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Ti amo in tutti i generi del mondo – Intervista con Giorgia Vezzoli

Giorgia Vezzoli è scrittrice e blogger poliedrica e prolifica, soprattutto sulle tematiche relative alle diversità. La sua ultima pubblicazione cartacea è un romanzo: Ti amo in tutti i generi del mondo (2016, Giraldi Editore). È la storia di Nina, che s’innamora di Sasha… senza sapere se sia un ragazzo o una ragazza.

  1. Sei famosa per il tuo blog a sfondo femminista, Vita da streghe Sei quindi molto consapevole delle distinzioni fra i generi e di ciò che esse comportano nelle società di tutto il mondo. Come si combina questa tua consapevolezza col tema del romanzo (l’amore oltre sesso e genere)?

Con Vita da streghe, ho iniziato a interrogarmi sui modelli femminili e maschili proposti soprattutto dai media e sugli stereotipi connessi che contribuivano a creare una società non paritaria. Questo impegno è proseguito poi nel libro per bambini e bambine Mi piace Spiderman…e allora?, in cui parlavo di Cloe (6 anni) e delle sue difficoltà nel vivere la sua passione per i supereroi e per tutto ciò che non era considerato “femminile”. Con questo ultimo romanzo, ho voluto proseguire sul tema dando importanza al valore della persona oltre i pregiudizi e le etichette. L’ho fatto narrando la storia di Nina, la protagonista, e la sua interazione con un personaggio di cui lei non conosce né il sesso né il genere ma che non per questo è meno affascinante, complesso o privo di tutte quelle caratteristiche in grado di farla innamorare. 

2. Essere “strega” significa anche saper amare davvero, senza aspettative pregresse e possessività?

Non male come definizione! Per me, essere streghe (o stregoni) significa soprattutto ricercare se stesse, sempre, con autenticità. Il resto è una conseguenza.

3. L’amore non è possesso, non è violenza, non è pretesa di sicurezze che l’altr* non può dare, certo. Ma l’irresponsabilità e la leggerezza in amore causano dolori atroci e ingiusti (“Credete a chi n’ha fatto l’esperienza”, direbbe Ariosto). Come distinguere la sana libertà (amare senza opprimere) dall’egoismo e dal menefreghismo?

Ah, l’amore! Ma come si fa a definire l’amore? Lo sanno bene i poeti e gli artisti che hanno cercato per secoli di cantarlo. Io non so cos’è l’amore e, se proprio dovessi definirlo, userei questi termini: immenso e indefinibile. So però che cosa non è l’amore. Non è violenza, non è possesso, e non credo sia nemmeno irresponsabilità o leggerezza.  So anche che riusciremmo ad amarci molto meglio se facessimo tutti/e prima un percorso di conoscenza e di consapevolezza su noi stessi/e, che possa poi proseguire nella relazione con il confronto costante con l’altro/a. Credo sia vero il fatto che non puoi amare bene gli altri se prima non conosci e ami te stesso/a.

 4. L’attivismo gay e lesbico si basa spesso proprio sull’identitarismo di genere (“noi amiamo SOLO gli uomini/le donne”; “noi amiamo SOLO chi è del nostro stesso sesso”). Come è stato accolto il tuo romanzo nei circoli di cultura omosessuale?

Fino ad ora – ed è comunque un tempo breve – è stato accolto in maniera molto positiva. Ti basti pensare che la prima recensione del mio libro è stata pubblicata da Gaypost e che la mia prima presentazione l’ho fatta con Michele Giarratano, avvocato e attivista LGBT. A Brescia ho fatto da poco una presentazione del libro nell’ambito degli eventi del Brescia Pride ed è stata un successo. Da quel giorno sono anche diventata socia della Caramelle in Piedi, un’associazione che fa parte del comitato organizzatore del Brescia Pride.

5. Se l’amore non dipende dal genere… da cosa dipende, allora?

 Non so dirti da cosa dipenda, probabilmente da tanti fattori, diversi a seconda delle persone. A me piace pensare che l’amore “non dipenda”, che l’amore “esista” e si manifesti in modi differenti, non sempre comprensibili alla nostra ragione.

 6. La maggior parte delle persone esistenti al mondo (non nascondiamocelo) ama anche (e soprattutto) in base al genere e al sesso (concepiti come inseparabili). Cosa può dire il tuo romanzo alla maggioranza monosessuale?

Direi questo, che è una cosa che ho scritto anche sul mio blog: “Probabilmente per la maggior parte di voi il genere e il sesso sono fondamentali per amare qualcuno perché, per fortuna, siamo persone diverse con orientamenti, gusti e attrazioni differenti. Sappiate però che può esistere la possibilità di amare a prescindere dal genere. Io l’ho capito scrivendo questo libro perché, mentre lo scrivevo, l’ho provato sulla mia pelle”.

7. Come pansessuale, ti sono particolarmente grata per aver affrontato l’argomento dell’ “amore oltre il genere”. Le reazioni al tuo libro hanno portato a galla ciò che “la gente” pensa in merito. Quali sono state le principali? 

Finora le principali reazioni di chi ha letto il libro sono state molto positive. La storia infatti descrive con facilità e naturalezza qualcosa che, a priori, potrebbe sembrare strana o impossibile ma che, in realtà, una volta tolte le sovrastrutture mentali che spesso ci portiamo appresso, appare molto più semplice di quel che si potesse pensare. 

 8. In conclusione: Ti amo in tutti i generi del mondo può considerarsi un esperimento a buon fine?

Per il momento, direi proprio di sì!

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

Just Married – Intervista con l’avv. Roberto De Felice

Il 28 aprile 2017, a Milano (via Kramer 32, ore 18:30) si terrà la presentazione del libro dell’avv. Roberto De Felice: Just Married. Il matrimonio same-sex nella giurisprudenza degli Stati Uniti (1970-2015) (Sesto San Giovanni 2016, Mimesis Edizioni). L’evento è a cura del Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano, insieme alla Libreria Antigone, a Percorsi – Cultura e promozione sociale e alla Rete Lenford. Il moderatore designato è l’avv. Marco D’Aloi. 

            Roberto de Felice, già Magistrato Ordinario, è Avvocato dello Stato. Come studioso si occupa di diritto comparato e internazionale, con particolare riguardo alla materia della tutela dei diritti umani. Ha pubblicato articoli su varie riviste ed è autore della traduzione della decisione Obergefell originariamente apparsa su “Il Foro Italiano”. Abbiamo deciso di scambiare qualche parola con lui, per avere informazioni che facilitino la comprensione del suo saggio.

  1. Tra il sistema politico americano e quello delle democrazie costituzionali europee ci sono sostanziali differenze? Quali?

 

Mentre gli Stati Uniti e il loro potere legislativo, il Congresso, sono competenti per un limitato numero di materie, i Parlamenti dei singoli Stati (tutti bicamerali, ad eccezione del Nebraska) sono competenti per tutte le altre, compreso il matrimonio. Ciò facendo, tanto il Congresso quanto gli Stati devono rispettare la Costituzione Federale, e, per quanto riguarda gli Stati, anche le Costituzioni di ciascuno di essi. In caso di conflitto, la norma può essere dichiarata nulla da qualsiasi giudice. Vi è un controllo diffuso di costituzionalità.

La Costituzione Federale è breve e sciatta per un giurista europeo. Per questo è essenziale l’opera dei Giudici che ne precisano il significato, con una originalità e inventiva qui impensabili: basti pensare che dalla ‘’penombra’’ del divieto di acquartierare truppe, ivi sancito, è sorto il diritto alla privacy. Dunque, le decisioni giudiziarie (specialmente quelle delle Corti Supreme Federale e Statali, precisano e ampliano il significato della Costituzione o di qualsiasi legge. Vale, per garantire l’integrità del sistema, il principio del precedente, per cui le Corti di grado inferiore devono osservare i principi stabiliti da quelle di grado superiore. Tale principio non vige in Italia.

 

  1. Dall’esterno, la società statunitense sembra piena di contraddizioni, anche dal punto di vista della condizione delle minoranze sessuali. Gli USA sono la patria dei primi movimenti LGBT; il lessico di questo tipo di attivismo è pieno di anglicismi; le università statunitensi sfornano ricerche sulla sessualità; gli Stati Uniti sono arrivati al matrimonio egualitario prima dell’Italia. Eppure, è anche il Paese in cui può scoppiare una crociata per impedire alle persone transgender di impiegare il bagno pubblico corrispondente al proprio genere. E’ il Paese dove molt* giovani LGBT vengono cacciat* di casa e dove imperversano fondamentalismi religiosi di diversa matrice. L’accettazione sociale delle minoranze sessuali, negli USA, è migliore o peggiore, rispetto a quanto avviene in Italia?

 

La stranezza evidenziata deriva a mio avviso dalla sconfitta conservatrice nella battaglia sul matrimonio. Ideologicamente, è apparso opportuno ai più retrivi ricominciare la battaglia dai fondamentali, il binarismo di genere e quindi scagliandosi contro la fluidità di genere. Nonostante questo, come dichiarato dall’illuminata Giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, la maggiore visibilità delle famiglie gay e lesbiche ha accelerato la loro accettazione sociale. Ragioniamo: un giudice che va a trovare la nipotina e la trova con la migliore amica, ben curata, ben educata, figlia di due papà, prima o poi si convince che quella famiglia è molto simile alla propria.

 

  1. Gli USA sono una Repubblica federale. Le difficoltà incontrate nell’affermazione dei diritti LGBT sono molto diverse da Stato a Stato?

 

Certamente. Le associazioni di tutela dei diritti LGBT non a caso hanno iniziato le loro battaglie anche giudiziarie dagli Stati più progressisti, quelli del New England e la California, poi convergendo verso il centro del Paese.

 

  1. La politica degli Stati Uniti è famosa per l’impatto che le lobbies hanno su di essa. Forse, sto toccando un argomento minato, ma… quale peso hanno effettivamente le iniziative di stampo lobbistico, sull’approvazione di nuove leggi negli USA? Qual è la realtà e quale la leggenda nello spauracchio della “lobby gay”?

 

Direi poca. Solo 13 Stati hanno approvato con legge il matrimonio egualitario, molti di essi con referendum. L’infelice espressione ‘’lobby gay’’ era riferita dal Pontefice a un gruppo di prelati che, uniti dal loro comune orientamento e dalla necessità di occultarlo, avevano formato un gruppo di potere. Poi ha assunto un significato mediatico abnorme. Non esiste una ‘’lobby’’ di tal fatta, o i risultati, in Italia, sarebbero stati raggiunti prima e con maggiore ampiezza della storica Legge 76/16. La cui storia è semplice: siam stati condannati dalla Corte di Strasburgo nella decisione Oliari e dovevamo rimediare. Il primo grazie quindi al magnifico lavoro di  Alexander Schuster, che la ha patrocinata, e il secondo alla tenacia della  Relatrice del disegno di legge.

 

  1. Nel Suo libro, Lei cerca di rispondere a diversi luoghi comuni anti-matrimonio egualitario. Originalismo, morale religiosa, tradizionalismi… Ci vuole riassumere le principali obiezioni alle nozze same-sex e le relative smentite?

 

Il diritto è logica. Non è logico applicare a tutti i costi la tradizione, pena, come osservato dal massimo giurista  statunitense, Richard Posner, un conservatore, ritornare ai sacrifici umani praticati tradizionalmente e con estrema perizia dagli Aztechi. La pretesa di applicare la legge nel suo significato originario è altresì un nonsense, se quelle parole furono coniate in un mondo che non esiste più e se, nel frattempo, circa il 60% degli americani è favorevole a qualcosa, una coppia omosessuale sposata, che ad esempio nell’Italia del 1947, anno dei lavori dell’Assemblea Costituente, era inconcepibile. L’interpretazione del diritto deve necessariamente essere evolutiva oppure il diritto, coniato riferendosi a menhir, lettere di mundiburdio o burgravi, realtà non più esistenti, cessa di essere spontaneamente applicato dai cittadini. Le ricordo che nell’impero ottomano non si poté praticare la stampa sino alla metà dell’Ottocento in ossequio a divieti di origine religiosa. i più triti argomenti sembrano essere quello del cattivo influsso sui bambini, ma risulta non solo una massa imponente di studi che lo smentiscono, ma anche il dato di fatto che questi bambini esistono e sono contentissimi delle loro mamme, felici e non hanno problemi scolastici. Sono onorato dell’amicizia di alcune di queste coppie e rivedo nei loro gesti le stesse ansie preoccupazioni o felicità di mia madre, e nella spensieratezza dei loro figli quella di mia sorella, ai tempi.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Chi era Deborah Lambillotte? Intervista con Paolo Rumi

Il 4 marzo, è caduto il genetliaco di Deborah Lambillotte (4 marzo 1954 – 28 luglio 2016), una figura centrale per le rivendicazioni sociali delle persone transgender. Di origine belga ed ebraica, ha fondato in Italia Arcitrans (1998) ed è stata la prima socia transgender del circolo Arcilesbica Zami di Milano. Per approfondire la sua figura, abbiamo deciso di parlarne con un suo grande amico, il copywriter e direttore creativo Paolo Rumi.

1. In che occasione hai conosciuto Deborah?
Potrei dire di essere stato un amico di famiglia. Ho conosciuto Debbie quand’era ancora Philippe, ossia un uomo felicemente sposato. Era amica di alcuni tra i miei migliori amici e fu proprio una serata con loro in discoteca, la Nuova Idea, a far scattare in lei la decisione di non nascondersi più e far partire il percorso che portò poi alla riassegnazione di genere. Vide –ancora da uomo- che non era l’unica a vivere quella realtà e avere quel problema!
Devo dire però che non mi fece immediatamente effetto in quel periodo, forse perché avvertivo un dissidio o qualcosa che “non funzionava” in lei.
Fui piuttosto a far colpo su lei e, per la chimica che si sviluppa tra esseri umani, fu lei a scegliere poi me e il mio compagno come sparring partner e amici di fiducia durante tutto il suo periodo di transizione.
Questo fu per noi un onore e siamo diventati amici di famiglia, anzi: la sua famiglia.
Vengo da una generazione che ha fatto propri i temi della liberazione sessuale e, oltre ad un compagno stabile da 30 anni, avere amiche intime lesbiche o addirittura una donna trans era uno dei desideri più grandi della mia vita. Realizzato grazie alla mitica Deborah.

2. Come mai lei teneva tanto a sottolineare le proprie origini ebraiche?

Credo fosse tutt’uno col suo carattere inclusivo, con la carica di energia e l’interesse a porsi domande nella vita tipico della cultura ebraica, specie se progressista (l’interpretazione critica è un’attitudine fondamentale di quella cultura). Prima di conoscere sua moglie, Deborah visse anche in Israele, lavorando in un kibbutz. Del resto, Deborah non sottolineava solo le origini ebraiche, ma tutta la parte di sé che aveva a che vedere con l’intelligenza e l’analisi della realtà in modo problematico e pragmatico.
Ad esempio, teneva sempre a sottolineare come lei non fosse “di sinistra”, bensì liberale, ossia di destra e progressista insieme, concetto e posizione poco comprensibili per la mentalità italiana, dove la destra politica o la fede religiosa coincidono con oscurantismo.
A proposito del suo essere ebrea, c’è un interessante aneddoto. Quando andò in sinagoga, una volta il rabbino le chiese, rivolgendosi a lei come Deborah, come mai da molto tempo la vedesse poco. Lei rispose. “…e dove dovrei mettermi? Sulle scale?” (In sinagoga, i maschi e le femmine sono separati). Con una risata benevola, da quel giorno Deborah poté andare con le donne.
3. Deborah fu un architetto di successo. Si sa che il lavoro è un punto importante (e dolente) nella vita delle persone transgender. Spesso, non trovando accettazione sociale, le donne mtf si danno alla prostituzione, dove sono trattate con particolare disprezzo da clienti e compagni. (Di questo tratta anche il romanzo autobiografico di Monica Romano, Trans. Storie di ragazze XY, uscito per i tipi di Mursia). Deborah dovette affrontare particolari difficoltà, per mantenere la professione “diurna” in cui eccelleva? Dedicarsi a un lavoro altamente qualificato e lontano dal marciapiede fu anche una rivendicazione sociale, per lei?

Deborah sapeva fare molte cose. È stata anche cuoco –per esempio- e mi ha insegnato piccole accortezze nordiche in cucina. Le sue cene del Sabato Sera a casa sua, prima di andare alla Nuova Idea nel periodo di transizione, sono indimenticabili.
Deborah, però, ha avuto seri problemi con il lavoro a seguito della sua decisione. quando iniziò il percorso con cure e trattamento ormonale (in età decisamente avanzata, 46 anni!). Dai suoi soci in uno studio grafico e di servizi per l’editoria, ebbe garanzia che nulla sarebbe cambiato.
Al contrario, quando tornò, le fu impedito di proseguire il contatto diretto con i clienti finali, con la scusa che si sarebbero imbarazzati a vedere un cambiamento così rilevante “a mezza strada”. Questo la spinse a lasciare il lavoro, addolorata e umiliata. In quel momento critico, l’abbiamo aiutata un po’ noi amici e in seguito, tornata in Belgio, la famiglia.
Poté così provvedere alla sua vita diversamente, ricoprendo anche ruoli pubblici di responsabilità notevole (CoPresidente dell’ILGA).

4. Donna transgender e lesbica, un tempo ammogliata. Ecco un altro tratto della personalità di Deborah che esce dallo stereotipo della “trans”. E da quello della lesbica, anche. Quanto dovette lottare per far riconoscere la propria singolarità, non solo nella società, ma nel mondo dell’attivismo?


È stato difficile, eccome! Sentimentalmente, nel primo periodo, Deborah tentò anche relazioni con uomini, provando poi delusione per l’incapacità maschile di andare oltre l’aspetto strettamente sessuale.
Sul piano pubblico, atteggiamenti d’incomprensione o mancanza di stima non mancarono certamente. Ma Deborah riuscì a superarli e dribblarli con la sua grande preparazione, la sua cultura e quel senso profondo di umanità che la distingueva.
5. Fu la prima socia transgender di Arcilesbica Zami di Milano: questo si ricollega alla domanda precedente. A volte, le donne lesbiche faticano ad accettare le mtf come “alcune di loro”, per via di quel cromosoma Y. Una matura donna transgender con cui ho interagito mi ha detto, testualmente: “Siccome non ho la vagina, le lesbiche non mi vogliono nemmeno conoscere” (a scopo di appuntamento galante). Anche Deborah incontrò questo tipo di barriera?
Anche le donne lesbiche la rifiutarono e questo diventò per lei uno specifico punto distintivo di battaglia. Una volta, fu rifiutata a me e al mio compagno l’entrata ad un circolo lesbico (il Recycle, se ricordo bene), in occasione della presentazione di un libro di Maria Nadotti. Bene, lei e Maria ci difesero e avrebbero fatto saltare la presentazione, se non avessero permesso a noi uomini “aperti” di partecipare.
In compenso, ricordo Deborah ballare il valzer nella sala del ballo liscio della Nuova Idea con la mia amica Rosamaria, che la trovò bravissima nel ballo.
 6. La Lambillotte volle mantenere il grado che le era stato riconosciuto nell’esercito belga, anche dopo la rettifica di nome e genere sui documenti. Insomma, rifiutò di estraniarsi dalla società e volle che i suoi meriti fossero riconosciuti in tutti i campi in cui li aveva guadagnati. Cosa può dire il suo esempio alle persone queer tentate di isolarsi da una società nei cui schemi non si riconoscono? E alle donne? Ricordiamo che la carriera militare è stata uno dei campi più refrattari all’inclusione del genere femminile…

Credo che Deborah abbia insegnato molto a tutti. Fu anche Presidente di ArciGay in un periodo molto litigioso e burrascoso per quell’associazione, fungendo così da paciere e aiutando posizioni e comportamenti più moderati e invitando a stemperare ire e atteggiamenti polemici inutili, chissà… Forse, proprio grazie a quel suo passato militare.
Mi ricordo anche di un altro particolare legato alla sua natura battagliera.  Come Presidente di ArciGay, o semplicemente per andare a ballare, una sera le fu vietato l’ingresso alla discoteca One Way, in quanto “donna”. Questo la offese o, meglio, la fece imbufalire.
Qualche mese dopo, quando la Polizia fece irruzione a metà della notte al One Way –allora circolo Arci- e sorprese uomini nel corso di rapporti sessuali, la chiamarono subito. e lei rispose gelida: «Me ne occuperò domani mattina».
Deborah aveva una luce interiore fortissima, dedicata al rispetto di sé e degli altri. Ha insegnato anche a me ad essere me stesso e a “vedermi” in modo corretto. Imparare a distinguere, in me e negli altr*, tra sesso, genere e orientamento è stato il regalo più grande che mi ha fatto. 

7. Ai tempi in cui Deborah era giovane, il suo modo di vivere la condizione di transgender era tutt’altro che scontato. Come riuscì a rifiutare di nascondersi? E oggi le cose sono più facili, per le mtf che vogliono vivere “di giorno”?

Quand’ho conosciuto Deborah, era apparentemente uomo, come ti dicevo prima. La cosa più bella ed affascinante è stato seguire tutto il cambiamento –fisico e di carattere- avvenuto in lei. Aveva una particolarità assoluta come donna: già per imponenza e presenza non passava certo inosservata. Se a questo si univano, poi, il suo senso dello humour pragmatico e dissacratorio e la sua umanità determinata ad abbattere ingiustizie e barriere, il risultato era insuperabile: la mia amata Deborah.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio, il Circolo TBGL “Harvey Milk ” ospiterà l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno: la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali). 

Il presidente Nathan Bonnì si è incaricato di intervistare la dott.ssa Ribali, per conoscerla un poco in precedenza.

Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi…

 

… Continua su Progetto GenderQueer.

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Intervista a Mariano Lamberti, autore di “Una coppia perfetta”

Il 27 gennaio 2017, presso la sede dell’associazione “Il Guado” (Via Soperga 36, 20100 Milano), il circolo TBGL “Harvey Milk” terrà la presentazione del romanzo Una coppia perfetta. L’amore ai tempi di Grindr, a firma di Mariano Lamberti (goWare Edizioni, collana “Pesci Rossi”). L’evento era stato fortissimamente voluto da Alessandro Rizzo, amato e compianto vicepresidente del “Milk”. È stato mantenuto nella data prevista, proprio per onorare la memoria del caro amico.

Nel frattempo, Lamberti ha accettato di scambiare alcune parole con noi, per farci conoscere meglio la propria opera.

1) Tu sei prevalentemente sceneggiatore (televisivo e cinematografico) e versificatore. Com’è stato il passaggio al genere del romanzo?

Il mio primo romanzo è nato quasi da solo, in maniera molto spontanea. Costruire storie, plot per il cinema ti allena a far quadrare tutto quando scrivi e fare il versificatore ti permette di avere la pazienza che l’ispirazione arrivi…  quindi, le due cose mi sono senz’altro servite.

2) Al centro di Una coppia perfetta, c’è il mondo dei siti d’incontri. Personalmente, il tuo impatto con questo universo è positivo o negativo? La tua è una polemica verso l’ “amore” via web?

Credo che gli incontri sul Web  ti  permettano di contattare un numero enorme di persone e creare una rete di amicizie e di contatti impensabile fino a poco tempo fa: questo credo sia una cosa positiva. Dall’altro lato (quello che è forse l’aspetto critico) c’è la facilità con cui si crea una conoscenza, un’intimità che non ha il tempo di crescere, per la velocità con cui si consuma un rapporto sessuale.

3) Tra fiction e documentari, l’amore è sempre stato al centro del tuo lavoro. In che modo il tuo romanzo ha beneficiato della tua esperienza, come indagatore dei sentimenti?

Effettivamente, credo che il centro dei miei interessi come comunicatore (regista e scrittore) siano in qualche modo i  sentimenti, non idealizzati o filtrati, ma scarnificati, messi a nudo nella loro difficoltà ad essere vissuti. Credo che il campo delle relazioni sia il  più difficile da affrontare per l’essere umano, ma anche il più fertile in cui far crescere la propria umanità.

4) Online, i riassunti del tuo romanzo sottolineano il contrasto fra ciò che di protagonisti dicono del proprio rapporto e ciò che ne dicono gli psicologi. Oltre al tuo suddetto lavoro come sceneggiatore, cosa ha fatto maturare la tua cultura in campo psicologico?

Non ho fatto studi specifici di psicologia! Ovviamente, come tanti di noi, sono stato in analisi, ma credo che la mia sia più un’ indagine sulla natura umana nella sua dimensione concreta e impalpabile. Se, poi, qualcuno ravvisa qualche fondamento psicanalitico nello svolgimento delle psicologie dei personaggi, ben venga.

5) Una coppia perfetta è una storia di bugie su se stessi. Quanto pensi che incida la menzogna nel funzionamento di una storia sentimentale?

La menzogna, anche involontaria, quella che ci raccontiamo quotidianamente anche  all’interno della coppia, ha  preso il sopravvento nella nostra vita abituale. E non parlo solo di bugie banali, dette per coprire un’infedeltà coniugale,  ma del negare a noi stessi, del rimuovere le  situazioni scomode della nostra complessa vita sessuale, della  paura dell’intimità, del non-ascolto dei propri bisogni. Ecco, credo che queste siano le moderne bugie del nostro vivere.

6) Per il tuo romanzo, hai scelto di rappresentare una coppia gay. C’è una motivazione specifica per questa scelta? Al posto di Marco e Alex, avresti potuto mettere una coppia etero? O una coppia con  almeno un membro gender not conforming?

Nel romanzo, ho cercato di fare una lucida disamina dei rapporti di potere che si creano all’interno delle coppie, siano esse omosessuali, eterosessuali o altro. Credo che siano meccanismi universali degli esseri umani, non specifici di un modello.

7) Relazioni e social network: fino a che punto il web è una ricchezza? O, secondo te, ha soprattutto inaridito i rapporti umani?

Io credo che il Web sia di per sé  uno strumento neutro. Il resto dipende dallo stato vitale delle persone che ne fanno uso, da come si rapportano al mondo in generale, alle persone. Internet ha  sicuramente accorciato le distanze tra gli essere umani, ma, per qualche verso, ci ha impigriti nella conoscenza reale.

8 ) Una coppia perfetta mostra gli inganni che si nascondono dietro la pretesa “perfezione”. Possiamo dire che la coppia ideale è quella “imperfetta”, fatta anche di difficoltà e screzi? Ed esiste la perfezione, in amore?

Tutto il romanzo è un elogio della coppia imperfetta. La coppia perfetta non esiste; la coppia “perfetta” è quella che si chiude e si barrica dietro le proprie insicurezze per difendersi dalla durezza del mondo.

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Agnese: una donna di destra in piazza per i diritti LGBT, il 23 gennaio scorso


Agnese: come mai una donna di destra ha deciso di lartecipare a una manifestazione a favore dei diritti delle persone omotransessuali?

Buongiorno a tutti! Si sono di destra! E lo sono ancora di più su tematiche che riguardano l’ingiustizia. Ho deciso di scendere in piazza con la comunità lgbt perché sono favorevole ai diritti di tutti gli esseri umani. Le persone omotransessuali sono esseri umani! Per tale motivo meritano diritti che li tutelino in tutto e per tutto.
È giusto che ci sia una legge seria che condanni l’omotransfobia. Trovo abominevole che nel 2016 si facciano violenze fisiche su persone solo perché amano un’altra del loro stesso sesso.
È giusto che anche gli omosessuali abbiano il diritto di assistere la persona che amano in caso di ricovero, di essere informati qual’ ora il/la coniuge si trovi in coma e di prendere eventuali decisioni sulle scelte terapeutiche che i medici hanno messo a disposizione.
Trovo inoltre sacrosanto il diritto all’ eredità in caso di morte di uno dei due in quanto tale eredità non è altro che il frutto di sacrifici che la coppia ha accumulato insieme.
Per tali motivi ho deciso di partecipare e dare un piccolo contributo

Che aria hai respirato? Quali sensazioni ti ha dato questa manifestazione?
L’aria che ho respirato è stata di assoluta tranquillità! Sono stata davvero bene! Mi ha fatto molto piacere provare la sensazione di far parte di un gruppo che, garbatamente, chiede a una nazione intera di ascoltarli. Spero proprio che un domani non ci sia più bisogno di tali manifestazioni e che i diritti per le persone lgbt vengano riconosciuti.

Sei contro l’omofobia, sei favorevole al matrimonio egualitario per le persone omotransessuali, ma sei scettica sulla famiglia omogenitoriale: come mai?
Il discorso figli è molto delicato! Ci sarebbero tante cose da discutere insieme per non essere fraintesi. Ho la certezza che una coppia omosessuale non si discosti per nulla da una coppia etero nel donare amore, affetto, educazione e sicurezza. I miei dubbi nascono da una questione psicologica…a mio avviso ci sono tappe nella vita di un figlio che richiedono l’equilibrio donna-uomo. Faccio un esempio: sono mamma di una 20enne che ogni tanto arriva con qualche problemino femminile oppure con il semplice desiderio di confrontarsi tra donne. Spesso a me fa confidenze che al padre non farebbe mai solo per pudore.

Ho visto che hai applaudito dopo la testimonianza dei due genitori di famiglie arcibaoleno: come mai? Che sensazioni ti hanno trasmesso?
Ho applaudito per l’emozione e l’amore che esternavano i loro sguardi e le loro parole. È stato molto toccante. Inoltre ho avuto la possibilità di ascoltare un altro punto di vista. Non mi reputo assolutamente una persona ottusa quindi la loro testimonianza potrebbe servirmi in futuro.

Cosa ne pensi dei seguenti commenti fatti da due esponenti politici di destra:
Santino Bozza “I gay sono malati, se li vedo baciarsi sputo per terra”; e Bonanno “Macchè registro! Schediamoli e regaliamogli una banana o un’ insalata di finocchio”.
Se qualcuno è convinto che gli omosessuali siano malati…. evidentemente non conoscono le vere malattie!!!!! Qualcun altro sputa per terra vedendo due persone dello stesso sesso che si baciano? La cosa mi fa incazzare! Ma consiglio di non farsi il fegato amaro per gente ignorante quindi direi che sarebbe il caso di tirare dritto e andare avanti per la vostra strada ricca di amore e soddisfazioni. Per quanto riguarda l’insalata perché no? Fa bene!!!! Facciamoci una risata per sdrammatizzare!!!!! Detto questo penso che certi politici prima di parlare a vanvera dovrebbero farsi un bel lavaggio interiore di umiltà e magari conoscere e confrontarsi con persone omotranssessuali.

Essendo di destra sei contro Pisapia e la sua giunta. Come hai visto il fatto che abbia dato una visibilità dignitosa alla comunità LGBT milanese?
Bhè devo dire che è l’unica cosa sulla quale mi trovo d’accordo con questa giunta (CI TENGO A RIBADIRLO…. L’UNICA!!!)
Pisapia come Sindaco ha tutto il diritto e dovere di partecipare e dare appoggio a questa comunità non ancora riconosciuta. Inoltre penso che l’abbia fatto per dire “io ci sono! sono con voi”.

Se dovesse passare il ddl Cirinna’ che consiglio daresti alla comunità LGBT italiana: accontentarsi o andare avanti?
Sono del parere che lottare a volte sia l’unico modo per farsi vedere e sentire per cui… avanti!!!!!!

Intervista a cura di Ivano Cipollaro

Al CRT La giornata di una sognatrice di Copi: intervista al regista

Al CRT di Milano va in scena La giornata di una sognatrice di Copi, regia di Giovanni Battista Storti, coordinamento di Marzia Loriga. Dopo aver intervistato la protagonista principale, Lorena Nocera, che impersonifica Gianna, abbiamo rivolto domande al regista stesso, Giovanni Battista Storti. Un testo “giovanile” anticipa il regista, quello messo in scena, opera che palesa “le attese che ciascuno vive nei confronti del quotidiano”. Storti ci parla del lavoro con gli attori, complesso in quanto il testo ha una connotazione da commedia francese ed è stato particolare “riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese”, della sua formazione, da 35 anni attore, della figura di Copi come scrittore di un testo che risulta essere un “affastellamento di immagini e fantasia, di temi, tale da renderlo interessante”.


Giovanni Battista Storti inziamo a parlare del lavoro di regia sul testo di Copi, La giornata di una sognatrice: come si è svolto, in rapporto anche con l’opera?
Premetto che è un testo che è stato definito da Copi come giovanile, primo tra quelli da lui scritti. Copi ha messo nel testo tutto e un po troppo, creando un affastellamento di immagini e di fantasia, di temi, tanto da renderlo interessante. Il testo risulta essere molto libero perché permette a chi lo tratta di privilegiare ora una via, ora un’altra. Abbiamo lavorato sul testo con fluidità, rispettandolo. Copi ha scritt questo testo negli anni 60 ed è ricondotto a uno stile supposto corrente in quell’epoca, estremista, pop, scontato e pieno di energie per gli attori. La giornata di una sognatrice è una pagina autobiografica scritta in cui tutti noi ci si possa riconoscere: è una giornata di tutti noi, dove sussiste il desiderio di completarla come si vuole e si desidera al fine di sentirsi integri. Gianna, la protagonista, esplicita questo sentimento pienamente, affermando: “non mi fa paura la morte, ma mi spavento quando la giornata si svuota, perché voglio essere integra”. Il testo parla delle attese che ciascuno di noi vive nei confronti del quotidiano.

La giornata di una sognatrice appare anche pieno di simboli, ricordiamo i meloni …
I meloni, cocomeri e meloni, sono simboli tra altri simboli presenti nell’opera. Tra i protagonisti c’è un cocomerario: chi è il cocomerario? Gianna stessa gli chiede se lui sia Dio, e da quanto tempo lo sia. In una breve nota Copi ringrazia il primo registra ad aver messo in scena l’opera, con l’interpretazione di Emanuelle Riva, magnifica attrice che ha lavorato con Resnais nella celebre pellicola Hiroshima mon amour. Nel ringraziamento fa riferimento ad alcune donne di Buenos Aires. Il testo potrebbe essere il ricordo dell’autore di una prostituta di Buenos Aires, mentre il riferimento ai meloni come metafore può risultare un retaggio familiare dell’autore stesso. Risulta difficile da dire, in quanto l’interpretazione non è univoca. Si può leggere nel cocomero, Gianna ne riempie la valigia del figlio, il simbolo di ciò che appartiene, di ciò che è proprio. Per interpretare i simboli occorrerebbe una voce di qualcuno che è stato vicino a Copi, conoscendolo.

Il lavoro con gli attori come si è svolto?
È stata un’impresa non facile perché La giornata di una sognatrice ha un carattere francese come testo e, pensando al cinema francese vediamo una certa differenza tra questo e la commedia italiana, più istrionica. Riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese è stato complesso: è occorsa una ricerca di understatement non italiano

Parliamo della formazione di Giovanni Battista Storti …
Nasco come attore, una mia passione, un mio iter da ormai 35 anni. Quando Marzia Loriga, alcuni miei amici e io sentimmo irrepremibile il desiderio di fare lavori nostri demmo vita a Teatro Alkaest, perché volevamo sperimentare un teatro personale. Esistiamo da trentanni. Abbiamo fatto regie di spettacoli nati con delle comunità di anziani, procedendo per vent’anni con un teatro della terza età. Marzia ha anche lavorato nel carcere. Io ho preso un’auotonomia registica che mi ha portato a fare Le fatiche di Pseudolus al Teatro Ivan Zajc di Fiume, e Il ritorno di Chiara sul ritorno di una superstite dai campi di sterminio nazisti.
Lavoro, ora, a fianco di Franco Branciaroli con la compagnia de Gli incamminati.

Il riscontro del pubblico sullo spettacolo come è stato, come si è espresso?
Lo reputo un aspetto positivo. Copi rosulta avere un tipo di scrittura anarchica, che non significa assolutamente improvvisata, ma, anzi, basata molto sul metodo del colpo di scena surreale e richiede di essere giocata di sera in sera tutta da capo, risultando, cosi, la reazione del pubblico variabile secondo la sua tipologia. Possiamo vedere spettatori divertiti o sorpresi in un contesto, quale il teatro, che è stato un mondo florido, mentre oggi i più giovani non lo conoscono neppure. Abbiamo avuto una reazione positiva, riscontri positivi. A volte si riscopre una forma di poesia che io ho avuto modo di conoscere, ma per i più giovani è inedita. Di Copi si conoscono le opere successive, più inquadrate in uno stile consolidato sia per tema sia per organizzazione: Eva Peron, Il frigorifero. Questo testo, invece, è più labile, ha più sfumature. Si conosce Copi come provocatore e pop, immagini attribuite canonicamente all’autore, mentre questo lavoro presenta un’altra immagine.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

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