Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay. Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

SILVANO
(Enzo Jannacci)
Ci vuole orecchio – 1980

Più che di musica, quando si parla di Enzo Jannacci ci si trova di fronte ad una forma di cabaret su pentagramma.
Dal 1964 ad oggi il cantautore milanese, di professione medico cardiologo, si è divertito a raccontare vizi e difetti della nostra società con un umorismo tagliente e mai scontato.
Alcuni suoi lavori sono diventati dei classici, come “El portava i scarp del tennis”o “Vengo anch’io. No, tu no!”, e la sua eclettica carriera, cominciata a fianco di Giorgio Gaber, lo ha condotto a scrivere colonne sonore (“Romanzo popolare” e “Pasqualino Settebellezze”), a fare l’attore (“L’udienza” di Marco Ferreri e “La bellezza dell’asino” di Sergio Castellitto) e a regalare un intero album a due delle più grandi interpreti italiane (“Mina quasi Jannacci”, un album di sue cover realizzato nel 1977 dalla cantante cremonese e “La rossa”, scritto appositamente per Milva nel 1980).
Jannacci può vantare anche collaborazioni con calibri come Claudio Baglioni, Mia Martini, Giorgio Conte e Adriano Celentano.
Autore dei testi per Cochi e Renato, per il celebre duo scrisse nel 1978 “Silvano”, una canzone che poi rifece personalmente nel 1980 e che divenne il lato B del singolo “Ci vuole orecchio”.
Ed è proprio “Silvano” il pezzo che a noi interessa, poiché parla di una nemmeno troppo velata storia d’amore gaia.

Dire che le strofe abbiano un senso sarebbe un nonsense.
“Silvano”, infatti, snocciola parole buffe e musicali, quasi a voler anticipare lo stile di un futuro paroliere, Pasquale Panella, che nel 1986 Lucio Battisti avrebbe condotto alla ribalta con il suo “Don Giovanni”.
“Amami, sdentami, stracciami, dammi l’ebrezza dei tendini”, recita il testo, introducendo la figura di un soggetto, tale Rino, che non ci è ben dato di sapere chi è.
“Schiodami, spostami tutte le efelidi” prosegue Enzo, arrivando a complicare ulteriormente le cose con il ritornello che dice “Silvano non valevole ciccioli”.
Si potrebbe andare a pagina 777 per cercare di capire il significato della sopradetta frase.
Meno male che il cantautore, presentando la canzone ad un concerto, ne ha raccontato la storia.
Il padre di questo Silvano, che di cognome faceva Ciccioli, quando registrò il figlio all’anagrafe disse all’impiegato che l’avrebbe voluto chiamare Silvano e un altro nome.
L’impiegato che non capì quale, scrisse “non valevole” e quello divenne il secondo nome del povero Silvano, il quale se ne va sporcando il povero Jannacci (???) e lasciandogli il dolore di un amore impossibile destinato a perpetrarsi nel tempo.
Ma ecco che nella seconda strofa ritorna il misterioso Rino, con cui probabilmente il protagonista sta cercando di scordare il suo amore infelice, al quale dice, senza tanti mezzi termini, “girati, scaccia il bisogno del passero”.
Ok, Dottor Jannacci… va bene che eravamo nei dintorni del Derby (che era praticamente il nonno di Zelig), però c’è un limite anche ai doppi sensi.
E poi non le sembra di essere un po’ megalomane quando, millantando dimensioni alla Rocco Siffredi, canta “Everest, sei la mia vetta incredibile?”

“Silvano” è un pezzo divertente ed irriverente.
Inutile volergli attribuire chissà quali grandi significati.
Va preso per quello che è, con la sua goliardia e la sua voglia di parlare di diversità con toni allegri e scanzonati, in tempi ancora di oscurantismo sull’argomento.
Però “Silvano” non aveva certo l’umorismo dissacratorio di un’altra perla che Jannacci ci aveva regalato tre anni prima.
Si trattava di “Quelli che…”, canzone che molti anni dopo avrebbe dato il nome ad una popolare rubrica televisiva di (quasi) calcio.
“Quelli che… fanno l’amore in piedi convinti di essere in un pied-à-terre”.
Questo sì che era puro genio. Oh, yessss!