Il corso di coltivazione delle piante in vaso, cominciato il 19 settembre 2017, è una delle iniziative con cui il Milk si autofinanzia. Esso è tenuto da Enrico Proserpio, sostenitore del nostro circolo e studioso delle tradizioni spirituali occidentali, in particolare del loro rapporto con le tematiche LGBT. Gli abbiamo fatto qualche domanda, per approfondire il taglio del suo corso.

 corso piante in vaso milk

Da dove nasce la tua passione per le piante?

 

Fin da bambino, andavo nell’orto con mia nonna e provavo a seminare piante varie. Ovviamente, i primi tentativi andarono male, anche perché, spinto dalla curiosità infantile, andavo a scavare poche ore dopo aver seminato, per vedere se i semi stessero germinando. E alle piante non piace troppo essere disturbate in questo modo. I primi successi furono, quindi, piante spuntate da semi dimenticati e lasciati, di conseguenza, crescere in pace. Da allora, coltivai un po’ di tutto. Avevo una passione per i fagioli, da piccolo, che seminavo un po’ ovunque (anche nei vasi che mia mamma aveva in casa), per la menta e per il Sedum palmeri, una pianta grassa molto facile da riprodurre per talea. Era proprio questa facilità nell’emettere radici che mi affascinava. Allora, non essendoci Internet, traevo le mie conoscenze dai libri e dagli insegnamenti di mia nonna. Col tempo, la passione è cresciuta e mi ha portato a farne il mio mestiere.

 

Finora, come l’hai praticata? Professionalmente o per hobby? In un giardino, in un orto, su un balcone…?

 

Da bambino, vivevo in una casa con un giardino abbastanza ampio e avevo quindi molto spazio in cui sperimentare sia la coltivazione in vaso che in piena terra. Dopo il liceo, mi iscrissi alla scuola agraria del parco di Monza e mi diplomai in impiantistica e manutenzione di parchi e giardini. In seguito, ho svolto la professione di giardiniere e vivaista per più di dieci anni.

Al momento, non lavoro in quell’ambito, ma coltivo alcune piante sul balcone di casa, non avendo più un giardino. Coltivo diverse specie e, in particolare, da qualche anno, sto selezionando nuove varietà di Hemerocallis, una pianta erbacea che produce fiori simili ai gigli. Al momento, ho alcune varietà pronte per essere registrate. Nei prossimi anni, penso che mi dedicherò alla selezione dei narcisi.

Quest’anno, infine, ho avuto modo di fare l’orto in un pezzo di terreno di proprietà di un vicino di casa.

 

Nelle grandi città come Milano, quanta “voglia di verde” c’è?

 

È difficile dare una risposta precisa a una domanda del genere. Credo ce ne sia molta. Basta guardarsi in giro per vedere piante un po’ su tutti i balconi e i davanzali. Negli ultimi anni, sono nati diversi progetti di recupero di terreni urbani, per fare orti condivisi e giardini. In giro, poi, si vedono spesso piantine messe in contenitori di recupero, come lattine e scatolette varie appese ai pali e alle ringhiere. Sono parte del fenomeno del “guerrilla gardening”, un’attività fatta da persone che si organizzano in gruppi per sistemare aiuole pubbliche abbandonate o che mettono piccole piante grasse (tra cui il già citato Sedum palmeri la fa da padrone) sui pali in città, per dare un segno della resistenza alla distruzione della natura e alla cementificazione. Tutte dimostrazioni della voglia delle persone di tornare a una vita più naturale, più verde e, forse, anche della voglia di impegno sociale e di ritorno a una vita comunitaria più intensa e più sana, che passa anche dalla riappropriazione del territorio.

 

La leggenda del “pollice verde” è vera? Ossia: davvero occorre un’abilità innata e particolare, per prendersi cura dei vegetali?

 

Il pollice verde non esiste. Per avere dei risultati, è necessario conoscere come coltivare le piante, le loro necessità e come soddisfarle. Basta quindi informarsi, leggere dei libri, fare dei corsi (magari il nostro) e, poi, metterci passione. Oggi poi, con internet, si può accedere con facilità a molte informazioni su come curare le nostre piante. Su Facebook, sono nati molti gruppi di appassionati che aiutano a capire di che malattie soffrono i nostri esemplari, come guarirli, come farli crescere bene o che, semplicemente, ci aiutano a identificare piante sconosciute. Ovviamente, non basta Facebook. È sempre meglio avere delle conoscenze di base un po’ più strutturate di quelle che si trovano sui social, per poter meglio comprendere le informazioni che troviamo e per discernere tra quelle corrette e quelle errate.

 

Un “vegetale”, nel linguaggio di tutti i giorni, è un essere senza reazioni e senza personalità. Fino a che punto questo luogo comune è corretto? Le piante hanno una sensibilità e un’individualità? Se sì, di che tipo?

 

Questo luogo comune è completamente errato. Le piante sono molto più sensibili di quanto ci si potrebbe aspettare. Del resto, per poter vivere nell’ambiente senza poter scappare per salvarsi dai pericoli, le piante hanno dovuto evolvere delle percezioni sottili e sofisticate. Noi non ce ne accorgiamo perché ragioniamo da animali, sulla base della nostra struttura. Poiché noi ragioniamo ed elaboriamo i dati attraverso un organo centralizzato (il cervello) e localizzato in una precisa parte del corpo (la testa), immaginiamo che per svolgere queste funzioni sia necessario avere, appunto, un organo simile. Visto che le piante non hanno un cervello, abbiamo sempre pensato che non fossero in grado di percezioni, sentimenti, reazioni in qualche modo consapevoli. Recenti scoperte hanno però smentito questa visione. Nelle piante le varie funzioni sono distribuite in tutto il corpo, che ha una struttura modulare. Nelle radici delle piante sono state scoperte cellule che sembrano avere una funzione molto simile a quella dei nostri neuroni. La differenza è che queste cellule sono distribuite su tutti gli apici radicali e non accentrate in un punto. Funzionano, insomma, un po’ come Internet. Ogni apice radicale è un piccolo computer in rete con gli altri. In questo modo, se un predatore o un incidente danneggia una parte delle radici, la pianta può comunque continuare a vivere e a svolgere le funzioni tipiche della sua fisiologia. Una soluzione, quella della “modalità diffusa”, necessaria per degli esseri viventi che non possono scappare.

Un altro motivo di sottovalutazione delle piante da parte nostra è la loro apparente immobilità. Anche qui si tratta di una falsa percezione. Le piante si muovono, esplorano l’ambiente circostante, valutano quel che le circonda e hanno perfino dei comportamenti simili al gioco dei cuccioli. Solo che questi movimenti, tranne in rarissimi casi, sono molto lenti e quindi non percepibili a occhio nudo. Da circa un secolo, grazie alla tecnica cinematografica del “time lapse”, possiamo accelerare tali movimenti e vederli nella loro complessità. Esistono poi alcune piante che hanno movimenti abbastanza veloci da essere visibili. Si pensi alle foglie della Mimosa pudica, che si chiudono quando toccate, o della Dionaea muscipula, con le sue foglie che scattano come una tagliola per imprigionare i malcapitati insetti di cui si nutre.

Infine, le piante hanno una vita sociale e rapporti famigliari. Un discorso lungo da fare qui e che cercheremo di sviluppare durante le lezioni del corso.

 

Le piante servono all’alimentazione, ma anche al piacere… Cosa c’è di così piacevole, secondo te, nel praticare giardinaggio? E cosa ci possono insegnare le piante?

 

Credo che ci sia qualcosa di arcaico, di atavico nel piacere che proviamo quando stiamo tra le piante. Avere a che fare con loro ci ricollega alle radici naturali della nostra specie, stimola quei ricordi biologici che abbiamo scritti nel nostro DNA. Non dobbiamo dimenticare che la nostra storia cittadina e civile è molto breve, troppo per cambiare la nostra natura profonda.

Inoltre, c’è la semplice soddisfazione che si prova nel vedere le nostre cure coronate da una bella fioritura, o nel mangiare della verdura coltivata da noi.

Coltivare, inoltre, ci insegna la pazienza e l’umiltà. Le piante hanno i loro ritmi e non si fanno forzare più di tanto. Se si cerca di accelerare il risultato, solitamente si ottiene un risultato di scarsa qualità. Per questo è necessario avere pazienza e saper attendere. Ogni appassionato inoltre si è dovuto scontrare con i limiti dei propri mezzi. Tutti vorremmo coltivare piante esotiche e strane, ma spesso non è possibile perché l’ambiente della nostra casa o del nostro paese non è adatto. Perfino Alessandro Magno, come racconta Serena Dandini nel suo libro Dai diamanti non nasce niente, dovette arrendersi davanti all’impossibilità di coltivare l’edera nei giardini di Babilonia.

Anche l’arte e la tecnologia hanno beneficiato delle cose che le piante possono insegnare. Architetti, ingegneri, inventori si sono spesso ispirati alla natura (e alle piante in particolare) per realizzare le loro opere. Un esempio storico è il Crystal Palace realizzato a Londra nel 1851 per ospitare la prima edizione dell’Expo. Fu realizzato in vetro e acciaio, in modo modulare (come modulari sono le piante). Inoltre la grande volta a botte che sovrastava il palazzo fu realizzata ispirandosi alla struttura delle nervature delle foglie di Victoria amazonica, una pianta acquatica dalle grandi foglie rotonde che possono reggere fino a ottanta chili di peso. Negli ultimi anni, poi, ci si sta ispirando alle piante per creare dei robot (definiti “plantoidi”) che potrebbero essere usati per varie cose: dalla bonifica dei terreni inquinati alla colonizzazione di Marte. In questa ricerca è all’avanguardia proprio l’Italia. È italiano uno dei massimi ricercatori attuali in ambito botanico, responsabile di molte scoperte sulle capacità sensoriali delle piante e sulla loro intelligenza. Si tratta del professor Stefano Mancuso (autore di diversi libri, tra cui il recentissimo Plant revolution), direttore del Linv (International Laboratory of Plant Neurobiology), il laboratorio internazionale di neurobiologia delle piante. Un campo ancora quasi del tutto inesplorato. Basti pensare che, solo tre decenni fa, l’idea di una “neurobiologia delle piante” sarebbe stata per tutti assurda. Mancuso sostiene anche che la politica potrebbe ispirarsi alla struttura delle piante per creare una società meno centralizzata e più giusta, con il potere più diffuso. La natura dimostra, in effetti, che le organizzazioni dove il potere è diffuso e le decisioni sono prese da un numero elevato di individui funzionano molto meglio di quelle fortemente gerarchizzate. Anche qui le piante si rivelano un’inaspettata fonte di ispirazione e insegnamenti.

Lasciando perdere prevedibili battute sul rapporto tra mondo gay e piselli: com’è stata accolta l’iniziativa del tuo laboratorio al Milk?

 

È stata accolta bene. In vari hanno chiesto informazioni e credo ne uscirà una bella esperienza sia per chi farà il corso che per me. Quest’anno sarà anche una prova, per capire meglio le eventuali esigenze di chi usufruisce del corso per poter tarare meglio eventuali nuovi corsi nei prossimi anni. È un progetto che nasce piuttosto ambizioso, essendo di ben otto lezioni. Vedremo come andrà, anche se sono molto fiducioso e ottimista.

Riguardo poi alle batture, devo dire che sui piselli non me ne sono arrivate. Piuttosto è stata un altro l’ortaggio citato nelle battute: il finocchio!

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi