Secondo natura

Sia benedetta Eva Cantarella. Abbiamo appena parlato di lei in due articoli consecutivi e già la bibliografia raccolta sotto il suo nome rivela un’altra perla: “Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico” (2010, BUR). Questo saggio raccoglie e approfondisce tematiche che abbiamo già visto ne “L’amore è un dio” (http://www.milkmilano.com/?p=7488) e in “Dammi mille baci” (http://www.milkmilano.com/?p=7494 ).


Comunemente, per “bisessuale”, s’intende una persona in grado di provare attrazione erotica e/o romantica per entrambi i sessi. La realtà di cui la Cantarella parla non ha però nulla a che vedere –come già abbiamo visto- con le odierne concezioni di “orientamento”, “identità” o “stile di vita”. In compenso, la documentazione e la sua illustrazione da parte dell’autrice permettono di cogliere l’interazione fra sentimento e dovere, fra inclinazione individuale e strutture sociali. La Cantarella spazia dall’epica alla lirica, dal dialogo filosofico all’epigramma, dalle scritte murali ai testi giuridici, arrivando agli inizi dell’era cristiana. L’opera è suddivisa in due parti: “La Grecia” e “Roma”. Nella prima, s’incontra l’universo omerico, coi suoi guerrieri e un orizzonte affettivo che comprendeva le mogli legittime e gli amori ancillari così come le relazioni omoerotiche coi compagni d’armi. Se l’ “Iliade” e i poeti tragici immortalano il legame fra Achille e Patroclo, l’ “Odissea” accosta tranquillamente il “coricarsi” di Nestore e Menelao accanto alle rispettive spose al “coricarsi” di Telemaco al fianco del celibe Pisistrato.


Sono poi citate le pene d’amore dei poeti lirici per i ragazzi adolescenti e le leggi ateniesi che proteggevano gli imberbi da corteggiatori poco raccomandabili. La Cantarella menziona espressamente la funzione di “rito di passaggio” che sarebbe stata ricoperta dalla pederastia nella Grecia precittadina, così come il suo ruolo educativo e filosofico all’interno della “pòlis”. Meno iniziatico e più schietto sarebbe stato il legame tra fanciulle o tra queste e la loro maestra nel mondo del tiaso, cantato dalla celeberrima Saffo (http://www.milkmilano.com/?p=7273 ). Un partenio (= canto per coro femminile) di Alcmane conserverebbe addirittura la testimonianza di un matrimonio simbolico fra due ragazze spartane, compagne di educazione. È questo il “partenio del Louvre” (VII sec. a.C.). I tiasi erano comunque precedenti alla definizione delle strutture sociali cittadine. In seguito, quando questo istituto era ormai scomparso e le donne erano escluse dalla trasmissione della cultura, una possibilità di amoreggiamenti saffici restava aperta nei simposi. Essi erano sodalizi essenzialmente maschili, eleganti bevute collettive alle quali, però, presenziavano intrattenitrici professioniste (flautiste, acrobate, danzatrici, “cortigiane”). L’atmosfera erotica del simposio permetteva incontri amatori di vario genere. Tutto ciò avveniva in un contesto culturale che aveva una visione estremamente fluida dell’eros e dell’identità sessuale. Basti ricordare il mito di Ermafrodito, giovane amato da una ninfa che volle fondere il proprio corpo con quello di lui. Un “ermafroditismo originario” è invece teorizzato da Platone nel “Simposio”: gli esseri umani sarebbero stati, in origine, creature “doppie” composte ciascuna da due metà: una maschile e una femminile, entrambe maschili o entrambe femminili. Né mancano dialoghi filosofici di secoli successivi, come l’ “Amatorius” di Plutarco o gli “Amores” dello Pseudo-Luciano, che discutono circa la superiorità degli amori con donne o con ragazzi, quali opzioni ugualmente possibili. Tutto questo non deve però indurci a pensare che l’antichità greca conoscesse una libertà sessuale illimitata. Al contrario, leggi e mentalità successive al VI sec. a.C. erano rigorose nell’assicurare la qualità educativa degli amori pederastici, nonché la fertilità del matrimonio e la segregazione domestica delle donne “per bene”. I “Dialoghi delle cortigiane” di Luciano di Samosata, per l’appunto, limitano gli amori saffici e l’ambiguità sessuale alla sfera delle ricche stravaganti o delle mercenarie –e li indica come inconfessabili perfino per queste ultime.
Altro mondo ancora era quello di Roma, come abbiamo già visto in “Dammi mille baci”. Nell’orizzonte latino, la sessualità era “di stupro”, dominata dalla figura dell’uomo “che non deve chiedere mai”, che sottomette allo stesso modo donne, schiavi e nemici. Impensabile –per un cittadino romano nato libero- assumere il “ruolo passivo” in un rapporto sessuale, pena la perdita della dignità sociale. Altrettanto impensabile che una donna possa dispensare piacere erotico a un’altra donna, “rubando” così il ruolo del maschio. La Cantarella ricostruisce questo quadro culturale –ahimè, tutt’altro che sorpassato o ignoto agli odierni- attraverso Catullo, gli epigrammi di Marziale o le satire di Giovenale. Puntualmente citata è anche la legislazione latina in materia di morale sessuale. Non mancano i versi di chi –nel II sec. a.C.- giocava ormai a imitare la pederastia greca, o i sapienti confronti di Ovidio tra le qualità amatorie delle donne e quelle dei ragazzi. I cosiddetti poeti elegiaci (quali Tibullo e Properzio) cantano con eguale ardore la passione per donne di liberi costumi e quella per graziosi giovinetti, che però rischiano di esser loro sottratti dagli amori femminili o dal matrimonio. Né mancano le teorie fisiologiche di Lucrezio sul sesso, o il legame fra i compagni d’armi Eurialo e Niso nell’ “Eneide” virgiliana. Pienamente bisessuale sembra essere stato Orazio, anche se i ragazzi lo attraevano –cosa che valeva generalmente nel mondo antico- soltanto finché erano imberbi.
A sdoganare pienamente la bisessualità maschile furono invece gli esempi di Cesare e di Augusto, che dimostrarono come si potesse essere “un macho latino”, un “buon cittadino romano” e un uomo di potere anche concedendosi esperienze sessuali “passive”. Svetonio sarà poi generoso di aneddoti coloritissimi sulla vita intima degli imperatori, mentre è noto il legame di Adriano con Antinoo che ispirò Marguerite Yourcenar (http://www.milkmilano.com/?p=7464 ). Inaccettate socialmente rimarranno, invece, omosessualità e bisessualità femminili. Ancora il “Satyricon” dipinge il saffismo come degno di donne volgari e dal passato torbido. In generale, la sessualità femminile a Roma –e ad Atene- era vista come potenzialmente selvaggia, da tenere sotto controllo.
Un avvicinamento all’eteronormatività che conosciamo si ebbe, comunque, fra l’età di Cicerone e quella degli Antonini. L’antico ruolo del capofamiglia entrò in crisi: non più “maschio dominante”, ma funzionario dell’imperatore. Non potendo più affermare la propria dignità imponendosi sugli altri, cominciò –secondo la Cantarella- a imporsi su se stesso. Cosa che si diffuse anche presso gli strati sociali meno illustri. L’autorepressione comportò una limitazione delle pratiche sessuali all’ambito del matrimonio e della riproduzione. Anche lo stress e la sedentarietà della vita di funzionario richiesero costumi più sobri. Filosofie quali l’epicureismo, il cinismo e lo stoicismo si trovarono d’accordo nel diffidare del sesso e nel consigliare il dominio sugli istinti. Su questo ascetismo s’innestò poi il cristianesimo, col suo rifiuto dell’omoerotismo in qualunque senso. In ciò, la nuova religione era erede del mondo ebraico, che ignorava sostanzialmente l’omosessualità femminile, ma rigettava fermamente quella maschile, in quanto spreco del prezioso seme che consentiva la perpetuazione della stirpe eletta. (Per la verifica delle fonti ebraiche, l’autrice si è avvalsa della consulenza di Richard D. Hecht, professore di Religious Studies nell’Università di California, Santa Barbara –vedasi p. 248, nota 27). Questo retaggio, unito al retroterra filosofico precristiano, incoraggiò l’ascetismo di matrice religiosa e ispirò il rifiuto totale dell’omosessualità in quanto “contro natura” e “offesa a Dio”.
In altre parole, Eva Cantarella offre uno spettro –coprente i secoli dall’VIII a. C. al VI d.C.- delle interazioni fra istinto ed esigenze sociali che hanno via via modellato la sessualità umana in Occidente. Il filo conduttore è la definizione di ciò che è “secondo natura”, che si dimostra piuttosto “secondo cultura”. Una lezione pungente sia per chi voglia negare il ruolo di educazione e filosofia nella vita erotica, sia per chi voglia troppo facilmente fornire ricette di “normalità”.

Eva Cantarella, “Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico”, (“Saggi”), Milano 2010, BUR (8^ edizione).

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Vecchie storie 2


Nel precedente articolo (http://www.milkmilano.com/?p=7488 ), abbiamo parlato di un saggio di Eva Cantarella, dedicato alla concezione dell’amore nella letteratura greca antica. Come abbiamo anticipato, esso è idealmente collegato a un altro: “Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma” (Milano 2009, Feltrinelli).
Stavolta, la Cantarella accompagna il lettore in un universo letterario che è profondamente diverso da quello greco, ma che a quest’ultimo deve molto. Il titolo è una famosa citazione dal celeberrimo Carme V di Catullo: il poeta del I sec. a.C. sul quale è stato costruito il “falso mito” d’una lirica latina “romantica”. Ben poco di romantico c’è invece nell’universo riesumato dalla Cantarella. Leggere il suo saggio significa anche intuire le radici del machismo nostrano. E di certa omofobia.
Giusto per mantenerci in campo catulliano, il “poeta dei mille baci” non canta solo del proprio amore per Lesbia. I “Carmina” menzionano anche un ragazzo, Giuvenzio, dal quale Catullo si augura ben più che mille baci. Il modo esplicito con cui questa passione viene cantata rimanda a un mondo latino già ampiamente ellenizzato. Come abbiamo visto nell’articolo antecedente, le relazioni fra uomini adulti e ragazzi di libera condizione erano parte dell’universo della “pòlis”. Diversa, però, era la mentalità “indigena” dei romani: “…essere partner passivi in un rapporto sentimentale o sessuale era segno di debolezza, di mancanza di virilità. L’uomo romano, insomma, poteva amare qualcuno del suo sesso, ma solo come amante, mai come amato. […] La soluzione era a portata di mano: gli schiavi” (p. 16). La Cantarella aggiunge poi carne al fuoco: “Troppo facile, e troppo poco, per un romano, contentarsi del sesso femminile. Alla sua possente e inesauribile virilità –così gli hanno insegnato a percepirla- le donne non possono bastare. Deve sottomettere anche altri uomini: sempre che, beninteso, non siano suoi concittadini. Ecco perché i romani usano sodomizzare i nemici sconfitti…” (p. 21). A questo atteggiamento non si sottraeva neppure il “dolcissimo” Catullo, quando necessario. Ne seppero qualcosa i suoi amici Furio e Aurelio, quando cercarono di sedurre il suo Giuvenzio: ne ricavarono un profluvio di insulti sessuali in versi giustamente famoso tra gli studenti salaci. Viste le premesse, non risulta difficile comprendere quale sia l’origine della legge del Menga.
I rapporti erotici fra uomini, però, non consistevano solo nella sottomissione di schiavi e nemici. Esisteva la figura del prostituto: ricco e viziato, per i cui favori i “bravi cittadini” erano disposti a dilapidare patrimoni e a incorrere in seri guai legali. Il macho –si sa- viene sconfitto dalla bellezza impossibile.

Per tornare all’ambito domestico, non tutti gli schiavi erano uguali. Esisteva il concubino, un giovinetto che era il favorito del padrone. Il loro rapporto era continuativo e alla luce del sole, finché il padrone non prendeva moglie. Anche di questo canta Catullo, nel carme per le nozze di Manlio Torquato.
Quanto alle preferenze sessuali dei romani, non esistevano concetti simili a “eterosessualità” o “omosessualità” –intesi come identità e stili di vita. La Cantarella cita i versi di Lucrezio e di Orazio, che presentano come indifferentemente possibili la passione per una donna e quella per un ragazzo. A patto che quest’ultimo –così come in Grecia- fosse ancora impubere. Le relazioni con gli adolescenti divennero anche una “scappatoia” per i “macho vecchio stampo”, quando i costumi femminili divennero più emancipati. “Questi [i ragazzi] si fanno ancora corteggiare, con loro si può giocare ancora il ruolo del maschio” (p. 93). Naturalmente, c’erano anche voci fuori dal coro, come Ovidio, che trovava le donne di gran lunga più soddisfacenti come partner sessuali. Ma questo è un altro discorso.
Per quanto riguarda l’aspetto legale della faccenda, la Cantarella menziona la legge Scatinia (225 a.C. circa), che comminava una modesta multa a chi assumeva il ruolo passivo in un rapporto intimo fra uomini o a chi seduceva un libero cittadino. Tuttavia –precisa l’autrice- questa pur lieve pena non sarebbe stata applicata più di tanto. I poeti satirici come Giovenale, anzi, dipingono vivacissimi ritratti di maschi truccati e vestiti alla maniera femminile o di matrimoni ufficiosi fra uomini. Sia pure in chiave caricaturale, Giovenale menziona anche il desiderio impossibile di queste coppie d’aver figli. Il suo tono moralista e irridente, però, sarebbe tale da offendere molti lettori odierni. Ciò vale anche per gli strali di Marziale, impietoso con i “passivi”.
A risollevare il morale –quello dei bisessuali, quantomeno- arriva però un esempio illustre: Giulio Cesare. Noto dongiovanni, amante nientemeno che della regina Cleopatra, si concedette un’avventura regale anche in Bitinia, col re Nicomede. Inutile dire che ciò gli valse diverse frecciate da parte dei suoi soldati. L’umorismo da caserma, però, non impedì a Cesare di sdoganare la passività sessuale. Questo finché una morale più rigida –di matrice filosofica o semplicemente salutista- non portò alla sanzione della prostituzione maschile e a repressioni violente di questo costume. L’etica cristiana si innestò poi su questa situazione.
Ai lettori non sarà sfuggito il fatto che, finora, si sia parlato esclusivamente di relazioni fra maschi. Infatti, come dice la Cantarella, l’eros fra donne, nel mondo latino, era considerata la peggiore depravazione femminile. Nelle “Metamorfosi” di Ovidio, una “Lady Oscar ante litteram” piange la propria passione “contro natura” per un’altra ragazza, finché la dea Iside non si impietosisce e non la trasforma in un uomo vero. Questa storia, peraltro, è stata una probabile fonte per la vicenda ariostesca di Bradamante, Fiordispina e Ricciardetto (http://www.milkmilano.com/?p=7457 ). Marziale, poi, si accanisce contro le donne che, oggi, sarebbero definite butch, dipingendole come volgarissime caricature del maschio. “Nella mentalità dei romani, tra due donne che si amavano una voleva sostituirsi a un uomo, l’altra cercava in maniera del tutto anormale di provare grazie a un’altra donna il piacere che solo un uomo poteva dare” (p. 145).
Ci fischiano le orecchie, verrebbe da dire.

Eva Cantarella, “Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma”, (“Varia”), Milano 2009, Feltrinelli.

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Vecchie storie – 1

Termini come “moderno” e “arretrato” sono all’ordine del giorno, quando si parla di costumi sessuali. Purtuttavia, la loro appropriatezza è alquanto relativa. Tante “moderne libertà” sono praticate fin dall’antichità; viceversa, la contemporaneità conosce come vivissimi i pregiudizi che risalgono ai millenni scorsi. Allo stesso tempo, le epoche passate mostrano come le convenzioni sociali potessero essere più rigide, ma radicalmente lontane da quelle che, oggi, sono date per scontate.
Ne parla Eva Cantarella, sempre abile a conciliare l’erudizione con uno stile godibile e mai volgare. In particolare, vogliamo concentrarci su due sue opere esplicitamente legate: “L’amore è un dio. Il sesso e la polis” (Milano 2007, Feltrinelli) e “Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma” (Milano 2009, Feltrinelli).


Nel primo di questi volumi, la Cantarella offre una carrellata della concezione dell’eros quale compare nella letteratura greca antica. Fra le altre vicende, spiccano gli “Amori in tempo di guerra” (p. 89) fra Achille e Patroclo. Benché l’ “Iliade” non ne faccia menzione esplicita, la natura passionale del loro legame era data per scontata da autori come Platone, Eschine, lo Pseudo-Luciano e Sofocle. Come riassume la Cantarella, “Patroclo […] era il figlio di Menezio, re di Oponto. Anche lui, come Achille, apparteneva all’aristocrazia greca: ma un incidente, quando era ancora un ragazzo, lo aveva costretto ad abbandonare la patria. […] era stato accolto da Peleo, padre di Achille […] era cresciuto insieme a questi. Dapprima una grande amicizia, poi un grande amore” (p. 92). Come è noto, non si separarono nemmeno durante la guerra di Troia, in cui Patroclo fu ucciso da Ettore, provocando la ferocissima vendetta di Achille. Il fatto che quest’ultimo avesse come concubina una donna, Briseide, non era stato affatto di disturbo per l’intensità del rapporto.
Ma esistevano vicende anche meno leggendarie e meno cruente: quelle cantate dalla poesia lirica. La comunità cittadina greca conosceva una forma accettata e ritualizzata di pederastia (relazione fra un uomo adulto e un adolescente), in cui l’adulto fungeva da educatore del giovanissimo amante. La Cantarella descrive le convenzioni e le forme entro cui il rapporto si svolgeva, citando poeti come Teognide e Anacreonte. Quest’ultimo si sarebbe spinto a dire che i giovanetti erano i suoi dèi. Tali erano –beninteso- fino alla pubertà. Una volta sopraggiunta la maturità virile, i corteggiatori del ragazzo si dileguavano e incombeva il dovere civico di prender moglie. Esistevano anche dispute letterarie interessanti circa la maggiore o minore desiderabilità dei ragazzi rispetto alle donne. Ne trattò nientemeno che Plutarco, sul finire del I sec. d.C., nel dialogo noto come “Amatorius”. Uno dei personaggi esprime una posizione interessante e insolita per i moderni: “Secondo Protogene, sostenitore dell’amore per i ragazzi, l’unione fra uomo e donna è necessaria per la procreazione Ma dire che è vero amore sarebbe come dire che le mosche provano amore per il latte, o le api per il miele. L’attrazione per un ragazzo dalle buone qualità porta alla virtù, il desiderio per le donne, per bene che vada, consente solo piaceri momentanei della carne” (p. 105). In un certo senso, si tratta d’un’ottica rovesciata rispetto a quella a cui siamo abituati. Al punto di vista espresso da Protogene non interessa stabilire se gli amori virili siano o meno “secondo natura”. Al contrario, proprio il fatto che essi trascendano gli istinti più immediati costituisce il loro valore. “Amare le donne fu una necessità originaria, amare i ragazzi una conquista della divina filosofia” (p. 107).
A proposito di donne, non si può tacere di Saffo, di cui ci siamo già occupati (http://www.milkmilano.com/?p=7273 ). La Cantarella ne riassume la vita da perfetta nobildonna del VI sec. a C., con tanto di marito e figlia. Le liriche della poetessa, però, esprimono tutt’altro genere di interesse sentimentale: quello per le allieve del suo tiaso, la scuola ove le fanciulle venivano formate alla loro futura vita di mogli altolocate. “Saffo scrisse in un momento in cui le strutture politiche non erano ancora pienamente consolidate, o quantomeno consentivano ancora che, al loro interno, sopravvivessero usanze di un periodo antecedente […] Saffo è testimone unica di un periodo e di una mentalità che dopo di lei scomparvero, cancellate dalla rigorosa organizzazione cittadina…” (p. 114). Le strutture socio-politiche, pertanto, erano (e sono) d’importanza non indifferente nello stabilire chi siano i “veri uomini” e le “vere donne” nella mentalità diffusa. Lo vedremo con Eva Cantarella anche nel mondo di Catullo e Cesare, nel prossimo articolo.

Eva Cantarella, “L’amore è un dio. Il sesso e la polis”, (“Varia”), Milano 2007, Feltrinelli, 175 pp., 13 €.

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Giornata della Memoria Transgender a Milano

Il Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender) o TDOR ricorre il 20 novembre di ogni anno per ricordare e commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio transfobico.
L’evento venne introdotto da Gwendolyn Ann Smith in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web “Remembering Our Dead” e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco. Da allora l’evento è cresciuto fino a comprendere commemorazioni in centinaia di città in tutto il mondo (per maggiori informazioni potete visitare il sito dedicato alla giornata: http://tdor.info/).
A Milano, presso la Casa dei Diritti, Via De Amicis 10, Milano, in occasione del diciottesimo TDOR, il Circolo culturale TBGL Harvey Milk organizzerà, Venerdì 18 Novembre alle 21, un dibattito sul tema della transfobia, al quale seguirà un candlelight in ricordo delle vittime.

Simposio si presenta


Simposio finalmente si presenta con gran piacere al pubblico Sabato 26 Novembre alle ore 17 presso il Circolo Culturale TBGL, Harvey Milk, nella sede Guado di Via Soperga 36, Milano. Simposio è una rivista cartacea, diretta da Danilo Ruocco, fondata nel 2013, che vede la collaborazione da parte di differenti redattrici e redattori e che vuole riprendere, come testimonia lo stesso titolo, il concetto di confronto conviviale e di discussione approfondita e plurale su temi diversi, tutti inerenti la cornice macrotematica GLBT. La rivista parla di arti visive, società, cultura, letteratura, politica, diritti, identità di genere, storia, cinema, teatro, filosofia, musica, saggistica e tanti altri argomenti, coinvolgendo, come in un simposio di ellenica memoria in uno spirito di conviviavlità e di grande dialogo costruttivo e di crescita, persone intente a considerare l’importanza di discorrere sulla nostra contemporaneità. Vi aspettiamo a un appuntamento che vuole essere veicolo di conoscenza di un interessante laboratorio editoriale di grande qualità culturale e occasione per approfondire con il direttore e le persone che a esso collaborano le tematiche che abbiamo affrontato e che affronteremo all’interno di un periodico che si pone futuri importanti obiettivi redazionali.

Direttivo 15 novembre

Dalle 19 alle 22 è convocato, in via soperga 36, sede “guado”, a Milano, il direttivo del Milk.
Vi aspettiamo numerosi.

Segue Ordine del Giorno:
- Teatro Milk
- Consulta Milano Laica: punto della situazione
- Cena Sociale come evento di socializzazione tra utenti dei vari progetti: appoggiarci ai cuochi del guado?
- Assemblea di gennaio: modifiche statutarie e rinnovo direttivo
- Elezione nuovo addetto Social/Pubblicizzazione
- Nuovo progetto rivendicazione non binaria presentato da Monica
- Riflessione sul cambiamento dell’utenza milk dopo sesto san giovanni
- Nuovi e vecchi consiglieri: responsabilità e mansioni
- Mercatini per persone T, proposti da brattoli
- Evento in memoria di Deborah Lambillotte a dicembre
- Convenzione proposta da Cinzia
- Tavolo Arcobaleno: punto della situazione
- Gestione sede

A occhi aperti nella morte

“Non essendoci più gli dei, e non essendoci ancora Cristo, c’è stato, da Cicerone a Marco Aurelio, un momento unico in cui è esistito solo l’uomo.” Da questa citazione di Gustave Flaubert scaturì una scintilla preziosissima per Marguerite Yourcenar (Bruxelles, 1903 – Mount Desert, 1987).


Mente brillante, educata da un padre singolarmente preoccupato della sua istruzione, visse da viaggiatrice e fu la prima donna a far parte dell’Académie française (1980). Alla propria straordinaria cultura, univa l’irrequietudine sentimentale ed esistenziale. Attratta dalla vita notturna, amava sedurre. Ebbe diverse relazioni con donne, fra cui la greca Lucy Kyriakos. La compagna di vita fu però la statunitense Grace Frick, che tradusse in inglese i romanzi della Yourcenar. Al nome di Marguerite sono legati anche i nomi di tre uomini omosessuali, di cui lei si innamorò (non corrisposta): il suo editore, l’altero André Fraigneau; il poeta surrealista e psicanalista Andreas Embirikos; lo studente Jerry Wilson.
L’erudizione e la sensualità della Yourcenar si condensano in mirabile sintesi nel suo capolavoro, “Mémoires d’Hadrien” (1951). La prima bozza dell’opera risale al 1924, anno in cui l’autrice visitò Villa Adriana a Tivoli. Ebbe allora inizio una gestazione letteraria lunga e discontinua, che fece di questo romanzo una sorta di tela di Penelope. La ricostruzione psicologica e storica della figura dell’imperatore romano Adriano (117-138 d.C.) richiedeva infatti la piena maturità intellettuale dell’autrice.
Il romanzo si configura come un lungo memoriale, indirizzato dal protagonista a Marco Aurelio e articolato in sei sezioni dai titoli latini. Far parlare un personaggio maschile sarebbe stato, per la Yourcenar, più facile che dar voce a uno femminile. Scriveva Marguerite nei propri appunti: “La vita delle donne è troppo limitata, o troppo segreta. Che una donna si racconti, e il primo rimprovero che le verrà fatto sarà di non essere più donna.” La scrittrice mal sopportava, inoltre, sia che si vedesse nell’Adriano-personaggio un suo “alter ego”, sia che ci si stupisse della “lontananza” del soggetto: “Lo stregone […] al momento d’evocare le ombre sa che esse non obbediranno al suo richiamo se non perché leccano il suo stesso sangue. Sa anche, o dovrebbe sapere, che le voci che gli parlano sono più sagge e più degne d’attenzione che le proprie stesse urla”. Affermava anche: “Ogni essere che ha vissuto l’avventura umana è me”.
Il “suo” Adriano, fin dall’inizio, vagheggia un “sistema di conoscenza umana basato sull’erotico, una teoria del contatto, in cui il mistero e la dignità altrui consisterebbero precisamente nell’offrire all’Io quell’appiglio a un altro mondo” (“Memorie di Adriano”, ‘Animula vagula blandula’). Per l’appunto, la ricostruzione letteraria dà spazio agli amori dell’imperatore con donne o con giovani. Nella sezione ‘Saeculum aureum’, è narrato il più celebre: quello che legò Adriano al suo favorito Antinoo, incontrato in Bitinia (regione dell’attuale Turchia sulle coste del Mar Nero). “Antinoo era greco […] Ma l’Asia aveva prodotto su quel sangue un po’ acre l’effetto della goccia di miele che turba e profuma un vino puro. Ritrovavo in lui le superstizioni di un discepolo di Apollonio, la fede monarchica d’un suddito orientale del Gran Re. La sua presenza era straordinariamente silenziosa: mi ha seguito come un animale o come un genio familiare. Aveva d’un giovane cane le capacità infinite di godimento e d’indolenza, la selvatichezza, la confidenza. Quel bel levriero avido di carezze e di ordini si coricò sulla mia vita. […] gli occhi più attenti del mondo mi fissavano in volto; mi sentivo giudicato. Ma lo ero come un dio lo è dal suo fedele […] Non sono stato padrone assoluto che una sola volta e d’una sola creatura”. Antinoo condividerà col più maturo amante i viaggi che hanno reso celebre quest’ultimo. Al fianco dell’imperatore, il pastorello diviene giovane principe. La presenza di Antinoo amplifica la vertigine che porta Adriano a sentirsi pari agli dei; l’auge in cui il protagonista si trova si riflette sul favorito, di volta in volta idealizzato come Ermes, come Bacco o come Eros. Si prepara quell’apoteosi realizzata dopo la morte di Antinoo e fonte delle sue molte effigi, insaziabilmente collezionate dalla Yourcenar. Del giovane, si sa che morì poco meno che ventenne nelle acque del Nilo. L’autrice sposa l’ipotesi che vede in ciò non un incidente, ma un sacrificio propiziatorio in favore di Adriano. L’Antinoo-personaggio s’immola silenziosamente, per aumentare gli anni della vita dell’imperatore e per salvare se stesso dalla temuta vecchiaia. Questo episodio porta per la prima volta l’Adriano letterario a contatto con l’orrore lucido e diretto della morte. I tentativi di riparare alla tragedia col culto funebre si mescolano alle riflessioni sull’amato, mai interamente conosciuto. “I miei stessi rimorsi sono divenuti, a poco a poco, una forma amara di possesso, un modo d’assicurarmi che sono stato fino alla fine il triste padrone del suo destino. Ma non ignoro che bisogna fare i conti con le decisioni di quel bell’estraneo che resta, malgrado tutto, ogni essere che si ama. […] Non ho il diritto di disprezzare il singolare capolavoro che fu la sua dipartita; devo lasciare a quel ragazzo il merito della propria morte.”
Il pianto d’un altro accompagna l’agonia dell’imperatore, che è anche il tramonto dell’epoca in cui “è esistito solo l’uomo”. Senza pagare tributo ad alcun dio, Adriano entra nella morte a occhi aperti, in modo eguale e contrario a quello di Antinoo. L’unica cosa a contare è questa: “Adriano, fino alla fine, sarà stato umanamente amato” (“Memorie di Adriano”, ‘Patientia’).

Marguerite Yourcenar, « Mémoires d’Hadrien » suivi de « Carnets de notes de Mémoires d’Hadrien », (“Collection Folio”), 1974, Éditions Gallimard. Traduzioni nostre.

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Lo strano caso di Bradamante, Fiordispina e Ricciardetto

Che Ludovico Ariosto (1474-1533) cantasse “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori” è risaputo. Meno risaputo è che l’ “Orlando Furioso”, fra gli amori narrati, ne comprende uno nato dall’ambiguità sessuale. La vicenda è contenuta nel canto XXV; è raccontata da Ricciardetto, fratello e sosia della guerriera Bradamante.
Lei, ferita, si fermò a riposare presso una fonte, in un bosco. Mentre dormiva, sopraggiunse Fiordispina di Spagna, impegnata in una battuta di caccia.

“E quando ritrovò la mia sirocchia
tutta ricoperta d’arme, eccetto il viso,
ch’avea la spada in luogo di conocchia,
le fu vedere un cavalliero aviso.
La faccia e le viril fattezze adocchia
tanto, che se ne sente il cor conquiso…”

(XXV, 28)

Scoppiò così una passione improvvisa e ardente, fondata su un equivoco.
È comprensibile l’imbarazzo di Bradamante, amata per l’uomo che non è. Ancor più comprensibile è lo sgomento di Fiordispina, coinvolta in un amore saffico senza neppur sapere che potesse esistere. I suoi sentimenti appartengono a un ordine di realtà che il suo mondo non contempla. Svelata l’identità femminile di Bradamante,

“Per questo non le par men bello il viso,
men bel lo sguardo e men belli i costumi;
per ciò non torna il cor, che già diviso
da lei, godea dentro gli amati lumi…”

(XXV, 33)

Fiordispina non può né soffocare i propri sentimenti, né cancellare il proprio senso d’alienazione rispetto all’umanità e alla natura così come le conosce:

“«Se pur volevi, Amor, darmi tormento
che t’increscesse il mio felice stato,
d’alcun martìr dovevi star contento
che fosse ancor negli altri amanti usato.
Né tra gli uomini mai né tra l’armento,
che femina ami femina ho trovato:
non par la donna all’altre donne bella,
né a cervie cervia, né all’agnelle agnella.

In terra, in aria, in mar, sola son io
che patisco da te sì duro scempio;
e questo hai fatto acciò che l’error mio
sia ne l’imperio tuo l’ultimo esempio…»”

(XXV, 35-36)

In soccorso di Fiordispina, giunge (per l’appunto) Ricciardetto. Invaghitosi della fanciulla, il ragazzo sfrutta la propria somiglianza con la sorella Bradamante per sostituirsi a quest’ultima. L’inganno riesce. Fiordispina accoglie Ricciardetto calorosamente e lo fa adornare di abiti femminili. Arriva così anche per Ricciardetto il momento di sperimentare il potere dell’equivoco:

“…d’alcuni mi risi io più volte,
che non sappiendo ciò che sotto gonne
si nascondesse valido e gagliardo,
mi vagheggiavan con lascivo sguardo.”

(XXV, 56)

I tormenti amorosi di Fiordispina troveranno poi una soluzione che (a noi odierni) sa di “Viola di mare”. Ricciardetto si presenterà a lei come Bradamante mutata in uomo, per amor suo e per singolare grazia di natura. Né qui finirà la storia dei due giovani. Ciò che abbiamo letto è però un esempio sufficiente della filosofia con cui Ariosto guarda ai propri simili. Circa i sentimenti della principessa spagnola, non avanza giudizi o rivendicazioni. Si percepiscono solo la sana curiosità e l’empatia verso un caso che è bensì singolare agli occhi dell’autore, ma perfettamente comprensibile, in un universo ove regnano l’Eros e l’Illusione. La vicenda di Fiordispina è un’ulteriore occasione per ritrarre l’essere umano nella propria fragilità e imprevedibilità, che rompono ogni schema di giudizio precostituito. Così come avviene nel nome stesso della fanciulla, nella vita non sempre è possibile “partir la rosa da le spine” (XXV, 34). Felice è chi sa addentrarsi nella realtà accettandola nella sua inafferrabilità e complessità. Per questo, Ariosto fa dire a Ricciardetto:

“Io non credo che fabula si conte,
che più di questa istoria bella fosse.”

(XXV, 27)

Ludovico Ariosto, “Orlando Furioso”, a cura di Cesare Segre, Milano 1990, Oscar Mondadori.

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Morire di bellezza

Lui si chiama Dorian: ovvero, “dorico”. Fin dal nome, rimanda all’universo estetico greco, quello che ha esaltato –fra l’altro- la bellezza efebica.

Il ritratto di Dorian Gray (1891) è l’unico romanzo lasciatoci da Oscar Wilde (1854 – 1900): autore bensì prolifico, ma di racconti, poesie, pièces teatrali. Non amava la narrativa di ampio respiro. Anche Il ritratto di Dorian Gray fu composto per inserzione successiva di capitoli, necessaria a raggiungere la lunghezza voluta dall’editore. Il risultato, però, non è meno apprezzabile per questo. Esso è descrivibile con un’espressione impiegata da Lord Henry Wotton nel romanzo medesimo: “piacevole come un tappeto persiano e altrettanto irreale” (cap. 3).
La narrazione si apre nello studio del pittore Basil Hallward, un moderno sileno rozzo d’aspetto e colmo di bellezza nell’anima. Buona parte di questa bellezza si è trasfusa nel ritratto appena completato, espressione della sua idolatria verso Dorian Gray. Come già detto, il giovane modello è accostato a una grecità idealizzata. Lui è un “Adone, che sembra fatto di avorio e petali di rosa […] un Narciso” (cap. 1). Basil l’ha già ritratto “come Paride in un’armatura splendente e come Adone in mantello da caccia e con uno spiedo lucente. Coronato di grevi fiori di loto […] sulla prua della nave di Adriano, in contemplazione del Nilo torbido e verde […] sul bordo di un calmo laghetto in qualche bosco greco…” (cap. 9). Dorian appartiene dunque al mondo degli efebi cantati dai lirici greci antichi e scolpiti nel marmo. L’infatuazione di Basil per lui è lo stesso percorso dallo sconvolgimento dei sensi alla ricerca di bellezza ideale teorizzato da autori come Platone: “Guardai alle mie spalle e vidi Dorian Gray per la prima volta. Quando i nostri occhi si incontrarono, sentii che stavo impallidendo. Una curiosa sensazione di terrore mi sopraffece. Seppi che ero giunto faccia a faccia con qualcuno la cui sola personalità era così affascinante che, se glielo avessi permesso, avrebbe assorbito tutta la mia natura, tutta la mia anima, la mia stessa arte. […] Qualcosa sembrava dirmi che ero sull’orlo di una terribile crisi nella mia vita. Avevo lo strano sentimento che il Fato avesse in serbo per me squisite gioie e squisiti dolori” (cap. 1).
Questo sentimento misterioso e totalizzante non è esente da una forma di gelosia, nel momento in cui Dorian medita di prender moglie: “Il pittore era silenzioso e preoccupato. Era calata un’ombra su di lui. Non poteva sopportare quel matrimonio, eppure gli sembrava migliore di tante altre cose che sarebbero potute succedere. […] Uno strano senso di perdita lo sopraffece. Sentiva che Dorian Gray non sarebbe più stato per lui tutto ciò che era stato in passato. La vita si era interposta fra loro… I suoi occhi si offuscarono […] gli sembrò d’essere invecchiato d’anni” (cap. 6).
La passione dell’artista per l’efebo genera –come si è visto, il Ritratto eponimo: perno della vicenda, idolo della religione del Bello e unico vero vincitore, nel vortice di naufragi che segue. Il pittore morirà per aver visto in volto l’anima trasfusa nel Ritratto. Dorian morirà perché meno vivo di esso. A persistere e trionfare sarà solo l’Arte. Lo insegna una vicenda di raffinato omoerotismo, a cui Wilde ha affidato il manifesto delle luci e delle ombre dell’Estetismo.

Oscar Wilde, The Picture of Dorian Gray and Other Writings, introduction by Richard Ellman, New York 2005, Bantam Classic. Traduzioni nostre

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

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