Siamo arrivati come Circolo Culturale Harvey Milk al secondo appuntamento con uno dei grandi poeti, narratori, registi, scrittori, giornalisti del Novecento: Pierpaolo Pasolini. Venerdi 23 ottobre alle ore 18,30, presso la sede Guado di Via Soperga 36, Milano, sarà ospite nella serata organizzata dal nostro Circolo Culturale Harvey Milk Danilo Ruocco, scrittore e giornalista, che ci accompagnerà, come fatto nella prima serata dedicata all’intramontabile autore, nella lettura, nell’analisi poetica, estetica e contenustica di Pasolini regista, passando per due sue opere, principalmente: Salò o le 120 giornate di Sodoma, pellicola uscita postuma e girata nel 1975; Comizi d’amore, documentario realizzato mel 1963. Alla domanda perché parlare di Pasolini oggi, Danilo risponde, anticipando una minima parte dell’intervista che segue, e fatta per prepararvi al dibattito, intrigante quanto interessante della serata, ha affermato: “Oggi bisognerebbe parlare ai giovani di Pasolini mettendo in risalto la sua indipendenza e onestà intellettuale”. Vi attendiamo venerdi 23 ottobre alle ore 18,30 per meglio comprendere la portata complessa e culturalmente incisiva di Pierpaolo Pasolini.

Siamo al secondo incontro su Pasolini: cosa dire di lui ancora in prossimità del quarantennale della sua uccisione?

Credo sia ancora da studiare con attenzione l’omosessualità di Pasolini e come essa abbia influito sulla sua scrittura, sia letteraria, sia cinematografica, e sul suo modo di osservare e interpretare la realtà. Finora, mi pare che l’omosessualità di Pasolini sia stata più che altro associata alla sua tragica uccisione, quasi mai, invece, usata come chiave di lettura della sua opera e del suo sistema interpretativo.

Affronteremo “Salò o le 120 Giornate di Sodoma”, pellicola del 1975, distribuita postuma e ancora oggi discussa e considerata provocatoria: a distanza di 40 anni non è cambiato nulla nel percepire il linguaggio estetico e contenutistico di un film?

Credo che l’ultimo film di Pasolini sia stato ampiamente sottovalutato e frettolosamente archiviato alla voce “provocazione pornografica”. Lo si è visto o con una mano ben ferma sugli occhi per non vedere certe immagini, o con una mano sul sesso per farsi titillare da alcune sequenze. Mi pare sia venuto il momento, invece, di guardare il film con attenzione e leggerlo per quello che è: una denuncia forte e chiara fatta da Pasolini contro i meccanismi ossessivi e asfittici del Potere, di ogni Potere. Via, dunque, la mano dagli occhi e, a maggior ragione, via anche quella dal sesso!
Tengo a dire, poi, che il film, ben lungi dall’essere datato, è, invece, ancora assolutamente attuale.

Si può definire “Salò” come testamento politico culturale di Pierpaolo Pasolini?

In senso stretto no: non credo che Pasolini abbia voluto scrivere un testamento, perché non credo stesse cercando la morte. Inevitabilmente, essendo il regista stato assassinato prima dell’uscita del film, esso è stato da noi letto come un testamento. Purtroppo, credo che molti abbiamo preso il testamento e messo in un cassetto. Chi, ad esempio, ha risposto alle domande che il film rivolge allo spettatore? Sì perché il film altro non è che un’aggressione allo spettatore che viene continuamente interpellato dal regista che gli chiede, tra l’altro: “Ma tu, dov’eri e dove sei mentre tutto questo si svolgeva e si svolge sotto i tuoi occhi?”. Ecco, chi ha risposto?

Come declinerai la presentazione al pubblico e come proporrai l’opera, affrontandone gli aspetti narrativi, le dinamiche psicologiche dei personaggi, l’analisi della fotografia e, infine, gli elementi strutturali del soggetto?

Essendo convinto del fatto che il film sia il più politico tra quelli firmati dal regista, ne darò una lettura che metta in risalto il messaggio pasoliniano. Insisterò su quello che, a mio avviso, è il dato stilisticamente più caratteristico del film, ossia il contrasto che c’è tra le immagini “forti” e il tono da conversazione borghese e gli atteggiamenti da Teatro di Varietà con i quali le Narratrici raccontano le loro storie e i quattro Signori le commentano.
Contrasto troppo insistito perché non si vada oltre la cifra stilistica e vi si legga un messaggio: la perversione e l’orrore possono essere narrati con “naturalezza” e senza toni scandalizzati o indignati, anche perché le vittime del potere assoluto, per sopravvivere, si adattano a ogni situazione, diventando, in tal modo, complici del potere dispotico e, per tale motivo, indegne di compassione.
Dunque mostrerò come Pasolini utilizzi tutto l’armamentario cinematografico (dalle immagini alle musiche…) per interpellare le coscienze degli spettatori, nel tentativo di risvegliarli dal loro torpore.

Quanto ancora di quel testamento cinematografico può esserci di attuale, come monito verso la società odierna?

Ahinoi, credo tutto! Il torpore degli spettatori degli anni Settanta è diventato sonno e, a volta, vero e proprio coma negli spettatori di oggi. La complicità e la connivenza con il Potere sono una prassi consolidata e i media, invece di condannare gli uni e gli altri, sono talmente asserviti che incoraggiano tali atteggiamenti.
Se nel film di Pasolini i personaggi sono ancora consapevoli di mangiare escrementi, oggi sono pochi coloro che capiscono che ciò che viene servito non è cioccolata, ma merda.

Il corpo in “Salò” viene rappresentato come merce in una società opulenta e il consumismo come alienazione umana: in che modo Pasolini ha saputo tradurre in cinematografia questo concetto metaforico, simbolico quasi?

Pasolini mostra in tutto il film come il Potere sia in grado di asservire a sé il desiderio e di annullarlo. E un corpo senza desiderio è una merce. Gli unici in grado di esprimere il proprio desiderio sono coloro che gesticono il Potere. Ossia, coloro che usano il proprio Potere per plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza. E Pasolini parla di tutti i tipi di Potere: non è un caso che i quattro Signori siano rappresentanti ai più alti livelli del Potere Economico, di quello Religioso, di quello Civile e di quello Giudiziario. Non c’è solo il consumismo (ossia il Potere Economico), quindi, ad annullare il desiderio e a rendere il corpo una merce!

Faremo anche un passo indietro, al 1963, a “Comizi d’amore”, primo documentario girato in un’estate italiana tra soggetti diversi per ceto sociale, cultura e gradi di istruzione, donne e uomini, ragazzi e intellettuali, a cui sono state poste domande sulla sessualità, sul concetto di normalità, su condizione di genere, su prostituzione, su maschilismo: è ancora una fotografia dell’Italia attuale, per certi versi?

Non credo, e penso non lo fosse del tutto neppure al tempo di Pasolini. O meglio, Pasolini mette a confronto due Italie diverse: quella ancora semianalfabeta e semicontadina con quella borghese e istruita, mostrandone le differenze e i punti di contatto. Ma credo che il Pasolini-poeta, benevolmente disposto verso la povera gente, abbia in qualche modo influito non poco sul Pasolini-documentarista… Ad ogni modo, mi pare che gli italiani, oggi, siano molto diversi da quelli di quegli anni.

Come si identifca il Pasolini documentarista, in termini estetici e in termini di lavorazione filmica, e in cosa diversifica, in linguaggio e in rappresentazione, rispetto al Pasolini regista cinematografico?

Nel documentario Pasolini è presente in carne e in spirito e sembra di poterlo scorgere benevolmente sorridente quando ascolta certe risposte, anche quelle che, a noi, possono sembrare le più assurde o ingenue. Pasolini compartecipa nei “Comizi”. Legge la società con un certo ottimismo. Con una certa fiducia nel futuro. La sua è una ripresa “calda” e ravvicinata.
In “Salò”, invece, Pasolini condanna senza appello. Condanna i carnefici, i collaborazionisti, le vittime, e persino gli spettatori. Il suo è uno sguardo severo e pessimista. La sua ripresa diventa “fredda” e lontana.

Perché oggi parlare ancora di Pasolini, soprattutto alle nuove generazioni, verso cui l’unico poeta del Novecento, come ebbe a dire alle sue esequie Moravia, era rimasto sempre attento osservatore?

Oggi bisognerebbe parlare ai giovani di Pasolini mettendo in risalto la sua indipendenza e onestà intellettuale. Era un uomo che non si piegava a certe logiche e che diceva ciò che pensava. Si poteva essere d’accordo o no, ma gli si riconosceva di essere sincero. I suoi interventi aprivano dibattiti e discussioni e il suo intento, quando si rivolgeva ai giovani, era sempre educativo, pedagogico nel senso più alto. Li aiutava a crescere.
Oggi, purtroppo, ai giovani viene insegnato a rincorrere il successo a tutti i costi e non a crescere. Li si è lasciati soli ad affrontare il loro sviluppo interiore. Soli con i loro dubbi e le loro paure.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo