Se dadaismo non significa nulla, perché la stessa parola “dada” era solo un simpatico suono emesso dalla bocca, denuncia così il Manifesto redatto da diversi artisti a Zurigo, molti in esilio, molti altri liberi in una una terra neutrale, quindi protetta in un’ovatta apparente dal resto del mondo in conflitto, significa anche indipendenza e bisogno di libertà e di autonomia quasi dissacrante, ironica e molto cinica. Inquadrare il neodadaista fotografo Cristopher Makos, l’uomo che con le Polaroids immortalò New York e i personaggi della famosa Factory e dello Studio 54th, portando gli stessi Haring e Basquiat a conoscere Andy Warhol, come un fotografo con l’occhio dell’architetto comporta la conoscenza di un artista completo che ha avuto l’idea originale di riadattare e attualizzare un lavoro fatto dal famoso Man Ray sulla figura di Duchamp ripreso in abiti femminili.

Ricordiamo il soggetto come l’autore di un’opera che all’epoca fece scalpore: La fontana, ossia un orinatoio, oggetto di uso quotidiano, lontano, quindi, dai canoni classici di esteticità, posto in modo cosciente in un ambito diverso, decontestualizzato e isolato dallo stesso autore. Fattore è questo che attribuisce all’opera una sua dimensione artistica rilevante. Cristopher riprenderà le stampe di un Duchamp travestito, visionate a Parigi. L’intenzione dell’autore, però, di rivedere le opere di Ray in una chiave diversa e più celebrativa dell’eterno amico, Andy Warhol, a cui da sempre volle dedicare un servizio intero, sorse a Fregene all’incontro con il gallerista Luciano Anselmino. Con Andy Cristopher compie diversi viaggi in Europa: ma la volontà di dare vita a un progetto artistico unico e irripetibile per l’amico segue l’artista in modo imperterrito e ostinato. La pelle e la carnagione molto chiare di Warhol porteranno Cristopher a immortalare il proprio compagno di viaggio e di vita artistica sotto una luce più candida: un’intuizione geniale. Il candore e la luminescenza eterea che traspaiono nelle composizioni sono impressionanti e molto incisive rispetto lo spettatore.

Cristopher è fotografo ufficiale e molto intimo di Andy Warhol. Lo conosce nel 1971 durante una retrospettiva al Whitney Museum, pur avendolo già visto nei tanti servizi, in uno dei quali Andy viene ripreso a fianco della musa Edie Sedgwick. Makos viene definito dallo stesso fondatore della Factory, verso cui Cristopher porta grande rispetto tanto da considerarla un tempio della creatività, come “Il più moderno fotografo d’America”, immortala Man Ray nel 1975 a Fregene sotto l’ombrellone, un anno prima del suo decesso e, infine, volerà a Pechino insieme a Warhol. In questa città Cristopher riesce a dare vita a una seria documentazione frutto di un lungo lavoro elaborato sull’immagine di Andy in visita nel 1982 in Cina. Ai tempi l’artista Pop non era conosciuto in quel contesto ma, pochi anni dopo, l’opera fu venduta per 17,4 milioni dollari a un magnate immobiliare di Hong Kong. Lavorerà nella redazione di Interview dove nel 1979, il giorno di San Valentino, fotograferà il bacio sulla guancia dato da Andy a John Lennon, in visita insieme a Liza Minnelli al giornale. Cristopher, di madre grossetana e di padre greco, ha vissuto la sua adolescenza in California e, pur apprezzandolo, non ha mai esaltato il “circolo pop” di quella New York underground, né ha mai fatto parte integrante, pur avendo immortalato visi e figure che passavano e trascorrevano in situazioni ludiche e lussuriose, edonistiche quanto gaudenti: ricordiamo a proposito foto di corpi nudi ripresi in modo estempraneo, quasi ripresi dal nulla, ma originali e documentati.

“Sono una grande risorsa le fotografie di Chris Makos e rivelano volti nuovi e sconosciuti della figura leggendaria pop …” dirà Henry Geldzahler, ex Curatore di Arte Contemporanea presso il Metropolitan Museum of Art di New York. L’occhio dell’architetto, si diceva, è anche l’occhio di un fotografo in Cristopher. “Quando vado a Bilbao – racconta l’autore a Photology durante una sua visita a Milano in contemporanea con la retrospettiva su Andy Warhol ospitata nel 2004 a Palazzo Reale – la prima cosa che colpisce la mia attenzione è la forma del Guggenheim Museum di Frank Gehry. E se volo a Pechino, lo sguardo inevitabilmente si posa sui grattacieli”. Da questa capacità architettonica e di programmazione Makos rileverà la sua attitudine a organizzare gli spazi nelle sue composizioni, tanto da darne una dimensione razionale e strutturata, completa e ben disposta, in un’inquadratura attenta e precisa dell’immagine e della sua disposizione nell’ambiente in cui si trova. L’ Edition Bruno Bischofberger, di Zurigo ha portato a termine la presentazione di un lavoro completo, “Andy Warhol by Cristopher Machos”, edito da Charta, utilmato nel 1981.

Nella pubblicazione è ripresa integralmente la genesi e la produzione di un servizio dalle tinte candide come la pelle di Warhol in diverse pose e indumenti femminili, le prime delle quali riprenderanno gli stereotipi atteggiamenti immortalati dalle polaroids di Makos di donne famose di famiglie benestanti e borghesi, lo faceva per “sbarcare il lunario”, per, poi, arrivare a contorni e tinte più autonome e situazioni estetiche più elaborate e glamour, quasi approdando in contenuti camp. Molte di queste fotografie sono state ospitate in diverse parti del mondo, prima di essere assemblate coerentemente all’interno del catalogo pubblicato. Cristopher è un genio in ascesa, nascente astro di un’arte dirompente e di rottura, che ben si attaglia all’idea di Warhol secondo cui “la pop art è un modo di amare le cose”.

L’introduzione al catalogo, seppure risulti riduttivo il termine vista l’immane opera, è scritta dallo stesso Makos ed evidenzia l’intensità umana e affettiva intrattenuta con Andy, tanto da considerare le fotografie in essa racchiuse come tributi e omaggi lirici a una figura intramontabile dell’arte moderna, quale è stato Warhol.