Venerdi 20 marzo, ore 18,30 aperitivo, ore 19,00 inizio dibattito, sarà ospite al Circolo culturale TBGL Harvey Milk, presso la sede di Via don Minzoni 129 Sesto San Giovanni (MI), Francesco Mastinu, autore di Polvere, Runa edizioni. Un giovane autore alle prese con il suo nuovo romanzo: “una storia fondata sul ricordo, in questo caso è un ricordo lontano che viene raccontato dal protagonista, Rino Murgia, rivolgendosi direttamente a Bustianu Vargiu, un suo compaesano nonché vecchio amato”, ci anticipa Francesco. L’intensa narrazione, il ricordo come parte principale e i temi che riguardano l’affettività in un ambiente impervio e difficile, quale quello dell’entroterra sardo, sono gli elementi portanti dell’opera, in cui, confida l’autore, qualche lato autobiografico puo’ esserci, seppure solamente come spunto e indirettamente.


Francesco, siamo al tuo secondo romanzo, Polvere: che cosa hai maturato e cambiato in stile, narrazione, svolgimento della trama in questa nuova fase di scrittura?
A dire il vero Polvere è precedente al mio esordio per periodo di scrittura, ma i tempi editoriali, spesso, non coincidono mai con quelli di elaborazione. Di sicuro, rispetto a tutto ciò che sinora ho scritto, Polvere si differenzia un po’ a livello narrativo per alcuni aspetti, in primo luogo per l’ambientazione storica, l’utilizzo della lingua sarda e l’idea di costruire un’intera storia in seconda persona, a voce alternata, come una lunga lettera dedicata alla persona amata. Ecco, in questo senso Polvere è unico nel suo genere, per quanto il tratto narrativo e il desiderio di raccontare una storia sperimentandosi sul registro rimane sempre come caratteristica della mia attività di autore.

Polvere, iniziamo dal titolo: perché, qual è il significato?
Polvere nasce come una storia fondata sul ricordo, in questo caso è un ricordo lontano che viene raccontato dal protagonista, Rino Murgia, rivolgendosi direttamente a Bustianu Vargiu, un suo compaesano nonché vecchio amato. L’idea era quella di rievocare l’immagine della memoria dimenticata, nascosta, coperta proprio di polvere, un po’ come succede quando andiamo nella nostra soffitta a ripescare vecchie cose e, soffiando, facciamo volare via dagli oggetti delle vere e proprie nuvole di pulviscolo. In questo è emblematica la copertina, realizzata da una talentuosa artista umbra, Bruna Suglia, che racconta la storia attraverso un disegno evocativo: un cuore che viene separato a metà e cosparso di polvere che si agita attorno. È un’immagine a cui tengo particolarmente, perché racconta la storia quasi meglio del romanzo.

A quale genere della letteratura possiamo ascrivere Polvere?
Io non amo le etichette e il mio sogno è che un domani le storie vengano identificate in base a generi e definizioni che prescindono dall’orientamento sessuale di chi le legge, ancora prima di chi le scrive o dei suoi protagonisti. Poi, certo, rivendico l’esistenza a gran voce di una tematica LGBT che si dipana dall’oppressione dell’omofobia, all’amore difficile e contrastato sino al coming out e all’accettazione del sé. È un libro breve che incarna un percorso in fasi che rappresenta un po’ la metafora tra il vecchio concetto di omosessualità e il nuovo concetto di essere omosessuali, di quella fase di passaggio non solo sociale, ma soprattutto personale, proiettata dal punto di vista interno delle persone omosessuali che si accorgono e maturano l’idea di esserlo e di non doversi vergognare per questo. Ma ritornando alla domanda senza divagare, Polvere, pur essendo un libro dai contenuti LGBT, è e rimane un sentimentale e un drammatico, con qualche piccolo carattere di romanzo storico e di storia sociale. Sì, lo definisco sempre come drammatico/sentimentale, per alcuni considerato semplicemente Mainstream.

Il ricordo diventa parte integrante di una storia che si sviluppa nel secondo dopoguerra: perché hai scelto questo tempo di narrazione in cui svolgere la trama del libro?
Non è stata una scelta, soprattutto all’inizio, perseguita con cognizione di causa. Ho pensato a una storia che raccontasse il dramma di un amore che, per questioni anche esterne alla coppia stessa, fosse contrastato, con l’intento di rivelare con naturalezza le contraddizioni di una società che cerca di fatto di controllare la vita delle persone, impedendo loro di realizzarsi. Per questo ho voluto ambientare le vicende nel passato dove essere omosessuali potesse risultare ancora più difficile che nei tempi moderni. Il momento in cui ho ideato la trama era un periodo molto controverso: si parlava di unioni civili e di moralità in modo sistematico, e si sentiva in televisione tutto e il contrario di tutto rispetto alla vita delle persone omosessuali. Uscivo io stesso da un momento di auto-definizione, non tanto della mia natura quanto del riconoscimento all’esterno della mia vita di coppia. E alla fine, in poche settimane, ho scritto il canovaccio e l’impianto di una storia che poi, negli anni a seguire, sarebbe diventato Polvere.

I personaggi principali sono Rino e Bustianu: i due si innamorano e vivono i propri affetti nei limiti e negli ostacoli di una società che si sta trasformando, quella sarda, da agreste a commerciale, ma che in realtà presenta tutte le contraddizioni, gli stereotipi e i pregiudizi di una chiusura culturale. Come hai costruito e definito la psicologia dei personaggi, rendendoli verisimili?
La verosimiglianza penso che sia riconducibile a quello che i due protagonisti sentono: si amano e si sentono in colpa per questo, soprattutto perché il sentimento è direzionato verso una persona del proprio sesso, e in quanto tale ritengono che sia sbagliato. Perlomeno Rino lo ritiene, mentre Bustianu riesce in qualche modo ad affrancarsene con l’età adulta, scappando dal paese natio verso una metropoli straniera che gli garantisce minor controllo sociale e forse maggior anonimato. Infatti i due vivono in modo profondamente diverso la loro vita: Bustianu rimarrà omosessuale, Rino si costruirà una vita di facciata sposandosi, cosa che spesso e volentieri succedeva sino a qualche decennio fa, proprio perché le proprie pulsioni dovevano essere vissute alla stregua di un vizio, di un qualcosa di sordido, da nascondere, in netta contrapposizione con lo spirito di libertà su cui si fondano i movimenti di affermazione civile delle persone omosessuali. In questo i due protagonisti assurgono a una dimensione di contrapposizione: accettarsi VS nascondersi, vivere VS sopravvivere, felicità VS dovere, e via dicendo. Poi, il resto dei personaggi, fungono da contorno nella storia.

Possiamo trovare lati autobiografici nel libro, come accade, spesso, in narrative di finzione e in romanzi letterari?
Non era Flaubert a dire “Madame Bovary c’est moi?”
Partendo da questa considerazione, come potrei dire il contrario?
Un po’ di aspetti li ho svelati in qualche domanda precedente, alla fine scrivere significa anche attingere non solo alle cose che conosciamo e che vogliamo raccontare, ma esprimere la persona nella sua interezza. E in Polvere non poteva che essere così. Di sicuro la parte più autobiografica è l’origine: il mio senso di sardità e l’idea di raccontare una relazione omoaffettiva inserita in un contesto rurale che conosco, e che un po’ esiste ancora nella mia isola, per quanto ormai i tempi moderni abbiano sconvolto le relazioni e i valori della mia terra, esattamente come nel resto del mondo occidentale. E poi l’ambientazione: il monte delle mie origini, il piccolo paese e la lingua sarda, quel sistema rigido ma accogliente e denso di significati stratificati. Forse è l’aspetto di me che si respira di più nella storia, mentre rispetto ad altri dettagli magari relazionali o di contorno, come i personaggi e le loro vicissitudini, ho attinto all’esperienza umana senza toccare il personale, a dispetto di altre mie storie dove magari gioco proprio con le persone che ho intorno e con i miei affetti.
Io stesso poi cito un cult di quei tempi, la storia di Annie Proulx da cui Ang Lee ha girato “I segreti di Brockeback Mountain”, dove comunque respiriamo l’aria di isolamento sociale e di rigido controllo della vita personale, che ti impone degli schemi a cui puoi stare dentro o no. Ma una volta fuori… sei perduto.

Letteratura e omosessualità: quale rapporto si esplica e cosa la letteratura può dare, nel suo impeto narrativo reale e incisivo, a un cambiamento culturale che porti all’affermazione della dignità dell’amore e delle affettività, a prescindere da chi si ami e a chi si voglia bene?
È una cosa che io mi auguro. Un libro può fare molto: aiuta le persone a conoscere le cose di cui magari non possono avere un’idea diretta, aiuta a riflettere su certi temi e comunque stimola la persona a cambiare o a fare chiarezza. La mia idea è che scrivere di omosessualità sia importante, anche se si rende necessario farlo in modo sistematico e soprattutto corretto. Attualmente c’è un enorme produzione di tematiche che spaziano dal LGBT al romanzo M/M, e purtroppo spesso i modelli raccontati non corrispondono alla quotidianità delle persone o anche, in certi casi, generano stereotipi. E le letture su questo versante, per quanto possano aiutare a trasmettere un’idea di normalità, rimangono comunque considerate di nicchia, destinate a un pubblico ristretto interessato a letture del genere per passione o per orientamento sessuale. Finché non impareremo a dare fiducia ai lettori, e a trasmettere messaggi corretti investendo nella tematica e soprattutto parlandone apertamente (e avendo soprattutto il coraggio di farlo a viso scoperto), mettiamoci in testa che non raggiungeremo mai un gran risultato. Non è continuando a ignorare un problema, a far finta che non esista, che l’uomo riuscirà seriamente a risolvere le controversie che ancora oggi affliggono la vita delle persone che lottano per accettarsi e farsi accettare.

L’idea del libro da che cosa e come è nata?
Ecco una di quelle domande che non andrebbero mai poste a uno scrittore J
Un po’ di cose le ho già dette precedentemente, qui aggiungo che anni fa mi raccontarono la storia di due uomini adulti, di mezza età, sposati e con prole adulta, a un certo punto mollarono le rispettive famiglie per andare a convivere, si scoprì così che entrambi avevano una relazione sin da giovanissimi che avevano coltivato di nascosto. Ciò accadde diversi anni fa, con notevole scalpore, in un paese del centro Sardegna. Ecco, nella mia mente, anche se poi archiviai quella storia per diversi anni, avevo già pensato a Rino e Bustianu, riflettendo su come due uomini potessero amarsi tutta una vita in quel modo, non potendo realizzare in modo totale il loro sentimento. A prescindere dall’aneddoto, se volete, etnico, penso che il libro abbia voluto in qualche modo rispondere proprio a una domanda del genere.
Un altro intento che ho perseguito, di certo, è quello di scrivere di omosessualità in Sardegna, rendendole giustizia e dandole una consistenza di estrema normalità: non è un argomento che viene trattato in modo esaustivo e soprattutto, purtroppo, nella letteratura sarda anche moderna i personaggi omosessuali vengono spesso trattati in termini di svantaggio ancora oggi.

Se ti chiedessero di trasporre il libro e tradurlo in sceneggiatura cinematografica per un film, cosa ne penseresti?
Che sarebbe fantastico. Non nego di averci pensato, non tanto nel momento di scrittura, quanto invece in questo anno di vita del romanzo, con le presentazioni, le letture dal vivo fatte da attori professionisti, e soprattutto le emozioni esternate da tutti quei lettori che hanno apprezzato la storia. Sì, una trasposizione mi piacerebbe proprio, a questo punto. Servirebbe a consolidare un messaggio.

Che cosa aspettiamo di Francesco autore nell’evoluzione narrativa e di sviluppo di future opere?
In questo periodo sono preso da tante cose: ho quattro inediti scritti più uno in fase di stesura, tre dei quali appartengono a una serie che ho iniziato a scrivere tanti anni fa, della quale la prima puntata, dal titolo “Falene”, (che è il primo romanzo che ho scritto nella mia carriera di aspirante sognatore) dovrebbe uscire nei prossimi mesi. A questa storia poi sono legati altri due libri, un sequel che si chiama “Foglie” e un crossover che si chiama “Sono solo parole”, ma ho in elaborazione anche il terzo sequel della serie principale che spero di riuscire a concludere entro l’anno, dal titolo “Fulmini”. Con questa saga cambiamo ambientazione, siamo a Cagliari nei giorni nostri e parliamo di amore tra uomini, di tematiche LGBT e d’amore, ma soprattutto di amicizia. Il target è quello del New adult, a parte “Sono solo parole” che invece abbraccia l’adolescenza e l’età adulta. Poi ho anche un altro inedito (che per il momento rimarrà parcheggiato nel cassetto) con il quale affronto invece la tematica della malattia, dell’invalidità e delle problematiche che si innestano in una famiglia, un altro drammatico, insomma. Come vedi di carne al fuoco ne ho già tanta, ma nonostante questo continuo a macinare idee, a selezionare manoscritti per l’editore di cui dirigo la collana LGBT e ovviamente a leggere e tanto, perché io prima di tutto rivendico il mio status di lettore ancor prima di autore. Sopravvivrò?
La risposta ai posteri.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo