Da ormai vario tempo e sin dal passato si sente sempre parlare di un ennesimo e macabro aborto irrazionale, sotto-prodotto della mente umana, che alberga arcaicamente incontrastato e silente sia dentro una certa parte ristretta di una più ampia comunità Italiana formata da persone dichiaratamente gay o lesbiche, alcune impegnate all’interno dell’attivismo di militanza, sia dentro una eletta pseudo maggioranza eterosessuale intenta a rivendicare ogni genere di ostilità verso qualunque altro tipo di orientamento sessuale o identità di genere. Autoproclamatesi entrambe portatrici di uniche e inviolabili idee artificialmente costruite, di normatività e normalità della sessualità umana, queste realtà stanno tentando, con pericolosa ingenuità, di veicolare dannosi messaggi di pregiudizio e discriminazione verso un’altra mirata categoria di persone dichiaratesi potenzialmente attratte verso più di un sesso e/o genere. Tale azione cela e maschera una amara verità tenuta spesso sotto la coltre del silenzio più cieco: stiamo infatti parlando dell’ormai evidente fenomeno della Bifobia.
Esso origina e si sviluppa con caratteristiche praticamente quasi uguali e della medesima intensità, se non a tratti peggiore, di altre forme perverse di irrazionalità quali l’omofobia sia socio-culturale che interiorizzata. Interessante poi osservare come questi appaia con in più la particolarità aggravante di riferirsi specificamente ad una medesima riproduzione ciclica delle manifestazioni di ostilità e forme di disgusto che prima si incentravano solo ed esclusivamente verso le iniziali espressioni, in epoche storiche, dell’omosessualità o di alcune minoranze etniche.
Oltre alla sua forma principale le altre molteplici cause di esso sono da ricercare dentro una disinformazione generalizzata riguardo la bisessualità in senso ampio, scarsissima conoscenza se non per immaginari stereotipati già preesistenti e autoalimentati verso le persone bisessuali, una insistente confusione concettuale fra persone coinvolte in relazioni clandestine o doppie vite occulte e altre invece dichiaratamente visibili con rapporti apertamente ufficializzati, forme di misoginia maschilista prima introiettata e poi riversata specificamente a persone bisessuali di sesso biologico femminile e/o transgender e transessuali, patologizzazione e medicalizzazione verso persone intente a riscoprirsi attratte affettivamente da più di un sesso e/o genere, casi di abbandono e isolamento sin dall’adolescenza di persone che cercano di parlare apertamente della loro diversità con coetanei in ambienti sociali e in famiglia, errate applicazioni di tesi Freudiane sulla presunta presenza di complessi edipici irrisolti come già avveniva in passato per persone omosessuali, storie inventate sugli stati dei perenni loop di indecisione con retorico ritornello della classica frase “stare con un piede in due scarpe”, incessanti interpretazioni fantasiose di mere fasi transitorie della crescita di alcune persone che dovrebbero poi intraprendere corrette vie prestabilite di binarismo fissato solo verso l’eterosessualità o solo verso l’omosessualità.
A tali presupposti vanno successivamente aggiunti la presenza del culto di violenza verbale all’interno di alcuni commenti sui principali social network, oggi in circolazione, e soprattutto la totale devianza di folli argomentazioni dentro alcuni forum di discussione. In particolare incuriosisce come addirittura in alcuni casi si passi all’identificazione di “bisessualità normale”, da parte di persone non bisex e dichiaratamente omosessuali, considerando aprioristicamente come tali solo altre persone che riportano di aver avuto relazioni durature con entrambi i sessi. Infatti data la questione che da sempre ogni singola persona, più o meno fortunata di altre specie se collocata dentro un contesto difficile e caotico come l’Italia, proprio per la sua oggettiva diversità, e secondo un suo intimissimo background storico e familiare, si trovi in condizioni relativamente serene di poter riscoprire così il proprio orientamento sessuale o la propria identità sempre in modo del tutto soggettivo, allora viene automaticamente da domandarsi quale sia il minimo comune denominatore o “patentino” per prima autodefinirsi e poi definire gli altri, in assoluta onniscienza, come “normali” o completi.

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Testo di Davide Amato