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#LottoMarzo: non una di meno

Per l’8 marzo 2017, “Non una di meno” ha ricordato l’originario significato di lotta della Giornata internazionale della donna. La ricorrenza “prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici”, si legge sul sito del movimento.

Così, oggi come ieri, “Non una di meno” ha invitato allo sciopero generale delle donne. Si tratta di un’iniziativa nazionale partita dal collettivo argentino “Ni Una Menos”. I due movimenti hanno in comune l’attenzione alle questioni del femminicidio e della violenza di genere nelle sue varie forme.

L’8 marzo (impropriamente detto Festa della donna) è una ricorrenza che ricorda sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le violenze e le discriminazioni su base sessuale. Un primo “Woman’s Day” si ebbe il 3 maggio 1908 a Chicago: data del congresso del locale Partito socialista, dedicato alle condizioni delle operaie nei luoghi di lavoro e al diritto di voto delle donne.

Da quello, si originò la Giornata della donna (23 febbraio 1909). Il 22 novembre, a New York, scioperarono ventimila camiciaie, fino al 15 febbraio 1910. In Germania, Austria, Svizzera e Danimarca, la prima Giornata della donna si tenne il 19 marzo 1911. La data fu scelta dal Segretariato internazionale delle donne socialiste perché anniversario delle promesse fatte dal re di Prussia nel 1848: fra cui, il diritto di voto alle donne.

In Francia, invece, il 18 marzo 1911 era il quarantennale della Comune di Parigi. In Russia, la prima Giornata si tenne a San Pietroburgo il 3 marzo 1913, su iniziativa del Partito bolscevico. Nella stessa città, l’8 marzo 1917, le donne guidarono una manifestazione che chiedeva la fine della guerra. Questa la ragione della ricorrenza, che in Italia fu adottata nel 1922, per iniziativa del Partito comunista.

Il 4 e il 5 febbraio 2017, si è tenuta l’assemblea nazionale di “Non una di meno”, nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. I tavoli tematici erano otto: lavoro e welfare, femminismo migrante, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, educare alle differenze, percorsi di fuoruscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, narrazioni della violenza attraverso i media, piano legislativo e giuridico.

Per quanto riguarda la situazione attuale in Italia, il bilancio di “Non una di meno” è negativo. Il suo piano contro la violenza si contrappone a quello varato nel 2015, che parifica i Centri antiviolenza agli altri servizi privati ed è volto a “prendere in carico” le donne, più che a rafforzarle. Altre questioni scottanti riguardano abortomaternità e lavoroomotransfobia.

Al calo di welfare e tutela del lavoro, corrisponde (secondo il movimento) un aumento di incombenze per le donne, che sostituirebbero (col proprio lavoro di cura) politiche sociali assenti. “Non una di meno” ricorda anche l’obiezione di coscienza esercitata dai ginecologi antiabortisti, per motivazioni non sempre ideali. Sono evidenti anche richiami contro le politiche di Donald Trump in materia di migrazioni. 

La chiamata allo sciopero di “Non una di meno”  include una sorta di appello di coloro che mancano, perché scomparse o assassinate. Fra loro, ci sono “le lesbiche e le transessuali assassinate da crimini di odio.” Un caso che dimostra come le istanze LGBT possano incontrarsi con quelle femministe e con quelle dei lavoratori.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Aspettando Vivibilità delle Persone Lgbt nelle Periferie al Milk

Le periferie milanesi, così come quelle di ogni media e grande città, risultano spesso difficili da vivere per il sostrato sociale, complesso, che presentano e per i possibili conflitti che si possono generare, in virtù anche di condizioni di emarginazione e di degrado ambientale e civile. Le periferie, però, possono essere luoghi di dialogo e di confronto che una società multietnica e multiculturale quale quella contemporanea ci pone come soluzione per affrontare una caratteristica propria della modernità. Le periferie possono diventare luoghi di condivisione e di rilancio in funzione di recupero, urbanistico, economico e civile di territori spesso abbandonati in un’ottica di convivenza e valorizzazione del quartiere.

Molte sono le persone Lgbt che si trovano a risiedere in contesti periferici a Milano, così come in altre città e metropoli europee, e il confronto con comunità religiose, presenti attraverso gli insediamenti di migranti avutisi negli ultimi decenni in Italia, e con prassi culturali spesso non tolleranti cittadine e cittadini che vogliono vivere in modo emancipato, e sereno, il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere, diventa ostico. Conflitti dovuti a fenomeni di intolleranza e di discriminazione possono essere tra quelli più cruenti che si possono verificare nei molteplici e complessi contesti della periferia di una città. La periferia può diventare un’opportunità per garantire uno sviluppo policentrico e partecipato della città e uno spazio di necessario confronto per avviare una convivenza civile in nome di un benessere collettivo che ponga la persona al centro dello sviluppo sociale, economico e culturale di una prossima società. Parleremo di questo tema presso il nostro Circolo Culturale Tbgl, Harvey Milk, Domenica 30 Ottobre alle ore 17 presso la sede Guado di Via Soperga 36, in un tavolo condiviso e partecipato, organizzato e promosso insieme all’Associazione Radicale Certi Diritti, il primo di una serie di altri incontri sul tema della Vivibilità delle persone Lgbt nelle periferie, a cui contribuiranno alla discussione Dino Barra, Associazione Amici del Parco Trotter, Elena Comelli, abitante di Via Padova, Daniele Dodaro, NoLo Social District, Yuri Guaiana, ex Vicepresidente Consiglio Zona 2 di Milano, Mirko Mazzali, delega alle Periferie al Comune di Milano e Massimo Modesti, Pedagogista interculturale e ricercatore in antropologia
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BANDIERA ARCOBALENO AL MUNICIPIO 2. CERTI DIRITTI: LEGALITÀ RIPRISTINATA.

“Alla luce degli sviluppi che la vicenda ha assunto negli ultimi giorni e dei possibili scenari che potrebbero profilarsi anche per l’Amministrazione municipale, ho ritenuto di disporre che la bandiera venga esposta – a partire da domani mattina ovvero quando sarà presente il personale del settore incaricato e per i giorni in cui si svolgerà la Pride Week e il Festival MIX […]”, così il Direttore del Settore Municipio 2 in una comunicazione al avv. Andrea Bullo che ha assistito legalmente l’Associazione Radicale Certi Diritti.

“La certezza del diritto è stata ripristinata al Municipio 2. È surreale che nella Milano del 2016 occorrano campagne online, manifestazioni e persino una diffida formale per far rispettare una delibera votata da un organo democraticamente eletto. È una vittoria di tutte le cittadine e tutti i cittadini del Municipio 2 che hanno dimostrato cosa significa davvero inclusione e rispetto e hanno restituito dignità all’istituzione municipale”, dichiara Yuri Guaiana, segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

“Ringrazio l’avvocato Andrea Bullo per l’ottimo lavoro svolto e tutte le cittadine e i cittadini del Municipio 2 che hanno appeso le bandiere arcobaleno alla finestra, che le hanno postate sulla pagina Facebook del Municipio 2 e che le hanno portate in viale Zara 100”, conclude Guaiana.

BANDIERA ARCOBALENO AL MUNICIPIO 2: CERTI DIRITTI DIFFIDA IL PRESIDENTE

Comunicato Stampa dell’Associazione Radicale Certi Diritti

Milano 23 giugno 2016

“Grazie all’avvocato Andrea Bullo, abbiamo diffidato oggi il presidente del Municipio 2. Se non esporrà la bandiera arcobaleno, come previsto dalla delibera n.57/2014, entro 24 ore, saremo costretti a fare un esposto in procura per ristabilire la legalità”, dichiara Yuri Guaiana, segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

“Se questa è l’idea di legalità del presidente Piscina, non oso immaginare cosa intendano proporre per la sicurezza? Forse devastare proprietà private e comunali come fece il 25 aprile scorso al campo di via Idro? Siamo seri, la semplice circostanza che la tornata elettorale non abbia confermato la maggioranza uscente non è sufficiente a porne nel nulla le deliberazioni consiliari.
Fintantoché non interverrà, in base al principio del contrarius actus, una delibera consiliare che annulli la precedente, il Municipio 2 sarà tenuto ad esporre la bandiera arcobaleno”, conclude Guaiana.


Dott. Yuri Guaiana
Segretario
Associazione radicale Certi Diritti
Via di Torre Argentina, 76, Roma, 00186
Cell: +39 340 4694701| Tel: +39 06 689791
segretario@certidiritti.it | www.certidiritti.it
facebook.com/certidiritti | twitter.com/certidiritti

Intervista a Monica Romano, attivista transgender e candidata in Sinistra X Milano

Monica Romano è la nostra responsabile identità di genere del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk ed è candidata alle elezioni municipali nella Lista Sinistra X Milano. Monica è una figura importante nel Movimento LGBT italiano e ha da poco scritto un romanzo: “Trans. Storie di ragazze XY”, pubblicato da Ugo Mursia nel novembre 2015 e che presto avremo occasione di presentare. Monica si avvicina da subito ad Arcitrans, fondando nel 2008 l’associazione “La Fenice – Transessuali & Transgender Milano”, di cui è stata presidente fino al marzo 2009, si laurea in Scienze Politiche all’Università Statale di Milano e viene assunta, a pochi mesi dalla laurea in uno studio di Consulenza del Lavoro a Milano. Abbiamo intervistato Monica, conoscendo, così, le sue proposte che vuole concretizzare in occasione della sua candidatura e abbiamo, così, conosciuto l’impegno laico e da attivista transgender sui temi della promozione dei diritti LGBT e della tutela della dignità delle persone LGBT, in virtù di un’affermazione dell’emancipazione degli orientamenti sessuali, delle identità di genere e delle affettività: impegni, questi, che Monica vuole realizzare una volta eletta in Consiglio Comunale di Milano.

Che cosa significa essere candidate per Milano?

In primis saper ascoltare i cittadini, tutte le anime della città, senza filtri.

Nell’ultimo, intensissimo, mese, ho passato le mie giornate nei mercati, nelle piazze, in università, centri sportivi, locali notturni, cinema, teatri e librerie, potendo imparare moltissimo su Milano e sulle istanze della città.

Quali sono i temi principali, anche in virtù del tuo attivismo, che proponi per la città?

Uno dei temi principali è il lavoro. Le disposizioni legislative degli ultimi 20 anni, non ultimi i decreti attuativi del Jobs Act del governo Renzi, hanno privato il lavoro dipendente di dignità e tutela, smantellando progressivamente le storiche conquiste della legge 20 maggio 1970, n. 300, meglio conosciuta come Statuto dei lavoratori, e precarizzando le nostre esistenze. Credo occorrano misure negli ambiti di competenza comunale che possano, almeno in parte, sanare questo stato di cose.

L’altro tema è una declinazione il più possibile ampia del concetto di uguaglianza, a partire dai diritti LGBTI, affinchè Milano possa diventare la capitale italiana dei diritti civili.
Ritengo urgente istituzionalizzare la lotta al bullismo e all’omotransfobia nelle scuole comunali (ingresso nelle scuole di attività informative), affinchè i suicidi di giovani ragazzi gay, lesbiche e trans smettano di essere la terribile realtà che le cronache degli ultimi anni hanno tristemente documentato.

Come affronterai in Consiglio Comunale, una volta eletta, la questione della laicità nelle istituzioni, ossia come si declina con l’impegno istituzionale amministrativo?

Partirei dalle donne e dalla concreta applicazione della legge 194/78 sull’interruzione di gravidanza, oggi troppo spesso non applicata a causa dall’obiezione di coscienza dei medici e della presenza delle associazioni religiose e antiabortiste nei consultori. Credo si debbano sostenere e potenziare i consultori laici, pubblici e gratuiti.

Se eletta, proporrò la creazione di “oratori laici”, caratterizzati da servizi educativi e ricreativi per bambini e ragazzi, ma al tempo stesso da iniziative rivolte agli anziani, che favorirebbero il confronto fra generazioni, dando nuova linfa agli spazi civici ricreativi e offrendo ai genitori un’opzione aggiuntiva per la gestione del tempo libero dei figli.

Occorre proseguire il lavoro già intrapreso con il Registro delle Attestazioni anticipate di volontà (testamenti biologici) per promuovere e dare forza al diritto del cittadino di decidere sul proprio fine vita.

La comunità LGBT italiana non spesso risponde all’impegno elettorale o istituzionale di costruzione di un consenso, a differenza di una prassi civica che si è espressa in altri paesi, come negli USA o in Gran Bretagna: da che cosa è dovuto questo atteggiamento e comportamento e come si può rispondere a tale assenza di partecipazione?

Andando nei luoghi dove le persone LGBTI si aggregano e fanno socialità, facendo un lavoro culturale e di promozione della partecipazione alla politica, a partire dalla prevenzione dell’astensionismo e dell’antipolitica.

In questo mese sono stata in discoteche, pub, locali notturni LGBTI a spiegare principalmente che gli schieramenti politici non sono tutti uguali e che andare a votare, per una persona LGBT, significa anche tutelare i suoi interessi ed istanze.

Il tema legato all’identità di genere e al trasngenderismo è una parte portante che ha caratterizzato non solo il tuo impegno associazionistico, ma anche di studio e di ricerca: come si propone e come si proporrà nel tuo impegno, ora elettorale, prossimamente istituzionale amministrativo?

Una delle problematiche più urgenti e sentite dalle persone transessuali e transgender in Italia è quella legata alla discriminazione all’ingresso del mercato del lavoro, dato confermato recentemente anche dall’UNAR, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali del Ministero delle Pari Opportunità. Tale discriminazione determina percentuali elevatissime di disoccupati fra le persone transgender, anche milanesi.

Se eletta, mi adopererò affinchè la futura giunta comunale si impegni a promuovere azioni positive concrete per favorire l’inserimento lavorativo, nonché il mantenimento del posto di lavoro per chi ha già un lavoro prima del coming out in azienda.

Il Celav, Centro per la mediazione al lavoro, con lo strumento delle “borse lavoro”, è una risorsa già esistente e utilizzata dalle persone transgender.

Occorre migliorare ed implementare il servizio offerto dal Celav, con l’istituzione di uno sportello dedicato al supporto delle persone transgender in cerca di lavoro e con la formazione del personale interno spesso non adeguatamente preparato alle tematiche legate all’identità di genere. Esistono e sono attive associazioni (un esempio è l’associazione “Parks”), che promuovono la sensibilizzazione e la formazione del management aziendale sulle tematiche LGBT al fine di contrastare e prevenire il fenomeno del mobbing.

La giunta comunale milanese dovrà cooperare con queste realtà già esistenti, non trascurando le numerose problematiche di coloro che fanno coming out in azienda, oltre a promuovere corsi di avviamento al lavoro e riqualificazione professionale per le persone transgender, in percorso medicalizzato e non, oggi escluse dal mercato del lavoro.

Un altro punto importante riguarda l’assistenza ai percorsi di transizione medicalizzata.

Ad oggi, il polo sanitario pubblico più importante per i percorsi di transizione in Lombardia è l’Ospedale Niguarda, che non riesce a garantire un servizio adeguato all’elevato numero di richieste, soprattutto a causa della carenza di medici non obiettori. Si determinano così lunghe liste d’attesa, che spesso portano le persone a rivolgersi a privati o a portare avanti terapie ormonali “fai da te”, senza alcun controllo medico e con un rischio notevole per la salute. Altre giunte comunali, come quella bolognese e quella napoletana, hanno operato e promosso servizi volti a sanare un’offerta sanitaria regionale deficitaria.

Se eletta, mi adopererò affinchè la giunta comunale milanese attivi in futuro un consultorio polispecialistico (con endocrinologi, psicologi, chirurghi e avvocati specializzati) dedicato alle persone transgender in transizione medicalizzata, sulla falsariga di esempi virtuosi come quello napoletano o bolognese.

Un ultimo aspetto, di importanza cruciale, è la tutela del diritto di voto delle persone transgender. Ad oggi sono ancora moltissime le persone transgender che si astengono dal voto per evitare situazioni imbarazzanti presso i seggi elettorali, spesso ancora suddivisi in un due file differenziate fra uomini e donne. Se eletta, mi adopererò affinchè, con inoltrando una semplice richiesta agli uffici comunali, sia possibile per la persona transgender votare nella fila corrispondente al genere di elezione, indipendemente dal sesso segnalato sui documenti di identità.

Si chiede ancora 5 anni, dopo aver amministrato e gestito nell’ultima consiliatura la città: che cosa occorre ancora fare per la comunità LGBT e che cosa è stato fatto?

Oltre al contrasto al bullismo omotransfobico nelle scuole di competenza comunale, di cui ho già accennato, credo che il Comune debba promuovere corsi di formazione dei dipendenti comunali sulle tematiche LGBTI, sugli stereotipi di genere e sulle esigenze delle famiglie arcobaleno rivolti a educatori e maestri di nidi, materne e scuole elementari, ma anche assistenti sociali e ostetriche, estendendo le policy sulla diversity a tutti i suoi dipendenti.
Occorrono con urgenza campagne di informazione sulle malattie sessualmente trasmissibili, sulle quali negli ultimi anni si è troppo abbassata la guardia. Milano potrà dirsi capitale italiana dei diritti quando avrà istituito, dopo la Casa dei diritti e la Casa delle donne, una “Casa Arcobaleno” per le associazioni, promosso adeguatamente il turismo LGBTI e finanziato il suo Pride come avviene in tutte le capitali europee.

Gelsomini in carcere

Una notizia che ha attratto l’attenzione di alcuni media e quella di tante associazioni Lgbt italiane riguarda l’arresto, il processo e la condanna di sei ragazzi tunisini per atti di sodomia, a Kairowan, la quarta città santa dell’Islam.
Il fatto in questione è accaduto nella Tunisia dei nostri giorni, patria della sofferente primavera araba – la cosiddetta rivoluzione dei gelsomini – cominciata proprio in questo paese e tuttora miracolosamente in corso nonostante la complicatissima situazione politica internazionale.
La decisione del Tribunale di Sousse, la città dove si è svolto il processo, costituisce evidentemente una battuta d’arresto sul piano della lotta per il riconoscimento dei diritti civili, conseguenza della lentezza del processo che dovrebbe portare la Tunisia verso la costruzione di una società democratica, moderatamente laica e progressista, nei limiti concessi da uno Stato islamico.
I sei giovani gay, tutti studenti tra i diciotto e i venti anni, sono stati condannati al massimo della pena prevista dall’articolo 230 del codice penale tunisino, vale a dire sei anni di carcere. A quanto pare, una volta incarcerati, i ragazzi sono stati molestati, anche sessualmente, torturati da agenti penitenziari e sottoposti al cosiddetto test anale, un’offensiva quanto inutile pratica che dovrebbe dimostrare l’omosessualità delle persone sospette. Come se la sessualità di un omosessuale fosse limitata alla sola penetrazione anale e non comprendesse anche, e in qualche caso soltanto, forme di erotismo versatile e poliedrico non necessariamente fissate sulla genitalità. Inutile poi pensare, vista la situazione, che una mentalità così ottusa sia in grado di immaginare che rapporti intimi tra due uomini possano attivare relazioni affettive. Aggiungo che, a quanto pare, ad essere considerato omosessuale è solo il partner cosiddetto passivo; e il soggetto attivo, come si qualifica? Non saprei, ma a quanto pare, è probabilmente, la sottomissione di un maschio a un altro maschio a essere considerata inaccettabile e fare scandalo.
I sei giovani gay sono stati arrestati verso la fine di novembre 2015; la condanna è stata emessa dal Tribunale il 10 dicembre; tuttavia, e questa è la prima buona notizia, “grazie all’impegno dell’associazione tunisina per la depenalizzazione dell’omosessualità Shams (Sole) e di alcuni attivisti, si è riusciti a ottenere una sentenza di appello e la libertà provvisoria per tutti i sei ragazzi” (Il Grande Colibrì – Essere Lgbt nel Mondo).
Il problema è che un processo per sodomia costituisce una condanna morale anche in caso di assoluzione da parte del giudice. A causa dello stigma sociale i sei giovani hanno subito varie forme di discriminazione, fra cui l’ostracismo da parte delle rispettive famiglie, la negazione del diritto di continuare gli studi e l’impossibilità di trovare un lavoro.
Abbandonati a se stessi questi ragazzi sono riusciti a sopravvivere solo grazie alla solidarietà di Shams; ma le risorse dell’associazione tunisina non erano e non sono infinite. Da qui è nato l’appello, all’indomani della provvisoria scarcerazione, per una raccolta fondi online sulla pagina kapipal.com, rivolta alla comunità lgbtqi italiana. L’appello è stato rilanciato da Il Grande Colibrì e raccolto da I Sentinelli di Milano, Pavia, Piacenza e Sesto San Giovanni, la rete degli sportelli Immigrazioni e Omosessualità di Arcigay, l’associazione Rompiamo il Silenzio di Bergamo e Rainbow Warriors, organizzazione londinese che si occupa di diritti LGBT nei paesi più poveri del mondo, autorizzata a gestire tecnicamente la raccolta fondi e a inviare il denaro in Tunisia, destinato da Shams a sostenere i sei giovani.
La sentenza d’appello è arrivata verso la fine di febbraio di quest’anno, e da alcuni è stata definita una sentenza politica e una mezza vittoria. In sostanza i sei ragazzi sono stati condannati a solo un mese di prigione (pena già scontata) e al pagamento di una multa di 400 dinari, pari a circa 200 euro. Gli avvocati difensori e le associazioni locali per i diritti civili che hanno seguito il caso da vicino, avrebbero preferito una sentenza di piena assoluzione. Il risultato è quello, invece, di un forte compromesso: condanna sì, ma accompagnata da una riduzione drastica della pena. Secondo me si tratta comunque di un ottimo risultato.
Aggiungo, a questo punto, alcune considerazioni personali. Io so, per testimonianza diretta, che in Tunisia come in Marocco e in altri Paesi arabi, l’omosessualità maschile è praticata da una grande quantità di uomini, almeno fino all’età di cinquant’anni; uomini di tutti i livelli e generi sociali, culturali ed estetici. E questo comportamento non è da ridurre alla sola prostituzione: i prostituti, che si rivolgono, credo, principalmente ai turisti gay occidentali, rappresentano probabilmente solo un terzo del tutto, il resto è rappresentato dai bisessuali e dai gay.
Se le cose stanno in questo modo come si spiega tanta ostilità nei confronti dell’omosessualità? La risposta a questa domanda richiederebbe un’analisi storica e culturale approfondita del tema in questione, impresa davanti alla quale al momento mi dichiaro impreparato.
Ricordo, per chiudere con una nota di speranza, che nel 2015 la Tunisia ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Oggetto della premiazione è stato, più precisamente, Il Quartetto per il Dialogo Nazionale Tunisino (l’Unione generale tunisina del lavoro, la Confederazione dell’industria del commercio e dell’artigianato, la Lega tunisina per i diritti dell’uomo e l’Ordine nazionale degli avvocati di Tunisia), con la seguente motivazione: “per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralistica in Tunisia, sulla scia della Rivoluzione del Gelsomino del 2011”.
Questo importante riconoscimento nei confronti di un Paese vicino e amico dovrebbe incoraggiare le istituzioni politiche tunisine a proseguire sulla strada della democrazia, nel riconoscimento dei diritti civili di tutti, per un futuro migliore, nonostante le grandi e drammatiche difficoltà in cui si trovano i Paesi coinvolti nell’attuale conflitto internazionale.
Testo a cura di Flavio Angiolini

Generazioni consapevoli ed epigoni edipici

Uno spettro si aggira nel mondo LGBT: lo spettro del Queer. Tutti gli epigoni della vecchia guardia si sono coalizzati in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: bigotti e beghine, teorici Gay, transessuali binari, giornalisti in cerca di mestiere, tifosi sportivi, sciure al mercato. È ormai tempo che la nuova generazione esponga apertamente in faccia a tutto il mondo il suo modo di vedere, i suoi fini, le sue tendenze, e che contrapponga alla favola dello spettro del Queer un manifesto basato sulla realtà della pluralità delle esistenze.

La conquista della generazione precedente è stata l’iclusione, quella dei suoi epigoni la cooptazione. Difatto buona parte del mondo gay e trans basa la propria definizione in negativo rispetto alla norma ma senza minimamente criticarla, anzi, facendosene gregario e portaborse.

Qualunque manifestazione di identità non conforme viene riportata nell’alveo del non risolto o addirittura della malattia mentale o della perversione sessuale, fino alla negazione dell’esistenza ( I bisessuali non esistono…peccato dover sfatare un mito gay e dire che in Memorie di Adriano il protagonista era bisessuale e ad affermarlo è la stessa Yourcenar in “Ad occhi aperti”) poiché tutto ciò che contraddice la teoria va eliminato. Si arriva, nell’apice del delirio, a dire che ciò che non è conforme è frutto di un’invenzione. Tutte queste argomentazioni sono quelle che le stesse vittime avevano subito e che ora, una volta incluse, ripropongono a chi non è “normale”.

La società è sintesi che esprime una norma”. Ciò che è più avversata da questi epigoni è la pericolosa tendenza a mostrare una volontà di autodeterminazione perché potrebbe confondersi con la scelta di essere in un determinato modo e non una inevitabilità, una naturalità. La paura delle teorie riparative è ancora viva in loro.

Hanno paura della confusione, del dissolvimento delle norme che li lega, finalmente, alla società. Quelli che volevano essere dei rivoluzionari sono diventati avvocati e notai. Comprendere come dei mediocri protestatori confondano “l’indossare la gonnella” per protestare in piazza (giustamente ma in una sede in cui era scandaloso ma riconosciuto facente parte del gioco) con la rivoluzione del vivere ogni giorno contro le regole sociali fornisce la misura della piccolezza di queste menti. La mancanza di empatia e rispetto per le persone transgender e per alcune categorie come i crossdresser definiti come travestiti, come se non avessero una complessità che si traduca esternamente, sfiorano la crudeltà in nome di una lotta politica che non ha più contatto con la situazione reale. La circolazione di idee, lo sviluppo della tecnica, la continua discussione nella psicanalisi costantemente forniscono strumenti per conoscersi e definirsi. Definirsi è dare qualità alla propria vita. Chi scrive non ha ricevuto nessun tipo di amore perché non é stato compreso né aveva parole per farsi comprendere ma, avendole trovate, non accetta che nessuna società e tantomeno dei cattivi padri di una causa liquidino quella che è la più grande rivoluzione come un’invenzione, un capriccio, travestitismo o altro. Mentre queste persone si guardano l’ombelico soddisfatte la teoria queer fa il giro del mondo, in questi giorni la comunità sudamericana si stà interrogando sulla propria interpretazione di queer alla faccia di chi l’ha definita un’imposizione fascista statunitense e non ha visto il formarsi di generazioni consapevoli. Quello che non viene compreso è che la lotta è per l’autodeterminazione ed è inclusiva di qualunque essere umano e non riguarda solo il sesso o il genere ma la libertà di portare la propria unicità in una comunità che non fa differenze.Se queste persone non comprendono che le cose cambiano allora devono farsi da parte, devono rassegnarsi al fatto che, come padri di un movimento, stanno morendo e possono scegliere di farlo come i padri che amiamo, lasciando un’eredità di cambiamento, o come dei vecchi egoisti, criticando, deridendo e cercando di fermare la vita e venendo, metaforicamente, uccisi dai figli.

Ethan Bonali

Bifobia: la scomoda e taciuta verità (Seconda parte)

clicca qui se non hai letto la prima parte

Il quesito si rende ancora più interessante se rapportato all’ormai assodata e solida conoscenza scientifica dell’orientamento sessuale, visto come un continuum oscillatorio di variazioni, all’interno del quale una certa parte di popolazione si rispecchia naturalmente e cerca di adattare sé stessa ed i propri affetti tenendo pure conto dei climi di contraria interferenza, dati da vari contesti, e dei difficili momenti della vita. Di conseguenza viene pure facile dedurre come: “quanto più saranno alti e frequenti i gradi di continua emarginalizzazione familiare, scolastica, comunitaria e di stigma sociale, tanto più la persona, che tenta faticosamente di riscoprire la propria bisessualità, inizierà con il tempo ad autoconvincersi di essere stata lasciata completamente sola ad affrontare il proprio futuro e di dover così imparare a sopravvivere senza punti concreti di supporto e di riferimento”.
La stessa dinamica possiamo riconoscerla in altri periodi storici dove il tutto avveniva a sfavore di uomini e donne apertamente omosessuali, solo che invece di aver assimilato pienamente tali esperienze, proprio per imparare ad aiutare civilmente le persone più disagiate, oggi si utilizza queste per riprodurre inconsciamente gli effetti delle medesime fobie interiorizzate verso altri orientamenti sessuali.
Successivamente si può riscontrare come persone, sempre non bisex e quindi dichiaratamente omo, stilino una precisa caratteristica di “bisex immaturi” secondo la quale vengono identificate come tali tutte le persone che, non avendo ancora avuto una relazione con un “maschio” per svariate motivazioni, si troverebbero quindi dentro una fase possibilistica destinata a concludersi dopo la priva vera storia con un uomo. E’ ovvio come dovendo tralasciare per un attimo le evidenti e leggibili considerazioni di puro risentimento emotivo, quindi lungi dall’essere obbiettivamente serie, si riscontri invece il tentativo indiretto di voler imporre delle direttive su come una persona, riscopertasi da sé bisessuale, dovrebbe necessariamente relazionarsi per potersi poi ritenere degna di far parte della nuova norma dominante. Il tutto ovviamente si svolge dentro l’erronea convinzione di trovarsi di fronte a una persona, considerata confusa a priori e senza aver minimamente provato ad ascoltata, e essendo totalmente ignari del fatto che oltre a minare la sua libertà di espressione, con continue esternazioni prive di senso, l’orientamento sessuale e la sua riscoperta si manifestano sempre in tempi e modalità differenti proprio a seconda della persona in quanto tale o dal tipo di accoglienza che essa riceve dentro gli ambienti sociali frequentati.
Altre idee abbastanza interessanti si possono infine individuare dentro la definizione di “bisex dissociati” riferita, sempre da persone solo omo, a tutte le altre di sesso biologico maschile che, pur restando all’interno di relazioni o matrimoni etero di copertura, non sono apertamente dichiarate e dicono di vedere il rapporto sessuale con un maschio solo come una semplice e passeggera trasgressione. Con tale punto inizialmente si potrebbe pure rimanere concordi in parte, peccato se non fosse per il puro fatto che oggi parlare con assoluta certezza in questi casi di bisessualità, senza conoscere adeguatamente ogni singola situazione, sarebbe davvero un enorme passo falso. E in effetti non è necessariamente detto che tali persone siano proprio bisessuali, questo in quanto le questioni “matrimoni riparatori” o “relazioni etero di copertura” riguardano in realtà un campo molto più vasto di persone indipendentemente dalla libera esplorazione del loro orientamento. Ciò accade in quanto ancora oggi purtroppo, soprattutto in contesti come il Sud Italia o province dell’estremo Nord, l’educazione maggioritaria prevede che l’unica forma validante della propria identità sessuale rimanga solo la relazione etero-normativa formata da un uomo e una donna. Da ciò consegue che qualunque variante di essa, o tentavi di manifestarsi diverso da essa, venga automaticamente vista come una minaccia e spesso soppressa con azioni fisiche o psicologiche abbastanza devastanti.
Dovendo concludere è evidente come bisognerà prendere atto di trovarsi di fronte alla necessità di dover iniziare a cooperare seriamente insieme, di abbandonare assurde logiche di contrapposizione o di protagonismo, di esaltazione dei propri anni di attivismo, e creare un ambiente dove ogni diversità umana possa finalmente vivere spettandosi civilmente con tutte le altre e senza vedersi ogni volta vincolati a doversi difendere per il semplice fatto di poter essere sé stessi.

Testo di Davide Amato

Bifobia: la scomoda e taciuta verità (Prima parte)

Da ormai vario tempo e sin dal passato si sente sempre parlare di un ennesimo e macabro aborto irrazionale, sotto-prodotto della mente umana, che alberga arcaicamente incontrastato e silente sia dentro una certa parte ristretta di una più ampia comunità Italiana formata da persone dichiaratamente gay o lesbiche, alcune impegnate all’interno dell’attivismo di militanza, sia dentro una eletta pseudo maggioranza eterosessuale intenta a rivendicare ogni genere di ostilità verso qualunque altro tipo di orientamento sessuale o identità di genere. Autoproclamatesi entrambe portatrici di uniche e inviolabili idee artificialmente costruite, di normatività e normalità della sessualità umana, queste realtà stanno tentando, con pericolosa ingenuità, di veicolare dannosi messaggi di pregiudizio e discriminazione verso un’altra mirata categoria di persone dichiaratesi potenzialmente attratte verso più di un sesso e/o genere. Tale azione cela e maschera una amara verità tenuta spesso sotto la coltre del silenzio più cieco: stiamo infatti parlando dell’ormai evidente fenomeno della Bifobia.
Esso origina e si sviluppa con caratteristiche praticamente quasi uguali e della medesima intensità, se non a tratti peggiore, di altre forme perverse di irrazionalità quali l’omofobia sia socio-culturale che interiorizzata. Interessante poi osservare come questi appaia con in più la particolarità aggravante di riferirsi specificamente ad una medesima riproduzione ciclica delle manifestazioni di ostilità e forme di disgusto che prima si incentravano solo ed esclusivamente verso le iniziali espressioni, in epoche storiche, dell’omosessualità o di alcune minoranze etniche.
Oltre alla sua forma principale le altre molteplici cause di esso sono da ricercare dentro una disinformazione generalizzata riguardo la bisessualità in senso ampio, scarsissima conoscenza se non per immaginari stereotipati già preesistenti e autoalimentati verso le persone bisessuali, una insistente confusione concettuale fra persone coinvolte in relazioni clandestine o doppie vite occulte e altre invece dichiaratamente visibili con rapporti apertamente ufficializzati, forme di misoginia maschilista prima introiettata e poi riversata specificamente a persone bisessuali di sesso biologico femminile e/o transgender e transessuali, patologizzazione e medicalizzazione verso persone intente a riscoprirsi attratte affettivamente da più di un sesso e/o genere, casi di abbandono e isolamento sin dall’adolescenza di persone che cercano di parlare apertamente della loro diversità con coetanei in ambienti sociali e in famiglia, errate applicazioni di tesi Freudiane sulla presunta presenza di complessi edipici irrisolti come già avveniva in passato per persone omosessuali, storie inventate sugli stati dei perenni loop di indecisione con retorico ritornello della classica frase “stare con un piede in due scarpe”, incessanti interpretazioni fantasiose di mere fasi transitorie della crescita di alcune persone che dovrebbero poi intraprendere corrette vie prestabilite di binarismo fissato solo verso l’eterosessualità o solo verso l’omosessualità.
A tali presupposti vanno successivamente aggiunti la presenza del culto di violenza verbale all’interno di alcuni commenti sui principali social network, oggi in circolazione, e soprattutto la totale devianza di folli argomentazioni dentro alcuni forum di discussione. In particolare incuriosisce come addirittura in alcuni casi si passi all’identificazione di “bisessualità normale”, da parte di persone non bisex e dichiaratamente omosessuali, considerando aprioristicamente come tali solo altre persone che riportano di aver avuto relazioni durature con entrambi i sessi. Infatti data la questione che da sempre ogni singola persona, più o meno fortunata di altre specie se collocata dentro un contesto difficile e caotico come l’Italia, proprio per la sua oggettiva diversità, e secondo un suo intimissimo background storico e familiare, si trovi in condizioni relativamente serene di poter riscoprire così il proprio orientamento sessuale o la propria identità sempre in modo del tutto soggettivo, allora viene automaticamente da domandarsi quale sia il minimo comune denominatore o “patentino” per prima autodefinirsi e poi definire gli altri, in assoluta onniscienza, come “normali” o completi.

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Testo di Davide Amato

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