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La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio, il Circolo TBGL “Harvey Milk ” ospiterà l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno: la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali). 

Il presidente Nathan Bonnì si è incaricato di intervistare la dott.ssa Ribali, per conoscerla un poco in precedenza.

Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi…

 

… Continua su Progetto GenderQueer.

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Intervista a Mariano Lamberti, autore di “Una coppia perfetta”

Il 27 gennaio 2017, presso la sede dell’associazione “Il Guado” (Via Soperga 36, 20100 Milano), il circolo TBGL “Harvey Milk” terrà la presentazione del romanzo Una coppia perfetta. L’amore ai tempi di Grindr, a firma di Mariano Lamberti (goWare Edizioni, collana “Pesci Rossi”). L’evento era stato fortissimamente voluto da Alessandro Rizzo, amato e compianto vicepresidente del “Milk”. È stato mantenuto nella data prevista, proprio per onorare la memoria del caro amico.

Nel frattempo, Lamberti ha accettato di scambiare alcune parole con noi, per farci conoscere meglio la propria opera.

1) Tu sei prevalentemente sceneggiatore (televisivo e cinematografico) e versificatore. Com’è stato il passaggio al genere del romanzo?

Il mio primo romanzo è nato quasi da solo, in maniera molto spontanea. Costruire storie, plot per il cinema ti allena a far quadrare tutto quando scrivi e fare il versificatore ti permette di avere la pazienza che l’ispirazione arrivi…  quindi, le due cose mi sono senz’altro servite.

2) Al centro di Una coppia perfetta, c’è il mondo dei siti d’incontri. Personalmente, il tuo impatto con questo universo è positivo o negativo? La tua è una polemica verso l’ “amore” via web?

Credo che gli incontri sul Web  ti  permettano di contattare un numero enorme di persone e creare una rete di amicizie e di contatti impensabile fino a poco tempo fa: questo credo sia una cosa positiva. Dall’altro lato (quello che è forse l’aspetto critico) c’è la facilità con cui si crea una conoscenza, un’intimità che non ha il tempo di crescere, per la velocità con cui si consuma un rapporto sessuale.

3) Tra fiction e documentari, l’amore è sempre stato al centro del tuo lavoro. In che modo il tuo romanzo ha beneficiato della tua esperienza, come indagatore dei sentimenti?

Effettivamente, credo che il centro dei miei interessi come comunicatore (regista e scrittore) siano in qualche modo i  sentimenti, non idealizzati o filtrati, ma scarnificati, messi a nudo nella loro difficoltà ad essere vissuti. Credo che il campo delle relazioni sia il  più difficile da affrontare per l’essere umano, ma anche il più fertile in cui far crescere la propria umanità.

4) Online, i riassunti del tuo romanzo sottolineano il contrasto fra ciò che di protagonisti dicono del proprio rapporto e ciò che ne dicono gli psicologi. Oltre al tuo suddetto lavoro come sceneggiatore, cosa ha fatto maturare la tua cultura in campo psicologico?

Non ho fatto studi specifici di psicologia! Ovviamente, come tanti di noi, sono stato in analisi, ma credo che la mia sia più un’ indagine sulla natura umana nella sua dimensione concreta e impalpabile. Se, poi, qualcuno ravvisa qualche fondamento psicanalitico nello svolgimento delle psicologie dei personaggi, ben venga.

5) Una coppia perfetta è una storia di bugie su se stessi. Quanto pensi che incida la menzogna nel funzionamento di una storia sentimentale?

La menzogna, anche involontaria, quella che ci raccontiamo quotidianamente anche  all’interno della coppia, ha  preso il sopravvento nella nostra vita abituale. E non parlo solo di bugie banali, dette per coprire un’infedeltà coniugale,  ma del negare a noi stessi, del rimuovere le  situazioni scomode della nostra complessa vita sessuale, della  paura dell’intimità, del non-ascolto dei propri bisogni. Ecco, credo che queste siano le moderne bugie del nostro vivere.

6) Per il tuo romanzo, hai scelto di rappresentare una coppia gay. C’è una motivazione specifica per questa scelta? Al posto di Marco e Alex, avresti potuto mettere una coppia etero? O una coppia con  almeno un membro gender not conforming?

Nel romanzo, ho cercato di fare una lucida disamina dei rapporti di potere che si creano all’interno delle coppie, siano esse omosessuali, eterosessuali o altro. Credo che siano meccanismi universali degli esseri umani, non specifici di un modello.

7) Relazioni e social network: fino a che punto il web è una ricchezza? O, secondo te, ha soprattutto inaridito i rapporti umani?

Io credo che il Web sia di per sé  uno strumento neutro. Il resto dipende dallo stato vitale delle persone che ne fanno uso, da come si rapportano al mondo in generale, alle persone. Internet ha  sicuramente accorciato le distanze tra gli essere umani, ma, per qualche verso, ci ha impigriti nella conoscenza reale.

8 ) Una coppia perfetta mostra gli inganni che si nascondono dietro la pretesa “perfezione”. Possiamo dire che la coppia ideale è quella “imperfetta”, fatta anche di difficoltà e screzi? Ed esiste la perfezione, in amore?

Tutto il romanzo è un elogio della coppia imperfetta. La coppia perfetta non esiste; la coppia “perfetta” è quella che si chiude e si barrica dietro le proprie insicurezze per difendersi dalla durezza del mondo.

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Aspettando MetàMorfosi al Milk

“Una metamorfosi in crowdfunding” è l’incontro che si terrà VENERDI’ 16 DICEMBRE alle ore 19, organizzato dal Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano presso la sede Guado di Via Soperga 36 a Milano. La serata vede la presentazione di MetàMorfosi, romanzo autobiografico di David Barzelatto: l’iniziativa vedrà un’introduzione da parte di Alessandro Rizzo, Vicepresidente e Responsabile Cultura del Circolo Milk, e l’animazione da parte di Daniele Brattoli, sarà presente lo stesso autore.


Il romanzo autobiografico MetàMorfosi , nasce affiancato al progetto di raccolta fondi che l’autore ha promosso per sostenere le spese inerenti il percorso di transizione (mediche e legali).

David, un ragazzo transessuale, intrappolato in un corpo non suo, incontra Nicole, una giovane e attraente ragazza omosessuale. La vita li unisce in modo totalizzante, inaspettato e indipendente dalla loro volontà. Questa unione porterà David a fare un viaggio, tra presente e passato, alla ricerca della propria identità.
Un racconto fatto di coincidenze, meditazioni, incontri karmici. Chi è Nicole, perché irrompe nella vita di David?

-“sei venuta a me perché ti ho chiamato con il pensiero, lo sai questo Nicole? Ti volevo prima di conoscerti”

-“Sì, lo so, sono qui,ti ho sentito”

Vecchie storie – 1

Termini come “moderno” e “arretrato” sono all’ordine del giorno, quando si parla di costumi sessuali. Purtuttavia, la loro appropriatezza è alquanto relativa. Tante “moderne libertà” sono praticate fin dall’antichità; viceversa, la contemporaneità conosce come vivissimi i pregiudizi che risalgono ai millenni scorsi. Allo stesso tempo, le epoche passate mostrano come le convenzioni sociali potessero essere più rigide, ma radicalmente lontane da quelle che, oggi, sono date per scontate.
Ne parla Eva Cantarella, sempre abile a conciliare l’erudizione con uno stile godibile e mai volgare. In particolare, vogliamo concentrarci su due sue opere esplicitamente legate: “L’amore è un dio. Il sesso e la polis” (Milano 2007, Feltrinelli) e “Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma” (Milano 2009, Feltrinelli).


Nel primo di questi volumi, la Cantarella offre una carrellata della concezione dell’eros quale compare nella letteratura greca antica. Fra le altre vicende, spiccano gli “Amori in tempo di guerra” (p. 89) fra Achille e Patroclo. Benché l’ “Iliade” non ne faccia menzione esplicita, la natura passionale del loro legame era data per scontata da autori come Platone, Eschine, lo Pseudo-Luciano e Sofocle. Come riassume la Cantarella, “Patroclo […] era il figlio di Menezio, re di Oponto. Anche lui, come Achille, apparteneva all’aristocrazia greca: ma un incidente, quando era ancora un ragazzo, lo aveva costretto ad abbandonare la patria. […] era stato accolto da Peleo, padre di Achille […] era cresciuto insieme a questi. Dapprima una grande amicizia, poi un grande amore” (p. 92). Come è noto, non si separarono nemmeno durante la guerra di Troia, in cui Patroclo fu ucciso da Ettore, provocando la ferocissima vendetta di Achille. Il fatto che quest’ultimo avesse come concubina una donna, Briseide, non era stato affatto di disturbo per l’intensità del rapporto.
Ma esistevano vicende anche meno leggendarie e meno cruente: quelle cantate dalla poesia lirica. La comunità cittadina greca conosceva una forma accettata e ritualizzata di pederastia (relazione fra un uomo adulto e un adolescente), in cui l’adulto fungeva da educatore del giovanissimo amante. La Cantarella descrive le convenzioni e le forme entro cui il rapporto si svolgeva, citando poeti come Teognide e Anacreonte. Quest’ultimo si sarebbe spinto a dire che i giovanetti erano i suoi dèi. Tali erano –beninteso- fino alla pubertà. Una volta sopraggiunta la maturità virile, i corteggiatori del ragazzo si dileguavano e incombeva il dovere civico di prender moglie. Esistevano anche dispute letterarie interessanti circa la maggiore o minore desiderabilità dei ragazzi rispetto alle donne. Ne trattò nientemeno che Plutarco, sul finire del I sec. d.C., nel dialogo noto come “Amatorius”. Uno dei personaggi esprime una posizione interessante e insolita per i moderni: “Secondo Protogene, sostenitore dell’amore per i ragazzi, l’unione fra uomo e donna è necessaria per la procreazione Ma dire che è vero amore sarebbe come dire che le mosche provano amore per il latte, o le api per il miele. L’attrazione per un ragazzo dalle buone qualità porta alla virtù, il desiderio per le donne, per bene che vada, consente solo piaceri momentanei della carne” (p. 105). In un certo senso, si tratta d’un’ottica rovesciata rispetto a quella a cui siamo abituati. Al punto di vista espresso da Protogene non interessa stabilire se gli amori virili siano o meno “secondo natura”. Al contrario, proprio il fatto che essi trascendano gli istinti più immediati costituisce il loro valore. “Amare le donne fu una necessità originaria, amare i ragazzi una conquista della divina filosofia” (p. 107).
A proposito di donne, non si può tacere di Saffo, di cui ci siamo già occupati (http://www.milkmilano.com/?p=7273 ). La Cantarella ne riassume la vita da perfetta nobildonna del VI sec. a C., con tanto di marito e figlia. Le liriche della poetessa, però, esprimono tutt’altro genere di interesse sentimentale: quello per le allieve del suo tiaso, la scuola ove le fanciulle venivano formate alla loro futura vita di mogli altolocate. “Saffo scrisse in un momento in cui le strutture politiche non erano ancora pienamente consolidate, o quantomeno consentivano ancora che, al loro interno, sopravvivessero usanze di un periodo antecedente […] Saffo è testimone unica di un periodo e di una mentalità che dopo di lei scomparvero, cancellate dalla rigorosa organizzazione cittadina…” (p. 114). Le strutture socio-politiche, pertanto, erano (e sono) d’importanza non indifferente nello stabilire chi siano i “veri uomini” e le “vere donne” nella mentalità diffusa. Lo vedremo con Eva Cantarella anche nel mondo di Catullo e Cesare, nel prossimo articolo.

Eva Cantarella, “L’amore è un dio. Il sesso e la polis”, (“Varia”), Milano 2007, Feltrinelli, 175 pp., 13 €.

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Giornata della Memoria Transgender a Milano

Il Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender) o TDOR ricorre il 20 novembre di ogni anno per ricordare e commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio transfobico.
L’evento venne introdotto da Gwendolyn Ann Smith in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web “Remembering Our Dead” e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco. Da allora l’evento è cresciuto fino a comprendere commemorazioni in centinaia di città in tutto il mondo (per maggiori informazioni potete visitare il sito dedicato alla giornata: http://tdor.info/).
A Milano, presso la Casa dei Diritti, Via De Amicis 10, Milano, in occasione del diciottesimo TDOR, il Circolo culturale TBGL Harvey Milk organizzerà, Venerdì 18 Novembre alle 21, un dibattito sul tema della transfobia, al quale seguirà un candlelight in ricordo delle vittime.

Simposio si presenta


Simposio finalmente si presenta con gran piacere al pubblico Sabato 26 Novembre alle ore 17 presso il Circolo Culturale TBGL, Harvey Milk, nella sede Guado di Via Soperga 36, Milano. Simposio è una rivista cartacea, diretta da Danilo Ruocco, fondata nel 2013, che vede la collaborazione da parte di differenti redattrici e redattori e che vuole riprendere, come testimonia lo stesso titolo, il concetto di confronto conviviale e di discussione approfondita e plurale su temi diversi, tutti inerenti la cornice macrotematica GLBT. La rivista parla di arti visive, società, cultura, letteratura, politica, diritti, identità di genere, storia, cinema, teatro, filosofia, musica, saggistica e tanti altri argomenti, coinvolgendo, come in un simposio di ellenica memoria in uno spirito di conviviavlità e di grande dialogo costruttivo e di crescita, persone intente a considerare l’importanza di discorrere sulla nostra contemporaneità. Vi aspettiamo a un appuntamento che vuole essere veicolo di conoscenza di un interessante laboratorio editoriale di grande qualità culturale e occasione per approfondire con il direttore e le persone che a esso collaborano le tematiche che abbiamo affrontato e che affronteremo all’interno di un periodico che si pone futuri importanti obiettivi redazionali.

Aspettando Vivibilità delle Persone Lgbt nelle Periferie al Milk

Le periferie milanesi, così come quelle di ogni media e grande città, risultano spesso difficili da vivere per il sostrato sociale, complesso, che presentano e per i possibili conflitti che si possono generare, in virtù anche di condizioni di emarginazione e di degrado ambientale e civile. Le periferie, però, possono essere luoghi di dialogo e di confronto che una società multietnica e multiculturale quale quella contemporanea ci pone come soluzione per affrontare una caratteristica propria della modernità. Le periferie possono diventare luoghi di condivisione e di rilancio in funzione di recupero, urbanistico, economico e civile di territori spesso abbandonati in un’ottica di convivenza e valorizzazione del quartiere.

Molte sono le persone Lgbt che si trovano a risiedere in contesti periferici a Milano, così come in altre città e metropoli europee, e il confronto con comunità religiose, presenti attraverso gli insediamenti di migranti avutisi negli ultimi decenni in Italia, e con prassi culturali spesso non tolleranti cittadine e cittadini che vogliono vivere in modo emancipato, e sereno, il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere, diventa ostico. Conflitti dovuti a fenomeni di intolleranza e di discriminazione possono essere tra quelli più cruenti che si possono verificare nei molteplici e complessi contesti della periferia di una città. La periferia può diventare un’opportunità per garantire uno sviluppo policentrico e partecipato della città e uno spazio di necessario confronto per avviare una convivenza civile in nome di un benessere collettivo che ponga la persona al centro dello sviluppo sociale, economico e culturale di una prossima società. Parleremo di questo tema presso il nostro Circolo Culturale Tbgl, Harvey Milk, Domenica 30 Ottobre alle ore 17 presso la sede Guado di Via Soperga 36, in un tavolo condiviso e partecipato, organizzato e promosso insieme all’Associazione Radicale Certi Diritti, il primo di una serie di altri incontri sul tema della Vivibilità delle persone Lgbt nelle periferie, a cui contribuiranno alla discussione Dino Barra, Associazione Amici del Parco Trotter, Elena Comelli, abitante di Via Padova, Daniele Dodaro, NoLo Social District, Yuri Guaiana, ex Vicepresidente Consiglio Zona 2 di Milano, Mirko Mazzali, delega alle Periferie al Comune di Milano e Massimo Modesti, Pedagogista interculturale e ricercatore in antropologia
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