da RiDVDere
La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.
DARIO ARGENTO
Questa volta non parlerò di un singolo vecchio film a tematica gay, ma di un regista che, spesso e volentieri, ha inserito personaggi omosessuali all’interno delle proprie opere.
Sto parlando di Dario Argento il quale, a mio modesto parere, è stato uno dei più grandi protagonisti del cinema italiano degli anni 70.
Qualcuno magari potrà storcere il naso, forse perché poco amante del genere thriller o horror, ciò non toglie che il Dario nazionale sia conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, soprattutto in Francia, in Giappone e negli Stati Uniti.
I suoi film hanno fatto scuola, nonché schiere di proseliti.
“Premiere”, che è una delle più prestigiose riviste americane di cinema, qualche anno fa stilò la classifica dei 10 film più terrificanti di tutti i tempi e inserì, all’ottavo posto, “Suspiria” (per la cronaca, al primo posto c’era “L’esorcista”).
Inoltre Quentin Tarantino, nel suo “Grindhouse – A prova di morte” del 2007 dedicò un tributo a “L’uccello dalle piume di cristallo”, complice la bellissima musica che, ai tempi, Ennio Morricone compose per la prima regia del regista romano.
Di conseguenza, recuperare i suoi film in DVD non è solo un “must” per chi non li ha mai visti, ma anche un grande piacere per tutti gli estimatori del genere.
Dario Argento, classe 1940, nasce come sceneggiatore, collaborando a film del calibro di “C’era una volta il west” di Sergio Leone e “Metti, una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi.
Nel 1970 debuttò nella regia con “L’uccello dalle piume di cristallo”.
Una zingara aveva predetto a Dario Argento che la sua fortuna sarebbe stata data dagli animali: per questo motivo i suoi primi tre film contenevano una razza animale nel titolo e sono conosciuti come la “Trilogia zoologica”.
Nella sua prima opera, la parte del gay fu affidata a un antiquario (Werner Peters) che vendeva all’assassino un quadro naif raffigurante uno stupro. Sarà proprio questo dipinto a scatenare nel killer una furia omicida sopita per anni.
Ne “Il gatto a nove code” del 1971 l’attore Horst Frank interpretò il ruolo del Dottor Braun, un ricercatore gay. Ma fa capolino anche Umberto Raho, già protagonista de “L’uccello dalle piume di cristallo”, nel ruolo di un amante abbandonato e vendicativo.
In “Quattro mosche di velluto grigio” del 1971, il gay di turno fu Jean-Pierre Marielle nei panni dell’investigatore Gianni Arrosio il quale scopriva l’identità dell’assassino e, per questo motivo, finiva ammazzato con un’iniezione letale in un bagno della metropolitana.
Interessante anche analizzare il fatto che Dario Argento fu il primo regista italiano a utilizzare molti attori stranieri all’interno dei suoi film. Probabilmente fu proprio il successo che da subito riscosse sui mercati esteri a spingerlo verso tale scelta.
Ma il ruolo gay più di spicco all’interno della cinematografia del regista romano fu quello di Carlo, ovvero Gabriele Lavia, nel celeberrimo e terrificante “Profondo rosso” del 1975 (sfido chiunque di voi ad ascoltare la colonna sonora dei Goblin in casa da solo!). Egli non solo era omosessuale, ma anche depresso cronico e alcolizzato. Del resto, chi non lo sarebbe stato con una madre così?!
Piccolo salto temporale. Eccoci nel 1982 e a “Tenebre”, l’ultimo thriller argentiano degno di tal nome. Dopo di allora, da “Phenomena” in poi, le sue opere andranno in caduta libera, senza più talento visionario e con buchi nelle sceneggiature più grandi di Ground Zero.
In “Tenebre” un assassino moralizzatore uccideva tutti i peccatori che incontrava sul suo cammino. E così, al grido di “sic transit gloria Lesbi”, anche due ragazze amanti finivano massacrate sotto i colpi di un affilato rasoio.
Sarebbe bello intervistare Dario Argento e chiedergli come mai ha sempre avuto il vizietto di inserire personaggi omosessuali nei suoi film, anche quando non erano ancora trendy. Inoltre è curioso notare che, a parte mezzo “Tenebre”, nessun gay è mai stato uno dei feroci assassini dei suoi film. Simpatia nei confronti della categoria o paura di essere tacciato di “politically incorrectness”?
Parliamo ora dei due horror della trilogia delle “Tre Madri” inaugurata nel 1977 col già citato “Suspiria” (uno dei suoi massimi capolavori) e proseguita nel 1980 con “Inferno” (l’ultimo capitolo, “La terza madre” del 2007, rappresenta forse uno dei livelli più bassi mai raggiunti dalla produzione di Argento).
In “Suspiria” non ci sono protagonisti gay ma un giovanissimo Miguel Bosè che ancora non ci aveva deliziato con le sue (poche) qualità canore.
Nel film una compagna di danza invidiosa lo tacciava di omosessualità prima che, nell’arco di pochi anni, lo facessero anche i gossip di mezzo mondo.
In “Inferno”, invece, l’omosessualità non è dichiarata ma ha il volto ambiguo di Leopoldo Mastelloni, perfido maggiordomo che finisce con gli occhi letteralmente fuori dalle orbite.
Ma è proprio “Inferno” (ritenuto dal critico cinematografico Kim Newman “il film horror più sottovalutato degli anni ottanta” e inserito dalla rivista cinematografica Total Film tra i migliori 50 film horror di tutti i tempi) il film più omosex di Dario Argento.
L’idea di base, che unisce indissolubilmente il concetto di Madre a quello di Morte, ha una matrice freudiana così fortemente gaia che sarebbe piaciuta tantissimo a Pasolini.
Tutti i film citati sono disponibili in DVD tranne “Quattro mosche di velluto grigio” che non è ancora stato pubblicato in Italia ma che può essere acquistato nella versione d’importazione inglese (dal titolo “Four flies on grey velvet”) con traccia in italiano.
Transgender. Le sessualità disobbedienti: intervista all’autore Gianfranco Meneo
Gianfranco Meneo è l’autore di “Transgender. Le sessualità disobbedienti”. Un saggio che parla della storia di Luana e Marco. Luana suona a Roma e convive con la sua compagna. Marco è sposato e suona nell’Orchestra della Diocesi di Lecce. Marco e Luana non sono due persone, ma la stessa. Un’occasione per parla di transessualità, di identità di genere, in un ambito, soprattutto quello italiano, in cui ancora prevale il modello stereotipato eterossessista. Mario Mieli affermava che la fase trasnessuale è in tutti noi alla nascita: la parte femminile e la parte maschile. Ne abbiamo parlato con l’autore, Gianfranco.
Pensiamo al titolo del tuo saggio: “Transgender. Le sessualità disobbedienti”. Che significato assume questa frase e soprattutto disobbedienti da cosa e rispetto a cosa?
Il titolo “le sessualità disobbedienti” è in realtà il vero titolo del libro. Esprime il senso di quelle istanze, di quelle forme, dei desideri che s’infrangono oltre la concezione eterosessista ed eterodominante. Transgender indica il punto di partenza che è l’intervista che orienta il testo ma anche indica il mutamento che attraversa il medesimo lavoro ma soprattutto colui che lo ha redatto, pensato e vissuto, a tratti consumato.
Sei gay, sei di Foggia, sei in un contesto che definisci ancora soggetto a discriminazioni e intolleranze: perchè hai deciso di scrivere un libro che parta dalla condizione transgender e non direttamente dalla tua, che hai vissuto più direttamente?
Il libro non affronta solo la questione transgender ma il più ampio spettro delle rivendicazioni gay, lesbiche e trans… il libro è un viaggio e nelle sue tappe tocca il mio mutamento da spettatore a protagonista attivo, da critico di uno stato di fatti a protagonista della decostruzione di un luogo omofobo, dove vivo, in luogo dove puoi credere di poter esistere seppur tra mille difficoltà… è la forza del transito del mutamento della paura in voglia di fare e realizzare. Ho scoperto che anche la mia città è meno ostile (in realtà è sempre uguale, sono io che con orgoglio manifesto il mio essere) di quello che sembra. Attenzione il senso di soffocamento è enorme ma quella cappa non ti schiaccia più perché speri di poterla dissolvere. Utopia, forse… speranza sicuramente… realtà lo dirà il tempo.
Che cosa ha apportato l’inchiesta che hai condotto sulle “sessualità disobbedienti”? Ossia che cosa è questo mondo e in che cosa consiste?
Oggi, mi guardo attorno e vedo un anno particolare, difficile, complicato… vedo e annuso la presenza di una sovraesposizione di una parte del mondo trans che non vuole apparire per quello che è ma divenire il veicolo di ciò che l’orribile carrozzone mediatico ci vuole indurre a credere… corpi ostentati, abbondanti, privi di riscontro con storie banali dove il dolore non emerge perché non conviene al conduttore televisivo o giornalista che usa quei corpi come mezzi di attacco e di offensiva per colpire l’avversario di turno o il politico che in quel momento deve essere distrutto… mi piace, invece, pensare alle attività di Marcella Di Folco, al MIT e a tanti esponenti del mondo trans che rendono l’idea dell’umanità che li circonda. Non sempre è così perché le storie pulite e produttive non contribuiscono a mantenere attaccati alla sedia spettatori viziosi ed anche un po’ guardoni.
Esiste un movimento transgender?
Oggi, mi guardo attorno e vedo un anno particolare, difficile, complicato… vedo e annuso la presenza di una sovraesposizione di una parte del mondo trans che non vuole apparire per quello che è ma divenire il veicolo di ciò che l’orribile carrozzone mediatico ci vuole indurre a credere… corpi ostentati, abbondanti, privi di riscontro con storie banali dove il dolore non emerge perché non conviene al conduttore televisivo o giornalista che usa quei corpi come mezzi di attacco e di offensiva per colpire l’avversario di turno o il politico che in quel momento deve essere distrutto… mi piace, invece, pensare alle attività di Marcella Di Folco, al MIT e a tanti esponenti del mondo trans che rendono l’idea dell’umanità che li circonda. Non sempre è così perché le storie pulite e produttive non contribuiscono a mantenere attaccati alla sedia spettatori viziosi ed anche un po’ guardoni.
Si parte dal presupposto che esista una visione eterosessista della società, che si basa sul concetto che l’eterosessualità sia condizione naturale. Come può questo concetto condizionare i rapporti sociali e culturali?
Da sempre, anche grazie all’influenza della presenza della Chiesa Cattolica, si è voluto scambiare la fase della procreazione con quella standardizzata per la vita di società. Tutta la nostra esistenza si basa su un mondo esclusivamente declinato al rapporto uomo-donna. Non ci sono varianti o situazioni alternative. In pratica possono essere tollerate altre forme ma la visione eterosessista guarderà sempre con forme di predominio il proprio territorio. Non dimentichiamo che tutte le forme di parentela, affinità sono strutturate sulla forma del rapporto uomo-donna. Una convenzione, allora, è divenuta una imposizione naturale imponendo u tipo di convivenza anche dopo l’atto di riproduzione. Bisognerebbe ampliare la scelta offerta alla comunità lgbt di manifestare sé stessi e per farlo bisogna scardinare tutte le convenzioni di cui sono pieni i testi normativi. Questa nebulosa, invece, serve proprio a consolidare che la società si fonda su uomo e donna che vivono insieme, procreano e costruiscono una società fondata a loro immagine. In un quadro del genere diventare discriminati non è un’operazione complessa.
Come è possibile arrivare a considerare finalmente che “l’eterosessualità non è normale, è solo comune”, come diceva Derek Jarman? Come poter cambiare il presupposto della predominanza eterosessuale, che crea esclusioni e discriminazioni?
Sarebbe opportuno rifondare le basi dell’educazione. Se insegnassimo ad amare senza dare forma convenzionale forse si potrebbe costruire una società diversa. Se cogliessimo l’aspetto della convivenza fin da piccoli comprenderemmo dell’inutilità di ogni forma di imposizione che vuole due sessi diversi come modelli dominanti. Questo non avviene ed anzi, spesso, tra le aule di scuola molti docenti sostengono, giocando sul loro ruolo pedagogico, di considerare anormali certe vicende personali, anzi alcuni vanno oltre definendole “malattie”. E lo fanno, quasi sempre, ignorando il danno che provocano da educatori nel demonizzare quella che è una condizione naturale mentre come dei televenditori di pentole consumano si scagliano contro tutto ciò che non comprendono come una missione di guerra.
Parli nella presentazione del saggio di tappa di un percorso che porti al ripensamento laico dell’agire politico del nostro Paese, soprattutto difronte a un giornalismo che infanga e che risponde alle logiche di dominio mediatico: che cosa intendi?
Il giornalismo utilizza la sessualità delle persone come merce da usare in cambio di risultati più o meno appetibili. Si attacca il personaggio pubblico ridicolizzandolo per le sue scelte, denudandolo, colpendolo col cilicio religioso per poi finirlo con la condanna della mancanza del senso familiare. Lo si fa soprattutto per le frequentazioni col mondo trans. Nel caso del mondo gay si utilizzano doppi sensi, battute lascive e steccate pederaste. La lesbica, invece, viene solitamente ignorata. Il divertimento maggiore sta nell’angosciante perdita della vitalità figlia dell’inquieta descrizione del “Bellantonio” di Vitaliano Brancati. Come sarebbe più semplice se non fossimo all’ombra del potere vaticano, se fossimo liberi di non vedere consacrata nella benedizione di Dio un semplice atto sessuale che può avere mille varianti e non per questo essere meno bello o profondo. I corpi sono liberi quando si amano spontaneamente.
Esiste una possibilità di riscatto sociale e culturale di un “movimento politico/culturale che propone una visione dei sessi e dei generi fluida”, partendo anche dalla storia narrata di Marco e Luana, stessa persona che vuole vivere con dignità la sua identità di genere?
Il riscatto politico/culturale può avvenire solo superando la visione del corpo normato al maschile o al femminile, per creare un diritto fluido che attribuisca diritti e doveri sulla base dell’esistenza senza legarli all’appartenenza di un sesso piuttosto che un altro. Non è semplice ma sicuramente fattibile. La perdita dei genitali che contraddistingue la carta d’identità potrebbe rendere i diritti calabili su realtà neutre che non devono essere più scisse in categorie.
A chi ti sei rivolto maggiormente nello scrivere il libro ed esiste un target prevalente di lettori?
Mi sono rivolto essenzialmente a tutti coloro che soffrono, alle persone che non riescono a dire nemmeno a se stessi ciò che provano. Ho pensato a chi non è disobbediente e si conforma alla norma che lo piega pur non condividendola, ho pensato a chi è privo di luce perché non può permettersi di attirare sguardi su se stesso. Ecco ho pensato a chi è anonimo, non per scelta ma per paura di prendere un’identità che teme. Il target di lettori nella prime parti è molto variegato la seconda parte è più tecnica, va letta respirando l’aria innovatrice portata dagli ospiti che hanno raccontato.
Un’idea di Visconti - 05 febbraio 2012 17:00
Milk Milano presenta – 05 febbraio 2012 17:00

Un’idea di Visconti
Poetica, trasgressione e cultural studies
Con Mauro Giori dottore di ricerca in Storia delle arti visive e dello spettacolo presso l’Università di Pisa e autore del libro “Poetica e prassi della trasgressione in Luchino Visconti” ed. Libraccio
Seguirà piccolo rinfresco
Milk c/o Il Guado
via Soperga 36 Milano
Ingresso libero con tessera MILK
info 393 9573094
Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…
MUJER CONTRA MUJER
(Laura Branigan)
Over my heart – 1993
Bisogna essere over 40 per ricordarsi di Laura Branigan.
Si trattava di una bella ragazzona americana che aveva la passione per la musica europea e che fece, negli anni ottanta, la gioia di molti autori e produttori del nostro continente.
Infatti, nel 1983 la Branigan incise una cover americana di “Gloria” di Umberto Tozzi, che giunse al secondo posto della classifica americana, mentre l’anno dopo rifece “Self control” di Raf, portandola in quarta posizione oltreoceano.
Provate ad ascoltare la sua versione di “The power of love”, hit inglese di Jennifer Rush che negli USA ebbe poco riscontro e che la Branigan provò a riproporre nel 1987 raggiungendo una tiepida ventiseiesima posizione mentre, sei anni dopo, la versione di Celine Dion trasformò quel brano (a dire il vero un po’ insulso e banale) in un hit di proporzioni mondiali.
Quel raspino che la Branigan ha nella voce, unito ad una potenza e ad un talento drammatico davvero mitteleuropeo, fa impallidire la versione della cantante canadese, la quale tanto ha un limone nel culo quando canta in inglese tanto sa incendiare tutte le candele di casa quando interpreta in francese.
Dopo una bella partenza, la carriera di Laura Branigan si è rapidamente arenata.
Anche il suo “Over my heart”, album pubblicato nel 1993, non ebbe il successo che si meritava.
Fu l’ultimo disco di canzoni nuove inciso dalla cantante e conteneva le cover di due brani europei: una era la bella “The sweet hello, the sad goodbye”, brano poco conosciuto dei Roxette (fino ad allora pubblicato dal duo svedese solo come b-side del singolo “Spending my time” del 1991) mentre l’altra era “Mujer contra mujer”, incisa nel 1986 dai Mecano, un gruppo famoso anche in Italia per la loro “Figlio della luna”.
La Branigan decise di incidere “Mujer contra mujer” in lingua originale, riuscendo a mantenere altissima la sua capacità interpretativa anche cantando in spagnolo.
Il brano racconta la storia di due donne che camminano per la strada.
La loro amicizia è solo di facciata, appena la luce del giorno smette di toccarle esce la reale natura del loro rapporto.
Un rapporto complicato e controverso, perché una ha molti sensi di colpa (una opina que aquello no está bien), l’altra invece vorrebbe viverlo alla luce del sole, fregandosene di cosa pensano gli altri (la otra opina que qué se le va a hacer
y lo que opinen los demás está de más).
Quale può essere il punto d’incontro tra due modi così diversi di vivere la propria omosessualità?
Forse proprio il conflitto, che porta le due donne a combattere una contro l’altra per l’affermazione del proprio punto di vista.
Da qui il titolo, donna contro donna, in una guerra tanto inutile quanto disperata che porterà, inevitabilmente, ad una probabile futura separazione.
Ma chi potrà mai fermare due colombe che volano rasente il suolo, canta il ritornello?
Di certo non la protagonista, la quale non lancerà mai contro di loro la prima pietra.
Infatti sa molto bene che “que con mis piedras hacen ellas su pared”, e cioè che le pietre tirate per perbenismo e ipocrisia servono solo ad erigere un muro dietro il quale una persona finisce col nascondersi ed isolarsi.
Inoltre, anche se sbagliasse il momento di entrare in una stanza e le scoprisse a baciarsi, la protagonista non farebbe nemmeno un colpo di tosse pur di non disturbarle (“si equivoco la ocasión y las hablo labio a labio en el salón ni siquiera me atreveria a toser”).
Ma è solo un modo gentile per manifestare la propria solidarietà alle due donne o forse, sotto sotto, c’è anche un po’ di gusto morboso nell’osservare di nascosto una passione così forte e proibita, che potrebbe andare a toccare qualche corda molto intima e nascosta della protagonista?
Si era nella Spagna pre-zapatero, ma certe pulsioni non conoscono né tempo né regimi politici.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché ho scelto la versione di Laura Branigan al posto di quella originale dei Mecano.
Di sicuro perché il remake della cantante è di parecchie spanne superiore a quello del gruppo spagnolo.
Poi perché ho sempre amato la Branigan, sin da quando la vidi la prima volta in televisione, bella e all’apice del successo, abbracciare tutta felice un impacciatissimo Umberto Tozzi.
In più mi sembrava doveroso rendere onore al talento di questa brava e sfortunata cantante uccisa nel 2004, a soli 47 anni, da un aneurisma cerebrale.
“Ragazzi patrioleschi” sbarcano a Milano
Sabato 21 gennaio dalle ore 17,00 vernissage mostra fotografica Tony Patrioli
E’ difficile dare un commento alla produzione artistica di Tony Patrioli, dal momento in cui la sua dimensione poetica figurativa già di per sé si esplica nella lettura delle sue opere. Patrioli nasce a Manerbio, in provincia di Brescia, e inizia subito negli anni 60 a produrre lavori che si inseriscono in un contesto in cui quella “liberazione sessuale” tanto criticata da Pier Paolo Pasolini non era ancora avvenuta, definendo la presenza di ragazzi mediterranei disponibili a esporre la loro bellezza e sensualità senza filtri, schiettamente, direttamente, non mediata né meditata. Patrioli viene considerato un “predatore”, colui che carpisce essenze estetiche piene di liricità, ragazzi conosciuti per strada, occasionalmente nel proprio percorso, certamente lontani dagli stereotipi asfittici e preordinati del modello tipico. Ma forse a diventare preda è lo stesso fotografo che lascia ampia autonomia e spazio di autodeterminazione alla forma fisica, alla plasticità corporea, alla dimensione monumentale di semplici giovanotti, dallo sguardo complice, dalla mascolinità dirompente, dalla sinuosità scultorea. Patrioli segue la scuola di fotografia pubblicitaria di Milano dove si diploma nel 1977. “Sono nato inizialmente come fotografo erotico”, considera “e non ho nulla da rinnegare”.
Tony Patrioli a differenza di altri artisti suoi contemporanei di nudo maschile, è gay ed è dichiarato da sempre, realizzando le sue prime produzioni “softcore” per il mensile “Homo” e per riviste italiane, straniere, precisamente nordeuropee. Collaborerà, poi, con il famoso periodico “Babilonia”, con la cui casa editrice pubblicherà i suoi primi cataloghi.
I suoi ragazzi riprendono i canoni classici estetici, sono narcisisti senza farlo pesare, sono spontanei e sinceri nella loro sessualità e nel rapporto simbiotico con il proprio corpo, diventando, insieme ai paesaggi, quasi sempre mediterranei, molto spesso neoclassici, espressioni estetiche di una natura selvaggia, genuina, illimitata, non regimentata. I ragazzi stessi hanno una carica e tensione erotica che in modo disinibito e disinvolto esprimono attraverso le proprie gestualità immortalate come momenti susseguenti dall’occhio vigile e attento del fotografo, quasi divenendo figure pittoriche. I giovani ragazzi vengono definiti “patrioleschi”, ossia quel tipo di soggettività con una personalità evidente e visibile che richiede di essere celebrata in quanto risulta naturalmente da esaltare.
Se vogliamo individuare citazioni a cui Patrioli fa riferimento non possiamo che rimandare a Wilhelm von Gloeden, padre dell’arte di nudo maschile, fondamento della nascita dell’arte fotografica moderna. Lo stesso autore giustifica, così, questo riferimento: “Un po’ perché Gloeden era l’unico fotografo di nudo maschile che non fosse proibito in Italia all’epoca, un po’ perché la sua fantasia in parte coincideva con la mia. Le foto americane di culturisti mi parevano troppo lontane dal mondo e dai ragazzi che vedevo attorno a me”. Sono ragazzi innocenti quelli presenti nell’aurea neoclassica bucolica di Tony Patrioli, senza ambizione, non consapevoli di possedere un’energia vitale e armoniosa, ma portatori di un’ansia di esibirsi e di esprimere un fascino sessuale seduttivo. Patrioli, un vero artigiano della fotografia, è un fotografo moderno in quanto a essere moderno oggi come oggi, dopo decenni di imperialismo immaginario visuale del canone statunitense del culturista in posa, del palestrato depilato, dell’artefatto e autistico fisico del ginnico, è colui che riesce a fare comunicare il candore schietto di giovani che trovano nel loro fisico definito e scultoreo, magari con imperfezioni, un po’ arruffati, quasi tipica espressività di un fanciullo appena svegliato, magari un po’ goffi ma sempre armonicamente flessuosi in quanto naturali, quotidiani.
“La foto erotica era l’unica foto di nudo che avesse un mercato, a quell’epoca. Non esistevano quasi libri di nudo e non esisteva un mercato per quel tipo di prodotto”, considera Patrioli riportando gli albori della sua produzione, che ha visto “Mediterraneo”, suo primo libro di nudo maschile, pubblicato in due edizioni italiane e in due statunitensi nel 1984. L’epoca post moderna ha visto irrompere l’invadenza del pornografico esplicito, quasi invadente, con figure sempre più consapevoli di sé e della propria immagine. Patrioli oggi ritorna in auge dopo anni di marginalità imposta da un mercato asfittico dalla produzione pubblicitaria modaiola e patinata: forse perché oggi ritorna l’esigenza e la necessità di una bellezza tutta al maschile che ricerca nella dimensione fisica e corporea l’essenza dell’avvenenza visiva monumentale. Patrioli evolve la sua soggettività artistica in base ai cambiamenti dei tempi: è una narrazione figurativa di 50 anni di storia culturale italiana ed europea di nudo maschile, non scadendo mai nella banalità e nella prevedibilità fotografica dove viene mascherato ciò che già si considera mascherabile. Niente è scontato nella produzione artistica di Patrioli come nulla è considerabile come mascherabile o celabile, appunto, in modo preordinato e prefigurato in quanto nelle sue composizioni estetiche nulla risulta governato e governabile, premeditato.
Ed è qui l’artigianalità di Patrioli, pilastro importante della cultura omosessuale nostrana in quanto, come asserisce Renato Corsini le sue opere: “ancor prima di ricondurci alle fotografie primi novecento del barone Von Gloeden, ancor prima di ricordarci i ragazzi di strada di pasoliniana memoria, hanno la forza di aprirci le porte di quel mondo gay al quale lui orgogliosamente e creativamente appartiene. Orgogliosamente perché racconta che alcuni dei suoi modelli sono anche amanti, oggetto dei suoi sentimenti e custodi dei suoi desideri. Creativamente perché la sua grande sensibilità estetica è messa al servizio di immagini che vogliono rivolgersi di preferenza ad un pubblico maschile. In verità le sue fotografie interessano tutti, il loro valore emotivo le fa uscire dai confini delle pubblicazioni gay americane, cui erano destinate e le colloca con merito nel ristretto panorama delle foto d’arte”. La sua opera narrante e narrativa è una delle poche se non l’unica interpretazione dell’Eros omosessuale di un’epoca in trasformazione repentina che ha le sue radici in quell’Italia post agricola, luogo e spazio in cui i ragazzi, anche eterosessuali, si rendevano disponibili a disinvolte e genuine esternazioni omoerotiche, dalle tinte ludiche e divertenti.
Da Pier Art Gallery, prima galleria a contenuto artistico maschile presente a Milano e in Italia, Tony Patrioli esporrà una sua personale con la collaborazione di Giovanni dall’Orto e con la convinta adesione dell’associazione Harvey Milk di Milano, tornando nel capoluogo lombardo dopo diversi anni di assenza dalla ribalta meneghina della capitale monopolio della “moda” pubblicitaria italiana, con l’inaugurazione della sua mostra, sabato 21 gennaio alle ore 17,00. Si possono reperire le tre pubblicazioni di Patrioli, “I ritratti di Tony Patrioli”, “Mediterranea passione”, “Ragazzi patrioleschi”, in quantità limitate data la qualità degli stessi cataloghi.
da RiDVDere
La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.
IL PRETE (1994)
di Antonia Bird
con Linus Roache, Tom Wilkinson, Robert Carlyle
Quando uscì nel 1995 questo film fece un grosso scandalo negli Stati Uniti, soprattutto perché era distribuito da un marchio cinematografico di proprietà della Disney.
I benpensanti inorridirono all’idea che la casa madre di Topolino potesse appoggiare una storia così cruda e ai limiti della blasfemia.
Purtroppo stoltezza, ignoranza e cecità non mancano mai, soprattutto nei dintorni di qualunque argomento che vada a sfiorare la religione.
Infatti “Il prete” è un film bello che va a toccare molte tematiche, magari perfino troppe, ma lo fa con una rabbia così sincera da farsi perdonare anche qualche piccola ingenuità.
La regista era un’esordiente britannica, tale Antonia Bird, che per questo film vinse un Teddy Award al Festival di Berlino.
Grazie a tanto clamore, “Il prete” arrivò ad incassare in America poco più di 4 milioni di dollari. Poca roba, se si pensa agli incassi dei grandi film di cassetta, ma comunque un risultato lusinghiero per un film “low budget” e per la Disney che, reduce dal successo planetario de “Il re leone”, poteva permettersi il lusso di un flop al botteghino per una storia anti-famiglie.
Ma la vera sorpresa fu la Svezia, che tributò al film un’accoglienza inaspettatamente calorosa.
Padre Greg (Linus Roache) è un giovane prete appena giunto in un quartiere popolare di Liverpool.
È molto bello, animato dalle migliori intenzioni ma molto rigido su certe questioni morali. Per esempio, fa fatica ad accettare il fatto che Padre Matthew (Tom Wilkinson), con cui lavora, abbia una relazione con la sua perpetua.
Eppure Padre Greg non dovrebbe essere il primo a lanciare pietre dato che, in certe serate, si toglie il collarino da prete, indossa un giubbotto di pelle e va a dragare nei bar gay.
E lì incontra Graham (un Robert Carlyle che ancora non aveva conosciuto i fasti di “Full monthy”), il quale, ignorando la reale professione della sua nuova conquista, ne rimane subito affascinato.
In tutto questo si inserisce una pesante storia di violenza e incesto, di fronte alla quale Padre Greg si trova impotente per via del segreto confessionale.
La rabbia esplode con violenza dentro l’anima di questo giovane prete tanto sexy quanto frustrato. Basta un nulla a Padre Greg per perdere il controllo sulla sua vita e finire schedato in questura per atti osceni in luogo pubblico con il suo bel Graham, dal quale aveva cercato un po’ di conforto.
Il prete viene esiliato mentre la Curia fa fatica a gestire la patata bollente, augurandosi addirittura la dipartita del diretto interessato.
Sarà proprio il tanto criticato Padre Matthew a dare a Greg un’altra opportunità, nonostante l’ostracismo dei fedeli ottusi.
La scena finale, con l’abbraccio di due anime dolenti tra l’indifferenza di chi crede di avere la verità in tasca, è veramente toccante. E, nella sua gelida disperazione, regala un briciolo di speranza a chi ancora s’illude che non tutti gli uomini siano uguali.
Si tratta di un film scomodo, complesso, arzigogolato.
Però, a mio avviso, “Il prete” va assolutamente visto e non solo per ammirare il bel Linus Roache, il quale potrebbe trascinare in chiesa molti più fedeli di Papa Ratzinger.
Ci sono alcune scene che, da sole, valgono l’acquisto o il noleggio del dvd.
Al di là di quella finale, da me già citata, c’è anche l’invettiva di Padre Greg contro il crocefisso e il primo rapporto tra il prete e Graham, forse una delle scene erotiche più sensuali mai apparse sul grande schermo.
Molti hanno accusato la regista di aver voluto fare un “Uccelli di rovo” in versione gay, ma non è del tutto vero.
Forse la Bird non ha lo stile asciutto di Ken Loach, però sa dirigere bene gli attori e si avverte in lei una sincera presa di posizione a favore dei più deboli.
Che poi le piaccia indulgere un po’ troppo in qualche scena madre, pazienza.
Direi che si tratta di un peccato veniale.
Prodotto nel 2009 da Multivision, “Il prete” oggi è fuori catalogo. Perciò consiglio di cercarlo nelle videoteche specializzate.
Divertimento dal sapore rainbow: “Si fa … per ridere” di Angelo Pezzana

Il titolo è già un programma letterario: “Si fa … per ridere”. Stiamo parlando dell’ultima pubblicazione di Angelo Pezzana edita da Stampa Alternativa.
Il sottotitolo è solo il chiarimento del contenuto della breve pubblicazione ma, non per questo, assente di efficacia, almeno per il buon umore: “Lo humor gay in 101 barzellette”. Il testo definisce una cornice culturale all’interno della quale viene sviluppato un percorso che ha una propria autorevolezza letteraria popolare e che porterà il lettore, si spera non solamente omosessuale, all’interno di un mondo in cui il non detto, i tabù, le immagini dell’inconscio della cosiddetta sfera primaria tipica di uno stato quasi onirico e rimosso della nostra coscienza, saranno manifesti attraverso sagaci battute.
La forma verbale rende accettabile ogni allusione che l’immagine rimossa dalla cultura prevalente e predominante crea, destrutturando e decostruendo una situazione quotidiana dove la normalità diventa elemento di un paradosso. I contenuti dei “motti di spirito”, così Freud definiva l’umorismo nella sua omonima pubblicazione, sono di natura sessuale e consentono di “liberare una tensione psichica”, giocando su espressioni contrastanti, utilizzando tecniche letterarie quali la condensazione, lo spostamento verbale e la rivelazione eccessiva di difetti e qualità di figure stereotipate e ascrivibili a precise categorie prestabilite.
Questo strumento verbale, appunto, un tempo tradotto anche attraverso il supporto della musica e della liricità compositiva, garantisce l’abbattimento delle inibizioni che alcune storie e avvenimenti narrati potrebbero procurare se riferiti senza l’immagine presente nel nostro inconscio e, quindi, privandoli di quella caratura umoristica che consente di “liberare una tensione psichica ottenendo un alleviamento del dispendio psichico già in atto e risparmio su quello in procinto di verificarsi”.
Scriverà Charles Brenner sulla barzelletta: “La tecnica della battuta generalmente serve a provocare la liberazione, o lo scarico, di tendenze inconsce, le quali altrimenti non avrebbero avuto il permesso di esprimersi, o che, almeno, non avrebbero potuto esprimersi in maniera così completa.” Un noto psicoterapeuta, Richard Bandler, dirà, invece, che “uno dei disagi peggiori è la seriosità”. Fare umorismo sulla condizione omosessuale non è facile, soprattutto se si ritorna a riprendere battute spesso dette in situazioni emarginanti e persecutorie verso il cosiddetto “diverso”.
Il libello di Angelo Pezzana vuole, invece, riprendere alcune delle più interessanti e universali freddure che la nostra contemporaneità abbia mai offerto, rileggendole in una chiave più vicina, ossia quella dell’ottica di una persona che ha promosso e continua a promuovere a livello letterario un’azione di liberazione e di emancipazione dell’omosessualità.
Gustiamo le barzellette che, “in qualche misura, possono riguardarci da vicino” scrive Pezzana nella prefazione. Ed è vero soprattutto se questo ci aiuta a comprendere e, di conseguenza affrontare, stereotipi e condizioni di emarginazione che quotidianamente si vivono o, perlomeno, si percepiscono come esistenti.
Si leggono barzellette in cui a essere deriso o, spesso, soggetto di una macchiettistica alterazione dei propri lati caratteriali esasperati, è il personaggio omosessuale. In questo non si vuole eccedere in un altruismo buonistico ma, bensì, alleggerire per comprendere meglio in senso autoironico le situazioni e le cause che dettano il perdurare di un pregiudizio insano quanto ingiustificato.
Il riso è la conseguente reazione che può avvenire leggendo solamente le prime pagine della pubblicazione.
E’ nella capacità umoristica mai volgare e sempre fine di un autorevole scrittore quale Angelo Pezzana, curatore del ricettario di barzellette, che ha fatto della propria vita di impegno culturale e civile una costante e coerente attività volta a esprimere la propria identità e a vivere meglio e bene la propria omosessualità cercando di “squarciare le nubi dell’ignoranza e della disinformazione” divenute ora “nubi legali” che non consentono alle persone glbt di essere riconoscibili come “persone complete”.
Gli stereotipi si esasperano tanto da rendere evidente la comicità e l’insussistenza di alcuni pregiudizi che si autoalimentano nella nostra storia contemporaneità, spesso fatta di brutale intolleranza e di segregazione di tutto ciò che non è considerato “normalizzato”.
La struttura della raccolta, ricco compendiario che ripercorre anni di narrativa del volgo, vede una suddivisione in differenti capitoli all’interno dei quali si riconducono le diverse affermazioni grottesche quanto dense di umorismo e divertenti. Si inizia con la famiglia, luogo istituzionale dove spesso diventa drammatica l’affermazione della propria sessualità, vista con una dose di sorprendente e inaspettata “tenerezza patetica”.
Si procede con l’affrontare la figura del gigolò, che fa il mestiere più antico del mondo “per soldi”, a lui “piacciono le donne”, dipinta paradossalmente sotto l’ottica del personaggio con un’eccessiva dose di altruismo e di bontà; così come la religione analizzata nel capitolo “Cristo & co.” dove si ride di uno dei poteri più efferati nel condannare, attraverso anatemi papali “ancora freschi”, spiega l’autore, l’omosessualità con disumanità e crudeltà. Si avanza con la farsesca sezione “A due o più zampe” dove ci si interroga su quale sia la differenza sussistente tra uomo e animale nell’ambito della diversità di comportamento tra etero e gay, arrivando a considerare che è utile dissacrare attraverso simpatici e spassosi parallelismi creando un alter ego iperbolico il gravoso preconcetto dell’umanità verso l’omosessualità.
Si prosegue, poi, con la brillante serie di barzellette sui trans, di cui la letteratura gay in materia offre pochi esemplari che, comunque, non mancano se si pensa al genere nella sua universalità; così come non è meno esilarante il capitolo su “L’altra sponda” che si basa sulla scomposizione dell’orgoglio impassibile machista tipico della sottocultura eterosessista disegnando veri e propri “etero insicuri, curiosi e tutt’altro che a loro agio” nel proprio abito.
È interessante la riproposizione nel capitolo “Altri tempi” di assurde e ironiche situazioni omoerotiche intriganti ricreate nell’antica Roma o al tempo delle crociate, così come nel far west, così come la rilettura del localismo, sia dal punto di vista linguistico sia da quello ambientale, eccedente in alcuni dettagli particolari e nelle peculiarità territoriali di paesaggi in cui si calano le storie riportate. Infine “Pout pourri” conclude la lunga rassegna di barzellette sull’omosessualità redatte da Pezzana, sezione in cui si può dire racchiudersi la summa dell’umorismo dove il contrasto tra l’esasperazione dei lati caratteristici dei personaggi, sia nell’ambito negativo dei difetti sia in quello positivo delle qualità, definisce un ritratto grottesco e spiritoso utile a decostruire il reale e a rielaborarlo sotto altri punti di vista meno seriosi e costretti.
Concludiamo con una barzelletta per meglio comprendere il tenore espressivo, pittoresco quanto contagiante di una comicità che, seppure in alcuni passaggi in apparenza crassa, vuole rimettere in discussione, attraverso la propria portata ironica dirompente, diversi pregiudizi che vedono l’omosessuale in vesti pittoresche e, pertanto, funzionali al consolidamento di clichè sessisti discriminanti: “Un saggio detto :”Se il tuo avversario te l’ha messo nel culo, non agitarti: potresti fare il suo gioco””.
Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…
Ti ricordo ancora (Fabio Concato)
Fabio Concato – 1984
A Dean Martin (Fabio Concato)
Storie di sempre – 1977
Era il 1977 quando un giovane artista di 24 anni, tale Fabio Piccalunga in arte Concato, fece il suo esordio sul mercato discografico con un album intitolato “Storie di sempre” che conteneva “A Dean Martin”, singolo che divenne un discreto successo sia radiofonico che di vendite.
Il tormentone “Ragasina, piccolina” in finto accento italo-americano entrò a far parte del gergo di quei tempi e la presa in giro del tipico macho a stelle e strisce che si perdeva dietro ad una bella fanciulla, scoprendo in seguito trattarsi di un travestito, toccava in modo graffiante un tema ancora poco battuto all’interno della musica italiana.
Da ragazzini rimanemmo tutti affascinati da questa storia in stile “La moglie del soldato” in cui il cantante, spogliando la ragazza, cantava con voce perplessa “quanto pelo hai sul petto, ora che ti guardo meglio sembri proprio un ometto”.
Ma il “clou” della canzone era l’accenno razzista “con tutti i negri perché proprio a me che sono bianco e pulito come un giglio”, che andava a prendere in giro l’ipocrisia degli Stati Uniti che, proprio in quel periodo, si stavano lavando la coscienza con gli afro-americani girando film come “Mandingo” e “Radici”.
Dopo questo esordio Concato incise un secondo disco del 1979 il quale, nonostante la bella “Zio Tom” (ripresa anche da Mina nel 1990), non lasciò grandi segni del suo passaggio.
Ci volle il 1982 e “Una domenica bestiale” per riportare all’attenzione del grande pubblico il nome di questo sensibile cantautore.
Ma fu il 1984 l’anno del grande botto. Con l’album omonimo, Fabio Concato conquistò le zone alte della classifica, regalando al mondo della musica leggera un album bellissimo, dal perfetto equilibrio tra dolcezza, poesia ed ironia.
Il singolo trainante di “Fabio Concato” era “Fiore di maggio”, che l’artista aveva dedicato alla nascita di sua figlia. Ma uno dei brani più interessanti era la seconda traccia dell’album.
Si trattava di “Ti ricordo ancora”, quasi un’altra “Pierre” dei Pooh, ma più delicata, serena e meno sofferta.
Parla di un compagno di classe mai dimenticato e del primo (ma chissà se unico) turbamento omosessuale del protagonista.
“E ti ricordo ancora, le braghe corte di tuo fratello e le gambe viola”, così comincia la canzone, trasportando subito l’ascoltatore all’interno del mondo un po’ naif di Concato.
Non c’è nulla di romantico in questa frase, ma è proprio da un’immagine così poco gradevole che si intuisce tutta l’affettività intrinseca. Infatti, quando si vuole bene a qualcuno, si amano anche le sue imperfezioni, perché sono proprio quelle a renderlo così unico e tenero ai nostri occhi.
“Eri un omino ma dentro avevi un cuore grande che batteva forte un po’ per me”. Che altro si può dire dopo questa riga così semplice, diretta, che contiene tutta l’ingenuità e la forza del primo amore?
Ma eravamo in un’epoca ben diversa da quella attuale (Concato è nato nel 1953 per cui, ipoteticamente, la canzone dovrebbe svolgersi intorno alla metà degli anni sessanta) ed un maestro che scoprì i due bambini ad accarezzarsi durante il doposcuola non fu in grado di comprendere.
Chissà cosa capitò allora. Ci fu uno scandalo? I due bambini furono separati, un po’ come accade alle due protagoniste di “Le mille bocche della nostra sete”, il bel libro di Guido Conti?
L’unica cosa certa è che nessuna ottusità umana può separare chi si vuole bene veramente. Perché c’è la memoria che aiuta a non perdere mai nel tempo una persona amata, domandandosi se sarà ancora la stessa (“chissà se parli ancora agli animali, se ti commuovi davanti a un film”) o se il mondo esterno la avrà costretta a indossare una pelle un po’ più dura per riuscire a sopravvivere.
Musicalmente “Ti ricordo ancora” è semplice e lineare, senza grandi voli pindarici.
Ma, come in quasi tutte le canzoni di Concato, è il testo il piatto forte.
Un testo vero, diretto e commovente, come solo i sentimenti autentici sanno essere.
Anche il riferimento alla madre dell’amico, stanca di fargli un po’ da padre, diventa poesia e non sfiora il pericoloso limite della facile psicologia da salotto.
Questa canzone, come tutto il resto del disco che la contiene, è assolutamente un “must” per chi vuole possedere una discografia degna di tal nome.
Brani come “Guido piano”, “Tienimi dentro te”, “Sexy tango” e “Rosalina”, oltre alle due canzoni già citate, sono una prova tangibile di quando in Italia c’era ancora la voglia di produrre musica per palati fini.
Convocazione direttivo lunedi 9 gennaio 2011
E’ convocato il Consiglio direttivo, per il giorno lunedi 9 gennaio 2012 alle ore 21,
presso via Soperga 36 Milano (sede Guado), con il seguente O.d.G.:
1. Aggiornamenti progetti in essere
2. Bandi Europei
3. Riflessione progetti nuovi
4. Resoconto riunione referenti e nuovo regolamento, proposta nuovo sistema di gestione
5. Aggiornamenti di segreteria e riflessione cene sociali
6. Varie ed eventuali
Tutti i soci sono invitati a partecipare così da contribuire alla vita attiva dell’associazione.
Il presidente



