Dopo l’articolo di presentazione e recensione dell’opera “Invano mi odiano”, sulle condizioni di cristiani omosessuali in Russia e sulla repressione e la forte persecuzione che questi ultimi vivono, come l’intera comunità LGBT, come tante altre minoranze, nella terra del neozar Putin, dove “ogni dubbio e ogni critica” al regime vengono repressi, soprattutto dopo l’approvazione della legge contro la “Propaganda di atti non tradizionali verso persone minorenni”, intervistiamo l’autrice, Yulia Matsiy, venerdì 28 marzo ospite alle ore 20,30 alla cena “Dalla Russia per l’Amore”, organizzata dal Circolo di Cultura LGBT Milk, presso Guado in via Soperga 36, Milano.

Yulia quale è stata l’idea che ha portato a produrre “Invano mi odiano” e a quale target hai voluto rivolgerti?

L’idea di fare un film sui cristiani lgbt è nata perché ho scoperto che per tante persone essere omosessuali e cristiani sembra una contraddizione, e non sanno della loro esistenza.

Inizialmente volevo girare il film in Italia, seguendo il gruppo di omosessuali della Chiesa Valdese (Gruppo Varco) con la camera, riprendendo le loro attività. Ma appena ho saputo che la cosiddetta “legge omofoba” è passata a livello federale in Russia ho subito preso l’aereo e ho iniziato a fare le riprese a Mosca. Ho voluto documentare quello che succedeva li, era uno di quei momenti in cui restare in silenzio diventa un compromesso con la propria coscienza, uno di quei momenti in cui un singolo cittadino deve prendere una posizione e difenderla con i mezzi che ha a disposizione. C’è chi esce in piazza con cartellone, c’è chi usa l’arte (come nel mio caso). Anche quando le Pussy Riot sono state condannate per due anni di prigione le persone non sono più rimaste indifferenti e la gente si è divisa fra quelli “pro” e quelli “contro”. Inizialmente volevo affiancare il lavoro girato in Russia a quello in Italia, ma i due mondi erano talmente diversi che non si potevano unire nello stesso film. Così ho fatto “Invano mi odiano” che parla della situazione in Russia e Ucraina.

Ho sempre pensato il docuvideo come a un film per il pubblico italiano, o meglio per il pubblico “occidentale”. La scelta degli argomenti e del linguaggio narrativo erano fin da subito definiti. Per il pubblico europeo non serve ripetere ancora “essere gay è normale” o “omosessualità e pedofilia sono due cose diverse” o “i figli dei gay non diventano gay per forza”, queste cose si danno già per scontato. Dovevo, invece, raccontare il contesto in cui si trovano le persone intervistate: il clima di odio e intolleranza, la disinformazione e le calunnie nei confronti delle persone lgbt diffuse dai mass media: dovevo raccontare l’ipocrisia laica e religiosa che gli circonda, il continuo pericolo per gli attivisti. Volevo rivolgermi con questo film alle persone al di fuori dei circoli lgbt, alle persone che non hanno ancora un’idea chiara sul tema, mostrandogli questo caso estremo e specifico: la vita della minoranza all’interno di un’altra minoranza, la vita dei cristiani omosessuali.

Com’è avvenuta la fase di produzione?

Il film è stata una mia iniziativa, è autoprodotto, senza buget. Ma c’erano tante persone che hanno creduto in questo progetto e che mi hanno aiutato dal momento in cui ho finito il montaggio. Non avrò mai abbastanza parole per ringraziarli. Il film ha ottenuto il patrocinio di Amnesty International (Sezione Italiana), che continua la sua difficile battaglia in tutto il mondo. Questo patrocinio per me rappresenta il riconoscimento della validità dell’informazione che viene trasmessa nel mio docufilm e mi aiuta a denunciare la violazione dei diritti umani in Russia nei confronti delle persone lgbt. Aggiungo solo che nello stesso periodo in cui io ero a Mosca, in un’altra città russa un gruppo di videomaker olandese è stato arrestato mentre facevano esattamente lo stesso: un film sugli omosessuali. I loro materiali sono stati sequestrati e cancellati e loro rischiavano un processo, ma sono stati espulsi dal paese grazie all’intervento della Ambasciata Olandese.

La Russia: Yulia puoi darci una breve descrizione della difficile situazione in cui si trova la comunità LGBT e la complessiva cittadinanza in quel Paese?

La situazione è veramente molto difficile, si può parlare di un sistema politico che non accetta nè il dubbio nè la critica. Tutto parte col processo di Bolotnaya, facendone un’ottima illustrazione (8 condannati), come anche con gli arresti dei manifestanti contro questo processo (circa 100 arrestati), proseguendo con gli arresti di chi manifestava il 2 di marzo “per la pace in Ucraina” (contro la potenziale guerra tra Russia e Ucraina) arrivando agli arresti di attivisti lgbt. Chiunque esprima un dubbio o una posizione contraria a quella ufficiale (e di conseguenza della maggioranza) viene preso come vittima della “propaganda occidentale” e non viene per nulla ascoltato, in quanto si reputa essere persona a cui “è stato fatto il lavaggio del cervello”. Senza dubbio la legge contro gli “agenti stranieri”, che mette in difficoltà il lavoro di tanti organizzazioni no profit, ha favorito il clima di sospetto e ha aumentato le tendenze anti-europee e anti-americane.

In Russia vediamo in atto una persecuzione nei confronti delle persone LGBT, e non solo: questo può influenzare anche altri governi?

Senza dubbio quello che succede in Russia non resta inosservato a livello internazionale, determinando, così, un brutto esempio. Le influenze che possono essere esercitate, però, possono essere diverse. L’approvazione in Russia della legge 6.21 (“Divieto della propaganda dei rapporti non tradizionali”), che favorisce di fatto la violenza,  e l’introduzione recente di leggi molto più severe in Uganda, in Nigeria e in India possono anche spingere i governi di altri paesi all’approvazione di leggi a difesa degli omosessuali, cittadini propri e rifugiati provenienti dai suddetti paesi. Io, personalmente, credo che la sola esistenza di queste leggi dovrebbero dare il via libera per il rifugio politico alle persone lgbt, senza dover portare le prove della persecuzione personale. La sola esistenza di queste leggi mette in pericolo ogni persona omosessuale (o sospettata tale) – e questa è la conseguenza indiretta anche della legge che vieta la “sola propaganda”: di questo ne parlo nel mio film.

La cultura può apportare una soluzione a questa discriminazione “legalizzata”?

Si, sicuramente. Per esempio la ballerina che balla in manette a -20 gradi, indossando solo un tutù bianco, fa per i diritti umani molto di più di quello che si potrebbe pensare. La ballerina deve ballare e balla per tutti, nonostante le condizioni in cui si trova. Il ballo diventa l’atto di eroismo e la gente si ferma incantata. Guardando il video di quella performance qualunque russo si può riconoscere, chi nella ballerina, che nel suo pubblico: questo può fare cambiare qualcosa. L’arte è anche questo, far arrivare il messaggio, dire quello che va detto. Infatti, l’informazione è una delle armi più potenti che esistono nel mondo e la cosa più intollerabile è quando l’ingiustizia incontra il totale silenzio nel proprio cammino.

Che cosa hai voluto esprimere nella tua opera?

Per primo volevo raccontare l’esistenza di persone lgbt credenti e di mostrarli così come sono: esseri umani. Volevo raccontare la realtà che loro vivono in Russia e far capire il coraggio, che ammiro, di queste persone che si sono prestate a essere riprese. E’ diverso fare attivismo in Italia e in Russia, è diverso anche fare coming out, ed è diverso anche solamente notare le tendenze omosessuali nei propri sentimenti, se sei russo. Esistono due tipi di coraggio: “quando tu solo sei consapevole di quanta paura provi veramente” e quello “quando non hai più paura, perché sei pronto per il peggio”. Ma non mi metto a giudicare quale tipo di coraggio sia stato provato nel loro caso: probabilmente sono presenti entrambi i tipi di coraggio.

Yulia, l’opera ha già avuto una propria diffusione: quali sono state le reazioni avute tra gli spettatori, soprattutto tra quelli russi?

Gli spettatori russi non hanno avuto occasione di vedere questo film, se non quelli che l’hanno visto perchè proiettato in Europa.

Perché è nata una regressione repressiva in Russia contro le persone e il movimento lgbt?

In Russia ci sono tante categorie represse o indifese, non solo le persone lgbt: le donne, gli orfani e i minori in generale, i portatori di handicap, gli schiavi (tra cui non solo gli immigrati clandestini), le minoranze etniche, le minoranze religiose, ecc…  Le persone lgbt non sono la categoria più repressa, ma è solo una tra le tante. In Russia le diversità non sono viste come un valore, ma come una minaccia all’integrità della nazione. Oggi, di nuovo, vengono riproposte le idee patriarcali, salutiste, religiose (l’ortodossia) che sono destinate a sopportare la crescita dell’orgoglio nazionale. La storia non ha insegnato nulla.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo