Due artisti, che non potrebbero essere più differenti tra loro, hanno in comune la passione per l’illustrazione di scene di vita, prevalentemente a sfondo erotico, di ragazzi omosessuali.
Un raffronto tra questi disegnatori è possibile, secondo me, perché essi rappresentano due poli di una gamma molto vasta nella quale possono essere inseriti tanti altri artisti che condividono la loro passione.

Tom of Finland, all’angrafe Touko Laaksonen, nasce a Kaarina in Finlandia, nel 1920. Cresce in un contesto sociale altamente omofobo nel quale il giovane artista è costretto tenere nascosta sia la sua inclinazione sessuale sia la propria produzione artistica. Lo stesso Tom ritenne in seguito opportuno distruggere tutte le opere giovanili prima di prestare servizio nella Seconda Guerra Mondiale.
Completamente diverso, invece, il contesto nel quale è vissuto e ha operato Joe Phillips, nato nel 1969 a San Diego, e da sempre appassionato di arte. Avendo frequentato istituti artistici, iniziò a lavorare alla David Anthony Kraft’s Comics Interview, per poi fondare una dei più importanti centri di produzione fumettistica della zona: gli Gaijin Studios. L’ambiente fumettistico però non corrispondeva a quelle che erano le aspirazioni del giovane Phillips, che dopo pochi anni abbandonò i Gaijin Studios per andare a lavorare per XY Magazine, una popolare rivista gay. Qui l’interesse di Phillips iniziò a spaziare dai fumetti alle illustrazioni e ai lungometraggi d’animazione.
Da queste brevi biografie si possono cogliere le grandi differenze dei contesti sociali e temporali che influenzarono le produzioni artistiche dei due disegnatori.

La vita travagliata di Tom e le sue tensioni interne portarono alla raffigurazione di scene di vita molto intense, dove è l’impeto sessuale a prendere il sopravvento, e dove molto frequenti sono le raffigurazioni di stupro e scene leather. La presenza di poliziotti e vagabondi ci ricorda che i personaggi sono sempre divisi da un rigido sistema gerarchico, che si riflette nei rispettivi ruoli di predatori e prede, di dominatori e dominati. Ad alimentare ed esasperare la crudezza delle proprie rappresentazioni si aggiunge la scelta stilistica di Tom di non ricorrere mai al colore e di non rifinire mai i propri disegni con inchiostri o chine. Le ambientazioni dei diversi fumetti sono quasi sempre di carattere urbano, ma, anche nel caso in cui Tom sceglie per sfondo giungle esotiche, il sistema gerarchico si ripropone attraverso le etnie a cui appartengono i personaggi: l’eroe di questi racconti è una versione gay di Tarzan che deve lottare con una tribù di aborigeni per conquistare l’amore di un giovane ragazzo bianco. Gli aborigeni all’inizio si dimostrano bellicosi ma poi, una volta dominati dal protagonista, si lasciano allegramente sottomettere. Completamente opposta all’arte di Tom, quella di Joe Phillips ha il colore per vero protagonista tanto che quasi sempre il disegnatore ricorre all’utilizzo del computer per rifinire i suoi disegni. Tutto il sistema gerarchico su cui si basa l’arte di Tom of Finland viene qui a mancare: mancano totalmente stupri e richiami all’universo del leather, rimpiazzati qui da una strizzata d’occhio allo stile delle pin-up girls degli anni ’40, ’50 e ’60. I protagonisti sono ragazzi, soprattutto americani, che si pongono tra loro ad un livello paritario; ad essere raffigurate sono sempre scene positive e serene. Anche la rappresentazione del divertimento sfrenato, anche con scene di sesso di gruppo, è sempre accompagnata da facce sorridenti, da corpi che si sfiorano e da baci la cui intensità lascia presagire il comune accordo tra i partner.

Alla base delle produzioni artistiche ci sono sicuramente due esigenze molto differenti: da una parte quella di voler legare l’amore omosessuale ad una dimensione segreta e inconfessabile, dall’altra l’esigenza di voler slegare l’amore omosessuale da qualsiasi vincolo e considerarlo un qualcosa di positivo a livello sociale, da vivere in piena libertà.
La differenza è secondo me dovuta all’appartenenza a due generazioni diverse, quella precedente che sentiva l’esigenza di una rivendicazione sociale che, con la forza, affermasse i diritti dei gay e l’integrazione della società omosessuale nell’intera comunità, e quella successiva (soprattutto californiana) che pur mantenendo quell’esigenza ha preferito vivere liberamente l’omosessualità, nella semplice vita di ogni giorno.

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