Gli amici di ManiTese ci inviano un articolo sull’incontro avvenuto con il Milk all’interno del loro capo-scuola estivo. Lo pubblichiamo con grande piacere anche sul nostro blog.

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“Come una corrida: tutti che guardavano e nessuno che sia intervenuto a parte me”. Questo il commento di un testimone all’ennesimo pestaggio contro una coppia omosessuale, l’ unico che ha soccorso il corpo sanguinante di uno dei due ragazzi una di queste notti a Roma, in una moderna “Pietà”. È tardi e i due, usciti dal Gay Village della zona Eur, si abbracciano, si baciano. Un uomo inizia a insultarli, urla loro di vergognarsi, ed emblematica è la frase pronunciata da uno dei due giovani, frase che ha scatenato poi il gesto violento: «Non stiamo facendo niente di male. Siamo persone libere in un paese libero». Sembra quasi uno slogan, ma che suona addirittura una beffa visto che è stato accoltellato e picchiato l’uno, l’altro ferito con una bottiglia di vetro. Ma ciò che forse dovrebbe far più riflettere è che nessuno d’intorno si sia scandalizzato, indignato, si sia sentito offeso dall’arroganza e violenza di quell’uomo e abbia provato a difendere… un gesto d’amore. Nessuno ha rifiutato con decisione un gratuito atto di violenza, compromettendosi: tutti si limitavano a essere spettatori delle tragiche conseguenze del “sonno della ragione”.

Ma non possiamo accontentarci, facciamo un passo più in là, tentiamo di dare un nome a quella corda che è stata toccata in Svastichella -così era chiamato l’aggressore- quando ha visto due uomini baciarsi: possiamo immaginare che abbia provato stupore, che abbia forse realizzato il suo imbarazzo ma non troviamo altra spiegazione “valida” che non sia quella dell’intolleranza, o meglio, l’incapacità di comprensione, l’ignoranza che rende colpevoli. L’Ignoranza con la prima, e forse tutte, le lettere maiuscole: la mancata abilità di “rendersi camaleonti” (come direbbe Terzani), di vedere con gli occhi dell’altro, una cecità che impedisce ogni contatto e inevitabilmente allontana l’insanabile condannato alla diversità.

Ciò che invece noi, partecipanti e organizzatori del campo ManiTese tenutosi a Gorgonzola a luglio, abbiamo avuto la possibilità di vivere è stato un libero spazio di condivisione, in cui la parola “comunicazione” vede salvata la sua etimologia di “comune”. Il 23 luglio un folto gruppo di ragazzi appartenenti al circolo “Milk” è venuto a parlarci del mondo omosessuale in generale, delle difficoltà che i suoi appartenenti devono affrontare e delle discriminazioni che uno Stato, ancora miope, troppo spesso consente. Insieme abbiamo tentato di abbattere quelle barriere che i “loro” e i “noi” innalzano, disponendoci in democratica circonferenza e stabilendo nel confronto e nella disponibilità a sentire l’altro le uniche armi consentite.
L’obiettivo? Quello di affrancarci dai pregiudizi che tutti possediamo, da quei “si dice in giro…” che non ci permettono di riconoscere dei volti e dei nomi dietro le etichette.

«Tu non sei come gli altri omosessuali, vero Harvey?»
«Hai conosciuto altri omosessuali, Dan?»

(dal film “Milk” di Gus Van Sant)

Così da “loro” sono lentamente emersi Nicolò, Andrea, Damiano…

Dopo aver proceduto con le presentazioni del caso, il relatore Stefano Aresi ha fatto appello ai numeri per mostrare come tra gli insulti più diffusi oggi ci siano ancora quelli relativi all’orientamento sessuale (i vari e multiformi “frocio”, “checca”, “finocchio” che ben conosciamo), per poi sancire definitivamente la fine della fiducia nell’informazione pubblica facendoci vedere una serie di immagini passate ai Tg relative all’ultimo Gay Pride tenutosi a Genova. Ecco allora foto che arrivavano da tutt’altri angoli di mondo (Germania, Stati Uniti…), ben lontani dal clima discriminatorio che ultimamente si respira in Italia e ci vien da pensare, con un po’ di malinconia, alle possibili parole che il caro De Andrè avrebbe potuto spendere per tutto ciò.

Ci siamo poi impegnati ad abbattere i luoghi comuni che infestano la mente degli etero circa i gay e viceversa, elencandoli su un foglio alla parete e commentandoli ad uno ad uno. Il risultato è stato che i gay sono sensibili, buoni, simpatici, dotati di senso estetico, aperti all’ascolto e così via (ci mancava solo l’aggettivo “graziosi”), quasi fossero i perfetti compagni di gioco o di shopping o appartenenti alla sfera dei beati. Gli etero risultano invece agli occhi degli omosessuali “liberi” e quasi immuni dalle sofferenze d’amore, ma anche fortunati per la possibilità di formarsi una famiglia. Spesso la discussione si è fatta più difficile e l’argomentazione caduta in gineprai di controversi interrogativi (tema scottante: la paternità gay e le differenze di genere), ma la disponibilità dei ragazzi di “Milk” a raccontarsi e la loro -concediamoci un po’ di lodi, anche nostra- apertura al confronto ci ha permesso di guardare al mondo gay con occhi, se non nuovi, quantomeno informati.

Ognuno infatti ci ha parlato della propria vicenda di coming- out e delle relazioni con la famiglia in seguito alla “tragica rivelazione”, dimostrando però sempre determinazione e coraggio nell’affrontare le difficoltà, forti della convinzione che «la speranza non sarà (né potrà essere) mai silenziosa». Perché, è vero, conoscere non è sinonimo di immediata accettazione, ma può rappresentare un valido primo passo. L’incontro è terminato con una breve storia del circolo “Milk” e dei suoi obiettivi e una panoramica delle numerose iniziative e progetti che organizza. È emersa la chiara intenzione di favorire una integrazione bilaterale con la società, in cooperazione con l’intera comunità glbt: non solo sostenendo i doveri del singolo verso l’ambiente in cui vive, ma anche la coscienza della necessità di un profondo cambiamento nella società stessa, affinché questa possa riconoscere il Diverso.

La speranza è allora che le occasioni in cui un conoscersi e accettare scelte “altre” si moltiplichino, sapendo che l’impegno di associazioni come “Milk” si sta muovendo nella direzione di un comune sogno: «Potrebbe esserci una rivoluzione, qui…».