Pedro Lemebel è fotografo, cineasta e attivista del movimento gay. Come scrittore, ha condensato le memorie della sua città (Santiago, in Cile) in un romanzo a dir poco singolare: Tengo miedo torero (2001), in Italia tradotto come Ho paura torero (Milano 2004, Marcos y Marcos, collana “Gli alianti”). Lo scenario è il 1986, un anno “marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento” (p. 11). Di lì a tre anni, il governo militare di Augusto Pinochet, instaurato col golpe del 1973, sarà sostituito da uno regolarmente eletto.  Il fallimento è nell’aria. La radio riporta continuamente le azioni del Fronte Patriottico Manuel Rodriguez, formazione politica d’ispirazione marxista che lotta a colpi di black out e armi nascoste. Ma la Fata dell’angolo preferisce non pensarci. Preferisce costruirsi un castello fatato nel proprio appartamentino, col suo barocco genio decorativo. Preferisce comprare cappellini deliziosi e ascoltare canzoni strappalacrime. Ricama biancheria pregiata per le mogli dei generali che sostengono il regime, perché ago e filo sono il suo talento maggiore – e la sua unica fonte di reddito, oltre all’adescamento nei cinema, per i marciapiedi e sugli autobus. La Fata dell’angolo sarebbe la donna dei sogni, se non fosse un uomo. Un “travestito” che non ha né famiglia, né nome e che ama definirsi al femminile, come le sue “amiche”. La sua vita è una “terra di nessuno”. Proprio per questo, Carlos – studente e militante del Fronte Patriottico – sceglie la sua casa come nascondiglio per armi e riunioni. Le sue risposte alla Fata sono tutte un susseguirsi di “Poi ti spiego”. E lei le accetta, non per stupidità, ma per amore. Quel giovane bruno l’ha stregata, con la sua bellezza e una cortesia assai poco comune negli uomini che la Fata conosce. L’incontro con Carlos trasforma il nido in un focolaio della Storia e la voluta svampitezza del “travestito” in consapevolezza. A modo suo, per via di sfoghi intuitivi e visioni di sangue su tovaglie ricamate con amore. 

            A questa coppia singolare, ne fa da contrappunto un’altra, tragica nella propria normalità: quella formata da Pinochet e dalla moglie. L’amore – se mai c’è stato – ha lasciato posto a un ménage fatto di frivolezze, chiacchiericcio bisbetico, vanità. Di autentico, ci sono solo i presagi di morte del dittatore. Il quale, peraltro, si ritrova circondato dagli odiati “ragazzi effeminati”, quasi per burla del destino. Dulcis in fundo, uno di loro è persino il guru di sua moglie. Viene in mente un’osservazione della Lupe, giovane “travestito” che ama dirsi “di destra” per darsi un tono: “Che ne sarebbe di noi senza il coprifuoco, non avremmo niente da mettere sotto i denti, dovremmo ritirarci in convento. […] Amo questo governo, perché sfama tutte le checche, e con la paura quei barboni sono ancora più caldi. Perché non puoi negare che con la disoccupazione di uomini ce n’è da vendere” (p. 118).

            Un romanzo così spietato nella propria ironia può avere solo un finale né tragico, né sognante. E un titolo che riecheggia le parole di una canzone dolciastra, ma divenuta cifra di una complicità nella lotta.

Testo a cura di Erica Gazzoldi