Direttivo Milk del 24 luglio 2014

E’ convocato il direttivo del Circolo Culturale Lgbt Harvey Milk dopo l’appuntamento del Gruppo Meditazione presso la sede Guado di via soperga 36 per le ore 21.30 di giovedi 24 luglio 2014

Ordine del giorno

- Sportello TiAscolto e coordinamento progetto Benessere
- Patrocini di comuni limitrofi a Milano
- Ruoli e carichi di lavoro nel direttivo
- Bilancio Pride Week e comunicazioni al Coordinamento Arcobaleno
- Trasformazione e conversione del profilo Facebook Milk in pagina ufficiale per superamento 5000 amici
- varie ed eventuali

Eccezionalmente, l’evento Meditazione viene anticipato alle ore 20.00

Camminavo rasente i muri: Massimo D’Aquino

Venerdì 27 giugno alle ore 18,30 presso la sede Guado di Via Soperga 36, Milano, il Circolo Culturale LGBT Harvey Milk presenta il libro “Camminavo rasente i muri” di Massimo D’Aquino. L’opera, pubblicata con Aletti, è l’autobiografia dell’autore, un lungo percorso esistenziale che ha portato il protagonista a una rinascita, un cambiamento voluto, che non è liquidabile come scelta, ma come conseguenza di una condizione naturale.

La transessualità non viene affrontata con toni vittimistici e commiserativi, ma con uno sguardo, quello vivo e interiore dell’autore, che ci conduce in un viaggio e in una ricerca, in continuo confronto con gli altri, dallo stile scorrevole, quasi immediato, flusso linguistico di una coscienza e consapevolezza ricca che non può essere soffocata, ma liberata, emancipata, vissuta appunto.
Molte le domande che Massimo si pone, si è posto e ci pone, coinvolgendo il lettore in un’attenta riflessione che ci porta a uscire dalla nostra quotidianità, affrontando punti di osservazione e di vista nuovi, magari presenti in ognuno di noi, mai affrontati, mai ponderati, mai interpretati. Le questioni che Massimo ci propone sono quelle in cui ha dovuto imbattersi, quelle che ha dovuto risolvere, senza mai voler imporre una soluzione univoca: questo lo si deduce da un’opera che non vuole assurgere a compendio per vie di uscita univoche e assolute, ma come opportunità di pensare e di ampliare i propri sguardi, magari partendo da se stessi. Perché si dovrebbe stare male nel votare persone definite e autodefinitesi “normali”? Perché si dovrebbe provare timore ad andare in un bagno per uomini anche se apparentemente si è definibili come donne? Perché, infine, dover soffrire nel vedersi ciò che non ci si sente? Torna l’identità di genere come base e presupposto di una vita volta a una liberazione interiore e alla crescita, orgogliosa e senza filtri, di ciò che si è, da sempre. Massimo ha completato un percorso di cambiamento che lo ha visto raggiungere la sua vera natura, quell’io interiore che si è liberato, non certo senza un percorso di difficoltà, resistenze, le narra con assoluta acutezza e una certa dose di autoironia, e che ha dovuto affrontare nella vita di ogni giorno, a partire dalla famiglia, molto intima e piena di emozione la lettera aperta scritta a sua mamma. L’appuntamento è atteso e vedrà la presenza di Monica Romano, responsabile gruppo di lavoro “identità di genere” del Circolo Culturale Lgbt Harvey Milk. Ricordiamo che allo SpazioA di Sesto San Giovanni si terrà, domenica 29 maggio alle ore 15,30, in collaborazione con Arcilesbica Milano e Arcobaleni in Marcia e con la collaborazione di un artista iconoclasta e imprevedibile quale Bloom Ogm, un evento molto sperimentale sugli stereotipi di genere e sulle identità di genere, Generati, non creati – Come siamo finite in una situazione del genere?

Articolo a cura di Alessandro Rizzo

Le cose cambiano … al Milk

Le cose cambiano. È proprio così come titola il progetto editoriale di ISBN? Si sta affrontando un cambiamento tale da portarci a definire la società attuale quale una collettività dove stereotipi, forieri di pregiudizi, ed elementi di esclusione possono essere visti come alieni, culturalmente, quanto socialmente?

Non ci resta che da chiederci se questo aspetto, che può definire il nostro Paese, frutto di una storia pregna di emarginazione e di discriminazione nei confronti delle persone Lgbt, come moderno, al pari delle altre consorelle europee, quindi in piena affermazione dei diritti civili e della piena dignità delle persone Lgbt, sia ormai a pieno titolo parte integrante strutturale di una modernità di eguaglianza e di pari dignità delle persone lgbt? Le domande si aggiungono gradualmente nell’affrontare con ponderazione e riflessione un tema, quale quello dei diritti Lgbt e della tutela delle persone Lgbt, che diventa sempre attuale nel momento in cui affrontiamo, con apprensione e desolazione, le tante esclusioni a cui queste ultime, soprattutto giovani e adolescenti, sono soggette, in una società che sembra non vedere tramontare ed estinguersi definitivamente la presenza continua e costante di un’esclusione senza senso, irrazionale, illogica, spesso efferata.


È quello che assistiamo nell’apprendere storie di ragazze e di ragazzi, che sono bersagli di offese, spesso anche fisiche, oltre che verbali, costanti assolute di una prassi ancora radicata; storie di giovanissimi studenti discriminati in un contesto, quale quello scolastico, in cui il rispetto della dignità dell’individuo, dei suoi diritti e della sua personalità, dovrebbero essere all’ordine del giorno. In questo aspetto ancora drammatico e, quanto meno, arretrato, si interpone nell’assenza totale delle istituzioni, che dovrebbero affermare i diritti Lgbt, anziché incitare, direttamente e indirettamente, attraverso affermazioni più o meno pittoresche e grottesche, l’omofobia e la transfobia, l’aspetto culturale e letterario che, forte della narrazione e della capacità di testimonianza di storie, esperienze, vissuti quotidiani e intimità, garantisce e rende finalmente visibilità a uno stato naturale, quale quello Lgbt, destinato a essere, invece, relegato come unico, irripetibile, paradossalmente anomalo: in poche parole innaturale. È in questa filosofia che nasce il progetto ISBN de “Le cose cambiano”, ripercorrendo l’esperienza statunitense, It gets better, campagna sostenuta dal Presidente Barack Obama, dove persone si sono rese visibili attraverso un racconto, autobiografico, biografico, storico, poetico, comico, ironico, paradossale, in quanto raccontare può aiutare chi lo fa come chi ascolta, capendo che la sua situazione non è unica, abbattendo, cosi, quell’isolamento che lo può rendere debole, vulnerabile ed emarginabile nel panorama della quotidianità: spesso a scuola dove si vivono, ancora oggi, episodi preoccupanti di bullismo omofobico.

Interverranno presso il Milk, sede Guado di Via Soperga 36, Milano, venerdi 13 giugno alle ore 18,30, in un incontro organizzato dal Circolo Culturale Lgbt Harvey Milk e che vede la collaborazione, adesione, partecipazione e presenza del CIG Scuola di Milano, Chiara Reali, referente del progetto Le cose cambiano, Fabio Morici, attore e autore italiano, Carlo Gabardini, attore e comico italiano, Marcello Signore, autore e scrittore e Pietro dei Lions Bergamo.

Tutti saranno chiamati a parlare della propria esperienza e del proprio contributo narrativo dato al progetto, che ha trovato, e trova, grande seguito in Italia, dopo aver sbancato negli Stati Uniti. Le cose cambiano se vengono raccontate, possiamo dire: la scuola è una dei destinatari primari di questo progetto editoriale, tanto da vedere la collaborazione e la presenza di ragazze e ragazzi del CIG Scuola Milano, che affronteranno tale tema confrontandosi con il mondo scolastico, riportando la loro esperienza e le loro attività contro ogni forma di violenza, persecuzione e discriminazione nei confronti di studenti Lgbt, spesso vittime di violenze, fisiche e non solo verbali, spesso soli e abbandonati, deboli nel saper affrontare una situazione dove ancora vivono pregiudizi irrazionali quanto disumani.

Articolo a cura di Alessandro Rizzo

Le ragioni del reddito di esistenza universale

Il reddito di esistenza universale, liberando l’individuo dal ricatto della povertà e riconoscendo la dignità della persona al di fuori dal mercato, costituisce uno strumento di emancipazione degli individui, ponendoli nella condizione di poter decidere e progettare la propria esistenza. Lungi dunque dal poterlo considerare come una sorta di ammortizzatore sociale (come alcuni fanno), esso costituisce piuttosto uno strumento che favorisce la possibilità di opporsi a un ordine sociale fondato sulla “razionalità” del mercato, e di pensare a uno stato sociale non più condizionato dalla centralità del lavoro, dal momento che esso non può più essere considerato come l’unica, prevalente o normale condizione di vita su cui ancora si fondano le misure di welfare rivolte agli individui.
Nella battaglia per il reddito di esistenza Pisani individua dunque anche una sorta di grimaldello con il quale i membri del movimento LGBT ed il mondo intero possono scardinare alcune categorie della moderna teoria sociale del diritto, per aprirla a una dialettica del riconoscimento che assuma il diritto come continuamente esposto ai rapporti sociali.

Ma in che modo e con quali strumenti la politica e la pratica del diritto possono contrastare la logica economica e assumere i bisogni degli individui reali dando loro cittadinanza nella progettazione di una nuova società?

Venerdì 6 Giugno

Ore 18:30 Aperitivo
Ore 19:00 Evento

Sede “Il Guado”
via Soperga 36 ang. viale Brianza, Milano
MM1, MM2, MM3 – Loreto, Centrale, Caiazzo

Ingresso Libero

Milk Staff

Aspettando storia teatro Lgbt: Mario Cervio Gualersi

Venerdì 30 maggio alle ore 18.30, aperitivo, 19.00, iniziò del dibattito, il Circolo culturale Lgbt, Harvey Milk, ospiterà nella sede Guado di Via Soperga 36, Milano, un incontro su storia del teatro Lgbt. Abbiamo intervistato Mario Cervio Gualersi, redattore di Pride e direttore artistico di Illecite/Visioni, festival di teatro Lgbt che si tiene a Milano. Sarà presente come ospite e relatore all’incontro, insieme a Danilo Ruocco e Pasquale Marrazzo.

Che cosa è il teatro a tematica Lgbt oggi e come è cambiato rispetto al passato?

Il teatro a tema lgbt rispecchia oggi i cambiamenti avvenuti nella società negli ultimi 50 anni. Se i temi erano un tempo legati all’emarginazione nella società, all’ostracismo da parte della famiglia, al senso di colpa, ai conflitti con la fede religiosa, alla repressione esercitata anche attraverso la psichiatria e il concetto di “malattia” o disordine mentale, tra gli anni 80 e 90 l’attenzione dei drammaturghi si e’ focalizzata sulle problematiche di coppia, sulle devastanti conseguenze dell’epidemia di AIDS, fino ai giorni nostri dove i temi sono legati al riconoscimento dei diritti civili, alle problematiche delle persone transessuali, la bisessualità, le nuove famiglie con genitori omosessuali, la prostituzione e la crescente importanza della tecnologia nel favorire incontri e conoscenze.

Quali sono i registi più rappresentativi di un percorso teatrale storico a tematica Lgbt?

Nel campo della regia in Italia non si può prescindere da Luchino Visconti, Peppino Patroni Griffi, Giancarlo Cobelli, ora scomparsi. Più vicini cronologicamente sono Giancarlo Sepe, Marco Mattolini, Piero Maccarinelli, Antonio Latella, Pasquale Marrazzo e Riccardo Reim. Poi personalità di registi/autori come Pippo Delbono , Danio Manfredini e Fortunato Calvino.

Come si presenta oggi il teatro a tematica Lgbt in Italia, quali le poetiche, le tendenze, le narrative affrontate?

Nel nostro paese la drammaturgia a tematica lgbt si occupa in prevalenza di vicende legate al rapporto di coppia, la fedeltà, il coming out in famiglia e sul posto di lavoro, la scoperta dell’omosessualità da parte di uomini/donne eterosessuali, la ricerca della gratificazione erotica attraverso social networks e chat, il legittimo desiderio di matrimonio e adozione, le discriminazioni che subiscono le persone transessuali.

Mario: dirigi anche Illecite Visioni, festival di teatro a tematica Lgbt a Milano. Quali sono le prospettive che ti sei dato e ti darai come direttore artistico?

Le prospettive di Illecite Visoni sono quelle di portare a conoscenza di un pubblico sempre più trasversale le tematiche lgbt attraverso il mezzo teatrale, facendosi strumento per convincere i teatri a inserire nei loro cartelloni spettacoli a tema che non devono essere più considerati di nicchia e solo concentrati nei festival di settore. Altra prerogativa e’ quella di continuare a offrire spettacoli di alto profilo artistico con un numero in crescita di valenti e noti attori e attrici che non esitino a confrontarsi con ruoli gay/lesbici.

Quale è oggi la risposta del pubblico, lgbt e non, verso un evento che mette in scena il miglior teatro contemporaneo a tematica Lgbt?

In attesa della terza edizione, la risposta del pubblico nei primi due anni e’ stata davvero incoraggiante: la sala del teatro Filodrammatici, promotore e organizzatore della manifestazione, sempre esaurita e partecipazione più che numerosa a tutti gli eventi collaterali in programma. Molto apprezzati i commenti e i pareri degli spettatori raccolti alla fine delle rappresentazioni.

C’è cosa chiede e cerca il pubblico dal teatro a tematica Lgbt?

Penso che il pubblico lgbt chieda di rivedersi in palcoscenico in maniera realistica e obiettiva, evitando gli estremi delll’autocompiacimento o della mera tolleranza da parte della società. Da una parte il confronto con la realtà dei rapporti interpersonali, amorosi e erotici, quella dell’aspirazione allo stabile rapporto di coppia, i conflitti familiari, l’omofobia, ma anche il desiderio di evadere, sognare e magari sorridere con vicende che escono da contesti più lontani geograficamente o socialmente.

Quali sono, oggi, i messaggi maggiori che passano attraverso il teatro a tematica?

I maggiori messaggi veicolati dal teatro a tematica penso siano oggi quella della sempre maggiore visibilità e integrazione nella società delle persone lbgt, la lotta contro tutte le manifestazioni di omofobia e bullismo, la caduta di ghetti e steccati tra etero, bi e omosessuali, il superamento dell’idea del sesso quale principale mezzo di comunicazione e conoscenza.

Come viene presentato e affrontato il personaggio Lgbt nelle scene teatrali e nelle opere oggi presenti e prodotte?

I personaggi lgbt sulle nostre scene vengono oggi presentati liberi da vezzi e stereotipi duri a morire sino a pochi anni or sono, quando gay era sinonimo di effemminatezza e superficialità. Al contrario vediamo uomini e donne calati nella realtà quotidiana e alle prese con i problemi della maggior parte di noi. Persiste qualche concessione al dramma, al senso di colpa, agli amori impossibili e a comportamenti estremi.

Possiamo parlare di prospettive del teatro a tematica Lgbt in futuro, anche nelle attese che ti poni come direttore artistico e giornalista?

Credo le prospettive future del teatro lgbt siano strettamente legate agli sviluppi, confidiamo in senso positivo, della società e di chi ci governa, operando con leggi coraggiose, iniziando la sensibilizzazione sin dalla scuola elementare e finanziando degnamente la cultura. Circa Illecite Visioni, il desiderio e’ quello di non farlo dipendere in futuro solo dai politici e dalle istituzioni locali (che sono costretti a massicci tagli finanziari in tutti i settori) ma trovando sponsor coraggiosi e perfezionando la risorsa del crowdfunding.

Che cosa differisce, se differisce, il teatro italiano a tematica Lgbt e quello europeo, internazionale?

Le maggiori differenze tra il nostro e il panorama europeo o quello americano rispecchiano il vissuto e le condizioni delle persone lgbt nei rispettivi paesi. Nel mio recente soggiorno a New York, sui palcoscenici di Broadway si vedono in scena famiglie composte da due padri o due mamme sposati e con figli, perfettamente inseriti nel contesto sociale. Negli Stati Uniti e Gran Bretagna non si contano registi, attori/attrici che hanno fatto coming out: in Italia si contano ancora sulle dita. Essendo quasi solo privato, in questi paesi il teatro e’ supportato da sponsor e autofinanziamento da parte della comunità lgbt.

Che cosa il teatro a tematica può dare culturalmente, socialmente e civilmente all’affermazione dei diritti Lgbt?

Penso che il teatro possa contribuire, in proporzione alla sua diffusione e sostegno, a rafforzare nelle persone gblt il diritto di aspirare agli stessi diritti che godono le persone eterosessuali, pur mantenendo la loro specificità. A rafforzare il desiderio del benessere psicologico e sentimentale, a trovare la forza e il coraggio di reagire a ogni sopruso e discriminazione, a individuare nella sfera politica e sociale chi e’ più disposto a schierarsi al nostro fianco per portarci agli standard ormai consolidati nella quasi totalità dei paesi europei.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Aspettando Storia del teatro a tematica: Danilo Ruocco con Luchino Visconti

Si attende come Circolo Culturale LGBT Harvey Milk per venerdì 30 maggio ORE 18,30, aperitivo, ore 19,00, incontro e dibattito, l’appuntamento con “Storia del teatro a tematica”, presso la sede Guado di Via Soperga 36, Milano. Danilo Ruocco, scrittore, storico e giornalista, affronterà, quale nostro relatore ospite, Luchino Visconti regista teatrale, e lo abbiamo intervistato per prepararci all’incontro. Vedremo Danilo affiancato da Mario Cervio Gualersi, giornalista Pride e direttore di Illecite Visioni, rassegna teatrale a tematica che si tiene a Milano, e da Pasquale Marrazzo, regista e autore teatrale di opere spesso riprese dalla produzione di Fassbinder.

1. Chi è Luchino Visconti regista teatrale?

Visconti è sicuramente stato uno dei registi teatrali italiani più importanti del secondo Novecento. Un regista autoriale che ha realizzato una serie di spettacoli diventati memorabili e ha lavorato per svecchiare l’attardato mondo teatrale italiano e la società italiana stessa.

2. Che cosa cambia nella poetica e nell’estetica in Luchino Visconti regista teatrale?

Rispetto al Visconti regista cinematografico o al regista di teatro lirico direi, sostanzialmente nulla. La stessa cura “maniacale” per i dettagli. La stessa serietà nell’affrontare il testo. Lo stesso impegno nella realizzazione dello spettacolo. La stessa voglia di fare un prodotto artistico e “impegnato” allo stesso tempo. Purtroppo, degli spettacoli di prosa non ci resta che qualche foto, qualche bozzetto e le recensioni dell’epoca. Ma questo è il teatro: l’effimero in arte.

3. Come affronti e hai affrontato Luchino Visconti?

Il mio interesse per Visconti è nato da ragazzino con la visione di tutti i suoi capolavori cinematografici. Poi ho avuto occasione di approfondire sia il cinema, sia il teatro di prosa viscontiano, in quanto ho tenuto un ciclo di conferenze proprio su Visconti. Mi interessano soprattutto il suo metodo di lavoro; gli obiettivi che voleva raggiungere con i suoi spettacoli e le reazioni che essi suscitarono nel pubblico. Visconti era un uomo e un artista scandaloso e di ciò ho avuto modo di parlare in più occasioni.

4. Quali sono le opere più importanti e significative della produzione teatrale di Visconti?

Visconti ha portato in scena ben 45 opere di prosa e molti dei suoi spettacoli fecero epoca, a partire dal suo clamoroso debutto nel 1945, quando, al Teatro Eliseo di Roma, esordì come regista dei Parenti terribili di Jean Cocteau. Uno scandalo! Sia per il crudo realismo della messinscena, sia perché il testo porta alla ribalta una situazione incestuosa che coinvolge una madre e suo figlio.

Altri lavori memorabili furono le regie dei testi di Tennessee Williams (Zoo di vetro; Un tram che si chiama Desiderio) o quelle goldoniane, come La locandiera. Un capolavoro assoluto. Importanti, poi, il lavoro svolto su Miller o la sua collaborazione con Testori…

5. Come tratta, affronta e rappresenta la tematica Lgbt Luchino Visconti in teatro?

Visconti era attratto dalle situazioni sessualmente “scabrose”, fossero esse eterosessuali o omosessuali. Non gli interessava mostrare delle situazioni “normali”, ma i momenti di tensione, di crisi. Momenti in cui i sentimenti diventano irrefrenabili ed esplodono.

Era sua intenzione sconvolgere lo spettatore sul piano emotivo e razionale al tempo stesso, e attraverso questo sconvolgimento trasmettere una visione critica del reale.

Non è un caso che più di un critico abbia avanzato l’ipotesi che Visconti abbia, sia nel teatro di prosa e sia nel cinema (e non soltanto nel teatro d’opera), realizzato sempre e comunque dei melodrammi, ovvero degli spettacoli dove le emozioni forti dei personaggi fossero palesi e portassero l’azione alle estreme conseguenze.

Ciò detto, va specificato che, ad esempio, sia nell’Adamo di Achard, sia nell’Arialda di Testori, Visconti affrontò il tema dell’omosessualità in modo del tutto inconsueto nel teatro a lui contemporaneo: ovvero mostrò come gli omosessuali potessero essere dei personaggi positivi, con affetti veri e sentimenti autentici. Non li ridicolizzò, né stigmatizzò il loro stile di vita.

Ciò provocò delle reazioni scomposte sia di parte del pubblico, sia di molta critica (non solo di Destra); nonché l’intervento delle Istituzioni che arrivarono a censurare e a bloccare la messinscena degli spettacoli.

6. Esiste un metodo teatrale, o una filosofia, poetica, corrente culturale che si rifà, magari ancora oggi, allo stile di Visconti, potendo dire, così, che il teatro di Visconti abbia lasciato un segno nella storia del teatro e, in particolare, quello a tematica?

Molti hanno tentato di ricreare quelle atmosfere uniche che Visconti sapeva creare a teatro. Visconti, infatti, è stato preso a modello da più di un regista, ma gli esiti non credo siano stati in grado di dar vita a una scuola viscontiana.

Diverso, invece, il discorso da fare sul teatro omosessuale. Anche grazie all’opera di Visconti (e agli scandali che suscitò), la società italiana è cambiata e, quindi, anche la rappresentazione dell’omosessualità lo è. Credo che oggi, nessuno spettatore teatrale possa sentirsi offeso di fronte a un personaggio omosessuale portatore di messaggi positivi e il cui comportamento non sia messo in ridicolo o stigmatizzato. Ciò lo si deve, certamente, anche a Visconti.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Aspettando “La casa di Via Palestro” di Franco Buffoni

Franco Buffoni è un autore che può essere definito punto di riferimento nella letteratura contemporanea a tematica LGBT: lo avevamo invitato al Milk per presentare “Il servo di Lord Byron”, una biografia sul famoso e celeberrimo poeta e scrittore inglese con un io narrante particolare, il suo servo appunto, con cui intesse una relazione continua, tanto da portarlo in Grecia durante la guerra di liberazione, in fuga dai pericoli giudiziari inglesi, che lo potevano vedere inquisito e condannato, come accaduto a tanti suoi amici e colleghi; lo avevamo invitato come Circolo Milk per la presentazione della pubblicazione del carteggio che Franco ha tenuto con Mario Mieli, in occasione del trentennale della scomparsa prematura del noto scrittore e attivista, “Mario Mieli: trent’anni dopo”, con testi inediti, anche teatrali e poetici, del famoso personaggio che dette vita in Italia ai fondamenti culturali del Movimento LGBT.

Lo avremo ospite al nostro Circolo Culturale LGBT, Harvey Milk, presso la sede Guado di Via Soperga 36, Milanovenerdì 18 aprile alle ore 18,00, aperitivo, e 19,00, inizio dibattito, per la presentazione del suo nuovo libro, che esce per Marcos Y Marcos “La casa di Via Palestro”.

L’opera è un’autobiografia che rende la scrittura dell’opera un inno alla memoria storica, nel contesto quotidiano e locale della città dove Franco nasce e affronta gli anni, l’adolescenza e la giovinezza, più focali e determinanti della sua vita: Gallarate. La scrittura è fluida, fortemente coinvolgente, non scade mai, ci sarebbe stato il pericolo, nel moralismo, ma evolve in una lettura semplice, diretta, quanto confidenziale di un intreccio storico che ci porta alla conoscenza di intere esistenze che furono, residenti precedenti della sua cittadina, perseguitati a causa delle famigerate leggi razziali, in un tono di denuncia verso una follia omicida, quella del regime fascista, che uccise vittime innocenti, persone e figure notevolmente importanti nello scenario sociale e culturale di una comunità. E’ l’attenzione verso i più deboli che sono stati emarginati, perseguitati e, spesso, annientati, il filo conduttore di un romanzo, che vuole avere una narrazione razionale quanto fortemente consapevole, ferma e decisa, dai toni inflessibili e determinati, che non accettano mediazioni, giustamente, quando si parla, appunto, delle esistenze e della dignità di migliaia di persone, uomini e donne, di orientamento omosessuale: è il tono, lucido e dall’universale etica laica, che Franco Buffoni usa nello scrivere una lettera al padre in cui, con saggezza e lucidità, utilizza termini quali “onore”, in virtù del quale il figlio imputa al genitore di aver “preferito” strangolarlo, “piuttosto di accettare l’idea” che il figlio stesso fosse omosessuale. Il rapporto col padre, colui che militare scelse di essere fedele al Re all’alba dell’armistizio, perchè inflessibile nel suo sentimento istituzionale, vede forti contrasti col figlio: quest’ultimo imputerà al genitore, non senza ragione, di essere a conoscenza che “in un campo non lontano” dal suo, fu deportato a causa della sua scelta a Deblin, “c’erano quelli” come lo stesso autore, “da sterminare metodicamente, con il triangolo rosa cucito sul petto”.

La narrazione riprende la nitidezza e la schiettezza di un realismo, in cui si legge una forte tensione civile e valoriale di un Paul Verlaine, di un romanzo storico della memoria tipica di un Thomas Mann, di una rassegna di fotogrammi degna di un’opera omnia quale “Heimat”, dove si intrecciano in un continuum senza soluzione diverse storie ed esistenze, disposte su paralleli temporali differenti, parti integranti di una storia che non finisce e che prosegue nel corso dei tempi. Risultano poetiche e fortemente coinvolgenti le pagine che riguardano quella casa in Via Palestro 7, a Gallarate: il Teatro che Franco rivive nel 2006, in occasione di un concerto mozartiano, trova lo spettatore distratto, in quanto pregno dei ricordi di quella “Società pugilistica Gallaratese “Ausano Ruggeri”, in cui, con una certa curiosità e tensione emotiva Franco stesso scriverà i primi pezzi giornalistici di cronaca sportiva, trovando il pretesto, ingenuo e spontaneo, di “intrufolarsi” tra gli atleti e i vigorosi pugili. Quella casa ha una storia, quasi epicentro della narrazione che vede un susseguirsi di epoche e di rimandi: fu prima sede delle associazioni del contado che nel 1920, ciascuna delle quali investendo una quota, dettero vita a un teatro, parte integrante della Casa del Proletariato, devastata da un attacco violento e barbaro fascista. I ricordi di quell’atmosfera, che ci riporta alla memoria tinte, qui la valenza letteraria universale dell’autore, di una cinematografia viscontiana, l’epico “Rocco e i suoi fratelli”, vengono narrati con una dose di semplicità e di umanità, priva di feticci, malizia e inutili orpelli descrittivi, dipingendo la fisicità scultorea e mastodontica di giovani sportivi, prime esperienze visive di un’ingenua e vitale adolescenza.

a cura di Alessandro Rizzo (ripreso da www.pianetagay.com)

In scena “Portami in un posto carino”: intervista all’autore, Tobia Rossi

E’ in scena al Teatro Libero di Milano, dal 15 al 19 aprile, “Portami in un posto carino”, regia di Manuel Renga, testo di Tobia Rossi: “titolo tenero e allo stesso tempo disperato”, ci anticipa Tobia, che abbiamo intervistato per il nostro blog. E’, quello di Tobia Rossi, un testo molto complesso e fortemente coinvolgente, inizialmente storia d’amore di un ragazzo, Carlo, verso Christian, ancora “rigido” nei suoi sentimenti e nella consapevolezza del proprio orientamento, fidanzato con Giada, per finire in un thriller che vede un omocidio, chiave importante nella narrazione. Tobia è un autore dall’identità precisa, che affronta storie e racconti dove la tematica LGBT risulta essere presente, almeno nei personaggi affrontati, “più per prossimità” all’autore stesso, al suo “modo di sentire e vedere, che non per una programmatica volontà di trattare la tematica LGBT”. I soci del Circolo Culturale LGBT Harvey Milk sono invitate e invitati ad andare a vedere in scena l’opera, con interessanti agevolazioni di prezzo del biglietto d’ingresso e con un ritorno interessante a livello culturale e letterario.

“Portami in un posto carino”, in scena al Teatro Libero dal 15 al 19 aprile, regia di Manuel Renga, il cui testo è stato scritto da te: perchè questo titolo e di cosa tratta?

Ho scelto questo titolo perché è tenero e allo stesso tempo disperato. Sta a dire “voglio andare con te in un luogo appartato, protetto, tutto nostro” ma anche “portami via da questo inferno, ti prego, salvami”. In effetti pensandoci tenerezza e disperazione sono proprio le due coordinate su cui si muove questa storia. Siamo in un piccolo paese del Nord Italia avvolto dalle nebbia e paralizzato dal gelo, è inverno e Carlo, un ragazzo dichiaratamente gay, conosce in chat Christian, ancora incerto sulla sua sessualità. Incontro dopo incontro Carlo finisce per innamorarsi di Christian che però ha un sacco di rigidità e chiusure sul modo di vivere questa relazione “nuova”, anche perché è fidanzato con Giada, ex reginetta della scuola che tenta in tutti i modi di fuggire dalla vita anonima e piatta del paese. Giada è cliente della parrucchiera Anna, presso cui Carlo lavora come assistente. Nel frattempo, il ritrovamento del corpo di un ragazzo, anch’egli gay, ucciso durante un pestaggio getta un alone nero e thriller sulla storia…

Come viene affrontata la tematica LGBT nel testo?

Quando mi viene chiesto se questo è uno spettacolo “a tematica gay” non so mai cosa rispondere. Quello che posso dire è che io sono omosessuale, la mia identità è precisa e così anche la mia identità di autore, la maggior parte dei miei personaggi sono omosessuali, più per prossimità a me, al mio modo di sentire e vedere che non per una programmatica volontà di trattare la tematica LGBT. Di certo in “Portami in un posto carino” l’essere gay è centrale ma più che altro come libertà di essere gay, ovvero libertà di essere sè stessi, in fondo il grande tema di questo testo è la crescita: i tre personaggi “giovani” sono fotografati in un momento cruciale della loro vita, non sono più ragazzini ma non sono neanche adulti, inizia per loro il mondo vero e in qualche modo devono decidere chi o che cosa essere. Completa il quadro Annina, la parrucchiera del paese, anagraficamente più adulta ma anche lei impantanata nella vita e in fondo rimasta bambina. Sì, è di questo che parla “Portami in un posto carino”, quattro personaggi impegnati nella lotta per – come direbbe David Foster Wallace – diventare sè stessi.

Com’è stato e cosa ha significato lavorare per una messa in scena teatrale del testo?

E’ entusiasmante, quando una serie di professionisti si mettono a lavorare sulla mia storia e i miei personaggi provo un’emozione difficile da descrivere. E’ come aprire il tuo mondo interiore e lasciarlo abitare da altre persone. I quali poi lo interpretano, lo reinventano, lo contaminano (in senso buono) con il loro.  E loro sono grandi artisti, quindi la fiducia è totale e la soddisfazione enorme già da adesso, anche se lo spettacolo non ha ancora debuttato. Davvero, un’esperienza indescrivibile.

Com’è stato il lavoro con la regia, a cura di Manuel Renga, che spesso vede differenze di punti di vista e di letture con l’autore?

Il regista dello spettacolo è Manuel Renga, un talentuoso regista neodiplomato alla Paolo Grassi, oltre che un amico. Il rapporto tra il regista e l’autore di un’opera è una fase delicatissima, sono loro che insieme devono generare un mondo, è dal loro dialogo che sorgono ambientazioni, relazioni, pause, silenzi, spazi, tempi, atmosfere. Manuel ed io abbiamo lavorato serenamente, sempre in ascolto reciproco. Da un lato abbiamo delle affinità (siamo della stessa generazione, crediamo in una forma di teatro popolare, ci interessa il lavoro sui generi) dall’altro  siamo complementari, a lui ad esempio ha affascinato molto il cotè thriller del testo, più nero, mentre per me il fulcro di tutto erano le relazioni sentimentali dei personaggi, quindi credo ne verrà fuori una bella miscela. Senz’altro ha fatto un lavoro straordinario con gli attori,  li ha portati ha incarnare i personaggi in un modo potente e credibile.

Tobia Rossi: chi sei, quale è la tua formazione?

Sono un ragazzo che si occupa di drammaturgia, nel senso che la studia e la pratica. Mi sono formato al Centro di Ricerca per il Teatro di Milano dove ho studiato drammaturgia per poi perfezionarmi presso il progetto Urgenze, a Brescia, e presso alcuni laboratori e Masterclass alla Biennale di Venezia. Mi interessano le storie e,come dicevo, i generi. Ad esempio per “Portami in un posto carino” ho provato a reinventare le forme del melodramma cinematografico classico (quelli di Douglas Sirk e Nicholas Ray per intenderci) ma scrivo anche spettacoli per ragazzi o lavoro per il teatro musicale. A maggio debutta a Roma un mio musical ispirato alla vicenda di Erika e Omar, a proposito di lavoro sui generi…

Che cosa hai voluto esprimere, come messaggio, attraverso l’opera?

Credo di non aver voluto esprimere un determinato messaggio, il concetto di “mandare un messaggio” non è proprio parte della mia natura, sono una persona che senz’altro crede in certe cose  ma per molti versi sono anche confuso, non lo so, il ” sì, ma che cosa vuoi dire?” credo sia un falso problema, che paralizza i giovani autori più che stimolarli. Cerco di affinare il mio sguardo, quello sì, e di stare attento a quanto succede intorno a me e dentro di me. Metto in relazione queste due dimensioni. Osservo e trasformo quello che ho osservato in strutture, personaggi e scene. Credo che il teatro, ma non sono nè il primo nè l’unico a dirlo, più che lanciare messaggi, debba porre domande, scomode, controverse, fastidiose anche. Inizio sempre a lavorare su un argomento sul quale io, prima degli altri, sono irrisolto.

La scelta degli attori, che interpreteranno i protagonisti dell’opera, è stata determinata anche da un tuo intervento, tu autore del testo e, quindi, creatore delle psicologie e delle caratteristiche dei personaggi?

Anche in questo caso il casting è stato frutto del dialogo tra me e Manuel. E devo dire che non avremmo potuto scegliere un cast migliore. Tomas Leardini riempie di umanità e dolore il personaggio di Christian, Daniele Pitari si immerge con empatia nel ruolo dello stranulato Carlo, Chiara Anicito dà al personaggio di Giada una forza distruttiva bellissima. Abbiamo poi l’onore di avere nel cast Elisabetta Torlasco, un’attrice che ha una lunghissima carriera alle spalle e che ha abbracciato il progetto con un’entusiasmo e una gioia commoventi. Nel personaggio della parrucchiera Anna riesce a essere buffa e dolente al tempo stesso, è incredibile…Va detto che in alcune repliche il ruolo di Giada è sostenuto da Veronica Franzosi, un’altra attrice che non ho visto ancora all’opera in questo lavoro ma l’ho vista in scena e garantisco che è un vulcano di energia e sensualità.Sono tutti artisti generosissimi che è evidente che hanno anche uno sguardo personale su quello che fanno, questo per me è importantissimo.

Come è avvenuta la fase di scrittura e di elaborazione del testo?

Tutto è nato come un esperimento di scrittura, quasi un esercizio di stile e, come dicevo, una riflessione sul genere melò. E’ praticamente il primo testo completo che ho scritto, (il testo è del 2012) per cui per me era proprio un’occasione per capire se riuscivo a tenere insieme una storia dall’inizio alla fine. Le cose poi sono andate bene perché il testo è arrivato in finale al Premio Hystrio e martedì prossimo, appunto, vede la luce.

Tobia: altri lavori prossimamente ti troveranno impegnato?

Come dicevo, il 6 maggio a Roma debutta il “diversamente musical” “Come Erika e Omar – è tutto uno show!”, prodotto e diretto dal grande Enzo Iacchetti, un lavoro totalmente diverso da questo, meno intimista e più satirico e grottesco, come nella migliore tradizione del teatro musicale brechtiano. Per la prossima stagione, sempre con Manuel, porteremo a Milano il monologo “La mia massa muscolare magra” interpretato da Renato Avallone, con cui abbiamo debuttato a marzo al Festival Wonderland di Brescia, ancora una volta il protagonista è omosessuale, ma è diverso dai personaggi di “Portami in un posto carino”, è un trentenne aspirante attore alle prese con una seria dipendenza da Grindr…

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Direttivo

E’ convocato il Consiglio Direttivo  in data 3 aprile 2014 (prima del gruppo AMA Identità di Genere)
col seguente ODG:

- relazioni con l’associazione ospitante
- milano pride 2014
- suddivisione mansioni tra membri del direttivo
- definizione referente progetto laicità
- autonomia gruppi di progetto e referenti
- aggiornamenti segreteria e progetti
- referente bandi e finanziamenti
- evento cristianesimo e GLBT in partnership col guado
- eventuali nuove convenzioni
- varie ed eventuali

Soci e simpatizzanti sono invitati a partecipare!

Il direttivo del Circolo Harvey Milk

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Contattaci a
presidente@milkmilano.com

Calendario

- Mercoledì 16 Luglio
Gruppo AutoMutuoAiuto - Relazioni Affettive
Ore 19:00 Sede Milk/Il Guado
via Soperga 36 ang. viale Brianza - Milano

- Giovedì 17 Luglio
Gruppo AutoMutuoAiuto - Identità di Genere
Ore 21 sede Il Guado
via Soperga 36 ang. viale Brianza - Milano

- Sabato 19 Luglio 2014
Milk Cene - "Un'Estate al Mare"
Ore 20:30
Sede Il Guado
Via Soperga 36 ang. Viale Brianza - Milano
La serata sarà arricchita da ottimi cibi, giochi e filmati a tematica estiva e LGBT.
Info e prenotazioni:
mail - cena@milkmilano.com
sms - 327 2294092

*****

Ogni Lunedì Gruppo Teatro & Recitazione
Sede Milk/Il Guado

Giovedì su prenotazione
Sportello Counseling -
- info a counseling@milkmilano.com

Giovedì su prenotazione
Sportello Identità di Genere -
- info a transgender@milkmilano.com

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