Si discute spesso del rapporto fra “sesso” e “genere”, ovvero di quanto conti la natura rispetto alla cultura nella distinzione fra maschio e femmina. Interessante, in questo senso, è osservare quale fosse la percezione dei sessi e della loro dualità nelle epoche che precedettero tanto l’arrivo del Cristianesimo quanto l’avvento delle scienze moderne, gli studi di genere e l’elaborazione della queer theory. A questo si presta particolarmente la letteratura mitologica.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio (III sec. a.C.) elencano, tra i valorosi protagonisti, un certo Corono, che non è, però, “migliore del padre” (I, v. 58). Egli, infatti, è figlio di Ceneo, che, da solo, mise in fuga l’esercito dei Centauri (I, vv. 59-64). Questo vigorosissimo uomo aveva una particolarità: era nato donna, col nome di Cenide, che riprese negli Inferi “per fato”, secondo Virgilio (Eneide VI, vv. 448-449). L’Epitome allegata alla Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (datazione incerta fra la metà del I sec. a.C. e l’inizio del IX sec. d.C.) attribuisce questa trasformazione all’unione con il dio Poseidone, che rese l’amante maschio e invulnerabile per volontà della stessa Cenide (Epitome, 1). Ancora donna lo vedono i Centauri in battaglia, secondo Ovidio (Metamorfosi XII, vv. 470-476). La sua virilità emerge però indubitabilmente, in base alle concezioni dell’epoca, nella sua straordinaria forza fisica e nel suo spirito combattivo (vv. 499-506). Solo nel linguaggio sprezzante e stupito del nemico Monico, Ceneo è semimas, “maschio a metà” (v. 506).

A Tiresia, invece, toccò una doppia metamorfosi. Sempre Ovidio (Metamorfosi III, vv. 316 ss.) spiega come egli avrebbe acquisito capacità profetiche. Un giorno, Tiresia divise con un bastone due serpenti che si stavano accoppiando. Questo atto causò la sua trasformazione in donna e tale rimase per sette anni. Poi, di nuovo incontrò i due rettili in amore; di nuovo li separò e tornò maschio. Ciò fece di lui l’unico essere umano in grado di conoscere sia il piacere sessuale virile che quello femminile e, per aver saputo svelare la differenza fra essi, Giunone gli tolse la vista e Giove gli donò il vaticinio.

Meno lusinghiera, ma non meno interessante è la storia del mitico archetipo di tutti gli androgini: Ermafrodito, per l’appunto (Ovidio, Metamorfosi IV, vv. 285 ss.). Il curioso nome, secondo il poeta latino, verrebbe dalla fusione di “Ermes” e “Afrodite”, genitori del ragazzo, nei cui tratti si mescolavano i volti del padre e della madre. Ibrido fin dalla nascita, Ermafrodito lo divenne ancor più quando incontrò la ninfa Salmacide. Ella, incapricciatasi di lui, lo catturò nel mezzo delle acque di un lago in Caria e pregò gli dèi di non lasciar separare il corpo del giovane dal suo. Ermafrodito si fuse così con la ninfa ed acquisì l’aspetto ambiguo per cui è famoso. La vicenda è un mito eziologico, che vorrebbe spiegare come mai la fonte Salmacide in Caria facesse perdere la virilità ai bagnanti. L’Ermafrodito di Ovidio, dunque, non sarebbe tanto una perfetta sintesi di maschile e femminile, quanto un semimas (v. 381), come era stato definito Ceneo da Monico.

Carica di pathos è la vicenda di Ifi (nome sia maschile che femminile), sempre tratta dalle Metamorfosi ovidiane (IX, vv. 666 ss.). Questo mito è la fonte di un episodio letterario che abbiamo già considerato: quello di Bradamante, Fiordispina e Ricciardetto.

Quando la madre di Ifi era incinta, il padre, a causa della propria indigenza, volle che il figlio fosse allevato solo se maschio (dunque, non bisognoso di dote). Se fosse nata una bambina, ella avrebbe dovuto essere uccisa. In sogno alla madre angosciata, apparve Iside e le promise che avrebbe protetto il nascituro, di qualunque sesso fosse stato. Quando venne alla luce una bambina, la madre la presentò al marito come maschio e da tale Ifi fu allevata. Una volta cresciuta, ella fu promessa in “sposo” dal padre alla bella Iante. Fra le fidanzate, nacque una sincera passione, che portò però Ifi alla disperazione. Evidentemente ignara di cosa fosse l’amore saffico, al contrario delle antiche coetanee di Lesbo, si considerava mostruosa e non vedeva via d’uscita. Iside, allora, tramutò in uomo l’amante infelice e le permise così di coronare il sogno.

I quattro miti che abbiamo narrato ispirano più di una considerazione. Tanto l’orizzonte ellenistico quanto quello latino avevano una visione indiscutibilmente binaria dei sessi: da una parte, i maschi, destinati alla guerra e a far da mariti alle donne; dall’altra, per l’appunto, le donne, imbelli e “naturalmente” orientate a desiderare gli uomini. Nessuno studio psicologico o psicanalitico aveva gettato luce sull’omosessualità. Non era contemplata la disforia di genere, né (essendo sconosciuto il DNA) era stata scoperta l’intersessualità. Purtuttavia, lo sguardo allo stesso tempo incuriosito e sacrale con cui i mitografi guardavano alla natura permise loro di cogliere la possibilità dell’attraversamento della barriera fra i sessi. La storia di Cenide/Ceneo è quella dell’incontro con le forze telluriche e marine, rappresentate da Poseidone e tali da scuotere tutto ciò che sembra incrollabile –compresa la conformazione sessuale. L’esperienza di Tiresia, oltre a essere unica, è iniziatica, ovvero capace di mutare radicalmente la sua visione della realtà. La storia di Ermafrodito esprime la paura della perdita della propria identità sessuale e perfino il terrore del maschio davanti a una femminilità aggressiva; ma è anche osservazione di un fenomeno naturale che rende possibile un “prodigio”. Il mito di Ifi testimonia l’esistenza del culto di Iside in terra latina, nonché la connotazione della divinità come nume del soccorso e anche del passaggio a nuova vita (non a caso, Apuleio ne farà il deus ex machina di un’altra Metamorfosi). Il cambiamento di sesso è dunque segno di una potenza divina, indistinguibile, nella religiosità precristiana, da quelle naturali. Anche l’amore omosessuale di Ifi è preludio e condizione necessaria al manifestarsi di detta potenza.

Nella mitologia classica (precristiana e prescientifica), le forme di queerness sono prodigi, mostruosi o miracolosi, ma sempre contemplabili all’interno di una natura sacra e in perenne trasformazione.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli