Peter “non è esattamente una femmina, ma precisamente un maschio”: con “Peter Pan guarda sotto le gonne” ci immergiamo in una storia degli anni 90 e vediamo diversi bambini giocare e relazionarsi, vicini a quell’eta’ in cui si avvertono i primi impulsi sessuali e in cui si affrontano i primi quesiti riguardanti la propria identità. Peter non è un femminuccia ma è un maschietto, ma di questo nessuno se ne accorge. Un disagio si vive e si esplica nelle dinamiche di una persona nella sua giovanissima età: un disagio che è quello che molte persone transgender avvertono e affrontano, desiderando, come dei Peter Pan, non crescere mai: il testo vede citazioni e spunti da personaggi di romanzi di James Matthew Barrie, cosi come testimonianze dirette di persone FtoM (Female to Male). “Peter Pan guarda sotto le gonne”, regia di Livia Ferracchiati, vede in scena come attori Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza, Chiara Leoncini e Alice Raffaelli, ed è in scena dal 26 al 31 gennaio a Campo Teatrale di Milano, via Casoretto 41/A, ingresso via Cambiasi 10. I soci Milk potranno godere di una sensibile riduzione del prezzo del biglietto di ingresso, da 20 euro a 10 euro. Il 27 gennaio seguirà allo spettacolo un confronto, dove parteciperanno il presidente Milk, Nathan Bonni’ , e Sabrina Bianchetti, attivista del circolo e ingegnere.
Abbiamo intervistato Livia Ferracchiati, regista dell’opera.

“Peter Pan guarda sotto le gonne”: Livia, partiamo dal titolo, perché questa scelta?

Il tema dell’infanzia, anzi, della preadolescenza transgender è affrontato attraverso il parallelismo con il romanzo di James Matthew Barrie: “Peter Pan nei giardini di Kensington”. Nel romanzo Peter Pan scappa di casa dopo aver sentito parlare i propri genitori del suo futuro e si rifugia nei Giardini di Kensington dove vive insieme agli uccelli. Non tutto quel che fanno gli uccelli però gli è possibile, poiché il suo corpo resta quello di un umano e allo stesso modo, quando prova a giocare con altri bambini si trova a non conoscere le loro regole. Si rivolge così al governatore dei giardini: il Corvo Salomone, il quale gli spiegherà che la sua natura è quella di “mezzo e mezzo”: non esattamente un uccello, ma neppure completamente un bambino. Il nostro Peter, invece, “non è esattamente una femmina, ma precisamente un maschio”. Raramente si riflette sul fatto che le persone transgender non sono sempre state degli adulti, e che il disagio di avere un corpo che non rispecchia la percezione di sé, è una condizione che si origina fin dai primi anni di vita.
Nella nostra riscrittura siamo alla fine degli anni ’90, Peter ha 11 anni e mezzo, è nato femmina ed ha lunghi capelli biondi. Wendy ha 13 anni ed è mora. Tinker Bell è una fata senza bacchetta, ma con una polaroid al collo. Si racconta la scoperta dei primi impulsi sessuali e gli scontri con i genitori per affermare la propria identità.

L’opera rappresenta la difficile gestione, psicologica e culturale, di un doppio coming out, ossia quello di dichiarare un’identità di genere differente dal genere biologico. Come è avvenuta la fase di scrittura del testo e il lavoro con gli attori?

Questo testo è stato scritto a quattro mani insieme a Greta Cappelletti, siamo partiti dal parallelismo con il Peter Pan per poi mescolarlo ai racconti di persone transessuali relativamente all’infanzia. Abbiamo steso le scene e poi le abbiamo verificate, ampliate, in alcuni casi, cambiate in prova, attraverso l’improvvisazione degli attori e dei danzatori. In questo spettacolo, infatti, la parola non è l’unico linguaggio, c’è anche la danza (le coreografie sono di Laura Dondi) . Il doppio coming out, in realtà, non avviene mai. Sono altri anni rispetto a questi odierni, Peter non ha gli strumenti per capire chi è e i genitori non lo aiutano. È infatuato di Wendy, ma non sa dirglielo. Il centro del lavoro sta proprio in questo: non avere i termini per esprimere il proprio disagio e capirne l’origine.

A quale target maggiormente l’opera vuole indirizzarsi?

L’idea è che non ci sia un target preciso, si mira ad arrivare al maggior numero di persone e, quindi, si mira ad essere fruibili.
Per me è importante che arrivi anche una visione chiara su un tema che, in questo momento storico, è poco conosciuto e molto mistificato. Non è uno spettacolo didattico, non c’è la volontà di informare, siamo teatranti non attivisti, ma siamo consapevoli della responsabilità che abbiamo nel mettere in scena uno spettacolo come questo. Abbiamo la responsabilità di porre le domande giuste.

Che cosa il teatro può fare per rompere una coltre insopportabile di pregiudizi?

Il teatro deve e può fare molto, ha dalla sua la possibilità di un “confronto diretto”. Il pubblico può vedere dei corpi vivere una storia a pochi metri da sé. Può incontrare gli attori nel post-spettacolo, può facilmente avvicinare il regista o il drammaturgo di un lavoro e fargli domande. In più, il teatro può e deve liberarsi dalla routine di certi suoi modi vecchi, che lo allontano da un pubblico giovane.
Uno dei modi per farlo è parlare di temi che sia urgente affrontare “oggi”, uno di questi è quello dell’identità di genere, che va a riguardare tutti e non solo i transessuali. L’esempio è la mia compagnia, The Baby Walk, formata da nove persone, praticamente tutte diplomante in anni e corsi differenti alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Quando ho raccontato per la prima volta il nucleo concettuale del progetto agli interpreti (per altro tutti giovanissimi dai 22 ai 27 anni – Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza, Chiara Leoncini, Alice Raffaelli), all’inizio, sentivano l’argomento distante. L’appassionarsi al lavoro, tanto da dedicarci energie ed investirci denaro, dimostra come indagare la natura dell’essere umano, alla fine dei conti, ci coinvolga tutti, perché siamo più simili di quello che vogliamo ammettere.

La regia: come si è svolta?

A me piace che gli attori diano un apporto creativo, quindi, già sulla base delle improvvisazioni finalizzate alla scrittura del testo, cerco di dare ulteriori indicazioni sugli obiettivi dei personaggi, magari chiedo di provare a “giocare” con un dato oggetto, che diventerà caratteristico di quel personaggio e aiuterà l’attore a costruirlo, ma poi lascio che l’attore improvvisi. La seconda fase diventa un lavoro di montaggio e, in seguito, di rifinitura.
In questo caso abbiamo ricercato molto lo “stato del bambino”, i due protagonisti infatti hanno 11 e 13 anni, sono nell’età in cui si gioca a fare gli adulti, ma c’è ancora una percentuale molto alta del bambino.

Il rapporto col pubblico come si pensa possa essere?

Abbiamo fatto un’anteprima a settembre scorso al Ternifestival e il pubblico ha reagito meglio del previsto, anche se in alcuni casi ho avuto la netta sensazione che non siano passate tutte le informazioni. La gente fa ancora molta confusione anche tra identità di genere e orientamento sessuale, per noi però era importante iniziare a parlarne e farlo senza voler essere uno spettacolo etichettabile come Lgbtetc. Questo è uno spettacolo teatrale che racconta una storia, punto. A questo proposito quello che mi sento ripetere più frequentemente è: “Ancora spettacoli sui transessuali?” oppure “Ancora spettacoli sui gay?”. Alla prima obiezione chiedo di citarmi qualche spettacolo teatrale su dei transessuali o sull’infanzia transgender e spesso a passare è “l’angelo del silenzio”, per citare Cechov. Alla seconda obiezione rispondo che il nostro Peter Pan, in realtà, ha un orientamento eterosessuale. Vedo confusione negli occhi del mio interlocutore, ma è la pura verità.

Gli attori come hanno interagito e risposto alla realizzazione dello spettacolo?

La parte più bella dello spettacolo è stata l’introduzione dell’argomento. Interpreti e collaboratori non sapevano niente del transessualismo, o meglio, sapevano quello che sanno tutti. Quindi, spesso, cose sbagliate.
La compagnia si è formata intorno al lavoro sul Peter Pan, non era stato già deciso, è stata una conseguenza.
Ho trovato persone in grado di ascoltare, curiose di conoscere e con la giusta sensibilità per affrontare un argomento così delicato. Un giorno ci siamo trovati a fare delle interviste, perché un nostro amico stava documentando le prove del lavoro. Mentre li ascoltavo parlare, raccontare di quest’esperienza e spiegare concetti che in qualche modo gli avevo trasmesso, ho pensato che era quello il risultato più grande di questo lavoro.

La scenografia, apporto estetico, che rapporto ha con il contenuto della narrazione e della storia?

A questa domanda potrebbe rispondere molto meglio la scenografa del progetto, Lucia Menegazzo, ma cercherò di farlo io. Lucia ha avuto un’idea scenografica molto valida, facilmente realizzabile e trasportabile (criteri irrinunciabili per chi fa teatro oggi…e per fare teatro oggi, in poche parole, intendo non avere soldi…). Il testo è ambientato in un parco, idealmente il parco dei Giardini di Kensington. Di quest’ambientazione ha individuato come elemento praticabile e simbolico la rete. La rete che recinge i giardini. Una rete metallica, di un bell’argento, in grado di creare panneggi in aria che ricordano le fronde degli alberi e un fondale reticolato che dà l’idea della condizione claustrofobica vissuta da Peter. Le reti vengono poi colorate dalle luci di Giacomo Marettelli Priorelli creando, con semplicità, suggestivi cambi di atmosfera.

Prossimi lavori a cui stai dedicandoti e quali altre opere realizzerai su questo tema?

“Peter Pan guarda sotto le gonne” è il percorso intimo della formazione di un’identità e il primo capitolo di una “Trilogia sulla transessualità”, un percorso in tre tappe che racconta l’esperienza della dicotomia tra corpo e mente in fatto di identità di genere. Sto ora scrivendo il secondo capitolo che si intitola: “Stabat Mater”, racconta il momento in cui una persona transgender si appropria della sua identità e si trova di fronte alle difficili decisioni per assecondare il suo specifico benessere psico-fisico (ormoni o non ormoni, operazioni o non operazioni, farsi parlare al maschile o al femminile, pretenderlo o aspettare che gli altri lo facciano spontaneamente, etc) e, come si intuirà dal titolo, il tutto strettamente legato alla figura della madre. Ci sarà anche un terzo capitolo, ma il concept è ancora in fase di progettazione. Per questa realizzare questa trilogia però abbiamo bisogno di fondi, perché noi siamo una compagnia indipendente che si autoproduce e se qualcuno avesse voglia di sostenerci….: https://www.indiegogo.com/projects/peter-pan-guarda-sotto-le-gonne#/

Intervista a cura di Alessandro Rizzo