Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay. Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


IL MIO AMICO

(Anna Tatangelo)
Mai dire mai – 2008

Che tempi miseri quelli che siamo costretti a vivere. Soprattutto sotto un profilo musicale.
Io sono nato e cresciuto in un’epoca in cui Lucio Battisti scriveva per Mina. Poi giunsero Mario Lavezzi con Loredana Berté e Ivano Fossati con Mia Martini. Al di là dei sodalizi artistici e sentimentali, quelli puramente professionali negli anni 80 ci regalarono Franco Battiato con Alice e Enrico Ruggeri con Fiorella Mannoia.
Ed oggi? Ecco arrivare la strepitosa accoppiata (nella vita e nella musica) Gigi D’Alessio-Anna Tatangelo. Roba da non alzarsi dal water per almeno due giorni. Soprattutto quando lei decide di andare a Sanremo con “il mio amico”, un pezzo scritto da Gigi suo che tocca un tema scottante come quello dell’omosessualità. Si tratta di un atto sincero o solo molto paraculo per tentare di far diventare la cantante di Sora un’icona gay?
Il secondo posto (dietro una dimenticata “Colpo di fulmine” di Giò di Tonno e Lola Ponce) e un buon riscontro commerciale non fanno comunque di questo brano un pezzo da conservare nella memoria. Anzi, con una piccola spinta sull’acceleratore, “Il mio amico” della Tatangelo potrebbe tranquillamente fare parte del repertorio degli Squallor.
Ma forse nemmeno Bigazzi, Savio, Cerruti e tutta l’allegra combriccola, che ci regalò perle come “Troia”, “Pompa” e “Arrapaho”, avrebbero potuto tollerare il patetico trash di questo brano.

“Il mio amico” continua a portare avanti il discorso trito e ritrito dell’omosessuale ferito dall’amore che insegue un sogno di una felicità irrealizzabile. Roba da neorealismo alla Umberto D.
Lui vuole assomigliare alla Tatangelo (come se già non ne bastasse una in circolazione), fa notte nei locali (probabilmente infrattandosi in tutti i cessi) e poi la mattina, con il trucco sfatto, si avvia verso la sua triste vita di single, né più né meno come quella di altri milioni di persone che però non la stanno a mettere giù così dura.
“Dimmi che male c’è se ami un altro come te?”. Con il cuore gonfio di disperazione per il suo amato amico, Anna lancia questo grido disperato.
E poi prosegue con “l’amore non ha sesso, il brivido è lo stesso”, sentendosi la Magnani dei froci derelitti e incompresi.
“Il mio amico cerca un nuovo fidanzato perché l’altro già da un pezzo l’ha tradito”, roba che ti verrebbe voglia di dire “mettiti in coda, bello!”, e “dorme spesso accanto a me dentro al mio letto e si lascia accarezzare come un gatto”.
Ma ci pensate a ‘sto poveretto? Non solo è becco e bastonato, ma pure pastrugnato dalle unghie laccate della Tatangelo che magari, fino a cinque minuti prima, ha toccato Gigetto suo.
Ma il “clou” della canzone arriva nel bridge, quando Anna, tutta concitata, grida con la voce rotta di commozione“siamo figli dello stesso Dio”.
Forse, più che alla platea della città dei fiori, la Tatangelo avrebbe dovuto cantare questa sua folgorata illuminazione a Medjugorje.
Però tutti noi gay dobbiamo ringraziare sentitamente la cantante: infatti è solo merito suo se dal Sanremo 2008 abbiamo potuto finalmente smettere di sentirci figli di un dio minore.

Anna Tatangelo dichiarò di aver dedicato questa canzone al suo più caro amico, che fa il parrucchiere. Ci mancava solo la shampista gaia!
Riciclatasi con poco successo come conduttrice di X-Factor o ballerina per la Carlucci a “Ballando con le stelle”, la Tatangelo è una tragedia in tutto quello che tocca.
Peròha un quasi marito con le mani ben in pasta nel mondo dello spettacolo, per cui mi sa che ce la dovremo sorbire ancora per parecchio tempo.
Ed è inutile sperare in un miracolo. D’altronde, quando Dio ha voglia di buona musica, si prende Whitney Houston o Donna Summer, mica Lady Tata!