Aspettando “La casa di Via Palestro” di Franco Buffoni

Franco Buffoni è un autore che può essere definito punto di riferimento nella letteratura contemporanea a tematica LGBT: lo avevamo invitato al Milk per presentare “Il servo di Lord Byron”, una biografia sul famoso e celeberrimo poeta e scrittore inglese con un io narrante particolare, il suo servo appunto, con cui intesse una relazione continua, tanto da portarlo in Grecia durante la guerra di liberazione, in fuga dai pericoli giudiziari inglesi, che lo potevano vedere inquisito e condannato, come accaduto a tanti suoi amici e colleghi; lo avevamo invitato come Circolo Milk per la presentazione della pubblicazione del carteggio che Franco ha tenuto con Mario Mieli, in occasione del trentennale della scomparsa prematura del noto scrittore e attivista, “Mario Mieli: trent’anni dopo”, con testi inediti, anche teatrali e poetici, del famoso personaggio che dette vita in Italia ai fondamenti culturali del Movimento LGBT.

Lo avremo ospite al nostro Circolo Culturale LGBT, Harvey Milk, presso la sede Guado di Via Soperga 36, Milanovenerdì 18 aprile alle ore 18,00, aperitivo, e 19,00, inizio dibattito, per la presentazione del suo nuovo libro, che esce per Marcos Y Marcos “La casa di Via Palestro”.

L’opera è un’autobiografia che rende la scrittura dell’opera un inno alla memoria storica, nel contesto quotidiano e locale della città dove Franco nasce e affronta gli anni, l’adolescenza e la giovinezza, più focali e determinanti della sua vita: Gallarate. La scrittura è fluida, fortemente coinvolgente, non scade mai, ci sarebbe stato il pericolo, nel moralismo, ma evolve in una lettura semplice, diretta, quanto confidenziale di un intreccio storico che ci porta alla conoscenza di intere esistenze che furono, residenti precedenti della sua cittadina, perseguitati a causa delle famigerate leggi razziali, in un tono di denuncia verso una follia omicida, quella del regime fascista, che uccise vittime innocenti, persone e figure notevolmente importanti nello scenario sociale e culturale di una comunità. E’ l’attenzione verso i più deboli che sono stati emarginati, perseguitati e, spesso, annientati, il filo conduttore di un romanzo, che vuole avere una narrazione razionale quanto fortemente consapevole, ferma e decisa, dai toni inflessibili e determinati, che non accettano mediazioni, giustamente, quando si parla, appunto, delle esistenze e della dignità di migliaia di persone, uomini e donne, di orientamento omosessuale: è il tono, lucido e dall’universale etica laica, che Franco Buffoni usa nello scrivere una lettera al padre in cui, con saggezza e lucidità, utilizza termini quali “onore”, in virtù del quale il figlio imputa al genitore di aver “preferito” strangolarlo, “piuttosto di accettare l’idea” che il figlio stesso fosse omosessuale. Il rapporto col padre, colui che militare scelse di essere fedele al Re all’alba dell’armistizio, perchè inflessibile nel suo sentimento istituzionale, vede forti contrasti col figlio: quest’ultimo imputerà al genitore, non senza ragione, di essere a conoscenza che “in un campo non lontano” dal suo, fu deportato a causa della sua scelta a Deblin, “c’erano quelli” come lo stesso autore, “da sterminare metodicamente, con il triangolo rosa cucito sul petto”.

La narrazione riprende la nitidezza e la schiettezza di un realismo, in cui si legge una forte tensione civile e valoriale di un Paul Verlaine, di un romanzo storico della memoria tipica di un Thomas Mann, di una rassegna di fotogrammi degna di un’opera omnia quale “Heimat”, dove si intrecciano in un continuum senza soluzione diverse storie ed esistenze, disposte su paralleli temporali differenti, parti integranti di una storia che non finisce e che prosegue nel corso dei tempi. Risultano poetiche e fortemente coinvolgenti le pagine che riguardano quella casa in Via Palestro 7, a Gallarate: il Teatro che Franco rivive nel 2006, in occasione di un concerto mozartiano, trova lo spettatore distratto, in quanto pregno dei ricordi di quella “Società pugilistica Gallaratese “Ausano Ruggeri”, in cui, con una certa curiosità e tensione emotiva Franco stesso scriverà i primi pezzi giornalistici di cronaca sportiva, trovando il pretesto, ingenuo e spontaneo, di “intrufolarsi” tra gli atleti e i vigorosi pugili. Quella casa ha una storia, quasi epicentro della narrazione che vede un susseguirsi di epoche e di rimandi: fu prima sede delle associazioni del contado che nel 1920, ciascuna delle quali investendo una quota, dettero vita a un teatro, parte integrante della Casa del Proletariato, devastata da un attacco violento e barbaro fascista. I ricordi di quell’atmosfera, che ci riporta alla memoria tinte, qui la valenza letteraria universale dell’autore, di una cinematografia viscontiana, l’epico “Rocco e i suoi fratelli”, vengono narrati con una dose di semplicità e di umanità, priva di feticci, malizia e inutili orpelli descrittivi, dipingendo la fisicità scultorea e mastodontica di giovani sportivi, prime esperienze visive di un’ingenua e vitale adolescenza.

a cura di Alessandro Rizzo (ripreso da www.pianetagay.com)

In scena “Portami in un posto carino”: intervista all’autore, Tobia Rossi

E’ in scena al Teatro Libero di Milano, dal 15 al 19 aprile, “Portami in un posto carino”, regia di Manuel Renga, testo di Tobia Rossi: “titolo tenero e allo stesso tempo disperato”, ci anticipa Tobia, che abbiamo intervistato per il nostro blog. E’, quello di Tobia Rossi, un testo molto complesso e fortemente coinvolgente, inizialmente storia d’amore di un ragazzo, Carlo, verso Christian, ancora “rigido” nei suoi sentimenti e nella consapevolezza del proprio orientamento, fidanzato con Giada, per finire in un thriller che vede un omocidio, chiave importante nella narrazione. Tobia è un autore dall’identità precisa, che affronta storie e racconti dove la tematica LGBT risulta essere presente, almeno nei personaggi affrontati, “più per prossimità” all’autore stesso, al suo “modo di sentire e vedere, che non per una programmatica volontà di trattare la tematica LGBT”. I soci del Circolo Culturale LGBT Harvey Milk sono invitate e invitati ad andare a vedere in scena l’opera, con interessanti agevolazioni di prezzo del biglietto d’ingresso e con un ritorno interessante a livello culturale e letterario.

“Portami in un posto carino”, in scena al Teatro Libero dal 15 al 19 aprile, regia di Manuel Renga, il cui testo è stato scritto da te: perchè questo titolo e di cosa tratta?

Ho scelto questo titolo perché è tenero e allo stesso tempo disperato. Sta a dire “voglio andare con te in un luogo appartato, protetto, tutto nostro” ma anche “portami via da questo inferno, ti prego, salvami”. In effetti pensandoci tenerezza e disperazione sono proprio le due coordinate su cui si muove questa storia. Siamo in un piccolo paese del Nord Italia avvolto dalle nebbia e paralizzato dal gelo, è inverno e Carlo, un ragazzo dichiaratamente gay, conosce in chat Christian, ancora incerto sulla sua sessualità. Incontro dopo incontro Carlo finisce per innamorarsi di Christian che però ha un sacco di rigidità e chiusure sul modo di vivere questa relazione “nuova”, anche perché è fidanzato con Giada, ex reginetta della scuola che tenta in tutti i modi di fuggire dalla vita anonima e piatta del paese. Giada è cliente della parrucchiera Anna, presso cui Carlo lavora come assistente. Nel frattempo, il ritrovamento del corpo di un ragazzo, anch’egli gay, ucciso durante un pestaggio getta un alone nero e thriller sulla storia…

Come viene affrontata la tematica LGBT nel testo?

Quando mi viene chiesto se questo è uno spettacolo “a tematica gay” non so mai cosa rispondere. Quello che posso dire è che io sono omosessuale, la mia identità è precisa e così anche la mia identità di autore, la maggior parte dei miei personaggi sono omosessuali, più per prossimità a me, al mio modo di sentire e vedere che non per una programmatica volontà di trattare la tematica LGBT. Di certo in “Portami in un posto carino” l’essere gay è centrale ma più che altro come libertà di essere gay, ovvero libertà di essere sè stessi, in fondo il grande tema di questo testo è la crescita: i tre personaggi “giovani” sono fotografati in un momento cruciale della loro vita, non sono più ragazzini ma non sono neanche adulti, inizia per loro il mondo vero e in qualche modo devono decidere chi o che cosa essere. Completa il quadro Annina, la parrucchiera del paese, anagraficamente più adulta ma anche lei impantanata nella vita e in fondo rimasta bambina. Sì, è di questo che parla “Portami in un posto carino”, quattro personaggi impegnati nella lotta per – come direbbe David Foster Wallace – diventare sè stessi.

Com’è stato e cosa ha significato lavorare per una messa in scena teatrale del testo?

E’ entusiasmante, quando una serie di professionisti si mettono a lavorare sulla mia storia e i miei personaggi provo un’emozione difficile da descrivere. E’ come aprire il tuo mondo interiore e lasciarlo abitare da altre persone. I quali poi lo interpretano, lo reinventano, lo contaminano (in senso buono) con il loro.  E loro sono grandi artisti, quindi la fiducia è totale e la soddisfazione enorme già da adesso, anche se lo spettacolo non ha ancora debuttato. Davvero, un’esperienza indescrivibile.

Com’è stato il lavoro con la regia, a cura di Manuel Renga, che spesso vede differenze di punti di vista e di letture con l’autore?

Il regista dello spettacolo è Manuel Renga, un talentuoso regista neodiplomato alla Paolo Grassi, oltre che un amico. Il rapporto tra il regista e l’autore di un’opera è una fase delicatissima, sono loro che insieme devono generare un mondo, è dal loro dialogo che sorgono ambientazioni, relazioni, pause, silenzi, spazi, tempi, atmosfere. Manuel ed io abbiamo lavorato serenamente, sempre in ascolto reciproco. Da un lato abbiamo delle affinità (siamo della stessa generazione, crediamo in una forma di teatro popolare, ci interessa il lavoro sui generi) dall’altro  siamo complementari, a lui ad esempio ha affascinato molto il cotè thriller del testo, più nero, mentre per me il fulcro di tutto erano le relazioni sentimentali dei personaggi, quindi credo ne verrà fuori una bella miscela. Senz’altro ha fatto un lavoro straordinario con gli attori,  li ha portati ha incarnare i personaggi in un modo potente e credibile.

Tobia Rossi: chi sei, quale è la tua formazione?

Sono un ragazzo che si occupa di drammaturgia, nel senso che la studia e la pratica. Mi sono formato al Centro di Ricerca per il Teatro di Milano dove ho studiato drammaturgia per poi perfezionarmi presso il progetto Urgenze, a Brescia, e presso alcuni laboratori e Masterclass alla Biennale di Venezia. Mi interessano le storie e,come dicevo, i generi. Ad esempio per “Portami in un posto carino” ho provato a reinventare le forme del melodramma cinematografico classico (quelli di Douglas Sirk e Nicholas Ray per intenderci) ma scrivo anche spettacoli per ragazzi o lavoro per il teatro musicale. A maggio debutta a Roma un mio musical ispirato alla vicenda di Erika e Omar, a proposito di lavoro sui generi…

Che cosa hai voluto esprimere, come messaggio, attraverso l’opera?

Credo di non aver voluto esprimere un determinato messaggio, il concetto di “mandare un messaggio” non è proprio parte della mia natura, sono una persona che senz’altro crede in certe cose  ma per molti versi sono anche confuso, non lo so, il ” sì, ma che cosa vuoi dire?” credo sia un falso problema, che paralizza i giovani autori più che stimolarli. Cerco di affinare il mio sguardo, quello sì, e di stare attento a quanto succede intorno a me e dentro di me. Metto in relazione queste due dimensioni. Osservo e trasformo quello che ho osservato in strutture, personaggi e scene. Credo che il teatro, ma non sono nè il primo nè l’unico a dirlo, più che lanciare messaggi, debba porre domande, scomode, controverse, fastidiose anche. Inizio sempre a lavorare su un argomento sul quale io, prima degli altri, sono irrisolto.

La scelta degli attori, che interpreteranno i protagonisti dell’opera, è stata determinata anche da un tuo intervento, tu autore del testo e, quindi, creatore delle psicologie e delle caratteristiche dei personaggi?

Anche in questo caso il casting è stato frutto del dialogo tra me e Manuel. E devo dire che non avremmo potuto scegliere un cast migliore. Tomas Leardini riempie di umanità e dolore il personaggio di Christian, Daniele Pitari si immerge con empatia nel ruolo dello stranulato Carlo, Chiara Anicito dà al personaggio di Giada una forza distruttiva bellissima. Abbiamo poi l’onore di avere nel cast Elisabetta Torlasco, un’attrice che ha una lunghissima carriera alle spalle e che ha abbracciato il progetto con un’entusiasmo e una gioia commoventi. Nel personaggio della parrucchiera Anna riesce a essere buffa e dolente al tempo stesso, è incredibile…Va detto che in alcune repliche il ruolo di Giada è sostenuto da Veronica Franzosi, un’altra attrice che non ho visto ancora all’opera in questo lavoro ma l’ho vista in scena e garantisco che è un vulcano di energia e sensualità.Sono tutti artisti generosissimi che è evidente che hanno anche uno sguardo personale su quello che fanno, questo per me è importantissimo.

Come è avvenuta la fase di scrittura e di elaborazione del testo?

Tutto è nato come un esperimento di scrittura, quasi un esercizio di stile e, come dicevo, una riflessione sul genere melò. E’ praticamente il primo testo completo che ho scritto, (il testo è del 2012) per cui per me era proprio un’occasione per capire se riuscivo a tenere insieme una storia dall’inizio alla fine. Le cose poi sono andate bene perché il testo è arrivato in finale al Premio Hystrio e martedì prossimo, appunto, vede la luce.

Tobia: altri lavori prossimamente ti troveranno impegnato?

Come dicevo, il 6 maggio a Roma debutta il “diversamente musical” “Come Erika e Omar – è tutto uno show!”, prodotto e diretto dal grande Enzo Iacchetti, un lavoro totalmente diverso da questo, meno intimista e più satirico e grottesco, come nella migliore tradizione del teatro musicale brechtiano. Per la prossima stagione, sempre con Manuel, porteremo a Milano il monologo “La mia massa muscolare magra” interpretato da Renato Avallone, con cui abbiamo debuttato a marzo al Festival Wonderland di Brescia, ancora una volta il protagonista è omosessuale, ma è diverso dai personaggi di “Portami in un posto carino”, è un trentenne aspirante attore alle prese con una seria dipendenza da Grindr…

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Direttivo

E’ convocato il Consiglio Direttivo  in data 3 aprile 2014 (prima del gruppo AMA Identità di Genere)
col seguente ODG:

- relazioni con l’associazione ospitante
- milano pride 2014
- suddivisione mansioni tra membri del direttivo
- definizione referente progetto laicità
- autonomia gruppi di progetto e referenti
- aggiornamenti segreteria e progetti
- referente bandi e finanziamenti
- evento cristianesimo e GLBT in partnership col guado
- eventuali nuove convenzioni
- varie ed eventuali

Soci e simpatizzanti sono invitati a partecipare!

Il direttivo del Circolo Harvey Milk

Inervista a Yulia Matsiy, autrice di “Invano mi odiano”

Dopo l’articolo di presentazione e recensione dell’opera “Invano mi odiano”, sulle condizioni di cristiani omosessuali in Russia e sulla repressione e la forte persecuzione che questi ultimi vivono, come l’intera comunità LGBT, come tante altre minoranze, nella terra del neozar Putin, dove “ogni dubbio e ogni critica” al regime vengono repressi, soprattutto dopo l’approvazione della legge contro la “Propaganda di atti non tradizionali verso persone minorenni”, intervistiamo l’autrice, Yulia Matsiy, venerdì 28 marzo ospite alle ore 20,30 alla cena “Dalla Russia per l’Amore”, organizzata dal Circolo di Cultura LGBT Milk, presso Guado in via Soperga 36, Milano.

Yulia quale è stata l’idea che ha portato a produrre “Invano mi odiano” e a quale target hai voluto rivolgerti?

L’idea di fare un film sui cristiani lgbt è nata perché ho scoperto che per tante persone essere omosessuali e cristiani sembra una contraddizione, e non sanno della loro esistenza.

Inizialmente volevo girare il film in Italia, seguendo il gruppo di omosessuali della Chiesa Valdese (Gruppo Varco) con la camera, riprendendo le loro attività. Ma appena ho saputo che la cosiddetta “legge omofoba” è passata a livello federale in Russia ho subito preso l’aereo e ho iniziato a fare le riprese a Mosca. Ho voluto documentare quello che succedeva li, era uno di quei momenti in cui restare in silenzio diventa un compromesso con la propria coscienza, uno di quei momenti in cui un singolo cittadino deve prendere una posizione e difenderla con i mezzi che ha a disposizione. C’è chi esce in piazza con cartellone, c’è chi usa l’arte (come nel mio caso). Anche quando le Pussy Riot sono state condannate per due anni di prigione le persone non sono più rimaste indifferenti e la gente si è divisa fra quelli “pro” e quelli “contro”. Inizialmente volevo affiancare il lavoro girato in Russia a quello in Italia, ma i due mondi erano talmente diversi che non si potevano unire nello stesso film. Così ho fatto “Invano mi odiano” che parla della situazione in Russia e Ucraina.

Ho sempre pensato il docuvideo come a un film per il pubblico italiano, o meglio per il pubblico “occidentale”. La scelta degli argomenti e del linguaggio narrativo erano fin da subito definiti. Per il pubblico europeo non serve ripetere ancora “essere gay è normale” o “omosessualità e pedofilia sono due cose diverse” o “i figli dei gay non diventano gay per forza”, queste cose si danno già per scontato. Dovevo, invece, raccontare il contesto in cui si trovano le persone intervistate: il clima di odio e intolleranza, la disinformazione e le calunnie nei confronti delle persone lgbt diffuse dai mass media: dovevo raccontare l’ipocrisia laica e religiosa che gli circonda, il continuo pericolo per gli attivisti. Volevo rivolgermi con questo film alle persone al di fuori dei circoli lgbt, alle persone che non hanno ancora un’idea chiara sul tema, mostrandogli questo caso estremo e specifico: la vita della minoranza all’interno di un’altra minoranza, la vita dei cristiani omosessuali.

Com’è avvenuta la fase di produzione?

Il film è stata una mia iniziativa, è autoprodotto, senza buget. Ma c’erano tante persone che hanno creduto in questo progetto e che mi hanno aiutato dal momento in cui ho finito il montaggio. Non avrò mai abbastanza parole per ringraziarli. Il film ha ottenuto il patrocinio di Amnesty International (Sezione Italiana), che continua la sua difficile battaglia in tutto il mondo. Questo patrocinio per me rappresenta il riconoscimento della validità dell’informazione che viene trasmessa nel mio docufilm e mi aiuta a denunciare la violazione dei diritti umani in Russia nei confronti delle persone lgbt. Aggiungo solo che nello stesso periodo in cui io ero a Mosca, in un’altra città russa un gruppo di videomaker olandese è stato arrestato mentre facevano esattamente lo stesso: un film sugli omosessuali. I loro materiali sono stati sequestrati e cancellati e loro rischiavano un processo, ma sono stati espulsi dal paese grazie all’intervento della Ambasciata Olandese.

La Russia: Yulia puoi darci una breve descrizione della difficile situazione in cui si trova la comunità LGBT e la complessiva cittadinanza in quel Paese?

La situazione è veramente molto difficile, si può parlare di un sistema politico che non accetta nè il dubbio nè la critica. Tutto parte col processo di Bolotnaya, facendone un’ottima illustrazione (8 condannati), come anche con gli arresti dei manifestanti contro questo processo (circa 100 arrestati), proseguendo con gli arresti di chi manifestava il 2 di marzo “per la pace in Ucraina” (contro la potenziale guerra tra Russia e Ucraina) arrivando agli arresti di attivisti lgbt. Chiunque esprima un dubbio o una posizione contraria a quella ufficiale (e di conseguenza della maggioranza) viene preso come vittima della “propaganda occidentale” e non viene per nulla ascoltato, in quanto si reputa essere persona a cui “è stato fatto il lavaggio del cervello”. Senza dubbio la legge contro gli “agenti stranieri”, che mette in difficoltà il lavoro di tanti organizzazioni no profit, ha favorito il clima di sospetto e ha aumentato le tendenze anti-europee e anti-americane.

In Russia vediamo in atto una persecuzione nei confronti delle persone LGBT, e non solo: questo può influenzare anche altri governi?

Senza dubbio quello che succede in Russia non resta inosservato a livello internazionale, determinando, così, un brutto esempio. Le influenze che possono essere esercitate, però, possono essere diverse. L’approvazione in Russia della legge 6.21 (“Divieto della propaganda dei rapporti non tradizionali”), che favorisce di fatto la violenza,  e l’introduzione recente di leggi molto più severe in Uganda, in Nigeria e in India possono anche spingere i governi di altri paesi all’approvazione di leggi a difesa degli omosessuali, cittadini propri e rifugiati provenienti dai suddetti paesi. Io, personalmente, credo che la sola esistenza di queste leggi dovrebbero dare il via libera per il rifugio politico alle persone lgbt, senza dover portare le prove della persecuzione personale. La sola esistenza di queste leggi mette in pericolo ogni persona omosessuale (o sospettata tale) – e questa è la conseguenza indiretta anche della legge che vieta la “sola propaganda”: di questo ne parlo nel mio film.

La cultura può apportare una soluzione a questa discriminazione “legalizzata”?

Si, sicuramente. Per esempio la ballerina che balla in manette a -20 gradi, indossando solo un tutù bianco, fa per i diritti umani molto di più di quello che si potrebbe pensare. La ballerina deve ballare e balla per tutti, nonostante le condizioni in cui si trova. Il ballo diventa l’atto di eroismo e la gente si ferma incantata. Guardando il video di quella performance qualunque russo si può riconoscere, chi nella ballerina, che nel suo pubblico: questo può fare cambiare qualcosa. L’arte è anche questo, far arrivare il messaggio, dire quello che va detto. Infatti, l’informazione è una delle armi più potenti che esistono nel mondo e la cosa più intollerabile è quando l’ingiustizia incontra il totale silenzio nel proprio cammino.

Che cosa hai voluto esprimere nella tua opera?

Per primo volevo raccontare l’esistenza di persone lgbt credenti e di mostrarli così come sono: esseri umani. Volevo raccontare la realtà che loro vivono in Russia e far capire il coraggio, che ammiro, di queste persone che si sono prestate a essere riprese. E’ diverso fare attivismo in Italia e in Russia, è diverso anche fare coming out, ed è diverso anche solamente notare le tendenze omosessuali nei propri sentimenti, se sei russo. Esistono due tipi di coraggio: “quando tu solo sei consapevole di quanta paura provi veramente” e quello “quando non hai più paura, perché sei pronto per il peggio”. Ma non mi metto a giudicare quale tipo di coraggio sia stato provato nel loro caso: probabilmente sono presenti entrambi i tipi di coraggio.

Yulia, l’opera ha già avuto una propria diffusione: quali sono state le reazioni avute tra gli spettatori, soprattutto tra quelli russi?

Gli spettatori russi non hanno avuto occasione di vedere questo film, se non quelli che l’hanno visto perchè proiettato in Europa.

Perché è nata una regressione repressiva in Russia contro le persone e il movimento lgbt?

In Russia ci sono tante categorie represse o indifese, non solo le persone lgbt: le donne, gli orfani e i minori in generale, i portatori di handicap, gli schiavi (tra cui non solo gli immigrati clandestini), le minoranze etniche, le minoranze religiose, ecc…  Le persone lgbt non sono la categoria più repressa, ma è solo una tra le tante. In Russia le diversità non sono viste come un valore, ma come una minaccia all’integrità della nazione. Oggi, di nuovo, vengono riproposte le idee patriarcali, salutiste, religiose (l’ortodossia) che sono destinate a sopportare la crescita dell’orgoglio nazionale. La storia non ha insegnato nulla.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Dalla Russia per l’amore: Yulia Matsiy ospite al Milk

Venerdì 28 marzo alle ore 20,30 il Circolo di Cultura LGBT Harvey Milk organizza una cena dal titolo “Dalla Russia per l’Amore” con la presenza di Yulia Matsiy, regista del documentario “Mi odiano invano”, che testimonia, in modo esclusivo e unico, le violenze e la persecuzione a cui è sottoposta la comunità LGBT in Russia.

Il documentario unisce diversi frammenti di altri documentari, di riprese e di video che testimoniano a quali violenze, fisiche, psichiche, sociali, oltre che legislative, sono sottoposte le persone LGBT in Russia. Ricordiamo che nel giugno dello scorso anno quella che sembrava essere una normativa valida solo per San Pietroburgo è stata “esportata” anche a livello nazionale e federale, tanto da essere approvato un disegno di legge che ha istituito una vera e propria persecuzione di gay, lesbiche, bisessuali e transgender. La legge proibisce “la propaganda di atti non tradizionali a persone minorenni”: la dizione generica e alquanto arbitraria nella sua applicazione è funzionale ad applicare la norma stessa a una maglia variegata di fattispecie, garantendo, così, una repressione del movimento e della libertà di associazione LGBT, oltre a prevedere la proibizione di fatto dei Gay Pride nelle città russe.

Le mire espansioniste della Russia, iniziando dalla Crimea, gettano ancora forti preoccupazioni sul destino della comunità LGBT in quei paesi e in quelle regioni che potrebbero essere annessi a Mosca: ricordiamo che un manifesto dei favorevoli all’annessione della Crimea alla Russia, in occasione del referendum effettuatosi qualche settimana fa, diceva chiaramente “non vorrete diventare eurogay?”. In “Mi odiano invano” si vedono in modo esclusivo e unico le riprese delle funzioni ecumeniche svoltesi alla fine del VI Forum dei cristiani LGBT dell’Est Europa e dell’Asia Centrale, tenutosi a Kiev in Ucraina e in cui diversi partecipanti hanno voluto intervenire lasciando la propria testimonianza sulle condizioni di vita a cui sono sottoposti. E’, questa, una denuncia aperta e che deve essere ascoltata dall’Europa e dal mondo in generale.

Amnesty International, l’Alto Commissariato dei Diritti Umani dell’ONU e diverse organizzazioni internazionali hanno denunciato la legge varata dalla Duma lo scorso giugno, che penalizza fortemente le persone LGBT, vietando la “propaganda di atti non tradizionali”, ossia vietando di fatto qualsiasi forma associativa e di manifestazione che viene effettuata in Russia.

«Il titolo originale fa riferimento al Vangelo di Giovanni 15:25 che, secondo la traduzione sinodale in russo, significa letteralmente “mi odiano invano” e fa ricordare che Gesù stesso per primo è stato perseguitato per le sue idee che sembravano contraddittorie alla morale della maggioranza»: con queste parola Yulia, l’autrice, ci spiega la scelta del titolo, invitandoci a vedere un vero e proprio documentario che dovrebbe portarci all’indignazione e alla solidarietà verso le persone LGBT che vivono in Russia.

Infine alcuni frammenti sono dedicati alle violenze a cui sono sottoposti presunti pedofili, solo in base a un vago sospetto e una barbara generalizzazione, e che vengono adescati da gruppi di estrema destra che si fanno chiamare “Occupy Pedofilai” proprio per dare apparente immagine di movimento contro la pedofilia, finalizzato esclusivamente, in realtà, a commettere violenze contro le persone LGBT. Il movimento è nato perchè ritiene non esserci una sufficiente repressione della pedofilia da parte della polizia, ponendo sotto questa definizione, “pedofilia”, ogni atteggiamento che implichi una natura omosessuale, bisessuale o transgender. Il mal capitato viene sottoposto a violenze, percosse e atti di umiliazione: dopo un interrogatorio gli urinano addosso, lo schiaffeggiano e gli strappano i vestiti. Tutto questo viene ripreso e fatto circolare in rete: l’effetto è diretto, ossia denigrare la persona agli occhi dell’opinione pubblica e sottoporlo a emarginazione e persecuzione.

a cura di Alessandro Rizzo

Aspettando Michel Foucault: Monica Romano

Monica Romano è responsabile sportello “Identità di Genere” presso il Milk e al Milk, venerdì 4 aprile, ore 18, aperitivo, ore 19, inizio confronto, sarà presente per introdurre, insieme a Edoardo Dallari e Antonio Peligra, un confronto e un dialogo su Michel Foucault: inizio di una serie di incontri e di momenti di condivisione su una delle figure maggiori del Novecento filosofico. “L’esperienza transgenere - anticipa Monica nell’intervista fattale – dal punto di vista sociale: l’oppressione, la riaffermazione della dignità di una realtà marginalizzata e stigmatizzata, ed il riconoscimento”, presentando, così, il suo punto di vista su Michel Foucault, in riferimento soprattutto alla sua tesi.

Michel Foucault

Monica Romano:

“Sono un’attivista, responsabile dello sportello “Identità di Genere” presso il Milk. Da diversi anni sono impegnata nella tutela e nella promozione del diritto all’identità/libertà di genere.

Sono venuta a contatto con l’elaborazione di Foucault preparando la mia tesi di laurea, che trattava il tema della transessualità come oggetto di discriminazione, nel 2007. Su indicazione della correlatrice della mia tesi, una docente di filosofia politica, ho richiamato il filosofo nell’analisi dei tre momenti che connotano l’esperienza transgenere dal punto di vista sociale: l’oppressione, la riaffermazione della dignità di una realtà marginalizzata e stigmatizzata, ed il riconoscimento.

Nel definire le cause dell’oppressione di quelle espressioni identitarie, così come di quelle culture che non rientrano nella dicotomia maschile/femminile, ho richiamato quella visione della ragione scientifica moderna che Foucault definì “sguardo normalizzatore”, che ha portato alla concettualizzazione di alcuni gruppi come diversi, in contrapposizione alla rispettabilità di altri gruppi definiti soggetti neutri, messa in atto dalla cultura scientifica, estetica e morale dell’Ottocento e del primo Novecento. Questa concettualizzazione ha fatto sì che, a partire dal XIX secolo, nelle società giudaiche, cristiane e islamiche, la naturale“variabilità di genere” dell’essere umano sia stata inquadrata come patologia. Con la mia tesi intendevo evidenziare come identità e culture transgenere siano da sempre esistite, e quale ruolo abbiano avuto l’occidentalizzazione e la modernizzazione nel rendere una patologia psichiatrica quella che in precedenza era stata un opzione identitaria riconosciuta da culture anche millenarie, e devo dire che in questo Foucault mi è stato d’aiuto. Non sono una studiosa di filosofia, né un’esperta di Foucault, ma l’idea che mi sono fatta leggendo questo filosofo e facendo riferimento alla sua macchina analitica è che, anche a trent’anni dalla sua morte, la sua “boite à outils”, la scatola di attrezzi, come lui stesso amava definire le sue analisi, resti uno strumento importante per comprendere la nostra attualità”.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Aspettando Michel Foucault: Edoardo Dallari

Venerdì 4 aprile, ore 18, aperitivo, ore 19, confronto, presso la sede Guado di Via Soperga 36, Milano, il Circolo di cultura LGBT Harvey Milk darà avvio a un confronto e a un primo incontro di studio di una delle più grandi figure del Novecento filosofico: Michel Foucault. Dopo l’intervento su nostra domanda, che cosa significhi il pensiero di Michel Foucault, di Antonio Peligra, a introdurci ora, preparandoci all’incontro e in attesa del terzo intervento di Monica Romano, il tema che si andrà a toccare, in un dialogo partecipato, è Edoardo Dallari, giovane studente di filosofia al San Raffele di Milano.

Michel Foucault

Edoardo Dallari: “Io studio filosofia al San Raffaele di Milano, terzo anno. La grandezza di Foucault risiede nell’esser stato uno dei filosofi che più è stato in grado di assumere le istanze del pensiero nietzscheano: volontà di potenza come volontà di sapere, analisi genealogica, crisi sancita dalla fine delle possibili pretese delle grandi narrazioni metafisiche occidentali (critica metafisica alle pretese della metafisica). La riflessione di Foucault sul potere e sulla costituzione storica dei vari sistemi del sapere (e del loro relazionarsi nella frattura che li separa) è comprensibile, credo, solo in relazione al grande conatus (e non forse grande utopia?) della ragione occidentale che vuole costruire l’unità delle molteplici manifestazioni dell’esperienza. Grande sfida contro Platone ed Hegel quindi. Nessuna necessità storica, ma possibilità del susseguirsi delle varie volontà di sapere. Nessuno Spirito, nessuna essenza della cosa, ma accidente, caso, volontà. Ogni sapere è storicamente determinato e si lega indissolubilmente ad un potere che consente a quel sapere di informare di sè la realtà storica. Credo che con Foucault si debba riflettere, sulla scia di Nietzsche, su come e quanto la realtà sia intessuta di relazioni diseguali e mobili, di rapporti di potere in se dinamici. Fondamentale è tenere a mente come la funzione del potere, che è omnipervasivo nel reale, sia produttiva, e non abbia solo il ruolo del divieto. Il potere è positivo, nel senso che “pone” nuovi ordini, nuovi stati dell’essere, nuova vita. In questo quadro si inserisce la genealogia del concetto di sessualità: piacere, sapere e potere sono da sempre correlati, e in questa relazione si gioca il senso dell’esistenza dell’uomo contemporaneo”.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Aspettando Michel Foucault: Antonio Peligra

Venerdì 4 aprile, ore 18, aperitivo, ore 19, confronto, si terrà presso il Milk, sede Guado di Via Soperga 36, Milano, un primo incontro su Michel Foucault, uno dei capostipiti filosofici della nostra contemporaneità, riferimento per il Movimento LGBT di tutti i tempi e di tutto l’Occidente. Daremo, così, inizio a un ciclo di incontri e dialoghi per analizzare e conoscere il grande filosofo francese: una modalità di conoscenza che ci renderà tutte e tutti partecipi nell’avvicinarci a uno dei pensatori più fondamentali della storia della filosofia moderna. Ci aiuteranno in questo percorso, quasi animandone la portata e dandoci degli spunti di approfondimento, Monica Romano, responsabile gruppo “identità di genere” del nostro Circolo Harvey Milk, e che ha affrontato al figura di Foucault nella sua tesi di laurea, Edoardo Dallari, giovane studente di filosofia all’Università San Raffele di Milano e Antonio Peligra, attore, diplomato alla Paolo Grassi di Milano, e studente di filosofia all’Università Statale di Padova. Li intervisteremo nel corso dei prossimi giorni per meglio inoltrarci e prepararci in questo intrigante e utile viaggio. Il primo a essere intervenuto è Antonio, che ci pone, alla fine del suo intervento, alcune domande molto interessanti.

Michel Foucault

Antonio Peligra

“Son diplomato alla Paolo Grassi come attore e studio filosofia a Padova, secondo anno.

Ho incontrato Foucault – nella lettura del secondo volume di “Storia della sessualità – uso dei piaceri”- su invito del professore di teoretica durante un corso sul Simposio di Platone, in cui si affrontava la tematica dell’amore omosessuale: Socrate – Alcibiade e la favola di Aristofane – le metà in origine unite che cercano di ricongiungersi al simile. Mi ha interessato e colpito per l’analisi tra l’antropologico, lo storico e il letterario che faceva emergere la complessità dell’espressione omoerotica così diversamente intesa nella cultura greca rispetto la nostra: per gli stereotipi che oggi, a volte, offuscano e traviano quello che l’omosessualità poteva essere in altre epoche rispetto il concetto di bellezza, di educazione, di continenza, di desiderio e di famiglia.

Da li’ il fascino dissacrante che Foucault riesce a evocare nella “Volontà di sapere”, primo volume della trilogia sulla sessualità: forse che non per “repressione” (termine con cui certi anni 60 e 70 han consacrato l’epoca dello “sturm Und drang” ) quanto per un nostro nuovo gioco, con nuove dinamiche interne di potere – non calato dall’alto ma orizzontale , tra di noi – mosso da curiosità di sapere, di controllarci a vicenda, l’esperienza erotica e le sue implicazioni relazionali si siano spostate dalla fisicità alla favola psicanalitica dalla confessione allo psichiatra?

A immutabili categorie? Che la liberazione e la fluidità queer sia forse un’altra di queste categorie? Insegue modelli già esistenti? Elaborazione psicanalitica o soluzioni strategiche sempre diverse rispetto alla molteplicità degli eventi ? Complesso risulta poi cercare di capire cosa sia fisicità, cosa favola. Foucault regala spunti molto interessanti su questi concetti, tra Agostino e Heidegger”.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Nasce #RightsAddict: campagna per veterosessuali

Nasce un’idea ed è diventata un progetto artistico: parliamo di #RightsAddict. L’autore di una serie di video volti a smontare alcuni pregiudizi ideologici che albergano nella nostra società post moderna è Fabio Morici, attore e autore, eterosessuale e fieramente asserisce: “non sopporto l’ottusità, non sopporto le ingiustizie sociali, non sopporto di essere privilegiato solo perché sono eterosessuale”. La campagna è volta a sensibilizzare i veterosessuali: “veterosessuale” – ci dice Fabio – sta per indicare chi ha una concezione obsoleta del concetto di sessualità”. E sembra che funzioni. Lo abbiamo intervistato.

Da dove nasce l’idea di #RightsAddict?

Molte persone, per opporsi all’estensione dei diritti a chi non è eterosessuale, usano argomentazioni vuote, ottuse, illogiche. Frasi che passano di bocca in bocca, senza che nessuno si soffermi ad analizzarle davvero. Non sopporto l’ottusità, non sopporto le ingiustizie sociali, non sopporto di essere privilegiato solo perché sono eterosessuale. E allora ho deciso di smontare con l’ironia, una ad una, queste argomentazioni ridicole. Ed ecco come nasce la serie dei video. Per ora sono 3, ma ne uscirà un quarto a breve. (1°: http://youtu.be/YzjBIByhcCA – 2°: http://youtu.be/o_EIYyrHDvQ – 3°: http://youtu.be/GBv1E_Xg_8U),

La campagna dove hai proposto tuoi video si chiama “Campagna per la sensibilizzazione dei veterosessuali”: chi sono i veterosessuali?

“Vetero” significa vecchio, superato, obsoleto. Quindi ho inventato il termine “veterosessuale” per indicare chi ha una concezione obsoleta del concetto di sessualità. Chi si ostina a non voler abbracciare la bellezza delle infinite variabili dell’essere umano.

Che cosa è stato e in che cosa è consistito il “Cake Pride”?

Certe immagini devono diventare familiari, quotidiane. Perché si ha paura solo di ciò che non si conosce. Una coppia di uomini che cammina mano nella mano, dovrebbe suscitare la stessa “indifferenza” di una coppia etero. E così, ad esempio, chi va in un negozio di bomboniere dovrebbe trovare accanto ai topper (le statuine degli sposini) etero, anche quelli omosessuali. E allora mi sono immaginato una marcia ideale condotta dai topper omosessuali per rivendicare il diritto ad una torta. Ho creato così un poster, che è stato condiviso e diffuso per tutta la scorsa settimana. L’obiettivo era di far entrare quelle immagini in più “case” possibili. Perché solo normalizzando certe realtà, si riuscirà a farle accettare.

Fabio tu nasci come attore, autore, scrittore?

Sono attore e autore. Due mestieri che poi riesco a portare avanti in diverse forme, diversi linguaggi e diversi media. Come attore mi sono messo davanti alle telecamere, davanti a una platea o davanti a una webcam. Ho scritto per la tv, per la radio, ho scritto un romanzo… Ma i mestieri sono sempre e solo due.

Oggi si parla di un sodalizio del tuo progetto con “Le cose cambiano”, progetto editoriale della casa editrice Isbn, raccolta antologica di testimonianze ed esperienze di persone su tematiche LGBT, su esempio del progetto analogo statunitense di qualche anno fa: che cosa significa e può significare questa scelta e quali sono gli elementi e gli obiettivi comuni che vi ponete?

Il messaggio del progetto e del libro “Le Cose Cambiano” è molto importante. Ci sono ragazzi e ragazze, adolescenti LGTB, che subiscono ingiustizie profonde, bullismo, discriminazioni solo per via del loro orientamento sessuale. È un problema culturale profondo che va risolto su più fronti: fornire supporto ed ascolto a chi subisce; sensibilizzare ed educare chi colpisce; ma anche interventi legislativi che accolgano finalmente tutti: perché lo Stato deve essere il primo a smettere di discriminare. Proprio per la delicatezza e l’importanza delle questioni toccate da “Le cose cambiano” mi sono da subito sentito in sintonia col progetto. La cosa è stata reciproca e il blog mi ha accolto ogni settimana in occasione delle uscite dei miei video. Ora ho deciso di entrare più dentro al loro progetto e di realizzare dei video per dare voce a quelle testimonianze raccolte nel libro. L’obbiettivo in generale è costringere le persone ad empatizzare con queste storie, farle mettere nei panni di chi subisce o ha subito. Per portarle poi ad affrontare davvero queste tematiche, con uno sforzo mentale vero. Senza più la scorciatoia di quelle frasi fatte e vuote di cui parlavo all’inizio.

Quali sono state le reazioni da parte del target maggiormente di riferimento, ossia quello “v-eterosessuale”?

I veterosessuali puri, ribattono alla campagna usando esattamente le frasi che smonto nei video. Continuano ad usare gli stessi ritornelli martellanti, come se non vessi detto nulla. Per questo ho deciso di andare avanti e fare un quarto video. Non mi arrendo facilmente! Ma poi, a ben vedere, il vero target non sono loro. Loro sono un caso perso. Il razzista puro no lo trasformi. La cosa importante è però che lo Stato non gli permetta di essere razzista fuori dalle mura di casa sua. I destinatari veri sono gli eterosessuali che semplicemente non hanno mai davvero affrontato la questione. Loro stanno rispondendo bene, all’iniziativa. Molti condividono i video con entusiasmo, commentano e seguono la campagna.

Come procederà il progetto?

Oggi è uscita il primo “Reading #RightsAddict” del libro “Le cose cambiano”. Ho scelto di partire con il racconto “Sposi” di Federico Novaro: http://youtu.be/e3M76l3AVhA. Farò altre tre videoletture. Poi uscirà il quarto video della serie “#RightsAddict – Campagna per la sensibilizzazione dei veterosessuali”.

Perché un eterosessuale dovrebbe interessarsi dei diritti delle persone LGBT e, soprattutto, che cosa la videoarte, sagace e molto ironica quale la tua, può fare per sensibilizzare l’opinione pubblica, partendo soprattutto da un punto di vista culturale?

Un eterosessuale, in quanto persona, dovrebbe semplicemente interessarsi ai diritti della persona. Il motivo per cui io, eterosessuale, ho deciso di fare questa campagna, è anzitutto perché percepisco una violazione dei diritti della persona. Nel mio mondo ideale non ha alcun senso specificare il nostro orientamento sessuale come fosse la cosa più importante di noi. É solo uno dei nostri tanti aspetti. Riguardo ai mezzi che uso, webcam, youtube, brevità, ironia, credo siano le armi giuste. L’immediatezza e la velocità della pubblicità ha ormai plasmato il nostro linguaggio. Basti pensare a Twitter. Anche la politica oggi si fa in 140 caratteri. Bisogna stare su questa lunghezza d’onda. I miei video durano un minuto e mezzo perché su youtube se superi i 3 minuti sei già a rischio. Grazie agli smartphone, un video su youtube può seguire una persona ovunque, intercettarla ovunque: a casa, al lavoro, in treno. Se vuoi portare avanti un messaggio, raggiungere delle persone e non mollarle finché non lo ascoltano, è questo il modo giusto. Anche la serialità dei video è importante. Come nella serialità televisiva, bisogna cercare di far affezionare le persone a un personaggio, a una storia, a un messaggio. La serialità è perfetta per l’empatizzazione di cui parlavo sopra.

Quali sono tra i video proposti quelli che maggiormente esemplificano lo spirito del tuo progetto culturale, prima che artistico?

I video #RightsAddict sono declinazioni diverse di uno stesso messaggio. Quindi non ce n’è uno in particolare che esemplifichi meglio il progetto. Il progetto è seriale, appunto.

Quanto ancora rimane da fare perché ci sia una cultura dei diritti anche nelle categorie sociali non interessate?

Purtroppo tanto, credo. Siamo abituati al fatto che ognuno curi i propri interessi. L’idea di un interesse comune è poco radicata. Il fatto che io abbia specificato fin dal titolo della mia campagna “Iniziativa etero” è proprio per questa ragione. Per far capire a chi guarda che non sto cercando di ottenere qualcosa per me in particolare. Se non avessi specificato, probabilmente la maggior parte degli etero avrebbe pensato che fossi gay. E che quindi stessi tutelando i miei interessi. Ma a quel punto il pensiero sarebbe stato: “Giusto, fa bene: ognuno deve tutelare i proprio interessi. Io però penso ai miei…”. Ma il diritto è un interesse comune. Allargando un diritto lo arricchisci. Chi ce l’ha già avrà un diritto ancora più grande, ancora più bello. Ecco perché ho scelto come slogan della campagna: “I diritti sono troppo belli per non condividerli”.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

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Calendario

- Mercoledì 12 Marzo
Gruppo AutoMutuoAiuto - Relazioni Affettive
Ore 19:00 Sede Milk/Il Guado
via Soperga 36 ang. viale Brianza

- Venerdì 22 Marzo - Serata Cultura
Presentazione Libro
"Le ragioni dell'altro"
Dialogo tra un laico e un cattolico su amore, soldi, libertà.
Con Alessandro Cecchi Paone. Modera Alessandro Lari Rizzo
Sede Milk/Il Guado
via Soperga 36 ang. viale Brianza
Ore 18:00 Aperitivo
Ore 19:00 Evento

- Giovedì 27 Marzo - Serata Meditazione LGBT & non
Gruppo Benessere
Ore 20:45 Sede Milk/Il Guado
via Soperga 36 ang. viale Brianza

- Venerdì 28 Marzo - Cena Milk
Tema "Dalla Russia per l'Amore - Viaggio tra le leggi crimine contro il popolo LGBT"
Ore 20:30 Sede Milk/Il Guado
via Soperga 36 ang. viale Brianza
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sms - 347 3022031

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Ogni Lunedì Gruppo Teatro & Recitazione
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