Martineau. Il film, vincitore del Teddy Audience Award alla scorsa edizione del Festival di Berlino, racconta la storia di un incontro avvenuto in un sex club parigino tra Hugo, ragazzo sieropositivo e Theo. La narrazione si svolge in un arco temporale di una notte: un percorso che i due ragazzi faranno in una cornice narrativa quasi epica. In una sospensione tra vita e morte porterà come in un itinerario di rinascita orfica i due ragazzi a rimpossessarsi dell’esistenza. Hugo e Theo girano in questa attesa nelle strade notturne di Parigi. Hugo e Theo hanno avuto un rapporto sessuale nel club e la protezione si è rotta: si attende il responso nelle prossime ore delle prime analisi riguardo all’effetto della profilassi preventiva somministrata a Theo in ospedale. Sentimento e timore sono gli ingredienti che accompagnano i due giovani in questo lungo viatico di sospensione emotiva e di tensione psicologica che li condurrà dagli inferi all’Ade, rivedendo la bellezza del vivere e di provare affetto.
Sono disponibili 5 accrediti gratuiti per i nostri soci per poter partecipare alle visioni di tutti i film presenti nel programma della 30a edizione del Festival MIX di Milano.

Testo a cura di Alessandro Rizzo

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