Come succede con qualunque figura di dandy, la vita della pittrice Tamara de Lempicka (1898 – 1980) si divide fra mito e pettegolezzo. Nemmeno si sa con certezza dove sia nata, se a Varsavia, a San Pietroburgo o a Mosca. La madre era polacca di origine francese, il padre russo. Tamara appartenne al mondo. Il cognome le venne dal primo marito, Tadeusz, giovane avvocato circondato da ammiratrici. Fu solo il primo di una serie di amori: ufficiali e ufficiosi, maschili e femminili.

Alla nota esponente dell’Art Déco, è stata dedicata una mostra ospitata a Verona, Arena Museo Opera – Palazzo Forti (20 settembre 2015 – 31 gennaio 2016). Naturalmente, alla mostra si accompagnava un ricco bookshop. Abbiamo scelto un paio di titoli agili e stimolanti. Entrambi recano sul frontespizio il nome di Gioia Mori, la curatrice dell’evento.

Il primo è: Giancarlo Marmori, Tamara de Lempicka, a cura di Gioia Mori, (“Miniature”), Milano 2006, Abscondita (96 pp., € 12, 50). Un riassunto denso di arte e vita della pittrice, con nota biografica e appendice iconografica. Ciò che è nebuloso a livello di dato biografico esplode con evidenza dai dipinti. Compare il primo marito, in un ritratto lasciato incompiuto per la fine del matrimonio (1928); compare più volte la figlia, non amata, ma sicuramente fra le modelle preferite dall’artista. Soprattutto, compaiono fascinose e numerose figure femminili. «Quel che colpisce nei suoi dipinti, quelli rimessi in circolazione, è la cerebrale, immediata corposità dei soggetti raffigurati, ovvero un’acrobatica sintesi di logos e di eros, di gelo e di fuoco che induce a confronti eccelsi con Ingres, gli allievi manieristi di Raffaello e alcuni protoromantici tra i più levigati» (p. 13).

La vita dietro i ritratti è ancora più evidente nella monografia di Gioia Mori: Lempicka, (“Art e Dossier”), Firenze 1994, Giunti (50 pp.). Fin da subito, l’autrice dichiara che i soggetti di Tamara erano «i fantasmi della sua esistenza, uomini e donne amati» (p. 8). In questo senso, si può applicare alle sue opere il concetto di “visione amorosa” elaborato da uno dei maestri di lei, André Lhote: «…la visione deformata dai sentimenti che il pittore prova per una persona o un oggetto» (p. 16).

Ne è un esempio uno dei dipinti favoriti di Tamara, La bella Raphaëla (1927), ritraente una fascinosa prostituta che fu tra le sue modelle preferite. Myrto, due donne con colomba (1929) unisce i personali sentimenti della pittrice alla lezione del Pontormo. Ritratto di Madame P. (1930), oltre a essere l’opera-simbolo della mostra, dà un volto a Ira Perrot, la vicina di casa con cui Tamara ebbe una relazione di diversi anni.

Il pennello della Lempicka esprime anche la vita notturna di Parigi, abitata da «molte coppie di donne» che «animavano la vita intellettuale della “rive gauche”, rivendicando pubblicamente le loro scelte» (p. 39). Il Ritratto della duchessa de la Salle (1925) mostra quegli «abiti da cavaliere» che sarebbero stati «segno d’appartenenza riconosciuta delle lesbiche» (p. 39). All’emergere di queste “donne mascoline”, “amazzoni”, “amiche”, del resto, non s’interessava solo la Lempicka. Ne parlavano riviste di costume, grandi scrittori come Marcel Proust e – dulcis in fundo – saggisti di stampo lombrosiano.

Difficile distinguere, nell’opera e nella vita di Tamara, ciò che era moda e spettacolo da quello che era sentimento. Rimane il fascino indiscutibile di quelle “visioni amorose”, metalliche nella perfezione del colore, ricche di peso carnale nella propria compostezza – eredità di una bisessualità vissuta.

Testo a cura di Erica Gazzoldi