L’indulgenza del latte – Un progetto Carolina Reaper

L’indulgenza del latte è un progetto della compagnia teatrale Carolina Reaper. Essa nacque con altro nome a Milano, nel 2009, con lo spettacolo Abbandonare Didone. Dopo numerose repliche tra Lombardia e Veneto, questo vinse il primo premio della sezione “Under 35” al Next Generation Festival di Padova (2013). Nel 2015, la compagnia inscenò Madame Cyclette, storia di una corsa contro il tempo. Il nome “Carolina Reaper” è giunto dopo sette anni di attività.

Il primo studio de L’indulgenza del latte è stato rappresentato al Teatro Elfo Puccini di Milano, inaugurando la Milano Pride Week. Lo spettacolo compiuto debutterà nella stagione 2016/2017 di Campo Teatrale, sempre a Milano. L’indulgenza del latte è composto da “quadri” ambientati nel futuro prossimo e aventi per filo conduttore il tema dell’omofobia. Il regista di Carolina Reaper, Patrizio Luigi Belloli, è anche drammaturgo e direttore artistico. Ed ha accettato di rilasciare un’intervista per il nostro Progetto Blog.

 

 

  1. “Carolina Reaper”: come mai un nome così… piccante, per una compagnia teatrale?

Abbiamo pensato: sarebbe bello che l’anima della compagnia avesse un nome e un cognome, proprio come ciascuno dei suoi membri. E che quest’anima restituisse l’idea di una forza che si scatena, di un incendio. Potente, come il sapore del peperoncino più piccante al mondo: il “Carolina reaper”.

 2. L’indulgenza del latte: il titolo allude al cognome dell’attivista Harvey Milk (“Milk” = “latte”, appunto)?

Una vecchia canzone diceva “Bevete più latte”. Il latte è proteico. Se lo bevo divento grande, combatto e vinco. Ma quasi tutti siamo passati dal seno di una madre che ci ha nutriti. Quindi il latte è anche trasversale e ci ricorda che l’uomo non si sostiene da solo. Ecco che allora il latte instilla sì vigore, ma induce anche ad essere indulgenti.

Il titolo dello spettacolo si ricollega non casualmente al cognome e allo spirito di Harvey Milk: un inarrestabile attivismo politico, volto alla conquista dei diritti civili, e uno sguardo umanissimo al bisogno delle persone di essere felici.

 3. “Uno spettacolo intero. Materno. Cagliato. Parzialmente scremato. A lunga conservazione”. Così l’avete definito. Ciò spiega, in parte, il motivo di quel “latte” nel titolo. Avete scelto diverse epoche e diverse storie, da condensare nello stesso spettacolo. Esse sono però unite dal filo conduttore dell’omofobia. Quali diversi aspetti dell’omofobia avete colto, durante questo lavoro? E come si ricollegano alle caratteristiche del latte che avete citato?

Il nostro è uno spettacolo caleidoscopico e ha lo scopo di misurare i livelli di omofobia degli spettatori come si fa coi bambini quando hanno la febbre. Noi non ricorriamo ai gradi centigradi, ma a una pluralità di episodi, ambiti e sguardi dove l’omofobia come polvere si può annidare.

Anzitutto nel tentativo di limitare i diritti civili, di cui invece vogliamo mostrare la piena acquisizione. Nello spettacolo per esempio le unioni civili sono considerate qualcosa di sorpassato e le due ragazze lesbiche protagoniste del primo episodio si sposano in chiesa. Gli spettatori in questo caso sono chiamati a essere gli invitati alla cerimonia, durante la quale si rifletterà in maniera tragicomica sul significato dell’essere madre (latte materno).

Ma il latte ha una data di scadenza e arriva per molti, anche per gli estremisti anacronistici, il tempo di rendersene conto e smettere di condurre le famiglie ai raduni Family Day o alle silenti manifestazioni delle Sentinelle in Piedi. Forse trascorrere la domenica a fare hockey, all’Aprica, a teatro o semplicemente a casa sarebbe più costruttivo dell’armarsi di un’ostilità tanto gratuita quanto venefica (latte cagliato).

La banda di finti neonazisti vuole instaurare un nuovo regime (a lunga conservazione), ma sa che per ottenere la longevità di un progetto occorre un lavoro di controllo continuo, non abbassare mai la guardia, per schiacciare sul nascere i tentativi di insurrezione da parte dei neonazisti veri.

Va detto infine che lo spettacolo conosce due versioni: una parzialmente scremata, che prevede tre episodi recitati, e una intera, cui si aggiungono diversi cortometraggi.

 4. Nella presentazione in PDF del vostro spettacolo, parlate della voglia di tirare un pugno, per scardinare i pregiudizi sull’omosessualità. L’indulgenza del latte sostituisce questo pugno, scardina la realtà non con la forza bruta, ma col pensiero. Vuole indagare quali siano i margini di rivalsa contro l’omofobia, ma scartando vittimismo e sensazionalismo. L’arte al posto della violenza, fisica o pubblicitaria che sia… Qual è il rapporto tra creatività e brutalità? Sono antitetiche? O vengono dalla stessa radice? O entrambe le cose?

Il desiderio di “tirare un pugno” è nato nella nostra mente come intenzione naïve, ma spontanea. Ci siamo detti che non era il caso di negare tale spinta, che negarla ci avrebbe tolto potere e reso disonesti. Ma anche che la fantasia di sgominare a suon di cazzotti l’omofobia e i suoi tanti adepti, più che realizzata andava portata a un altro livello. E il teatro ci ha permesso addirittura di sublimarla, renderla costruttiva e fruibile da una collettività, individuare un messaggio contrario al dilagante vittimismo in cui si incappa quando si affrontano temi di questo tipo. L’intento è stato quello di evitare il facile quanto pericoloso effetto “siamo vittime” perché altro non fa che alimentare il numero dei carnefici. Secondo noi, ai colori dell’arcobaleno, la comunità LGBT dovrebbe aggiungere anche il bianco e il nero sulla propria bandiera. A chiudere un cerchio, a completare uno spettro. Forse è vero che una certa creatività è brutalità, ma dopotutto lo è anche il parto. Si tratta di due mondi che si incontrano e scontrano quando deve nascere qualcosa di importante.

5. L’ambientazione delle vostre storie è il futuro, quindi un ambito ipotetico e immaginario. Quanto del presente (e del passato) c’è nel vostro “futuro”?

Se penso al tempo che mi è stato sottratto quando mi facevano sentire inadeguato, nasce in me la voglia di recuperarlo immediatamente, di non perdere altro tempo.

Per questo nello spettacolo, anziché indugiare su ciò che è stato (certamente utile ma paralizzante se diventa l’oggetto prediletto dal nostro sguardo), mostriamo quello che per forza di cose accadrà in futuro. Perché nell’oggi in nuce già esiste già quello che ci spetta domani. E’ un vento che già ci accarezza.

Nell’ “Indulgenza del latte”, lo spettatore può così assistere al primo matrimonio lesbico religioso in Italia, che abbiamo collocato (ottimisticamente o meno è spunto di riflessione) nel 2022. Ma anche alla resa e all’esilio dal nostro Paese di chi ha combattuto strenuamente quanto invano contro le unioni civili e le adozioni omogenitoriali (2025). Attraverso la rappresentazione teatrale costruiamo e palesiamo un mondo privato di quelle istituzioni che tentano di conservare le discriminazioni facendone baluardo, terrorizzate dall’idea probabilmente inaccettabile (!) della libertà che avanza. Istituzioni destinate a crollare. E allora perché non assistere in prima fila a tale fragorosa caduta?

6. Nello spettacolo, “L’Indulgenza del Latte” è una finta banda di neonazisti, che vuole infiltrarsi in questo ambiente per scardinarlo dall’interno. Che significato ha questo nome? Quale programma sottende?

È una piccola banda di eroi non convenzionali, disposti a sacrificare tutto, la loro vita privata e, in maniera surreale, la loro stessa omosessualità pur di portare a termine un piano ai limiti della follia: spacciarsi per veri neonazisti, entrare nel loro sistema e distruggerlo dall’interno. Come fossero attori, dovranno recitare una parte e dovranno recitarla bene. Ne va della loro incolumità e della buona riuscita del progetto. Per tale ragione sceglieranno di abbandonare il loro passato e seguire un duro addestramento, che li priverà della loro identità, esteriore e interiore, e consentirà loro una mimesi pressoché totale “con il nemico”. Non vogliamo spoilerare l’esito del piano di questa atipica banda: possiamo dire che il loro percorso è anche quello dello spettatore, chiamato a guardare dentro lo stereotipo e ricavarne ciò che ritiene utile e ciò che reputa effimero.  

7. Il terzo episodio è “Last Family Day”: storia di una famiglia infelice che attribuisce la propria infelicità al contesto esterno, al fatto che vengano legalmente riconosciute anche famiglie diverse dalla loro. Secondo voi, dunque, il risentimento contro l’avanzata dei diritti civili e la paura del “gender” viene dal desiderio di trovare capri espiatori? E per cosa?

Secondo noi nasce da una doppia attitudine: l’invasione di campo e il vittimismo come conseguenza dell’invasione di campo.

Chi ha preso alla lettera il messaggio “fatti a immagine e somiglianza di Dio” forse si è accaparrato, oltre allo specchio, pure la toga che il giudice indossa quando condanna e ha pensato di avere tutto il diritto/dovere di creare un mondo dalla cifra conservatorista pigramente ma ferocemente tramandata nel corso delle generazioni. Come quei giuramenti fatti al capezzale che uno non si sente di tradire. Questa tendenza “legittimerebbe” un’invasione di campo, induce a entrare in ambiti che dovrebbero rimanere privati e liberissimi ancorché innocui, e a ravvisarne presunte minacce e i semi di chissà quale temibile caos. Quando poi viene a galla che non si può esportare e imporre un modus vivendi come si farebbe come un conio, ecco che l’invasione di campo si trasforma in una sorta di regressione, di chiusura e scatta la fase due: il vittimismo. Non a caso, ne “L’indulgenza del latte”, la famiglia che vuole lasciare l’Italia alla ricerca di un paese dove gli omosessuali non solo non possano sposarsi o essere genitori ma neppure esistere, sente esplodere le bombe sulla propria testa come fosse la Roma del ’43. Chi crede all’inferno e lo crede un possibile aldilà, è perché non lo vuole vedere nell’al di qua, più precisamente non è in grado di vederlo già dentro di sé.

Di questa famiglia noi vogliamo palesare il dramma senza facili ironie. Perché, oltre che ridicolo, è certamente drammatico non saper uscire da certe gabbie quando la porta non è nemmeno stata chiusa a chiave.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Senza te

Ines si sente imbattibile: padrona della statistica, del proprio cuore, del proprio destino, con la sua lucidissima mente matematica. Eppure, quando incontra Marta, non sa cosa le stia succedendo. Sa solo che quella matricola dell’università di Pescara ha capelli d’oro e occhi dolcissimi. 

            Senza te  (Milano 2011, Leone Editore) è il sesto romanzo di Vincenzo Di Pietro, il penultimo del genere “pop metropolitano”, prima della conversione al “thriller a enigma”. È la storia dolceamara di due studentesse alle prese con l’amore – e non solo. La vita sentimentale di Ines sarà complicata dalla conoscenza con Valerio, un “pezzetto di cielo” che sdoppierà la sua realtà con la magia della carta stampata.

            Le due ragazze – ben presto, divenute assai più che amiche – condividono un appartamento da universitarie. La loro è una vita di lezioni, tavoli al pub, discoteca, spese spicciole per sbarcare il lunario. E di amplessi che arrivano con naturalezza, senza pensare, che sembrano non finire più. Un gioco. O – meglio – così pare. Perché Marta non sa stare senza Ines. E, per quest’ultima, l’angelo biondo diventerà presto l’unico appiglio alla realtà, in un vortice di avventure irreali.

            “Lei, una margherita fresca e pulita con la corolla bianchissima e un cuore dorato. Io, una rondine nerissima dalle ali lucide e il resto del corpo bianco come la neve. Tutte e due, assieme, le labbra rosse come papaveri, ferite aperte, sangue condiviso” (pag. 86). Ines, la rondine in fuga da ogni impegno concreto, finisce per cozzare contro la sensibilità di Marta, contro la responsabilità che ogni amore sincero richiede. Persino il coming out, il primo bacio dato su una spiaggia, fra amici in festa, sarà una sorta d’imperdonabile leggerezza. La bruna sirena è una ladra di vita, tanto di quelle scritte nei libri, quanto di quelle di chi la ama. Le sue fantasie terribili e meravigliose crolleranno contro un muro invisibile, cresciuto dentro di lei. Solo allora – forse troppo tardi – Ines comincerà a vivere coi piedi per terra. In tempo per confessare a Marta: “…io non ci so stare, senza te” (pag. 131).

 

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Assemblea Annuale 05 Maggio 2017

È convocata l’Assemblea Ordinaria Annuale dei soci del Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano, il giorno venerdì 05 maggio 2017 ore 21.00 presso Via Soperga 36 Milano (sede Guado), con il seguente ordine del giorno:

1) Elezione del revisore dei conti
2) Presentazione del bilancio da parte del Segretario
3) Valutazione del revisore e Approvazione del bilancio
4) Varie ed eventuali

Tutti soci sono invitati caldamente a partecipare a quello che è il momento di massima espressione della vita democratica dell’associazione. L’assemblea è pubblica, chiunque è invitato ad assistere ai lavori.

Regolamento assembleare:

1) AVENTI DIRITTO AL VOTO: tutti i soci in regola con il versamento della quota associativa; i soci tesserati dopo la data di pubblicazione della presente convocazione non avranno diritto di voto. I soci morosi potranno rinnovare la tessera in sede di assemblea e partecipare regolarmente alle votazioni.

2) DELEGHE: ogni associato potrà farsi rappresentare in Assemblea generale da un altro associato con delega scritta. Ogni socio non può ricevere più di una delega. La delega deve esplicitamente contenere nome cognome data di nascita, residenza e numero di tessera (valida) del delegato e del delegante ed essere chiaramente rivolta all’assemblea del giorno 05 maggio 2017.

3) FUNZIONAMENTO: L’Assemblea ordinaria è presieduta dal Presidente congiuntamente col Segretario o, in assenza di entrambi o di uno dei due, da soci eletti a maggioranza assoluta dai presenti.

4) VALIDITA’: L’assemblea è validamente costituita qualunque sia il numero dei soci intervenuti o rappresentati.

5) DELIBERAZIONI: Le deliberazioni dell’Assemblea ordinaria sono valide quando siano approvate dal 50% più uno dei presenti. Tutte le votazioni dell’assemblea si ritengono a scrutinio palese e per alzata di mano, ad eccezione di quelle relative a singole persone fisiche o quelle per cui la maggioranza del 50% più uno dei presenti richieda la votazione a scrutinio segreto. Le deliberazioni adottate dall’Assemblea dovranno essere riportate su un Libro Verbali a cura del Segretario, che sottoscrive il verbale unitamente al Presidente; il verbale dovrà essere a disposizione dei soci.

Il segretario

Tra(n)sparenti

Cosa significa vedere la mamma “diventare un uomo”? O il papà “diventare una donna”? Alcune persone transgender fanno coming out e cominciano una transizione piuttosto tardi, quando si sono già create una famiglia. Il loro percorso comprende dunque la necessità di spiegarsi ai figli, di far comprendere cosa sta succedendo… perché una persona così importante per loro sta andando incontro a una trasformazione fisica tanto radicale, pur essendo la stessa di sempre e amandoli come prima. 

Ne parlerà il seminario Tra(n)sparenti. L’esperienza della transizione dal punto di vista dei figli, organizzato presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona, dal centro di ricerce PoliTeSse – Politiche e Teorie della Sessualità. L’evento è firmato anche dal logo di FamilyLives, ricerca sulla genitorialità nelle coppie same-sex condotta da un team dell’Università di Verona e della University of California Berkeley. La moderazione, per l’appunto, sarà affidata a Federica de Cordova e a Giulia Selmi, che partecipano a FamilyLives. 

Interverranno: Egon Botteghi, in rappresentanza di Intersexioni e di CIRQUE – Centro Interuniversitario di Ricerca QueerAlessandra Delli Veneri, psicoterapeuta e sessuologa clinica dell’Università di Napoli.

L’appuntamento è per venerdì 5 maggio 2017, alle ore 14:30, presso l’Aula Riunioni di Palazzo Zorzi (2° piano), Lungadige Porta Vittoria 17, Verona.

Dalle parole dei forti

La storia di Stavro potrebbe sembrare fuori posto, su questo sito. Perché non è una storia d’amore. E non è nemmeno esemplare. Eppure, merita una menzione. Intanto, perché mostra quale fosse la condizione dei “diversamente eterosessuali” in Europa orientale all’inizio del XX secolo ed esemplifica uno degli incubi ricorrenti degli uomini gay: essere scambiati per potenziali “pederasti”, “traviati” da “abusi in età infantile”. L’altro motivo – e, forse, sarebbe sufficiente in qualunque contesto – è il meraviglioso padre letterario di Stavro: lo scrittore Panait Istrati (1884 – 1935). Figlio naturale di una lavandaia romena e di un contrabbandiere greco, compose le proprie opere principali in francese. La sua vita, errabonda per vocazione, gli fruttò le esperienze che rifuse nei romanzi. Kyra Kyralina fu il primo a essere pubblicato (1923, per l’editore Rieder). Esso si ispirava a un’omonima ballata popolare: la bella Kyra veniva rapita al porto di Braila (città natale di Istrati) da un ricco arabo e liberata poi dai propri fratelli. Nel romanzo, Stavro è il protagonista-narratore e il titolo è dato dal nome della sorella di lui. Alla sua voce, l’autore affida una vicenda esotica e immaginosa come le novelle delle Mille e una notte, ma concreta e dolente come le esperienze reali: una forma di romanzo del tutto insolita, nel quadro letterario francese dell’epoca.

            Stavro si presenta come “il mercante straniero”, il “venditore di limonate” a cui ogni casa “perbene” è interdetta. Agli occhi del lettore, il personaggio prende forma nell’incontro con Adrian, il suo giovane amico ansioso di girare il mondo (e alter ego di Istrati stesso). L’attaccamento del ragazzo allo straniero non è dato tanto dal loro debole legame di parentela, quanto dalla misteriosa storia di vita che Stavro ha alle spalle. Essa emergerà improvvisamente, la notte in cui quest’ultimo lascerà trapelare i propri reali sentimenti per Adrian. Proprio l’attrazione di Stavro per i ragazzi fu l’elemento che suscitò scalpore, all’uscita di Kyra Kyralina sul mercato librario. 

            Nella vicenda del narratore, prende corpo il mondo della “Istanbul segreta”: quello in cui i ricchi fornitori di harem abusano dei begli adolescenti, mentre li coprono d’oro come lussuosi animali da compagnia. L’ “orco” di Stavro è lo stesso che ha rapito l’adorata sorella di quest’ultimo, Kyra, e l’ha venduta a un harem. A quella troppo traumatica scoperta del sesso, il personaggio attribuisce il proprio orientamento – secondo un preconcetto (non solo) primonovecentesco. Nel corso del racconto, Stavro stesso riesce a parlare dei propri sentimenti solo con il linguaggio del “vizio”, dell’ “infelicità” e persino della “maledizione” di tipo magico. Eppure, riesce a sferrare una risposta a chi lo accusa con troppa facilità: «Non è per difendermi che voglio parlare: oh! per me, non fa differenza!… È per darvi, io, l’uomo immorale, una lezione di vita, a voi che siete persone morali, soprattutto a Voi, Mikhail, che non la conoscete tutta, come forse pensate» (cap. I). Stavro introduce così la storia del proprio matrimonio, col quale si rifugiò fra le braccia di una ragazza amorevole e innocente. Da accusato, si fa accusatore dei meschini parenti di lei, che lo costrinsero a una vita di alienazione perché “incapace di fare il proprio dovere di marito”; accusatore di un amico che tradì il suo intimo segreto; accusatore, infine, di quella famiglia senza amore che condannò lui all’emarginazione e sua moglie al suicidio.

            I ricordi rappresentati narrativamente da Istrati sono tali da fermare qualunque tentazione di idealizzare quella società in cui “i diversi non alzavano la cresta”. Pur avendo interiorizzato lo stigma, Stavro scolpisce la vera vergogna: quella di essere così annegati nel perbenismo da divenire anaffettivi e crudeli. Ben venga questo narratore da Mille e una notte sul nostro sito: perché, come dice Adrian, «la luce viene dalla parole dei forti» (cap. I).

 

Panaït Istrati, Kyra Kyralina, in: Œuvres I, (“Phébus libretto”), édition établie et présentée par Linda Lê, Paris 2006, Éditions Phébus. (Nell’articolo : traduzioni nostre).

 

Una traduzione italiana : Panait Istrati, Kyra Kyralina, (“Universale Economica”), Milano 1996, terza edizione, Feltrinelli. Traduzione dal francese di Gino Lupi; revisione di Pino Fiori.

 

Testo di Erica Gazzoldi.

Stabat Mater – The Baby Walk

Dal 18 al 23 aprile ore 20.30 (domenica ore 18.30)

 

THE BABY WALK
IDEAZIONE Livia Ferracchiati
SCRITTO E DIRETTO DA Livia Ferracchiati
CON Chiara Leoncini, Alice Raffaelli, Stella Piccioni
E LA PARTECIPAZIONE VIDEO DI Laura Marinoni
DRAMATURG DI SCENA Greta Cappelletti
AIUTO REGIA Laura Dondi
PRODUZIONE Centro Teatrale MaMiMò e
Teatro Stabile dell’Umbria/Terni Festival
IN RESIDENZA A Campo Teatrale
in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare pressoCAOS – centro arti opificio siri a Terni

 
Stabat Mater indaga il tema delle relazioni intime e famigliari ed è, dopo Peter Pan guarda sotto le gonneil secondo capitolo della Trilogia sull’Identità che affronta il tema dell’identità di genere e, in particolare, racconta il transgenderismo maschile.
Quant’è difficile crescere? Quando si diventa adulti?
Cosa significa recidere il cordone ombelicale e farsi, a propria volta, potenziale genitore?
PROMO HARVEYMILK
Biglietto a € 10 anzichè € 20 prenotando a: biglietteria@campoteatrale.it

 

CONVIVIO – UNA CENA “DOPO” MA ANCORA “DENTRO” IL TEATRO 

Un’occasione per incontrare le compagnie ospiti dopo lo spettacolo, il direttore artistico del teatro Donato Nubile e altri ospiti per condividere domande e riflessioni intorno a un tavolo, ma anche per conoscersi e fare quattro chiacchere insieme ad altri spettatori.

 

QUANDO: Domenica 23 aprile dopo lo spettacolo (durata 90 minuti)
DOVE: A Campo Teatrale (via Casoretto, 41/a – 20131 Milano).
COSTO: Biglietto spettacolo + cena a buffet € 14
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:comunicazione@campoteatrale.it

Progetto co-finanziato da Fondazione Cariplo

Elevazione – In memoria di Alessandro Rizzo

Presso l’Antico Palazzo Biancardi in una storica zona imperiale – culla dell’antiquariato cittadino, inaugura: ELEVAZIONE, una mostra fotografica concettuale firmata dall’artista Giulio Crosara– classe 1984 – si terrà nel cuore di Milano, dal 13 aprile al 7 maggio presso Alson Gallery, Via S. Maurilio 11 Milano.

Vernissage 12 aprile ore 18.00 
 

Elevazione è un progetto espositivo fotografico site-specific dell’artista Giulio Crosara per Alson Gallery.

Ogni elemento della galleria è studiato per restituire l’esperienza dell’innalzarsi. L’altezza del soffitto di 5,29 metri, il colore bianco del pavimento e la sua riflessione, ogni particolare della struttura espositiva ha una sua funzione e produce  un rapporto armonico con le opere installate.

Una passerella sopraelevata realizzata per la mostra accoglierà il visitatore e, percorrendola, si avrà una prospettiva sempre diversa, godendo di una visione espositiva non convenzionale.

Lo sguardo dall’alto è libero di spaziare.

Esiste un ponte che si erge dalla profondità del reale e porta all’elevazione.

Elevazione è dedicata alla memoria di Alessandro Rizzo, giornalista, critico d’arte e vicepresidente del circolo culturale Harvey Milk Milano, scomparso a soli 39 anni nel gennaio scorso. Rizzo, attivo anche nella politica, era noto per i numerosi progetti e impegni culturali e artistici a cui si dedicava: fondatore di Rapporto di Minoranza e del circolo Arci Equinozio, redattore di Cinemaindipendente.it, vicedirettore di Segreti di Pulcinella, curatore di mostre e organizzatore di presentazioni di libri.

Rassegna stampa on line:

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Ti amo in tutti i generi del mondo – Intervista con Giorgia Vezzoli

Giorgia Vezzoli è scrittrice e blogger poliedrica e prolifica, soprattutto sulle tematiche relative alle diversità. La sua ultima pubblicazione cartacea è un romanzo: Ti amo in tutti i generi del mondo (2016, Giraldi Editore). È la storia di Nina, che s’innamora di Sasha… senza sapere se sia un ragazzo o una ragazza.

  1. Sei famosa per il tuo blog a sfondo femminista, Vita da streghe Sei quindi molto consapevole delle distinzioni fra i generi e di ciò che esse comportano nelle società di tutto il mondo. Come si combina questa tua consapevolezza col tema del romanzo (l’amore oltre sesso e genere)?

Con Vita da streghe, ho iniziato a interrogarmi sui modelli femminili e maschili proposti soprattutto dai media e sugli stereotipi connessi che contribuivano a creare una società non paritaria. Questo impegno è proseguito poi nel libro per bambini e bambine Mi piace Spiderman…e allora?, in cui parlavo di Cloe (6 anni) e delle sue difficoltà nel vivere la sua passione per i supereroi e per tutto ciò che non era considerato “femminile”. Con questo ultimo romanzo, ho voluto proseguire sul tema dando importanza al valore della persona oltre i pregiudizi e le etichette. L’ho fatto narrando la storia di Nina, la protagonista, e la sua interazione con un personaggio di cui lei non conosce né il sesso né il genere ma che non per questo è meno affascinante, complesso o privo di tutte quelle caratteristiche in grado di farla innamorare. 

2. Essere “strega” significa anche saper amare davvero, senza aspettative pregresse e possessività?

Non male come definizione! Per me, essere streghe (o stregoni) significa soprattutto ricercare se stesse, sempre, con autenticità. Il resto è una conseguenza.

3. L’amore non è possesso, non è violenza, non è pretesa di sicurezze che l’altr* non può dare, certo. Ma l’irresponsabilità e la leggerezza in amore causano dolori atroci e ingiusti (“Credete a chi n’ha fatto l’esperienza”, direbbe Ariosto). Come distinguere la sana libertà (amare senza opprimere) dall’egoismo e dal menefreghismo?

Ah, l’amore! Ma come si fa a definire l’amore? Lo sanno bene i poeti e gli artisti che hanno cercato per secoli di cantarlo. Io non so cos’è l’amore e, se proprio dovessi definirlo, userei questi termini: immenso e indefinibile. So però che cosa non è l’amore. Non è violenza, non è possesso, e non credo sia nemmeno irresponsabilità o leggerezza.  So anche che riusciremmo ad amarci molto meglio se facessimo tutti/e prima un percorso di conoscenza e di consapevolezza su noi stessi/e, che possa poi proseguire nella relazione con il confronto costante con l’altro/a. Credo sia vero il fatto che non puoi amare bene gli altri se prima non conosci e ami te stesso/a.

 4. L’attivismo gay e lesbico si basa spesso proprio sull’identitarismo di genere (“noi amiamo SOLO gli uomini/le donne”; “noi amiamo SOLO chi è del nostro stesso sesso”). Come è stato accolto il tuo romanzo nei circoli di cultura omosessuale?

Fino ad ora – ed è comunque un tempo breve – è stato accolto in maniera molto positiva. Ti basti pensare che la prima recensione del mio libro è stata pubblicata da Gaypost e che la mia prima presentazione l’ho fatta con Michele Giarratano, avvocato e attivista LGBT. A Brescia ho fatto da poco una presentazione del libro nell’ambito degli eventi del Brescia Pride ed è stata un successo. Da quel giorno sono anche diventata socia della Caramelle in Piedi, un’associazione che fa parte del comitato organizzatore del Brescia Pride.

5. Se l’amore non dipende dal genere… da cosa dipende, allora?

 Non so dirti da cosa dipenda, probabilmente da tanti fattori, diversi a seconda delle persone. A me piace pensare che l’amore “non dipenda”, che l’amore “esista” e si manifesti in modi differenti, non sempre comprensibili alla nostra ragione.

 6. La maggior parte delle persone esistenti al mondo (non nascondiamocelo) ama anche (e soprattutto) in base al genere e al sesso (concepiti come inseparabili). Cosa può dire il tuo romanzo alla maggioranza monosessuale?

Direi questo, che è una cosa che ho scritto anche sul mio blog: “Probabilmente per la maggior parte di voi il genere e il sesso sono fondamentali per amare qualcuno perché, per fortuna, siamo persone diverse con orientamenti, gusti e attrazioni differenti. Sappiate però che può esistere la possibilità di amare a prescindere dal genere. Io l’ho capito scrivendo questo libro perché, mentre lo scrivevo, l’ho provato sulla mia pelle”.

7. Come pansessuale, ti sono particolarmente grata per aver affrontato l’argomento dell’ “amore oltre il genere”. Le reazioni al tuo libro hanno portato a galla ciò che “la gente” pensa in merito. Quali sono state le principali? 

Finora le principali reazioni di chi ha letto il libro sono state molto positive. La storia infatti descrive con facilità e naturalezza qualcosa che, a priori, potrebbe sembrare strana o impossibile ma che, in realtà, una volta tolte le sovrastrutture mentali che spesso ci portiamo appresso, appare molto più semplice di quel che si potesse pensare. 

 8. In conclusione: Ti amo in tutti i generi del mondo può considerarsi un esperimento a buon fine?

Per il momento, direi proprio di sì!

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

Just Married – Intervista con l’avv. Roberto De Felice

Il 28 aprile 2017, a Milano (via Kramer 32, ore 18:30) si terrà la presentazione del libro dell’avv. Roberto De Felice: Just Married. Il matrimonio same-sex nella giurisprudenza degli Stati Uniti (1970-2015) (Sesto San Giovanni 2016, Mimesis Edizioni). L’evento è a cura del Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano, insieme alla Libreria Antigone, a Percorsi – Cultura e promozione sociale e alla Rete Lenford. Il moderatore designato è l’avv. Marco D’Aloi. 

            Roberto de Felice, già Magistrato Ordinario, è Avvocato dello Stato. Come studioso si occupa di diritto comparato e internazionale, con particolare riguardo alla materia della tutela dei diritti umani. Ha pubblicato articoli su varie riviste ed è autore della traduzione della decisione Obergefell originariamente apparsa su “Il Foro Italiano”. Abbiamo deciso di scambiare qualche parola con lui, per avere informazioni che facilitino la comprensione del suo saggio.

  1. Tra il sistema politico americano e quello delle democrazie costituzionali europee ci sono sostanziali differenze? Quali?

 

Mentre gli Stati Uniti e il loro potere legislativo, il Congresso, sono competenti per un limitato numero di materie, i Parlamenti dei singoli Stati (tutti bicamerali, ad eccezione del Nebraska) sono competenti per tutte le altre, compreso il matrimonio. Ciò facendo, tanto il Congresso quanto gli Stati devono rispettare la Costituzione Federale, e, per quanto riguarda gli Stati, anche le Costituzioni di ciascuno di essi. In caso di conflitto, la norma può essere dichiarata nulla da qualsiasi giudice. Vi è un controllo diffuso di costituzionalità.

La Costituzione Federale è breve e sciatta per un giurista europeo. Per questo è essenziale l’opera dei Giudici che ne precisano il significato, con una originalità e inventiva qui impensabili: basti pensare che dalla ‘’penombra’’ del divieto di acquartierare truppe, ivi sancito, è sorto il diritto alla privacy. Dunque, le decisioni giudiziarie (specialmente quelle delle Corti Supreme Federale e Statali, precisano e ampliano il significato della Costituzione o di qualsiasi legge. Vale, per garantire l’integrità del sistema, il principio del precedente, per cui le Corti di grado inferiore devono osservare i principi stabiliti da quelle di grado superiore. Tale principio non vige in Italia.

 

  1. Dall’esterno, la società statunitense sembra piena di contraddizioni, anche dal punto di vista della condizione delle minoranze sessuali. Gli USA sono la patria dei primi movimenti LGBT; il lessico di questo tipo di attivismo è pieno di anglicismi; le università statunitensi sfornano ricerche sulla sessualità; gli Stati Uniti sono arrivati al matrimonio egualitario prima dell’Italia. Eppure, è anche il Paese in cui può scoppiare una crociata per impedire alle persone transgender di impiegare il bagno pubblico corrispondente al proprio genere. E’ il Paese dove molt* giovani LGBT vengono cacciat* di casa e dove imperversano fondamentalismi religiosi di diversa matrice. L’accettazione sociale delle minoranze sessuali, negli USA, è migliore o peggiore, rispetto a quanto avviene in Italia?

 

La stranezza evidenziata deriva a mio avviso dalla sconfitta conservatrice nella battaglia sul matrimonio. Ideologicamente, è apparso opportuno ai più retrivi ricominciare la battaglia dai fondamentali, il binarismo di genere e quindi scagliandosi contro la fluidità di genere. Nonostante questo, come dichiarato dall’illuminata Giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, la maggiore visibilità delle famiglie gay e lesbiche ha accelerato la loro accettazione sociale. Ragioniamo: un giudice che va a trovare la nipotina e la trova con la migliore amica, ben curata, ben educata, figlia di due papà, prima o poi si convince che quella famiglia è molto simile alla propria.

 

  1. Gli USA sono una Repubblica federale. Le difficoltà incontrate nell’affermazione dei diritti LGBT sono molto diverse da Stato a Stato?

 

Certamente. Le associazioni di tutela dei diritti LGBT non a caso hanno iniziato le loro battaglie anche giudiziarie dagli Stati più progressisti, quelli del New England e la California, poi convergendo verso il centro del Paese.

 

  1. La politica degli Stati Uniti è famosa per l’impatto che le lobbies hanno su di essa. Forse, sto toccando un argomento minato, ma… quale peso hanno effettivamente le iniziative di stampo lobbistico, sull’approvazione di nuove leggi negli USA? Qual è la realtà e quale la leggenda nello spauracchio della “lobby gay”?

 

Direi poca. Solo 13 Stati hanno approvato con legge il matrimonio egualitario, molti di essi con referendum. L’infelice espressione ‘’lobby gay’’ era riferita dal Pontefice a un gruppo di prelati che, uniti dal loro comune orientamento e dalla necessità di occultarlo, avevano formato un gruppo di potere. Poi ha assunto un significato mediatico abnorme. Non esiste una ‘’lobby’’ di tal fatta, o i risultati, in Italia, sarebbero stati raggiunti prima e con maggiore ampiezza della storica Legge 76/16. La cui storia è semplice: siam stati condannati dalla Corte di Strasburgo nella decisione Oliari e dovevamo rimediare. Il primo grazie quindi al magnifico lavoro di  Alexander Schuster, che la ha patrocinata, e il secondo alla tenacia della  Relatrice del disegno di legge.

 

  1. Nel Suo libro, Lei cerca di rispondere a diversi luoghi comuni anti-matrimonio egualitario. Originalismo, morale religiosa, tradizionalismi… Ci vuole riassumere le principali obiezioni alle nozze same-sex e le relative smentite?

 

Il diritto è logica. Non è logico applicare a tutti i costi la tradizione, pena, come osservato dal massimo giurista  statunitense, Richard Posner, un conservatore, ritornare ai sacrifici umani praticati tradizionalmente e con estrema perizia dagli Aztechi. La pretesa di applicare la legge nel suo significato originario è altresì un nonsense, se quelle parole furono coniate in un mondo che non esiste più e se, nel frattempo, circa il 60% degli americani è favorevole a qualcosa, una coppia omosessuale sposata, che ad esempio nell’Italia del 1947, anno dei lavori dell’Assemblea Costituente, era inconcepibile. L’interpretazione del diritto deve necessariamente essere evolutiva oppure il diritto, coniato riferendosi a menhir, lettere di mundiburdio o burgravi, realtà non più esistenti, cessa di essere spontaneamente applicato dai cittadini. Le ricordo che nell’impero ottomano non si poté praticare la stampa sino alla metà dell’Ottocento in ossequio a divieti di origine religiosa. i più triti argomenti sembrano essere quello del cattivo influsso sui bambini, ma risulta non solo una massa imponente di studi che lo smentiscono, ma anche il dato di fatto che questi bambini esistono e sono contentissimi delle loro mamme, felici e non hanno problemi scolastici. Sono onorato dell’amicizia di alcune di queste coppie e rivedo nei loro gesti le stesse ansie preoccupazioni o felicità di mia madre, e nella spensieratezza dei loro figli quella di mia sorella, ai tempi.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

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