Sia benedetta Eva Cantarella. Abbiamo appena parlato di lei in due articoli consecutivi e già la bibliografia raccolta sotto il suo nome rivela un’altra perla: “Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico” (2010, BUR). Questo saggio raccoglie e approfondisce tematiche che abbiamo già visto ne “L’amore è un dio” (http://www.milkmilano.com/?p=7488) e in “Dammi mille baci” (http://www.milkmilano.com/?p=7494 ).


Comunemente, per “bisessuale”, s’intende una persona in grado di provare attrazione erotica e/o romantica per entrambi i sessi. La realtà di cui la Cantarella parla non ha però nulla a che vedere –come già abbiamo visto- con le odierne concezioni di “orientamento”, “identità” o “stile di vita”. In compenso, la documentazione e la sua illustrazione da parte dell’autrice permettono di cogliere l’interazione fra sentimento e dovere, fra inclinazione individuale e strutture sociali. La Cantarella spazia dall’epica alla lirica, dal dialogo filosofico all’epigramma, dalle scritte murali ai testi giuridici, arrivando agli inizi dell’era cristiana. L’opera è suddivisa in due parti: “La Grecia” e “Roma”. Nella prima, s’incontra l’universo omerico, coi suoi guerrieri e un orizzonte affettivo che comprendeva le mogli legittime e gli amori ancillari così come le relazioni omoerotiche coi compagni d’armi. Se l’ “Iliade” e i poeti tragici immortalano il legame fra Achille e Patroclo, l’ “Odissea” accosta tranquillamente il “coricarsi” di Nestore e Menelao accanto alle rispettive spose al “coricarsi” di Telemaco al fianco del celibe Pisistrato.


Sono poi citate le pene d’amore dei poeti lirici per i ragazzi adolescenti e le leggi ateniesi che proteggevano gli imberbi da corteggiatori poco raccomandabili. La Cantarella menziona espressamente la funzione di “rito di passaggio” che sarebbe stata ricoperta dalla pederastia nella Grecia precittadina, così come il suo ruolo educativo e filosofico all’interno della “pòlis”. Meno iniziatico e più schietto sarebbe stato il legame tra fanciulle o tra queste e la loro maestra nel mondo del tiaso, cantato dalla celeberrima Saffo (http://www.milkmilano.com/?p=7273 ). Un partenio (= canto per coro femminile) di Alcmane conserverebbe addirittura la testimonianza di un matrimonio simbolico fra due ragazze spartane, compagne di educazione. È questo il “partenio del Louvre” (VII sec. a.C.). I tiasi erano comunque precedenti alla definizione delle strutture sociali cittadine. In seguito, quando questo istituto era ormai scomparso e le donne erano escluse dalla trasmissione della cultura, una possibilità di amoreggiamenti saffici restava aperta nei simposi. Essi erano sodalizi essenzialmente maschili, eleganti bevute collettive alle quali, però, presenziavano intrattenitrici professioniste (flautiste, acrobate, danzatrici, “cortigiane”). L’atmosfera erotica del simposio permetteva incontri amatori di vario genere. Tutto ciò avveniva in un contesto culturale che aveva una visione estremamente fluida dell’eros e dell’identità sessuale. Basti ricordare il mito di Ermafrodito, giovane amato da una ninfa che volle fondere il proprio corpo con quello di lui. Un “ermafroditismo originario” è invece teorizzato da Platone nel “Simposio”: gli esseri umani sarebbero stati, in origine, creature “doppie” composte ciascuna da due metà: una maschile e una femminile, entrambe maschili o entrambe femminili. Né mancano dialoghi filosofici di secoli successivi, come l’ “Amatorius” di Plutarco o gli “Amores” dello Pseudo-Luciano, che discutono circa la superiorità degli amori con donne o con ragazzi, quali opzioni ugualmente possibili. Tutto questo non deve però indurci a pensare che l’antichità greca conoscesse una libertà sessuale illimitata. Al contrario, leggi e mentalità successive al VI sec. a.C. erano rigorose nell’assicurare la qualità educativa degli amori pederastici, nonché la fertilità del matrimonio e la segregazione domestica delle donne “per bene”. I “Dialoghi delle cortigiane” di Luciano di Samosata, per l’appunto, limitano gli amori saffici e l’ambiguità sessuale alla sfera delle ricche stravaganti o delle mercenarie –e li indica come inconfessabili perfino per queste ultime.
Altro mondo ancora era quello di Roma, come abbiamo già visto in “Dammi mille baci”. Nell’orizzonte latino, la sessualità era “di stupro”, dominata dalla figura dell’uomo “che non deve chiedere mai”, che sottomette allo stesso modo donne, schiavi e nemici. Impensabile –per un cittadino romano nato libero- assumere il “ruolo passivo” in un rapporto sessuale, pena la perdita della dignità sociale. Altrettanto impensabile che una donna possa dispensare piacere erotico a un’altra donna, “rubando” così il ruolo del maschio. La Cantarella ricostruisce questo quadro culturale –ahimè, tutt’altro che sorpassato o ignoto agli odierni- attraverso Catullo, gli epigrammi di Marziale o le satire di Giovenale. Puntualmente citata è anche la legislazione latina in materia di morale sessuale. Non mancano i versi di chi –nel II sec. a.C.- giocava ormai a imitare la pederastia greca, o i sapienti confronti di Ovidio tra le qualità amatorie delle donne e quelle dei ragazzi. I cosiddetti poeti elegiaci (quali Tibullo e Properzio) cantano con eguale ardore la passione per donne di liberi costumi e quella per graziosi giovinetti, che però rischiano di esser loro sottratti dagli amori femminili o dal matrimonio. Né mancano le teorie fisiologiche di Lucrezio sul sesso, o il legame fra i compagni d’armi Eurialo e Niso nell’ “Eneide” virgiliana. Pienamente bisessuale sembra essere stato Orazio, anche se i ragazzi lo attraevano –cosa che valeva generalmente nel mondo antico- soltanto finché erano imberbi.
A sdoganare pienamente la bisessualità maschile furono invece gli esempi di Cesare e di Augusto, che dimostrarono come si potesse essere “un macho latino”, un “buon cittadino romano” e un uomo di potere anche concedendosi esperienze sessuali “passive”. Svetonio sarà poi generoso di aneddoti coloritissimi sulla vita intima degli imperatori, mentre è noto il legame di Adriano con Antinoo che ispirò Marguerite Yourcenar (http://www.milkmilano.com/?p=7464 ). Inaccettate socialmente rimarranno, invece, omosessualità e bisessualità femminili. Ancora il “Satyricon” dipinge il saffismo come degno di donne volgari e dal passato torbido. In generale, la sessualità femminile a Roma –e ad Atene- era vista come potenzialmente selvaggia, da tenere sotto controllo.
Un avvicinamento all’eteronormatività che conosciamo si ebbe, comunque, fra l’età di Cicerone e quella degli Antonini. L’antico ruolo del capofamiglia entrò in crisi: non più “maschio dominante”, ma funzionario dell’imperatore. Non potendo più affermare la propria dignità imponendosi sugli altri, cominciò –secondo la Cantarella- a imporsi su se stesso. Cosa che si diffuse anche presso gli strati sociali meno illustri. L’autorepressione comportò una limitazione delle pratiche sessuali all’ambito del matrimonio e della riproduzione. Anche lo stress e la sedentarietà della vita di funzionario richiesero costumi più sobri. Filosofie quali l’epicureismo, il cinismo e lo stoicismo si trovarono d’accordo nel diffidare del sesso e nel consigliare il dominio sugli istinti. Su questo ascetismo s’innestò poi il cristianesimo, col suo rifiuto dell’omoerotismo in qualunque senso. In ciò, la nuova religione era erede del mondo ebraico, che ignorava sostanzialmente l’omosessualità femminile, ma rigettava fermamente quella maschile, in quanto spreco del prezioso seme che consentiva la perpetuazione della stirpe eletta. (Per la verifica delle fonti ebraiche, l’autrice si è avvalsa della consulenza di Richard D. Hecht, professore di Religious Studies nell’Università di California, Santa Barbara –vedasi p. 248, nota 27). Questo retaggio, unito al retroterra filosofico precristiano, incoraggiò l’ascetismo di matrice religiosa e ispirò il rifiuto totale dell’omosessualità in quanto “contro natura” e “offesa a Dio”.
In altre parole, Eva Cantarella offre uno spettro –coprente i secoli dall’VIII a. C. al VI d.C.- delle interazioni fra istinto ed esigenze sociali che hanno via via modellato la sessualità umana in Occidente. Il filo conduttore è la definizione di ciò che è “secondo natura”, che si dimostra piuttosto “secondo cultura”. Una lezione pungente sia per chi voglia negare il ruolo di educazione e filosofia nella vita erotica, sia per chi voglia troppo facilmente fornire ricette di “normalità”.

Eva Cantarella, “Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico”, (“Saggi”), Milano 2010, BUR (8^ edizione).

Testo di Erica Gazzoldi Favalli