È in scena fino a domenica 6 dicembre al CRT di Milano, La giornata di una sognatrice, testo del celeberrimo autore argentino Copi, progetto teatrale ideato da Lorena Nocera con la regia di Giovanni Battista Storti, sotto coordinamento di Marzia Loriga. Ritorna in pieno vigore lo stile di un autore che ha da sempre giocato su situazioni fintamente normali, quotidiane, qui la giornata di Gianna, una casalinga, ma che, poi, hanno un risvolto parossistico, impensabile, surreale, possiamo dire. La portata allegorica di simboli, in questo caso il melone, segno di prosperità e di ricchezza, e l’intersecarsi di un intreccio che vede sogni, aspirazioni e desideri che creano una tensione tutta drammaturgica nel cercare e ricercare una loro soddisfazione attraverso l’incontro di personaggi inattesi, avvenimenti improbabili, eventi che non avrebbero mai potuti essere sospettati, sono gli elementi portanti dell’opera. Abbiamo intervistato Lorena Nocera, che impersonifica il personaggio principale dell’opera, Gianna, a fianco di attori del calibro di Alberto Guerra, Marco Pepe, Fabrizio Rocchi e Ludmila Ryba.


Lorena, quale è la tua formazione teatrale?
Mi sono diplomata con Marina Spreafico alla Scuola di Teatro all’Arsenale di Milano, dove si segue il metodo di Jacques Lecoq, un mimo, oltre attore, francese vissuto nella metà del Novecento. Il metodo seguito dalla scuola era basato sulla reinterpretazione del mimo. Appena finita la scuola iniziai a fare qualcosa di mio: ho conosciuto, cosi, in un’occasione, Marzia Loriga che era in giuria, una delle migliori attrici italiane di canto. Ho avuto, pertanto, la fortuna di lavorare con questo gruppo di ottimi attori italiani di canto, Teatr Cricot 2, che ha girato il mondo.

Lorena e Copi: quale rapporto si determina e si è determinato tra te e l’autore?
Si è affermato un rapporto di affetto e di sintonia su molte cose che Copi dice e che noto essere dentro di me. Nel 2006 ho visto una versione condotta da Virginio Liberti, regista brasiliano, di un testo di Copi: “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”. È stata la prima volta che ho avuto la sensazione di vedere un autore che mi desse la pienezza della vita in tutti i propri alti e bassi: quando si è felici si è euforici, quando si è tristi si è disperati. Ci sono dei grandi sali e scendi di emozioni e, in questo aspetto, mi sono ritrovata. Un altro aspetto da sottolineare è che Copi ha interpretato il melodramma in modo intelligente e colto, seppure rimanga una versione popolare. Questo testo è poco frequentato e non è mai stato messo in scena se non dalla sottoscritta sotto la regia di Giuseppe Isgro’. Nelle opere prime degli autori c’è già dentro, percepibile, uno sviluppo proprio non formalizzato. Lo sviluppo in questo testo vede un’espressione più profonda, senza la formalizzazione del grottesco, tipica del filone gay, di cui, ai tempi, c’era bisogno. Oggi tutto questo è gia accolto dal pensiero comune, e, pertanto, mi interessava il mondo poetico espresso dall’autore. Il pubblico dice che la rappresentazione dell’opera sia insolita rispetto allo stile di Copi, in quanto non c’è un’estetica pop eccessiva, che viene associata all’autore stesso. Semplicemente occorre dire che in questo contesto, nello spettacolo messo in scena al CRT, non sussiste questo tema. In scena, poi, siamo tutti attori dell’Arsenale, e abbiamo una cantrice cantoriana, Ludmyla.

Qual è il significato del testo oggi?
Mi piace dire ciò che riferiva l’autore, usandolo, naturalmente, per parlare di noi stessi. Questo testo mi ha insegnato molto il rispetto della parola dell’autore prima di una sua interpretazione personale.
Si tratta della giornata fantastica della vita di una donna, dice Copi. Gianna, la protagonista, che io rappresento, si sveglia e riceve una visita di postini che devono recapitarle delle lettere. Qui inizia l’assurdo. A mezzogiorno Gianna si sposa con un uccello, transitano diverse visite, tra cui quella di un venditore di cocomeri, figura beckettiana che dovrebbe essere vista come persona che dovrebbe portare delle risposte, mentre al pomeriggio il proprio figlio, cresciuto in mezza giornata, si organizza per andarsene via di casa. Il cocomero è bello come elemento, in questo si trova tutta quella tensione latino americana per il simbolo. Gianna, quando saluta il figlio che se ne va, gli da come bagaglio per la vita una valigia piena di cocomeri, simbolo di prosperità e di pienezza.

Come si è sviluppato il rapporto con gli altri attori?
Siamo tutte persone che ci conosciamo reciprocamente e da tempo, avendo fatto cose insieme, esiste tra di noi un legame di amicizia. Io tendo, poi, a essere chiamata in generale, per fare un lavoro che non è solo un lavoro, ma è una scelta profonda, a recitare al fianco di persone a cui voglio molto bene. Nel lavoro si tiene conto di chi interpreta una cosa, senza chiedergli di fare la marionetta e, pertanto, occorre lavorare insieme per creare il personaggio.

Parliamo, quindi, ora di Lorena e il suo rapporto con il personaggio, Gianna …
Non ho lavorato sulla caratterizzazione del personaggio. Ho lavorato, e sto lavorando ancora, sul terreno comune che esiste fra me e lei: in questo punto il teatro diventa interessante, ossia quando la vita dell’attore incrocia quella del personaggio. Lei ha il disperato desiderio di incontrare l’altro, un amante, il figlio, un amico o una persona a cui deve dare delle risposte. Poi risalta il tema della memoria, mia personale che si vede nel ricordo della casa in cui sono nata, di quel giardino sul lago. In tutto questo sussiste un desiderio di condivisione con l’altro. Ci sono, poi, elementi come quelli della tradizione, della famiglia, del giusto e dell’ingiusto in diversi punti: Gianna è un personaggio semplice, molto semplice. Fa il bucato, svolge mansioni qiotidiane. Ma il bello è che tutti possiamo essere semplici cosi come lei e credo che in questo essere parte di tutti ci sia la componente che con mio piacere evidenzia il modo attraverso cui abbiamo lavorato, rendendo lo spettacolo, il teatro dell’assurdo risulta spesso difficile come comprensione del testo, non basato sulla stranezza, ma sulla possibilità di essere teatro per tutti. La gente non può più vedere cose che siano specifiche per addetti ai lavori. La gente comune non va a teatro e chi fa teatro lo fa solo per persone che abbiano quel bagaglio utile per poterne usufruire. Questo può risultare un pregio per la ricerca, ma non deve tagliare fuori chi passa a teatro e voglia andare a vedere qualcosa. Abbiamo fatto una replica all’Elfo.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo