Al CRT di Milano va in scena La giornata di una sognatrice di Copi, regia di Giovanni Battista Storti, coordinamento di Marzia Loriga. Dopo aver intervistato la protagonista principale, Lorena Nocera, che impersonifica Gianna, abbiamo rivolto domande al regista stesso, Giovanni Battista Storti. Un testo “giovanile” anticipa il regista, quello messo in scena, opera che palesa “le attese che ciascuno vive nei confronti del quotidiano”. Storti ci parla del lavoro con gli attori, complesso in quanto il testo ha una connotazione da commedia francese ed è stato particolare “riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese”, della sua formazione, da 35 anni attore, della figura di Copi come scrittore di un testo che risulta essere un “affastellamento di immagini e fantasia, di temi, tale da renderlo interessante”.


Giovanni Battista Storti inziamo a parlare del lavoro di regia sul testo di Copi, La giornata di una sognatrice: come si è svolto, in rapporto anche con l’opera?
Premetto che è un testo che è stato definito da Copi come giovanile, primo tra quelli da lui scritti. Copi ha messo nel testo tutto e un po troppo, creando un affastellamento di immagini e di fantasia, di temi, tanto da renderlo interessante. Il testo risulta essere molto libero perché permette a chi lo tratta di privilegiare ora una via, ora un’altra. Abbiamo lavorato sul testo con fluidità, rispettandolo. Copi ha scritt questo testo negli anni 60 ed è ricondotto a uno stile supposto corrente in quell’epoca, estremista, pop, scontato e pieno di energie per gli attori. La giornata di una sognatrice è una pagina autobiografica scritta in cui tutti noi ci si possa riconoscere: è una giornata di tutti noi, dove sussiste il desiderio di completarla come si vuole e si desidera al fine di sentirsi integri. Gianna, la protagonista, esplicita questo sentimento pienamente, affermando: “non mi fa paura la morte, ma mi spavento quando la giornata si svuota, perché voglio essere integra”. Il testo parla delle attese che ciascuno di noi vive nei confronti del quotidiano.

La giornata di una sognatrice appare anche pieno di simboli, ricordiamo i meloni …
I meloni, cocomeri e meloni, sono simboli tra altri simboli presenti nell’opera. Tra i protagonisti c’è un cocomerario: chi è il cocomerario? Gianna stessa gli chiede se lui sia Dio, e da quanto tempo lo sia. In una breve nota Copi ringrazia il primo registra ad aver messo in scena l’opera, con l’interpretazione di Emanuelle Riva, magnifica attrice che ha lavorato con Resnais nella celebre pellicola Hiroshima mon amour. Nel ringraziamento fa riferimento ad alcune donne di Buenos Aires. Il testo potrebbe essere il ricordo dell’autore di una prostituta di Buenos Aires, mentre il riferimento ai meloni come metafore può risultare un retaggio familiare dell’autore stesso. Risulta difficile da dire, in quanto l’interpretazione non è univoca. Si può leggere nel cocomero, Gianna ne riempie la valigia del figlio, il simbolo di ciò che appartiene, di ciò che è proprio. Per interpretare i simboli occorrerebbe una voce di qualcuno che è stato vicino a Copi, conoscendolo.

Il lavoro con gli attori come si è svolto?
È stata un’impresa non facile perché La giornata di una sognatrice ha un carattere francese come testo e, pensando al cinema francese vediamo una certa differenza tra questo e la commedia italiana, più istrionica. Riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese è stato complesso: è occorsa una ricerca di understatement non italiano

Parliamo della formazione di Giovanni Battista Storti …
Nasco come attore, una mia passione, un mio iter da ormai 35 anni. Quando Marzia Loriga, alcuni miei amici e io sentimmo irrepremibile il desiderio di fare lavori nostri demmo vita a Teatro Alkaest, perché volevamo sperimentare un teatro personale. Esistiamo da trentanni. Abbiamo fatto regie di spettacoli nati con delle comunità di anziani, procedendo per vent’anni con un teatro della terza età. Marzia ha anche lavorato nel carcere. Io ho preso un’auotonomia registica che mi ha portato a fare Le fatiche di Pseudolus al Teatro Ivan Zajc di Fiume, e Il ritorno di Chiara sul ritorno di una superstite dai campi di sterminio nazisti.
Lavoro, ora, a fianco di Franco Branciaroli con la compagnia de Gli incamminati.

Il riscontro del pubblico sullo spettacolo come è stato, come si è espresso?
Lo reputo un aspetto positivo. Copi rosulta avere un tipo di scrittura anarchica, che non significa assolutamente improvvisata, ma, anzi, basata molto sul metodo del colpo di scena surreale e richiede di essere giocata di sera in sera tutta da capo, risultando, cosi, la reazione del pubblico variabile secondo la sua tipologia. Possiamo vedere spettatori divertiti o sorpresi in un contesto, quale il teatro, che è stato un mondo florido, mentre oggi i più giovani non lo conoscono neppure. Abbiamo avuto una reazione positiva, riscontri positivi. A volte si riscopre una forma di poesia che io ho avuto modo di conoscere, ma per i più giovani è inedita. Di Copi si conoscono le opere successive, più inquadrate in uno stile consolidato sia per tema sia per organizzazione: Eva Peron, Il frigorifero. Questo testo, invece, è più labile, ha più sfumature. Si conosce Copi come provocatore e pop, immagini attribuite canonicamente all’autore, mentre questo lavoro presenta un’altra immagine.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo