Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…
Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.
ASSASSINA (Loretta Goggi)
Il mio prossimo amore – 1981
ARRIVEDERCI STELLA DEL NORD (Loretta Goggi)
Pieno d’amore- 1982
Ahi ahi, signora Goggi… anche lei mi è caduta sul gay!
Eggià, proprio lei, la Loretta nazionale, colei che ispirò il titolo di questa rubrica, che era l’unica soubrette italiana che sapeva cantare, ballare, recitare, imitare e presentare, non ha saputo resistere alla tentazione della canzone omosex.
E lo ha fatto per ben due volte!
La prima fu nel 1981, a pochi mesi dal trionfo sanremese che la vide classificarsi seconda con “Maledetta primavera”, quando lanciò il disco “Il mio prossimo amore”.
La seconda traccia del disco si intitolava “Assassina” ed era un brano scritto per lei da Rettore (anche lei un’altra habitué della tematica).
La Goggi si era presa una bella sbandata per un amico gaio (chissà perché certe donne hanno questo vizietto) che, logicamente, non corrispondeva.
“Non che io sia assassina, maliziosa, curiosa di amori un po’ strani”, cantava la nostra amica che, però, un po’ di morbosità di fondo ce l’aveva tanto da aggiungere subito dopo “non che io sia perversa, morirei piuttosto che ferirgli le mani”.
Chissà perché le mani, poi. Forse perché bisognava fare la rima baciata?
Fatto sta che, insomma, la Loretta con la O (come cantava anni prima parafrasando Liza Minnelli) dapprincipio vorrebbe “scoprire un mistero, un altro tipo d’amore”, dall’altra parte sa di non potersi esporre troppo perché “lui non mi avrebbe capita, mi avrebbe guardata chiedendomi se ero cambiata”.
E infatti ciò che lei prova per l’amico è effettivamente un sentimento nuovo ma… “lui, non per me, magari lui per me”. Proprio come Jennifer Aniston in “L’oggetto del mio desiderio”, anche la Goggi si becca un sonoro due di picche.
Le va un po’ meglio l’anno dopo con una bella ragazza nordica grazie alla canzone “Arrivederci, stella del nord” contenuta nell’album “Pieno d’amore”.
Qui la Goggi instaura un “menage a troi” con una lei “straniera, cervello e corpo senza frontiera” e un lui “che allora non era a tempo pieno con me”.
Loretta “curiosa di andare fino in fondo alla cosa” si gode questo triangolo con qualche piccolo senso di colpa (“ma che posso farci se mi andava di starci”) salvo poi mollare il colpo e darsi alla monogamia eterosessuale.
“Arrivederci stella del nord, dolce sorella di un dolce amarcord”.
Federico Fellini sarebbe andato in sollucchero di fronte a questa rima.
La povera ragazza venuta dal freddo, invece, ci sarà rimasta malissimo dato che viene allegramente scaricata con una frase nemmeno troppo gentile: “Arrivederci, non si sa mai che cambio casa e che tu non lo sai”.
Così la Goggi può far perdere le sue tracce (non dimentichiamoci che eravamo in un’epoca pre-Facebook) e tornare a godersi con la coscienza tranquilla la sua normalità casalinga, una volta archiviata la parentesi gaia.
Peccato però che non basti dire “ciao straniera, ti penso e forse è l’ultima sera” per poter archiviare definitivamente una pulsione che ti ha preso anima e corpo.
Magari la straniera tornerà a trovare la Goggi di notte, quando le autodifese scendono e nessuno può tenere sedati troppo a lungo i propri fantasmi.
L’anno successivo, nel suo singolo “Una notte così” (sigla di “Loretta Goggi in quiz”), la soubrette cantò “noia in stereofonia, lui non ha fortuna con me… volo via a far l’amore con te”.
Forse intendeva dire che aveva preso un aereo low cost per il Nord Europa?
Scherzi a parte, io amo la Goggi.
Non molto tempo fa è stata colpita da un grave lutto (è morto Gianni Brezza, suo compagno di vita dal 1979). In un suo spettacolo di qualche anno fa, Loretta disse che la canzone del suo repertorio che amava di più era “L’aria del sabato sera” perché era la sigla di quel primo Fantastico che lei fece con Beppe Grillo e Heather “Disco bambina” Parisi in cui conobbe Brezza.
Mentre la cantava, sullo sfondo veniva proiettato uno splendido primo piano in cui c’erano lei e Brezza di profilo, giovani e bellissimi, con i due nasi che si sfioravano.
Ecco, a me piace ricordarli così.
9 Zone contro l’omofobia, serata conclusiva
E’ al via a Milano “9 Zone contro l’omofobia” una proposta di Agedo in collaborazione con gli Assessorati al Decentramento e alle Politiche Sociali col patrocinio delle Zone.
Dal 17 aprile, serata di apertura, al 17 maggio, giornata mondiale contro l’omofobia, nove appuntamenti con la proiezione del documentario “Due volte genitori”, incontri con i papà e le mamme di Agedo e con il regista, due presentazioni di libri e una tavola rotonda sulle buone pratiche per contrastare l’omofobia.
La pagina facebook è http://www.facebook.com/agedo9zone
“9 Zone contro l’omofobia” a Milano dal 17 aprile al 17 maggio
in tutte le serate verrà proiettato il film e saranno presenti l’autore e i genitori Agedo
- martedì 17 aprile ZONA 6, Teatro Edi Barrio’s
via Barona angolo via Boffalora, ore 20.45
Serata di apertura, con brindisi di benvenuto offerto ai presenti
Intervengono Anita Sonego (Presidente Commissione Pari Opportunità del
Comune di Milano), Gabriele Rabaiotti (Presidente CDZ 6), Emanuele Nitri (Referente UNAR per la Lombardia)
- giovedì 19 aprile ZONA 5, presso CAM Tibaldi
viale Tibaldi 41, ore 20.45
- giovedì 26 aprile ZONA 7, auditorium CAM Olmi
via delle Betulle 39, ore 20.45
- giovedì 3 maggio ZONA 1, CAM Garibaldi
c.so Garibaldi 27, ore 20.45
- martedì 8 maggio ZONA 9, sala Biblioteca Dergano-Bovisa
via Baldinucci 76, ore 20.45
- giovedì 10 maggio ZONA 2, ex chiesetta Parco Trotter
via Giacosa 46, ore 20.45
- domenica 13 maggio ZONA 4, evento speciale alla Palazzina Liberty
PALAZZINA LIBERTY largo Marinai d’Italia
Ore 18.30 tavola rotonda “Le buone pratiche per contrastare l’omofobia. Quali servizi e quali iniziative per una Milano che non ha paura delle differenze”.
Saluto di Agnese Canevari, UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali.
Ci parleranno dell’esempio torinese e delle proposte per Milano Pierfrancesco Majorino (Ass.alle Politiche Sociali), Daniela Benelli (Ass. al Decentramento) Anita Sonego (Presidente Commissione Pari Opportunità), Maria Cristina Spinosa (Ass.alle Pari Opportunità della Città di Torino), Roberto Emprin(Servizio LGBT Città di Torino).
Margherita Graglia, psicologa e psicoterapeuta, presenterà il libro “Omofobia. Strumenti di analisi e di intervento”.
Conduce Paolo Hutter.
Con l’adesione del Coordinamento Arcobaleno LGBT milanese.
Ore 20.30 aperitivo insieme ai genitori Agedo
Ore 21.00 Saluto di Loredana Bigatti (Presidente Consiglio di Zona 4) e Francesco Mapelli (Presidente Commissione Politiche Sociali CDZ 4). Proiezione del film “Due volte genitori”, seguito da incontro con il regista Claudio Cipelletti, i genitori e Rita De Santis (presidente Agedo Onlus).
- martedì 15 maggio ZONA 8, Villa Scheibler
via Felice Orsini 21, ore 20.45
- giovedì 17 maggio, ZONA 3. GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO L’OMOFOBIA
ore 20.00 serata di chiusura, Auditorium Valvassori Peroni.
Presso Biblioteca Zona 3, via Valvassori Peroni 56
Dopo la proiezione del film interverranno Federico Ferrari e Jimmy Ciliberto,
coautori con Paolo Rigliano del libro “Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità”
Contro l’omotransfobia, pedala!
Viaggio rainbow in Israele aspettando di assaggiare le vibrazioni gay di un paese accogliente
“Gli israeliani hanno veramente accettato gli omosessuali come dato di fatto … e se accetti i gay come dato di fatto, rimane solo qualche barriera sociale da superare… Quando sono arrivato qui per adattare una serie televisiva, lo sapevano che ero gay” ha affermato il regista israeliano Uchovsky, una delle firme più conosciute di una cinematografia post moderna all’avanguardia sullo scenario internazionale, emozionante, di contenuto e dall’impatto estetico unico. Qualcuno ha potuto affermare come Israele abbia garantito la costituzione di una società imperniata sui valori di integrazione e di pari opportunità e garanzie per le persone a orientamento lgbt. E questo qualcuno, di solito, non si trova isolato e solo nel suo parere, ma affiancato da una cultura che dagli anni 80, inizio della “rivoluzione gay”, a oggi ha visto questo Paese diventare uno degli stati in cui “è bello essere gay”, citando sempre lo stesso regista. Israele è una vera e propria enclave in un Medio Oriente spesso intollerante e integralista religioso tale da esprimere la più odiosa manifestazione di omofobia nei riguardi del “diverso”, nelle più moderate aspettative oggetto di angherie e di violenze, quasi sempre vittima di soprusi e di aggressioni, nonché di condanne penali detentive o, come il caso iraniano, capitali.
“Gli artisti hanno preso in mano la situazione alla fine degli anni ’80 e le persone si sono convinte ad andare nei tribunali per combattere la discriminazione” considera Pinkes, consigliere della città di Tel Aviv e portavoce delle relazioni LGBT per il sindaco, una delle città paragonabile a una nuova San Francisco degli anni d’oro di Castro Street e del grande movimento di emancipazione sessuale e civile degli anni 70.
Il Comune israeliano, vera capitale civica di uno stato piccolo ma denso di contaminazione sociale, è da tempo attento ad attivare canali e strumenti adeguati a prevenire e reprimere ogni espressione omofoba e discriminatoria, nonché a provvedere a istituti utili a garantire la pari dignità e l’eguaglianza tra i cittadini, a prescindere dall’orientamento di questi. Non solo, ma occorre affermare quanto la grande metropoli dallo stile “europeo” abbia fatto della promozione dei diritti un trampolino di lancio per investire nel settore turistico a tematica lgbt. Non è mera volontà commerciale di battere cassa a favore dello stesso ente o delle associazioni coinvolte. È, questa, una conseguenza naturale di un sostrato sociologico dove le differenze diventano ricchezza. Esiste ancora in Israele un’area estremista ortodossa di religiosi che non concepiscono l’omosessualità: questa minoranza è netta ed è mantenuta esterna da ogni influenza politica e istituzionale funzionale a scardinare quelle basi valoriali di una civiltà progredita dal punto di vista liberale e del rispetto dei diritti fondamentali del singolo individuo. I fanatismi teocratici mediorientali, che antepongono la massa all’autoaffermazione del singolo individuo, sono tenuti lontani mantenendosi, così, pure esternazioni parossistiche poco rilevanti: ricordiamo un episodio drammatico, quello dell’agosto 2010, in cui un terrorista fece strage all’interno di uno dei locali gay più storici di Tel Aviv, “Agudah”, “associazione israeliana per i diritti del singolo”, dove morirono due attivisti e furono ferite diverse persone. Così come ricordiamo la gay parade di qualche anno fa quando un integralista ebreo ferì a pugnalate tre partecipanti a una delle manifestazioni più importanti nel panorama internazionale. Questi episodi furono non solo condannati, ma anche perseguiti da parte delle autorità giudiziarie, e fortemente denunciati in modo unanime da tutte le rappresentanze politiche, in primis il capo dello stato e il presidente del consiglio israeliani, i quali, il giorno dopo l’attentato sanguinario al locale, organizzarono una mobilitazione sociale fortemente partecipata dove ebbero occasione di ribadire come simili crimini non potessero scalfire l’identità di un paese attento ai diritti del singolo essere umano e della libertà civile. Nell’esercito israeliano, in tempi in cui anche negli Stati Uniti vigeva la norma consuetudinaria del “don’t ask don’t tell”, ossia l’impossibilità per un soldato di esprimere liberamente la propria omosessualità, la questione gay si è evoluta tanto da vedere generali dell’esercito incitare le reclute a sbrigarsi rivolgendosi loro, in tono scherzoso, al femminile. È interessante riportare un aneddoto che assume significato esemplificativo di un contesto fortemente tollerante e integrante, in altri paesi, invece, ancora fortemente omofobo ed escludente. Il 13 e il 14 marzo 2006 durante la festa del Purim, carnevale ebraico, il reparto più “rainbow” dell’esercito israeliano, reparto 8200 di Tsahal, ha indetto un concorso per la più bella drag queen tra i soldati, dove quella dal costume più sgargiante e scintillante, indossato su strepitosi tacchi a spillo e con succinte ed eleganti minigonne e fantasmagoriche parrucche, avrebbe avuto un riconoscimento. Altri tempi rispetto a quelli narrati nell’opera del regista Fox, “Yossi and Jagger”, dove i protagonisti sono due militari gay che devono vivere di nascosto il proprio amore e la propria passione in una trincea nemica e alienante. Quella situazione è ormai parte di un passato che ha visto un superamento grazie anche all’uso culturale e sociale della pellicola.
Il rispetto, quindi, come dice Angelo Pezzana, è la “parola magica” di un luogo dove spiagge, bar, locali notturni, ristoranti sono poli di attrazione aggregativi di una comunità mondiale di turisti, non privi di interesse culturale misto a curiosità di conoscere dal vivo una realtà spesso filtrata da una comunicazione mediatica di massa generalizzante e poco puntuale. La vera caratteristica di Israele, il suo bel volto in uno dei contesti più affascinanti del Medio Oriente, viene vissuta e agita grazie al progetto proposto da Angelo Pezzana, il cui “scopo è far conoscere Israele ai gay e alle lesbiche italiane, impegnati nel movimento e non”, scrive nella presentazione, e di dare avvio a “un approccio fuori dagli schemi verso un paese molto noto ma poco conosciuto”. Dal 23 al 30 agosto si terrà in diverse città israeliane un vero e proprio tour che potrà portarvi in diversi contesti e prendere contatto con altrettanto diverse realtà interne a un mondo e universo ricco e molteplice di liberazione ed emancipazione dell’individuo. Conoscere la cultura di questo Paese è uno degli obiettivi promossi dalle istituzioni tanto da vedere qualche anno fa Ivrì Lider, uno dei più noti giovani cantanti israeliani, andare in differenti campus americani, dove la sua fama acquisisce livelli incommensurabili, per parlare della situazione israeliana, senza pregiudizi e senza approcci ideologici, in cui le persone lgbt sono considerate cittadine complete. La destra al governo ha avuto occasione di realizzare un passo in avanti rendendo nella propria piattaforma politica l’affermazione dei diritti delle persone lgbt. Tant’è che sono diverse le storie e le esperienze di cittadine e cittadini palestinesi e di altri stati mediorientali che cercano e chiedono, spesso ottenendolo, rifugio umanitario in Israele.
Il riconoscimento della pari dignità di tutti gli esseri umani e i diritti delle persone lgbt e della loro emancipazione sono principi fondamentali che hanno visto, qualche anno fa al Gay Pride di Colonia, sfilare insieme profughi persiani, sotto le bandiere del proprio paese prima della rivoluzione integralista komeinista, con la delegazione israeliana del movimento lgbt: un evento, questo, che è quasi messaggio di pace e fratellanza tra due governi e due stati spesso in conflitto e fortemente ostili. Un esempio è questo di come spesso la società civile possa essere stimolo e monito per governanti e amministratori, afflitti da una cecità e spesso da preconcetti dalle drammatiche conseguenze.
In quella circostanza il messaggio di amicizia tra i cittadini di stati da sempre avversi per motivi politici, che niente hanno a che vedere con l’universalità dei diritti, che sono prepolitici proprio perchè umani, ha contaminato anche altre delegazioni presenti al Pride di Colonia, tra cui quella russa e quella ucraina.
L’integrazione tra i popoli è, quindi, possibile se passa dall’affermazione del valore dell’essere umano. È quanto dice, per esempio, lo stesso regista Eytan Fox, in merito all’accusa di collaborazionismo con un governo spesso oggetto di denunce: “il fatto che i miei film abbiano successo all’interno dello stato israeliano mi dà la speranza che un giorno potremo accogliere ‘l’altro’, il diverso”, aggiungendo “quando stavo crescendo qui in Israele ed ho iniziato a fare cinema, ‘l’altro’ inteso come gay era trattato alla stregua del palestinese o dell’arabo”. “Quindi – conclude Fox – forse sono troppo ottimista ma sento che la capacità di amare personaggi gay un giorno diventerà anche la capacità di capire e condividere i nostri vicini, ora nemici ma in un probabile futuro amici [cioè i palestinesi].”
E’ necessario sottolineare, e quanto mai sarà possibile verificarlo durante il lungo soggiorno predisposto da Angelo Pezzana, quanto ormai l’omosessualità in Israele sia considerabile come dato di fatto, primo passo per abbattere ogni barriera sociale ancora esistente per una piena affermazione dell’integrità di qualsiasi cittadino.
Israele vanta dell’unica cantante transeussale vincitrice dell’Eurofestival, Dana International, più volte costretta ad annullare propri tour per pressioni ideologiche di avversione allo stato di Israele, così come qualche anno fa le stesse autorità madrilene non permisero la partecipazione della delegazione del movimento lgbt israeliano per futili e generici motivi di sicurezza.
Sono, queste, manifestazioni puerili difronte alla forza e alla rilevanza della cultura e del confronto visti come ponte di dialogo, soprattutto quando l’accettazione e la non discriminazione sono presupposti di superamento di odi e di avversità integraliste e spesso preventive e prevenute. Yossi Levy, espressione importante del ministero degli esteri israeliano, parla di Israele come “l’unico paese in tutto il Medio Oriente dove si tengono parate Gay Pride, dove gli omosessuali sventolano le loro bandiere e godono di diritti e rispetto”. Tel Aviv riassume su di sé questa valenza divenendone quasi esempio reale di un clima rilassato e informale della vita di tutti e dove i punti di aggregazione più moderni e piacevoli sono i locali lgbt che danno una tonalità frizzante ed effervescente alla vita notturna. 70000 i partecipanti all’ultimo Gay Pride nella città capitale culturale di Israele: ed è questo un dato che conferma come questo paese investa molto in un ambito spesso disconosciuto, ignorato, tante volte minato dalla violenza omofoba in altri contesti geografici, mediorientali ma anche europei, da cui il nostro paese non ne è escluso.
Possiamo concludere pensando che sabato 26 maggio sarà importante e interessante nella sede della nostra associazione Milk, in Via Soperga 36 a Milano, ospitare Angelo Pezzana per tuffarci in un panorama a noi spesso ignoto a causa di preconcetti che assumono configurazioni emarginanti e di chiusura, di frazione e di divisione preconcetta. Sarà, quindi, occasione questa di assaggiare quella vibrazione gay che solo Tel Aviv e altre città israeliane possono garantire in un’analisi laica e non manichea di una realtà sociale complessa quanto attraente.
Friendly Israele
Friendly Israele
Alla scoperta della realtà GLBT israeliana
Sabato 26 maggio ore 17:00
Ospite Angelo Pezzana
Milk c/o Il Guado via Soperga 36 Milano per maggiori informazioni info@milkmilano.com
Cena con il Milk! 20 maggio 2012
Domenica 20 maggio 2012 ore 20.30 Cena con il MILK!
Il menù comprende
- Antipasti
- Primo
- Secondo
- Dolce
- Bevande & caffè
Per prenotare manda una mail all’indirizzo cena@milkmilano.com indicando sempre un recapito (cellulare) oppure chiamando o mandando un SMS al 347 3022031 (se possibile chiamate dopo le 21)
Il temine per mandare le vostre adesioni è venerdì 18 maggio
da RiDVDere
La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.
LA PATATA BOLLENTE (1979)
di Steno
con Renato Pozzetto, Massimo Ranieri, Edwige Fenech
Piatto ricco mi ci ficco.
Dopo il successo planetario ottenuto nel 1978 da “Il vizietto”, primo film che sdoganava le coppie omosessuali iniziando a parlare (sia pure molto alla lontana) di famiglie allargate, ecco che anche l’Italia saltò sul treno rosa della gayezza con un film piacevole, divertente e tutt’altro che stupido.
Gli ingredienti per fare un buon prodotto c’erano tutti: un regista esperto di commedie all’italiana (il grande Steno, più di 70 film in 40 anni di attività e padre dei fratelli Vanzina), l’attore più di cassetta di quel periodo (Renato Pozzetto) un’attrice che era il desiderio proibito di milioni di italiani (Edwige Fenech) ed un cantante tutto “anema e core” che aveva dimostrato di cavarsela bene anche sul set (Massimo Ranieri).
Fu così che nel 1979 giunse sugli schermi “La patata bollente”, film che univa la satira politica ad una nuova visione della sessualità.
Era molto divertente soprattutto vedere come ai tempi la sinistra era tutto fuorché progressista (non dimentichiamo che Pasolini venne ostracizzato dal Partito Comunista per via delle sue preferenze sessuali) e come gli operai ai tempi vivevano il sogno di quella “Madre Russia” che, nel giro di dieci anni, avrebbe dovuto miseramente capitolare ed arrendersi alle logiche capitalistiche dell’occidente.
In tutto questo si infilava anche il mito del “macho” nostrano che rendeva difficile ad un uomo etero dichiarare pubblicamente le proprie simpatie nei confronti dei diversi.
Il film ebbe un grosso successo di pubblico ed anche la critica si dimostrò più benevola di quanto solitamente fosse nei confronti di queste commedie all’italiana.
Bernardo (Renato Pozzetto) è un operaio sindacalista pacifista, per questo motivo soprannominato Gandhi, che vive per la falce e il martello. Ha una bella fidanzata, Maria (Edwige Fenech) e la passione per il pugilato. La sua esistenza tranquilla e un po’ monotona viene sconvolta la sera in cui salva un giovane gay, Claudio (Massimo Ranieri), dalle grinfie di un gruppo fascista.
In breve tempo i due uomini diventano amici, scatenando così pettegolezzi e maldicenza da parte di amici, colleghi e portiera, mentre la povera Maria, che non capisce più tanto bene che cosa sta succedendo, arriva perfino ad improvvisare uno spogliarello alla Rita Hayworth pur di testare la virilità del suo amato bene.
Bernardo non riesce a capacitarsi del fatto che i gay siano invisi sia ai comunisti che ai fascisti e inizia una sua personale battaglia a favore della discriminazione.
Ma il coraggio e l’amicizia non sono sufficienti a combattere l’ignoranza e l’ottusità di un mondo che si dichiara progressista solo a parole.
Alla fine sarà Claudio a risolvere la situazione, scatenando in Bernardo una reazione che lo riabiliterà agli occhi dei compagni di partito.
Finale in trasferta ad Amsterdam, dove ognuno sarà finalmente libero di essere se stesso e di posare per una bella foto di famiglia.
È innegabile che, oggi, “La patata bollente” dimostri i segni del tempo. Ciò non toglie che il divertimento è assicurato, nonostante i trenta e passa anni di età.
Pozzetto e Ranieri sono bravi e in parte, l’affiatamento sul set è tangibile e la scena del loro tango mantiene ancora intatta la sua “vis comica”.
Anche l’algida Edwige Fenech in questa prova è convincente, riuscendo a mescolare bellezza, ironia e spontaneità.
Perciò è un film assolutamente da recuperare, anche perché riuscì a trattare un argomento non facile senza mai cadere nel sensazionalismo o nella volgarità.
Una piccola curiosità: nel film c’è una canzone, “Tango diverso”, che ai tempi venne scritta da un grande musicista, Totò Savio, morto nel 2004. Egli fu il fondatore dei mitici Squallor insieme a Giancarlo Bigazzi, altro grandissimo autore mancato pochi mesi fa.
La canzone fu scelta come inno del Gay Pride che si tenne a Bologna nel 2008.
Disponibile in DVD. Distribuzione Medusa Video.
Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…
Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.
C’E’ UN POSTO CALDO
(Faust’O)
Suicidio – 1978
Lo scrittore Carlo Castellaneta definiva beati gli anni ’50, io i ’70.
È vero, c’erano i fascisti e i comunisti che si ammazzavano nelle piazze, c’erano i rapimenti, i terroristi, le stragi di Stato. Però c’era anche nell’aria una gran voglia di cambiamento, non la rassegnata apatia che oggi sembra permeare tutto (musica in primis).
Caterina Caselli, che io tanto amai da bambino quando era ancora “Casco d’oro”, in quegli anni aveva fondato una piccola etichetta all’avanguardia all’interno dell’impero del marito Sugar che si chiamava “Ascolto” e che voleva lanciare sul mercato artisti considerati un po’ “outsider”. In quest’ottica, la Caselli fu la prima a far incidere un cantautore su una sedia a rotelle, Pierangelo Bertoli, mentre nel 1978 provò a lanciare un giovane cantante davvero fuori dagli schemi.
Si chiamava Fausto Rossi, in arte Faust’O, e si presentò al grande pubblico con un album dal titolo che era tutto un programma, “Suicidio”.
Io, ai tempi, avevo sedici anni. Quando vidi il disco in vendita alle Messaggerie Musicali, lo acquistai a scatola chiusa, tanto ero rimasto affascinato dal titolo (chissà perché tutti sono terrorizzati da questa parola? Io trovo il suicidio rasserenante e consolatorio come un’uscita di sicurezza in caso d’incendio) e dall’immagine di copertina, con il cantante in bianco e nero col volto emaciato e gli occhi pronti per il Paolo Pini.
Appena arrivato a casa misi il disco sul piatto e… voilà! Fu amore al primo ascolto.
La terza traccia del lato B del disco si chiamava “C’è un posto caldo” e mi colpì subito come uno schiaffo, non tanto per la violenza del testo (che mi arrivò in seguito) ma soprattutto per l’andamento ritmico schizofrenico e i toni acuti e deliranti con cui Faust’O la interpretava.
È la storia di un ragazzino che spia due compagni di classe masturbarsi sotto il banco.
La cosa, al momento, lo spaventa tanto da dire “quel giorno ho visto un mostro ma non l’ho detto mai!”
Perché un mostro? Forse perché il ragazzino fa fatica a confrontarsi con i suoi desideri repressi dovuti all’educazione ricevuta (“un bimbo distratto, distrutto dalle idee di papà”)?
Anni dopo, il ragazzo ritrova uno dei due compagni di classe e tra di loro esplode il desiderio.
“La lingua bagnata di dolce veleno mi penetrava”, canta Faust’O descrivendo una prima volta dai toni crudeli, senza nessuna forma di tenerezza o amore.
Il protagonista si sente sporco, sbagliato. Vorrebbe fuggire da quel letto di dolore ma il compagno lo blocca dicendogli “non si può tornare indietro quando vuoi”. E rincara la dose aggiungendo “ormai sei sporco come me”.
Questa visione dell’omosessualità come una specie di maledizione biblica era abbastanza tipica della mentalità bacata di un tempo, anche se temo che, in certi ambienti sottoculturati, ancora oggi le cose non siano poi così diverse.
“Resta, c’è un posto caldo, la gente fuori non capirà” sibila come un serpente l’amico tentatore. E Faust’O, ormai stigmatizzato nel corpo e nell’anima, si arrende all’amante-carceriere dicendogli “prendimi ancora se vuoi”, suggellando così la sua resa al fatto di essere un diverso.
Ma la frase più incisiva di tutto il brano è “non tornerai dal tuo Dio. O forse anche lui è come noi?”. Sembra quasi un anatema.
Non sono mai stato un cattolico osservante e me ne sono sempre abbastanza fregato di quello che la Chiesa potesse pensare di me (che è sempre meglio di quello che penso io di lei). Però mi rendo conto di quanto debba essere difficile per chi è religioso riuscire a convivere con i sensi di colpa causati dalla propria sessualità fuori dai binari.
Come sarebbe bello se tutti arrivassero a capire che aveva ragione la mia amata Berté quando, nella sua splendida “Anima vai”, cantava “sulle vergogne di amori strani che al contrario sono solo umani”!
Purtroppo “Suicidio” non diede al cantautore di Sacile il successo che si sarebbe meritato.
Però è un disco che andrebbe recuperato, se non altro per il suo spirito pionieristico.
Al di là del singolo, intitolato “Benvenuti tra i rifiuti”, voglio segnalare “Godi”, con un testo del grande e compianto Oscar Avogadro.
“Godi però di nascosto nel cesso o nel bosco, nell’ultimo posto in cui Dio ti vedrà”.
Oppure “ma non farti mai vedere dietro i banchi di una chiesa mentre ti masturbi in allegria”. Sembra proprio che il Padreterno ossessioni la vita sessuale del nostro Faust’O.
Per non andare fuori tema, ecco una frase ad hoc per la nostra rubrica: “non provare
inclinazioni, non avere tentazioni che non si accontentino di lei”.
Bisex di tutto il mondo, siete avvisati!
Nebojsa Zdravkovic: artista oltre all’impressionismo dall’intensità erotica
Avrete sicuramente negli occhi le tinte sommerse, a volte già espressive delle sensazioni che la visione di un oggetto, di un paesaggio, di un interno o di una persona può apportare comunicando attraverso essa la poetica dell’artista, di un Monet, di un Cezanne, di Degas.
Soffermarsi a guardare queste tre firme porta a una contemplazione avvincente di un movimento artistico che ha segnato le pagine della storia dell’arte moderna: l’impressionismo.
Il termine è stato coniato dal critico d’arte Louis Leroy nel definire un’esposizione Exposition Impressioniste, il cui nome venne suggerito dal titolo di un’opera di Monet, “Impression, soleil levant”.
Facciamo un parallelo e caliamoci nella nostra contemporaneità, non priva di figure notevoli nel panorama figurativo pittorico di carica e caratura omoerotica maschile.
Nebojsa Zdravkovic è nato a Belgrado nel 1959, autore serbo, che ha potuto vivere le contraddizioni esplosive e spesso tragiche di una terra afflitta da contrasti e da eterni conflitti, in cui non è assente quell’umanità e quella determinazione delle persone a riscattare sé stesse e la comunità di cui fanno parte da una storia spesso ostile e ingenerosa.
Qualcuno asseriva che “l’uomo colto é colui che sa trovare un significato bello alle cose belle”: parliamo di Oscar Wilde autore che dovette scontare pesanti conseguenze per questa sua libertà culturale e civile all’avanguardia rispetto ai suoi tempi. Possiamo dire che nei dipinti di Nebojsa Zdravkovic si percepisce quasi la forte consapevolezza narrativa e celebrativa che l’autore vuole imprimere nello sguardo attento dello spettatore, coinvolgendolo e disarmandolo difronte alla naturalezza quasi nuda della vita e di quello che questa può offrirci per apprezzarne l’intensità estetica ed erotica di soggetti visibili e percepibili. Ed è questo che rende l’autore ai confini tra un impressionismo tecnico e una liricità pittorica più complessa e superante questa categoria.
I personaggi nelle opere di Nebojsa Zdravkovic sono plastici seppure i contorni non siano marcatamente presenti. Non è, questo lato caratteristico dell’artista, segno di incertezza e di instabilità stilistica e compositiva del quadro ma, bensì, evidente capacità di padroneggiare sia l’esecuzione delle linee e delle figure sia la loro concezione, il loro concepimento.
Il pittore serbo nella sua ecletticità stilistica e contenutistica si pone fortemente al di fuori di quell’impostazione quasi educatrice e moralizzatrice tipica del realismo: non vuole ritrarre la realtà come vorrebbe che essa possa essere, magari sotto la guida di un futuro ideale da compiersi attraverso un’impostazione propedeutica della sua arte ma, bensì, vuole solamente rendere immortale quello che è destinato a decadere, fermando istanti di una quotidianità che spesso a noi sfugge. L’opera artistica è sufficiente a sé stessa per comunicare con lo spettatore, non necessita di altri supporti o finzioni metaforiche: e questo dato è presente in modo vivo nella sensualità dei corpi raffigurati.
Una pazzia direbbe un suo collega, seppure fotografo, Doysneau, ma questo parallelismo rende Nebojsa Zdravkovic quasi fotografo della realtà pur dimostrando di saper esprimere una poeticità tutta attenta a trarre beneficio dalla propria capacità di calibrare le infinite tonalità di colore, facendole cadere sulle forme sinuose e statuarie dei soggetti, quasi tutti maschili essendo pittore di arte omoerotica maschile, abbandonati nella propria fisicità, rapiti nella propria corporeità. I soggetti diventano i principali significati significanti di una centralità materiale palpabile e allo stesso tempo permeabile dallo sguardo introspettivo del visitatore.
Il colore è utilizzato in modo brillante, i contesti scenografici non ci stupiscono né ci immergono violentemente in dimensioni oniriche, mantenendoci nell’indeterminatezza finita o nell’infinita determinazione di una visione a noi familiare ma che si pone come lirica profonda. L’ambiente è quasi funzionale a risaltare la soggettività ritrattistica energica e discreta quasi incantevole dei giovani ragazzi protagonisti delle tele.
La sensualità è una delle sensazioni che traspare nell’ammirare uno dei tanti suoi ragazzi mentre guarda dalla finestra, volgendo a noi la propria schiena nerboruta e non fintamente muscolosa e il collo dalla monumentalità florida, voltato con disinibizione e disinvoltura, illuminato dalla luce che penetra, a volte timidamente, a volte in modo più diretto ma mai violento e invadente, la stanza e il suo stesso animo con una delicatezza tipica di una ricerca attenta e non eterodiretta della complessità umana, materiale e comportamentale. La nudità dei ragazzi di Nebojsa Zdravkovic
è semplice ed è in questa semplicità che si evidenzia l’immediatezza esaltante delle sue forme, come nel ragazzo sdraiato su una sedia in un soggiorno dalle tinte primaverili ma molto offuscate data l’esigenza di amalgamare perfettamente le diverse tonalità dei colori, rendendo la contemplazione del giovane il motore e il perno poetico dell’opera.
È quasi reale, sembrando una vera fotografia illustrata ed elaborata, il quadro che raffigura un ragazzo seduto o quello che vede il soggetto maschile sdraiato difronte con la sua possenza e monumentalità all’occhio del ritrattista, sempre con il distintivo sguardo riflessivo e rilassato, tale da rendere l’immagine spontanea, affascinante, intima e diretta, drasticamente semplice. Come ogni autore di influenza impressionista, Nebojsa Zdravkovic realizza le sue opere sul momento, “en plein air”, riprendendo quasi come un obiettivo fotografico la realtà nelle sue componenti e rielaborandola nella sua totalità, dando quel tocco estetico artigianale e manufatto dalla forte dinamicità.
Si parla delle sue opere come di messaggi artistici di una sensualità innocente, curiosa, mai maliziosa, non invasiva ma molto penetrante, in pose che sono innocentemente reali, senza orpelli barocchi che trascendano in composizioni stucchevoli ed esasperanti.
Nebojsa Zdravkovic si appropria del colore, del gioco magico quanto vivo e verisimile di luci e ombre. Le sue opere non accecano ma ti conducono in un’esplorazione erotica e sensuale dei soggetti maschili rappresentati, espressivi quanto originali per la loro sorprendente mobilità. È il continuo divenire della figura che fa sempre presupporre la non staticità del rappresentato, dando un’anima al ragazzo immortalato e dipinto, umana espressione dirompente tanto quanto essenziale. I colori sono sempre energici e infiniti nella loro gamma e nel loro alternarsi: ed è qui che il personaggio diventa percepibile pur mantenendo la delicatezza dei contorni mai prevalenti.
La volontà poetica dell’artista è riprendere i corpi nel loro movimento con un’attenta percezione dell’anatomia dei corpi sinuosi e giovani, freschi e guizzanti nella loro struttura muscolare.
La scelta di utilizzare colori energici, puri, mai diluiti e scemanti in qualche tinta più tenue ma, bensì, contrastanti e drasticamente susseguenti, a volte accostati nella propria complementarietà, ombre luminescenti, porta a creare quegli effetti ottici e visivi coinvolgenti e intriganti dando una maggiore carnalità, allo stesso tempo spirituale, degli avvenenti giovani rappresentati dalla pelle vellutata, dalle forme equilibrate, dallo sguardo virile e bambinesco, quasi innocente.
I contrasti cromatici e luminescenti si avvistano anche nei corpi narrati, negli atteggiamenti e nelle movenze delicate, ma energiche, dei protagonisti maschili nei villaggi artistici prima che iperrealistici di Zdravkovic.
I nostri desideri diventano presenti e si propongono in una tela nella visione diretta e percepibile delle nostre sensazioni che si traggono dall’emozione che può suggerire la schietta, candida ma non disincantata, semplicità carnale, poetica ed estrinseca, dei ragazzi ripresi.
Nebojsa Zdravkovic è un artista eclettico a tuttotondo e ama inventare le forme, già presenti, traendole dalla realtà, nella loro intensità e nella loro modellabilità. Ha studiato nelle migliori scuole d’arte e si è laureato con un master, vincendo una borsa di studio post lauream in Spagna, a Madrid. La sua abilità poetica e figurativa non è dovuta semplicemente al suo percorso formativo, certamente completo e conseguente, ma da un’innata ricerca mai soddisfatta e da un inesauribile desiderio di catturare le parti essenziali e maggiormente incisive dell’immagine maschile umana. Le sue figure diventano sculture trasparenti e astratte da un contesto, prevalendo su questo ultimo, quasi come fossero bassorilievi mentali e immaginifici. L’ambiente si struttura attorno alla figura in movimento. Ed è questo che rende l’artista serbo padrone della propria arte e della propria pittura, ponendolo tra le figure più rilevanti internazionali di arte omoerotica maschile della nostra contemporaneità e post modernità.





