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La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Chi era Deborah Lambillotte? Intervista con Paolo Rumi

Il 4 marzo, è caduto il genetliaco di Deborah Lambillotte (4 marzo 1954 – 28 luglio 2016), una figura centrale per le rivendicazioni sociali delle persone transgender. Di origine belga ed ebraica, ha fondato in Italia Arcitrans (1998) ed è stata la prima socia transgender del circolo Arcilesbica Zami di Milano. Per approfondire la sua figura, abbiamo deciso di parlarne con un suo grande amico, il copywriter e direttore creativo Paolo Rumi.

1. In che occasione hai conosciuto Deborah?
Potrei dire di essere stato un amico di famiglia. Ho conosciuto Debbie quand’era ancora Philippe, ossia un uomo felicemente sposato. Era amica di alcuni tra i miei migliori amici e fu proprio una serata con loro in discoteca, la Nuova Idea, a far scattare in lei la decisione di non nascondersi più e far partire il percorso che portò poi alla riassegnazione di genere. Vide –ancora da uomo- che non era l’unica a vivere quella realtà e avere quel problema!
Devo dire però che non mi fece immediatamente effetto in quel periodo, forse perché avvertivo un dissidio o qualcosa che “non funzionava” in lei.
Fui piuttosto a far colpo su lei e, per la chimica che si sviluppa tra esseri umani, fu lei a scegliere poi me e il mio compagno come sparring partner e amici di fiducia durante tutto il suo periodo di transizione.
Questo fu per noi un onore e siamo diventati amici di famiglia, anzi: la sua famiglia.
Vengo da una generazione che ha fatto propri i temi della liberazione sessuale e, oltre ad un compagno stabile da 30 anni, avere amiche intime lesbiche o addirittura una donna trans era uno dei desideri più grandi della mia vita. Realizzato grazie alla mitica Deborah.

2. Come mai lei teneva tanto a sottolineare le proprie origini ebraiche?

Credo fosse tutt’uno col suo carattere inclusivo, con la carica di energia e l’interesse a porsi domande nella vita tipico della cultura ebraica, specie se progressista (l’interpretazione critica è un’attitudine fondamentale di quella cultura). Prima di conoscere sua moglie, Deborah visse anche in Israele, lavorando in un kibbutz. Del resto, Deborah non sottolineava solo le origini ebraiche, ma tutta la parte di sé che aveva a che vedere con l’intelligenza e l’analisi della realtà in modo problematico e pragmatico.
Ad esempio, teneva sempre a sottolineare come lei non fosse “di sinistra”, bensì liberale, ossia di destra e progressista insieme, concetto e posizione poco comprensibili per la mentalità italiana, dove la destra politica o la fede religiosa coincidono con oscurantismo.
A proposito del suo essere ebrea, c’è un interessante aneddoto. Quando andò in sinagoga, una volta il rabbino le chiese, rivolgendosi a lei come Deborah, come mai da molto tempo la vedesse poco. Lei rispose. “…e dove dovrei mettermi? Sulle scale?” (In sinagoga, i maschi e le femmine sono separati). Con una risata benevola, da quel giorno Deborah poté andare con le donne.
3. Deborah fu un architetto di successo. Si sa che il lavoro è un punto importante (e dolente) nella vita delle persone transgender. Spesso, non trovando accettazione sociale, le donne mtf si danno alla prostituzione, dove sono trattate con particolare disprezzo da clienti e compagni. (Di questo tratta anche il romanzo autobiografico di Monica Romano, Trans. Storie di ragazze XY, uscito per i tipi di Mursia). Deborah dovette affrontare particolari difficoltà, per mantenere la professione “diurna” in cui eccelleva? Dedicarsi a un lavoro altamente qualificato e lontano dal marciapiede fu anche una rivendicazione sociale, per lei?

Deborah sapeva fare molte cose. È stata anche cuoco –per esempio- e mi ha insegnato piccole accortezze nordiche in cucina. Le sue cene del Sabato Sera a casa sua, prima di andare alla Nuova Idea nel periodo di transizione, sono indimenticabili.
Deborah, però, ha avuto seri problemi con il lavoro a seguito della sua decisione. quando iniziò il percorso con cure e trattamento ormonale (in età decisamente avanzata, 46 anni!). Dai suoi soci in uno studio grafico e di servizi per l’editoria, ebbe garanzia che nulla sarebbe cambiato.
Al contrario, quando tornò, le fu impedito di proseguire il contatto diretto con i clienti finali, con la scusa che si sarebbero imbarazzati a vedere un cambiamento così rilevante “a mezza strada”. Questo la spinse a lasciare il lavoro, addolorata e umiliata. In quel momento critico, l’abbiamo aiutata un po’ noi amici e in seguito, tornata in Belgio, la famiglia.
Poté così provvedere alla sua vita diversamente, ricoprendo anche ruoli pubblici di responsabilità notevole (CoPresidente dell’ILGA).

4. Donna transgender e lesbica, un tempo ammogliata. Ecco un altro tratto della personalità di Deborah che esce dallo stereotipo della “trans”. E da quello della lesbica, anche. Quanto dovette lottare per far riconoscere la propria singolarità, non solo nella società, ma nel mondo dell’attivismo?


È stato difficile, eccome! Sentimentalmente, nel primo periodo, Deborah tentò anche relazioni con uomini, provando poi delusione per l’incapacità maschile di andare oltre l’aspetto strettamente sessuale.
Sul piano pubblico, atteggiamenti d’incomprensione o mancanza di stima non mancarono certamente. Ma Deborah riuscì a superarli e dribblarli con la sua grande preparazione, la sua cultura e quel senso profondo di umanità che la distingueva.
5. Fu la prima socia transgender di Arcilesbica Zami di Milano: questo si ricollega alla domanda precedente. A volte, le donne lesbiche faticano ad accettare le mtf come “alcune di loro”, per via di quel cromosoma Y. Una matura donna transgender con cui ho interagito mi ha detto, testualmente: “Siccome non ho la vagina, le lesbiche non mi vogliono nemmeno conoscere” (a scopo di appuntamento galante). Anche Deborah incontrò questo tipo di barriera?
Anche le donne lesbiche la rifiutarono e questo diventò per lei uno specifico punto distintivo di battaglia. Una volta, fu rifiutata a me e al mio compagno l’entrata ad un circolo lesbico (il Recycle, se ricordo bene), in occasione della presentazione di un libro di Maria Nadotti. Bene, lei e Maria ci difesero e avrebbero fatto saltare la presentazione, se non avessero permesso a noi uomini “aperti” di partecipare.
In compenso, ricordo Deborah ballare il valzer nella sala del ballo liscio della Nuova Idea con la mia amica Rosamaria, che la trovò bravissima nel ballo.
 6. La Lambillotte volle mantenere il grado che le era stato riconosciuto nell’esercito belga, anche dopo la rettifica di nome e genere sui documenti. Insomma, rifiutò di estraniarsi dalla società e volle che i suoi meriti fossero riconosciuti in tutti i campi in cui li aveva guadagnati. Cosa può dire il suo esempio alle persone queer tentate di isolarsi da una società nei cui schemi non si riconoscono? E alle donne? Ricordiamo che la carriera militare è stata uno dei campi più refrattari all’inclusione del genere femminile…

Credo che Deborah abbia insegnato molto a tutti. Fu anche Presidente di ArciGay in un periodo molto litigioso e burrascoso per quell’associazione, fungendo così da paciere e aiutando posizioni e comportamenti più moderati e invitando a stemperare ire e atteggiamenti polemici inutili, chissà… Forse, proprio grazie a quel suo passato militare.
Mi ricordo anche di un altro particolare legato alla sua natura battagliera.  Come Presidente di ArciGay, o semplicemente per andare a ballare, una sera le fu vietato l’ingresso alla discoteca One Way, in quanto “donna”. Questo la offese o, meglio, la fece imbufalire.
Qualche mese dopo, quando la Polizia fece irruzione a metà della notte al One Way –allora circolo Arci- e sorprese uomini nel corso di rapporti sessuali, la chiamarono subito. e lei rispose gelida: «Me ne occuperò domani mattina».
Deborah aveva una luce interiore fortissima, dedicata al rispetto di sé e degli altri. Ha insegnato anche a me ad essere me stesso e a “vedermi” in modo corretto. Imparare a distinguere, in me e negli altr*, tra sesso, genere e orientamento è stato il regalo più grande che mi ha fatto. 

7. Ai tempi in cui Deborah era giovane, il suo modo di vivere la condizione di transgender era tutt’altro che scontato. Come riuscì a rifiutare di nascondersi? E oggi le cose sono più facili, per le mtf che vogliono vivere “di giorno”?

Quand’ho conosciuto Deborah, era apparentemente uomo, come ti dicevo prima. La cosa più bella ed affascinante è stato seguire tutto il cambiamento –fisico e di carattere- avvenuto in lei. Aveva una particolarità assoluta come donna: già per imponenza e presenza non passava certo inosservata. Se a questo si univano, poi, il suo senso dello humour pragmatico e dissacratorio e la sua umanità determinata ad abbattere ingiustizie e barriere, il risultato era insuperabile: la mia amata Deborah.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio, il Circolo TBGL “Harvey Milk ” ospiterà l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno: la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali). 

Il presidente Nathan Bonnì si è incaricato di intervistare la dott.ssa Ribali, per conoscerla un poco in precedenza.

Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi…

 

… Continua su Progetto GenderQueer.

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Intervista a Mariano Lamberti, autore di “Una coppia perfetta”

Il 27 gennaio 2017, presso la sede dell’associazione “Il Guado” (Via Soperga 36, 20100 Milano), il circolo TBGL “Harvey Milk” terrà la presentazione del romanzo Una coppia perfetta. L’amore ai tempi di Grindr, a firma di Mariano Lamberti (goWare Edizioni, collana “Pesci Rossi”). L’evento era stato fortissimamente voluto da Alessandro Rizzo, amato e compianto vicepresidente del “Milk”. È stato mantenuto nella data prevista, proprio per onorare la memoria del caro amico.

Nel frattempo, Lamberti ha accettato di scambiare alcune parole con noi, per farci conoscere meglio la propria opera.

1) Tu sei prevalentemente sceneggiatore (televisivo e cinematografico) e versificatore. Com’è stato il passaggio al genere del romanzo?

Il mio primo romanzo è nato quasi da solo, in maniera molto spontanea. Costruire storie, plot per il cinema ti allena a far quadrare tutto quando scrivi e fare il versificatore ti permette di avere la pazienza che l’ispirazione arrivi…  quindi, le due cose mi sono senz’altro servite.

2) Al centro di Una coppia perfetta, c’è il mondo dei siti d’incontri. Personalmente, il tuo impatto con questo universo è positivo o negativo? La tua è una polemica verso l’ “amore” via web?

Credo che gli incontri sul Web  ti  permettano di contattare un numero enorme di persone e creare una rete di amicizie e di contatti impensabile fino a poco tempo fa: questo credo sia una cosa positiva. Dall’altro lato (quello che è forse l’aspetto critico) c’è la facilità con cui si crea una conoscenza, un’intimità che non ha il tempo di crescere, per la velocità con cui si consuma un rapporto sessuale.

3) Tra fiction e documentari, l’amore è sempre stato al centro del tuo lavoro. In che modo il tuo romanzo ha beneficiato della tua esperienza, come indagatore dei sentimenti?

Effettivamente, credo che il centro dei miei interessi come comunicatore (regista e scrittore) siano in qualche modo i  sentimenti, non idealizzati o filtrati, ma scarnificati, messi a nudo nella loro difficoltà ad essere vissuti. Credo che il campo delle relazioni sia il  più difficile da affrontare per l’essere umano, ma anche il più fertile in cui far crescere la propria umanità.

4) Online, i riassunti del tuo romanzo sottolineano il contrasto fra ciò che di protagonisti dicono del proprio rapporto e ciò che ne dicono gli psicologi. Oltre al tuo suddetto lavoro come sceneggiatore, cosa ha fatto maturare la tua cultura in campo psicologico?

Non ho fatto studi specifici di psicologia! Ovviamente, come tanti di noi, sono stato in analisi, ma credo che la mia sia più un’ indagine sulla natura umana nella sua dimensione concreta e impalpabile. Se, poi, qualcuno ravvisa qualche fondamento psicanalitico nello svolgimento delle psicologie dei personaggi, ben venga.

5) Una coppia perfetta è una storia di bugie su se stessi. Quanto pensi che incida la menzogna nel funzionamento di una storia sentimentale?

La menzogna, anche involontaria, quella che ci raccontiamo quotidianamente anche  all’interno della coppia, ha  preso il sopravvento nella nostra vita abituale. E non parlo solo di bugie banali, dette per coprire un’infedeltà coniugale,  ma del negare a noi stessi, del rimuovere le  situazioni scomode della nostra complessa vita sessuale, della  paura dell’intimità, del non-ascolto dei propri bisogni. Ecco, credo che queste siano le moderne bugie del nostro vivere.

6) Per il tuo romanzo, hai scelto di rappresentare una coppia gay. C’è una motivazione specifica per questa scelta? Al posto di Marco e Alex, avresti potuto mettere una coppia etero? O una coppia con  almeno un membro gender not conforming?

Nel romanzo, ho cercato di fare una lucida disamina dei rapporti di potere che si creano all’interno delle coppie, siano esse omosessuali, eterosessuali o altro. Credo che siano meccanismi universali degli esseri umani, non specifici di un modello.

7) Relazioni e social network: fino a che punto il web è una ricchezza? O, secondo te, ha soprattutto inaridito i rapporti umani?

Io credo che il Web sia di per sé  uno strumento neutro. Il resto dipende dallo stato vitale delle persone che ne fanno uso, da come si rapportano al mondo in generale, alle persone. Internet ha  sicuramente accorciato le distanze tra gli essere umani, ma, per qualche verso, ci ha impigriti nella conoscenza reale.

8 ) Una coppia perfetta mostra gli inganni che si nascondono dietro la pretesa “perfezione”. Possiamo dire che la coppia ideale è quella “imperfetta”, fatta anche di difficoltà e screzi? Ed esiste la perfezione, in amore?

Tutto il romanzo è un elogio della coppia imperfetta. La coppia perfetta non esiste; la coppia “perfetta” è quella che si chiude e si barrica dietro le proprie insicurezze per difendersi dalla durezza del mondo.

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Agnese: una donna di destra in piazza per i diritti LGBT, il 23 gennaio scorso


Agnese: come mai una donna di destra ha deciso di lartecipare a una manifestazione a favore dei diritti delle persone omotransessuali?

Buongiorno a tutti! Si sono di destra! E lo sono ancora di più su tematiche che riguardano l’ingiustizia. Ho deciso di scendere in piazza con la comunità lgbt perché sono favorevole ai diritti di tutti gli esseri umani. Le persone omotransessuali sono esseri umani! Per tale motivo meritano diritti che li tutelino in tutto e per tutto.
È giusto che ci sia una legge seria che condanni l’omotransfobia. Trovo abominevole che nel 2016 si facciano violenze fisiche su persone solo perché amano un’altra del loro stesso sesso.
È giusto che anche gli omosessuali abbiano il diritto di assistere la persona che amano in caso di ricovero, di essere informati qual’ ora il/la coniuge si trovi in coma e di prendere eventuali decisioni sulle scelte terapeutiche che i medici hanno messo a disposizione.
Trovo inoltre sacrosanto il diritto all’ eredità in caso di morte di uno dei due in quanto tale eredità non è altro che il frutto di sacrifici che la coppia ha accumulato insieme.
Per tali motivi ho deciso di partecipare e dare un piccolo contributo

Che aria hai respirato? Quali sensazioni ti ha dato questa manifestazione?
L’aria che ho respirato è stata di assoluta tranquillità! Sono stata davvero bene! Mi ha fatto molto piacere provare la sensazione di far parte di un gruppo che, garbatamente, chiede a una nazione intera di ascoltarli. Spero proprio che un domani non ci sia più bisogno di tali manifestazioni e che i diritti per le persone lgbt vengano riconosciuti.

Sei contro l’omofobia, sei favorevole al matrimonio egualitario per le persone omotransessuali, ma sei scettica sulla famiglia omogenitoriale: come mai?
Il discorso figli è molto delicato! Ci sarebbero tante cose da discutere insieme per non essere fraintesi. Ho la certezza che una coppia omosessuale non si discosti per nulla da una coppia etero nel donare amore, affetto, educazione e sicurezza. I miei dubbi nascono da una questione psicologica…a mio avviso ci sono tappe nella vita di un figlio che richiedono l’equilibrio donna-uomo. Faccio un esempio: sono mamma di una 20enne che ogni tanto arriva con qualche problemino femminile oppure con il semplice desiderio di confrontarsi tra donne. Spesso a me fa confidenze che al padre non farebbe mai solo per pudore.

Ho visto che hai applaudito dopo la testimonianza dei due genitori di famiglie arcibaoleno: come mai? Che sensazioni ti hanno trasmesso?
Ho applaudito per l’emozione e l’amore che esternavano i loro sguardi e le loro parole. È stato molto toccante. Inoltre ho avuto la possibilità di ascoltare un altro punto di vista. Non mi reputo assolutamente una persona ottusa quindi la loro testimonianza potrebbe servirmi in futuro.

Cosa ne pensi dei seguenti commenti fatti da due esponenti politici di destra:
Santino Bozza “I gay sono malati, se li vedo baciarsi sputo per terra”; e Bonanno “Macchè registro! Schediamoli e regaliamogli una banana o un’ insalata di finocchio”.
Se qualcuno è convinto che gli omosessuali siano malati…. evidentemente non conoscono le vere malattie!!!!! Qualcun altro sputa per terra vedendo due persone dello stesso sesso che si baciano? La cosa mi fa incazzare! Ma consiglio di non farsi il fegato amaro per gente ignorante quindi direi che sarebbe il caso di tirare dritto e andare avanti per la vostra strada ricca di amore e soddisfazioni. Per quanto riguarda l’insalata perché no? Fa bene!!!! Facciamoci una risata per sdrammatizzare!!!!! Detto questo penso che certi politici prima di parlare a vanvera dovrebbero farsi un bel lavaggio interiore di umiltà e magari conoscere e confrontarsi con persone omotranssessuali.

Essendo di destra sei contro Pisapia e la sua giunta. Come hai visto il fatto che abbia dato una visibilità dignitosa alla comunità LGBT milanese?
Bhè devo dire che è l’unica cosa sulla quale mi trovo d’accordo con questa giunta (CI TENGO A RIBADIRLO…. L’UNICA!!!)
Pisapia come Sindaco ha tutto il diritto e dovere di partecipare e dare appoggio a questa comunità non ancora riconosciuta. Inoltre penso che l’abbia fatto per dire “io ci sono! sono con voi”.

Se dovesse passare il ddl Cirinna’ che consiglio daresti alla comunità LGBT italiana: accontentarsi o andare avanti?
Sono del parere che lottare a volte sia l’unico modo per farsi vedere e sentire per cui… avanti!!!!!!

Intervista a cura di Ivano Cipollaro

Al CRT La giornata di una sognatrice di Copi: intervista al regista

Al CRT di Milano va in scena La giornata di una sognatrice di Copi, regia di Giovanni Battista Storti, coordinamento di Marzia Loriga. Dopo aver intervistato la protagonista principale, Lorena Nocera, che impersonifica Gianna, abbiamo rivolto domande al regista stesso, Giovanni Battista Storti. Un testo “giovanile” anticipa il regista, quello messo in scena, opera che palesa “le attese che ciascuno vive nei confronti del quotidiano”. Storti ci parla del lavoro con gli attori, complesso in quanto il testo ha una connotazione da commedia francese ed è stato particolare “riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese”, della sua formazione, da 35 anni attore, della figura di Copi come scrittore di un testo che risulta essere un “affastellamento di immagini e fantasia, di temi, tale da renderlo interessante”.


Giovanni Battista Storti inziamo a parlare del lavoro di regia sul testo di Copi, La giornata di una sognatrice: come si è svolto, in rapporto anche con l’opera?
Premetto che è un testo che è stato definito da Copi come giovanile, primo tra quelli da lui scritti. Copi ha messo nel testo tutto e un po troppo, creando un affastellamento di immagini e di fantasia, di temi, tanto da renderlo interessante. Il testo risulta essere molto libero perché permette a chi lo tratta di privilegiare ora una via, ora un’altra. Abbiamo lavorato sul testo con fluidità, rispettandolo. Copi ha scritt questo testo negli anni 60 ed è ricondotto a uno stile supposto corrente in quell’epoca, estremista, pop, scontato e pieno di energie per gli attori. La giornata di una sognatrice è una pagina autobiografica scritta in cui tutti noi ci si possa riconoscere: è una giornata di tutti noi, dove sussiste il desiderio di completarla come si vuole e si desidera al fine di sentirsi integri. Gianna, la protagonista, esplicita questo sentimento pienamente, affermando: “non mi fa paura la morte, ma mi spavento quando la giornata si svuota, perché voglio essere integra”. Il testo parla delle attese che ciascuno di noi vive nei confronti del quotidiano.

La giornata di una sognatrice appare anche pieno di simboli, ricordiamo i meloni …
I meloni, cocomeri e meloni, sono simboli tra altri simboli presenti nell’opera. Tra i protagonisti c’è un cocomerario: chi è il cocomerario? Gianna stessa gli chiede se lui sia Dio, e da quanto tempo lo sia. In una breve nota Copi ringrazia il primo registra ad aver messo in scena l’opera, con l’interpretazione di Emanuelle Riva, magnifica attrice che ha lavorato con Resnais nella celebre pellicola Hiroshima mon amour. Nel ringraziamento fa riferimento ad alcune donne di Buenos Aires. Il testo potrebbe essere il ricordo dell’autore di una prostituta di Buenos Aires, mentre il riferimento ai meloni come metafore può risultare un retaggio familiare dell’autore stesso. Risulta difficile da dire, in quanto l’interpretazione non è univoca. Si può leggere nel cocomero, Gianna ne riempie la valigia del figlio, il simbolo di ciò che appartiene, di ciò che è proprio. Per interpretare i simboli occorrerebbe una voce di qualcuno che è stato vicino a Copi, conoscendolo.

Il lavoro con gli attori come si è svolto?
È stata un’impresa non facile perché La giornata di una sognatrice ha un carattere francese come testo e, pensando al cinema francese vediamo una certa differenza tra questo e la commedia italiana, più istrionica. Riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese è stato complesso: è occorsa una ricerca di understatement non italiano

Parliamo della formazione di Giovanni Battista Storti …
Nasco come attore, una mia passione, un mio iter da ormai 35 anni. Quando Marzia Loriga, alcuni miei amici e io sentimmo irrepremibile il desiderio di fare lavori nostri demmo vita a Teatro Alkaest, perché volevamo sperimentare un teatro personale. Esistiamo da trentanni. Abbiamo fatto regie di spettacoli nati con delle comunità di anziani, procedendo per vent’anni con un teatro della terza età. Marzia ha anche lavorato nel carcere. Io ho preso un’auotonomia registica che mi ha portato a fare Le fatiche di Pseudolus al Teatro Ivan Zajc di Fiume, e Il ritorno di Chiara sul ritorno di una superstite dai campi di sterminio nazisti.
Lavoro, ora, a fianco di Franco Branciaroli con la compagnia de Gli incamminati.

Il riscontro del pubblico sullo spettacolo come è stato, come si è espresso?
Lo reputo un aspetto positivo. Copi rosulta avere un tipo di scrittura anarchica, che non significa assolutamente improvvisata, ma, anzi, basata molto sul metodo del colpo di scena surreale e richiede di essere giocata di sera in sera tutta da capo, risultando, cosi, la reazione del pubblico variabile secondo la sua tipologia. Possiamo vedere spettatori divertiti o sorpresi in un contesto, quale il teatro, che è stato un mondo florido, mentre oggi i più giovani non lo conoscono neppure. Abbiamo avuto una reazione positiva, riscontri positivi. A volte si riscopre una forma di poesia che io ho avuto modo di conoscere, ma per i più giovani è inedita. Di Copi si conoscono le opere successive, più inquadrate in uno stile consolidato sia per tema sia per organizzazione: Eva Peron, Il frigorifero. Questo testo, invece, è più labile, ha più sfumature. Si conosce Copi come provocatore e pop, immagini attribuite canonicamente all’autore, mentre questo lavoro presenta un’altra immagine.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

La giornata di una sognatrice di Copi al CRT di Milano: inter ista a Lorena Nocera

È in scena fino a domenica 6 dicembre al CRT di Milano, La giornata di una sognatrice, testo del celeberrimo autore argentino Copi, progetto teatrale ideato da Lorena Nocera con la regia di Giovanni Battista Storti, sotto coordinamento di Marzia Loriga. Ritorna in pieno vigore lo stile di un autore che ha da sempre giocato su situazioni fintamente normali, quotidiane, qui la giornata di Gianna, una casalinga, ma che, poi, hanno un risvolto parossistico, impensabile, surreale, possiamo dire. La portata allegorica di simboli, in questo caso il melone, segno di prosperità e di ricchezza, e l’intersecarsi di un intreccio che vede sogni, aspirazioni e desideri che creano una tensione tutta drammaturgica nel cercare e ricercare una loro soddisfazione attraverso l’incontro di personaggi inattesi, avvenimenti improbabili, eventi che non avrebbero mai potuti essere sospettati, sono gli elementi portanti dell’opera. Abbiamo intervistato Lorena Nocera, che impersonifica il personaggio principale dell’opera, Gianna, a fianco di attori del calibro di Alberto Guerra, Marco Pepe, Fabrizio Rocchi e Ludmila Ryba.


Lorena, quale è la tua formazione teatrale?
Mi sono diplomata con Marina Spreafico alla Scuola di Teatro all’Arsenale di Milano, dove si segue il metodo di Jacques Lecoq, un mimo, oltre attore, francese vissuto nella metà del Novecento. Il metodo seguito dalla scuola era basato sulla reinterpretazione del mimo. Appena finita la scuola iniziai a fare qualcosa di mio: ho conosciuto, cosi, in un’occasione, Marzia Loriga che era in giuria, una delle migliori attrici italiane di canto. Ho avuto, pertanto, la fortuna di lavorare con questo gruppo di ottimi attori italiani di canto, Teatr Cricot 2, che ha girato il mondo.

Lorena e Copi: quale rapporto si determina e si è determinato tra te e l’autore?
Si è affermato un rapporto di affetto e di sintonia su molte cose che Copi dice e che noto essere dentro di me. Nel 2006 ho visto una versione condotta da Virginio Liberti, regista brasiliano, di un testo di Copi: “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”. È stata la prima volta che ho avuto la sensazione di vedere un autore che mi desse la pienezza della vita in tutti i propri alti e bassi: quando si è felici si è euforici, quando si è tristi si è disperati. Ci sono dei grandi sali e scendi di emozioni e, in questo aspetto, mi sono ritrovata. Un altro aspetto da sottolineare è che Copi ha interpretato il melodramma in modo intelligente e colto, seppure rimanga una versione popolare. Questo testo è poco frequentato e non è mai stato messo in scena se non dalla sottoscritta sotto la regia di Giuseppe Isgro’. Nelle opere prime degli autori c’è già dentro, percepibile, uno sviluppo proprio non formalizzato. Lo sviluppo in questo testo vede un’espressione più profonda, senza la formalizzazione del grottesco, tipica del filone gay, di cui, ai tempi, c’era bisogno. Oggi tutto questo è gia accolto dal pensiero comune, e, pertanto, mi interessava il mondo poetico espresso dall’autore. Il pubblico dice che la rappresentazione dell’opera sia insolita rispetto allo stile di Copi, in quanto non c’è un’estetica pop eccessiva, che viene associata all’autore stesso. Semplicemente occorre dire che in questo contesto, nello spettacolo messo in scena al CRT, non sussiste questo tema. In scena, poi, siamo tutti attori dell’Arsenale, e abbiamo una cantrice cantoriana, Ludmyla.

Qual è il significato del testo oggi?
Mi piace dire ciò che riferiva l’autore, usandolo, naturalmente, per parlare di noi stessi. Questo testo mi ha insegnato molto il rispetto della parola dell’autore prima di una sua interpretazione personale.
Si tratta della giornata fantastica della vita di una donna, dice Copi. Gianna, la protagonista, che io rappresento, si sveglia e riceve una visita di postini che devono recapitarle delle lettere. Qui inizia l’assurdo. A mezzogiorno Gianna si sposa con un uccello, transitano diverse visite, tra cui quella di un venditore di cocomeri, figura beckettiana che dovrebbe essere vista come persona che dovrebbe portare delle risposte, mentre al pomeriggio il proprio figlio, cresciuto in mezza giornata, si organizza per andarsene via di casa. Il cocomero è bello come elemento, in questo si trova tutta quella tensione latino americana per il simbolo. Gianna, quando saluta il figlio che se ne va, gli da come bagaglio per la vita una valigia piena di cocomeri, simbolo di prosperità e di pienezza.

Come si è sviluppato il rapporto con gli altri attori?
Siamo tutte persone che ci conosciamo reciprocamente e da tempo, avendo fatto cose insieme, esiste tra di noi un legame di amicizia. Io tendo, poi, a essere chiamata in generale, per fare un lavoro che non è solo un lavoro, ma è una scelta profonda, a recitare al fianco di persone a cui voglio molto bene. Nel lavoro si tiene conto di chi interpreta una cosa, senza chiedergli di fare la marionetta e, pertanto, occorre lavorare insieme per creare il personaggio.

Parliamo, quindi, ora di Lorena e il suo rapporto con il personaggio, Gianna …
Non ho lavorato sulla caratterizzazione del personaggio. Ho lavorato, e sto lavorando ancora, sul terreno comune che esiste fra me e lei: in questo punto il teatro diventa interessante, ossia quando la vita dell’attore incrocia quella del personaggio. Lei ha il disperato desiderio di incontrare l’altro, un amante, il figlio, un amico o una persona a cui deve dare delle risposte. Poi risalta il tema della memoria, mia personale che si vede nel ricordo della casa in cui sono nata, di quel giardino sul lago. In tutto questo sussiste un desiderio di condivisione con l’altro. Ci sono, poi, elementi come quelli della tradizione, della famiglia, del giusto e dell’ingiusto in diversi punti: Gianna è un personaggio semplice, molto semplice. Fa il bucato, svolge mansioni qiotidiane. Ma il bello è che tutti possiamo essere semplici cosi come lei e credo che in questo essere parte di tutti ci sia la componente che con mio piacere evidenzia il modo attraverso cui abbiamo lavorato, rendendo lo spettacolo, il teatro dell’assurdo risulta spesso difficile come comprensione del testo, non basato sulla stranezza, ma sulla possibilità di essere teatro per tutti. La gente non può più vedere cose che siano specifiche per addetti ai lavori. La gente comune non va a teatro e chi fa teatro lo fa solo per persone che abbiano quel bagaglio utile per poterne usufruire. Questo può risultare un pregio per la ricerca, ma non deve tagliare fuori chi passa a teatro e voglia andare a vedere qualcosa. Abbiamo fatto una replica all’Elfo.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

Massoneria Rainbow – parte III – Intervista ad Enrico Proserpio

Il filone “Milk e Spiritualità”, del progetto cultura del Milk, continua con l’incontro che parla di massoneria e GLBT.
Il nostro ciclo di interviste ai relatori dell’evento “Massoneria Rainbow”, che si terrà Sabato 9 Maggio alle 18.00 alla sede di Via Don Minzoni 129 Sesto San Giovanni, conclude con quella ad Enrico Proserpio, esotericamente Emanuele Balsamo, bisessuale e socio dell’associazione Harvey Milk, nonchè massone, autore esoterico tramite il blog esoterico “Emanuele Balsamo” e autore de “Il Ramo D’Acacia” .
Ogni relatore si occuperà di un aspetto. Mentre  Diego Sardone ci ha parlato di cos’è e cosa non è la massoneria, e Denise Farinato della storia delle Donne in Massoneria, Enrico Proserpio ci parlerà del rapporto tra Massoneria e GLBT.

Intervista ad Enrico

Enrico Proserpio, Massone e persona glbt. Come sono viste le persone glbt nelle Logge? Abbiamo visto che le donne sono sempre più accettate e incluse nella Massoneria. Vale lo stesso per le persone glbt?

Il problema delle donne in Massoneria è sicuramente importantissimo e apre le porte a molte considerazioni. Ciò nonostante non scardina necessariamente quel canone binario tipico della società occidentale che incasella uomini e donne in ruoli predefiniti e rigidi. Al contrario le tematiche glbt infiammano spesso gli animi e scatenano reazioni anche forti. Il fatto è che lo schema binario della nostra cultura, schema rigido ed estremamente semplicistico, non può accogliere quegli elementi “terzi” che non si incastrano nei suoi canoni. La persona glbt è, per chi vive nella “normalità” un “altro”, un elemento diverso che costringe a una riflessione su ciò che si ritiene “normale”, “morale” o, addirittura, “naturale”. Il confronto con le persone glbt costringe a un riesame dei canoni filosofici e morali e, per il Massone in particolar modo, una riformulazione dei significati dei simboli e del percorso spirituale. Questo fatto scatena reazioni non sempre positive e piacevoli. Non è semplice ammettere che ciò che si è ritenuto valido, magari per una vita, non sia altro che un dato culturale, ideologico e non abbia nessun fondamento oggettivo. Insomma, come gli astronomi del papa non vollero, ai tempi di Galileo, guardare nel telescopio, molte persone, oggi, non vogliono confrontarsi con delle realtà che mettono in dubbio i loro assunti. Il Massone dovrebbe essere diverso, dovrebbe mettersi sempre in dubbio e in gioco. Purtroppo non sempre accade, ma credo comunque che la Massoneria abbia in sé delle grandi potenzialità di dialogo e di confronto. Parlo di potenzialità perché ancora la questione delle persone glbt in Loggia non è dibattuta adeguatamente. Ci sono atteggiamenti differenti a riguardo. Da una parte c’è chi adotta un approccio conservatore e a volte omofobo, adducendo scuse di moralità o la solita faccenda del “contro natura” per escludere le persone glbt dalla Massoneria. Dall’altra c’è chi accetta tranquillamente le persone glbt, ma non ritiene necessaria una riflessione sulla questione, ritenuta un affare privato e non una tematica interessante ai fini della ricerca filosofica, etica e spirituale della Massoneria. A onor del vero, va detto che la Massoneria francese ha affrontato la tematica glbt, soprattutto nell’aspetto dell’accettazione delle persone omosessuali. Diverse Obbedienze francesi, tra cui il Grand Orient de France, hanno ampliato alle coppie “pacsate”, sia etero che omosessuali, il “riconoscimento del matrimonio”, un’usanza massonica con cui si riconosce il matrimonio di un Fratello o una Sorella in modo ufficiale, anche prima che lo stato francese approvasse il matrimonio per le coppie omosessuali. In Francia esiste anche una “fraternelle”, un’associazione per Massoni che si occupa di cose “profane”, di Fratelli e Sorelle glbt: gli Enfants de Cambacérès.

Mi sembra comunque che la realtà massonica sia promettente per le persone glbt.

Sì, ma bisogna considerare un fattore molto importante. La Massoneria non è un blocco unico, granitico. Al suo interno ci sono diversi orientamenti e diverse correnti, che vivono il percorso massonico in modo molto differente. La Massoneria francese è molto laica e a tratti perfino atea e approfondisce soprattutto l’aspetto etico e sociale della simbologia e della filosofia dell’Ordine. Alcune delle Obbedienze francesi (e non solo) appartenenti a questo filone hanno tolto il riferimento al Grande Architetto dell’Universo (l’Ente Creatore dell’Universo, in una parola, Dio) e hanno sostituito sull’Ara il libro sacro (che in Europa è la Bibbia) con la dichiarazione dei diritti dell’uomo o con gli statuti dell’Obbedienza. È il caso del Droit Humain. Altre Obbedienze sono invece più interessate alla ricerca spirituale ed esoterica. La Massoneria di Rito Egizio soprattutto è molto spiritualista. La tematica glbt deve quindi essere affrontata su livelli differenti e su terreni spesso non facili e scivolosi, come quello della religione e dell’esoterismo. In particolare quest’ultimo è stato sporcato negli ultimi secoli (XIX e, soprattutto, prima metà del XX) da teorie reazionarie e vicine alle destre estreme nazifasciste spacciate come tradizione, ma in realtà del tutto nuove. Di certe idee di stampo razzista, omofobo e totalitario non si trova infatti traccia, nell’esoterismo, prima del XIX secolo. Se dunque le Obbedienze di stampo francese hanno adottato una “politica” interna di accettazione delle persone glbt senza grandi difficoltà, le Obbedienze e le Logge più conservatrici offrono ancora parecchie resistenze, soprattutto nel nostro paese. Va detto che i Massoni, per quanto aderenti a un’Ordine che chiede loro di mettersi in gioco e in discussione, sono comunque figli del loro tempo e della loro società. E l’Italia non si può certo ritenere un paese aperto e rispettoso delle realtà “altre”. Devo dire, a onor del vero, che personalmente non ho mai subito episodi di discriminazione omofobica in Massoneria e conosco diversi Fratelli dichiaratamente omosessuali e anche attivisti nel mondo dell’associazionismo glbt. Ho però saputo di episodi di omofobia, per quanto isolati, e ho sentito spesso ragionamenti discriminatori. Ho saputo di “bussanti”, persone cioè che avevano chiesto di entrare in Massoneria, rifiutati perché omosessuali e ho sentito alcuni Fratelli sostenere che tale scelta è legittima.

Ma da dove vengono queste resistenze? Derivano solo dalla cultura sociale omofoba o hanno radici interne alla Massoneria?

Diciamo che alcuni elementi simbolici e statutari si possono prestare a una interpretazione omofoba, anche se a mio parere si tratta di interpretazioni non corrette e facili da smontare. Tanto per cominciare non ci sono impedimenti a livello statutario. Le Costituzioni di Anderson del 1723, che sono la base degli statuti della Massoneria, ricordano in più punti che per essere Massoni si deve essere persone di buona reputazione e di buoni costumi. Alcuni, intrisi del pregiudizio derivante soprattutto dal conservatorismo religioso, o dallo pseudo-esoterismo delle destre estreme, assumono un atteggiamento moralista e dogmatico, sostenendo che l’essere una persona glbt sarebbe in contrasto con i “buoni costumi” necessari all’accettazione in Massoneria. Si tratta in realtà di una confusione grave tra il concetto iniziatico di “buoni costumi” e la bassa morale, bigotta e pettegola, della società. Proviamo a dimostrarlo. Il primo articolo delle Costituzioni di Anderson così recita:

Un Muratore è tenuto per la sua condizione a obbedire alla legge morale; e se intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono, lasciando loro le loro particolari opinioni; ossia essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore ed onestà, quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere; per cui la Muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti.

Vediamo che la Massoneria, fin dalla sua nascita, non impone a nessuno una particolare religione o visione spirituale. Ora, considerato che proprio dalla religione derivano gran parte dei dettami morali e di costume della società, non possiamo che pensare che anche questi dettami siano relativi e che la Massoneria non debba e non possa imporli ai Fratelli, né debba o possa negare l’Iniziazione a un bussante sulla base di questi. Cosa significa quindi “di buoni costumi”? Se scremiamo la morale dai tratti religiosi e particolari (propri cioè di una singola cultura) restano quei divieti e quelle norme basate su un reale e oggettivo danno agli altri. Norme come “non uccidere” o “non rubare” sono accettabili in modo oggettivo da un’Istituzione che, come la Massoneria, vuole perseguire il perfezionamento e il bene dell’Umanità. Ma ciò che non arreca danno reale e oggettivo agli altri non può essere ritenuto oggetto di divieto o di esclusione. La Massoneria non prevede che i Fratelli decidano l’ammissione di un bussante in base al loro arbitrio e alle loro simpatie ideologiche. L’eventuale voto negativo deve essere giustificato sulla base di quelle “colpe” previste dagli statuti e dalle Costituzioni, tutte colpe di natura grave e, come si diceva, oggettive. Il voto negativo basato su pregiudizi o simpatie ideologiche e non suffragato dalle colpe previste è, quello sì, una colpa grave che potrebbe costare al Fratello l’espulsione dalla Loggia. Questo fatto, che dovrebbe essere scontato e ovvio, viene purtroppo sottovalutato e ignorato. Mi è capitato di sentire dei Massoni sostenere che la non accettazione di un bussante per ragioni di “simpatia” sia lecita. Se una persona, per esempio, risultasse avere una formazione molto differente da quella dei membri della Loggia o fosse “diverso” per ragioni sociali, sessuali, culturali, religiose, la Loggia, a parere di certuni, potrebbe legittimamente negare l’Iniziazione perché un elemento diverso potrebbe risultare “dissonante” e rovinare l’armonia della Loggia. La scusa dell’armonia è oggi molto diffusa tra coloro che vorrebbero escludere i “diversi” e imporre una certa visione alla Massoneria. Purtroppo per loro questa scusa non è prevista dalle norme massoniche e non è quindi valida. Anzi, credo sia un ragionamento davvero contrario alla natura della Massoneria che della diversità tra i Fratelli fa un punto di forza. Non è infatti l’armonia e la tranquillità che la Massoneria ricerca, ma il perfezionamento interiore. E questo può avvenire solo tramite la messa in discussione delle proprie idee e perfino della propria identità. E questo non è certo possibile escludendo chi differisce dalla nostra visione. Anzi, queste persone dovrebbero essere accolte come una buona occasione di confronto e di apprendimento. Del resto l’ultimo periodo dell’articolo delle Costituzioni di Anderson che abbiamo citato dice chiaramente che la Massoneria deve essere punto di incontro tra persone altrimenti distanti. E come può esserlo se ci si dedica più al quieto vivere della Loggia che allo scopo vero della stessa, ovvero al perfezionamento umano? Il perfezionamento passa anche dalla disarmonia, dallo scontro con i propri pregiudizi e le proprie idee preconcette. Non si può pensare di ottenerlo stando in un piccolo mondo artificiosamente tenuto tranquillo. Questa idea della conservazione dell’armonia di Loggia anche con l’esclusione dei diversi, rischia di creare un distacco dalla realtà, un’oasi dove i problemi non esistono e tutti la pensano allo stesso modo. Ma questo non è lo scopo della Massoneria. Se una persona vuole questo non faccia Massoneria.

Quindi non ci sono, da quel che dici, ostacoli “burocratici” all’entrata in Massoneria delle persone glbt. Ma perché la Massoneria dovrebbe discutere le tematiche glbt? Non sono cose esterne, private?

Non lo sono. L’orientamento sessuale e l’identità di genere non sono semplici questioni private. Sono elementi fondanti della personalità e hanno una ripercussione sulla vita comunitaria e relazionale della persona. Un esempio banale: la Massoneria organizza anche eventi dove sono invitati i coniugi dei Fratelli e delle Sorelle. In quelle occasioni l’omosessualità eventuale di un Massone diviene palese e potrebbe scontrarsi col pregiudizio degli altri. Ancor più evidente è la rilevanza sociale dell’identità di genere. Essere uomo o donna, infatti, non coinvolge solamente la nostra sfera privata, ma anche, e forse soprattutto, la sfera pubblica e relazionale della persona. Non servono studi approfonditi e grandi teorie filosofiche per accorgersi del diverso trattamento che la società riserva agli uomini e alle donne. E la visione che si ha della “maschilità” e della “femminilità” influenza profondamente anche il modo di vivere il percorso massonico e spirituale. Un esempio classico è l’interpretazione del sole e della luna come simboli dell’uomo e della donna. L’uomo sarebbe solare mentre la donna lunare. A mio parere questa interpretazione è scorretta. Tanto per cominciare dobbiamo notare che questa corrispondenza non è un dato universale, ma tipico della nostra cultura. Se usciamo dai nostri confini troviamo differenti interpretazioni. Nella religione shintoista la divinità solare è femminile (la dea Amaterasu) e non maschile. Anche nell’antico Egitto, assai caro a molti esoteristi e Massoni, c’erano diverse divinità solari femminili. Basti ricordare Bastet e Sekhmet. Ma la cosa più eclatante è che sole e luna non sono gli unici luminari rappresentati nel Tempio massonico. Insieme a questi, infatti, c’è il Delta, ovvero un triangolo rappresentante il Divino. È solo considerando i tre simboli insieme che si può coglierne il vero senso. Il Delta simboleggia lo spirito, ovvero la parte divina, nobile dell’essere umano. Il sole rappresenta l’anima, cioè la parte “energetica” e la luna simboleggia il corpo materiale, grezzo, pesante, reso vivo solo dallo spirito e dall’anima, come la luna viene illuminata dal sole. Questo simbolismo deriva dalla filosofia ermetica e alchemica a cui tanto deve la Massoneria. Il binarismo di genere della nostra cultura è riuscito a trasformare una triade in una diade, ignorando uno degli elementi e alterandone completamente il senso. Vedere poi come la visione “lunare” della donna, visione maschilista che vuole la donna come persona che vive della luce riflessa dell’uomo, sia difesa a spada tratta da moltissime donne ci fa comprendere come ormai il maschilismo e il binarismo siano profondamente radicati. In un simile contesto l’omosessualità dà fastidio e la transessualità ancor di più. Entrambe infatti possono essere viste come prevaricazioni del giusto corso delle cose, come “contro natura” per usare un termine religioso assai noto. Con questo non voglio dire che la Massoneria sia omo-transfobica o che simili idee siano diffuse tra i Massoni. Il passo che porta da idee dualiste in ambito spirituale all’essere omofobi o transfobi non è automatico. Esiste però il rischio che accada. Inoltre è ormai ovvio che una narrazione simbolica binaria non è in grado di descrivere la realtà. Per questo è necessario che certe tematiche escano dall’ombra delle camere da letto e vengano affrontate alla luce del sole e discusse. È una necessità per tutti. Per le persone glbt, perché non si può vivere un percorso di perfezionamento nascondendo una parte di sé, e per le persone non glbt, perché l’incontro con l’altro non può che far progredire. Il fatto che i ruoli di genere siano ritenuti “normali” e siano ormai abitudine per la gran parte delle persone non significa che non siano anch’essi ideologici. E come tali costituiscono una gabbia per le persone che costringe uomini e donne in canoni predefiniti. In molti casi, soprattutto per gli uomini che hanno un ruolo dominante, si tratta di una gabbia con le sbarre dorate, una bella gabbia accogliente che dà l’illusione di essere giusta e felice e ciò induce chi ci sta dentro a rifiutare anche solo l’ipotesi di uscirne. Ciò nonostante liberarsi di queste limitazioni non può che essere un vantaggio. Per questo la presenza di persone glbt nelle Logge è un’occasione di perfezionamento per tutti.

Mi pare di aver capito che la presenza di persone diverse nelle Logge sia un’occasione perché tramite il confronto si può crescere e perfezionare se stessi. Ma perché l’identità glbt dovrebbe essere un’occasione migliore delle altre?

Non dico che sia una tematica più importante delle altre o un’alterità, per così dire, migliore delle altre. Le persone glbt sono però portatrici di una identità che ha un impatto maggiore di altre poiché ha un’aura di “indecenza” che altre identità non hanno. L’omosessualità, la bisessualità, la transessualità sono al di fuori dei canoni della morale tradizionale. Anche per questo spesso le si vuole rinchiudere nella sfera privata. Ma proprio ciò che ci scandalizza e ci urta può essere una leva molto forte per scardinare i nostri pregiudizi e i nostri difetti. Come si suol dire, lo scandalo sta nell’occhio di chi guarda. Questa frase è molto più di una frase fatta. La presenza del diverso ci mette davanti all’inconsistenza o alla relatività delle nostre idee e una alterità come quella glbt, che va a toccare aspetti fondanti della vita sociale come la sessualità, la famiglia, la genitorialità lo fa in modo particolare. Immaginate un uomo eterosessuale, che non ha mai messo in dubbio i canoni della sua virilità ritenendoli scontati e “naturali”, che si trova a confronto con una persona transessuale o transgender! Proprio riguardo questo punto vorrei prendere in prestito un metodo dalla teologia cristiana e precisamente da alcune correnti teologiche di confine, derivanti dalla teologia della liberazione: il metodo del queering.

Il queering? Di cosa si tratta?

Queering è un neologismo derivante dall’aggettivo inglese queer che letteralmente significa “strano”. Questo aggettivo è da sempre usato in modo spregiativo per indicare le persone glbt. Il movimento per i diritti si è però appropriato di questo termine, trasformando un insulto in una rivendicazione identitaria.

Il queering consiste nel cercare di rielaborare e reinterpretare la teologia, la religione e le scritture dal punto di vista delle persone queer. Potremmo applicare questo metodo anche alla Massoneria e cercare di comprendere i nostri limiti ampliando l’angolo della nostra visuale o, per dirla massonicamente, allargando l’angolo del nostro compasso. Una delle grandi teoriche della visione queer della teologia fu Marcella Althaus-Reid (morta prematuramente nel 2009), autrice di diversi trattati tra cui “Il Dio queer”. Ecco cosa dice Gianluigi Gugliermetto nell’introduzione all’edizione italiana:

La strategia detta «queering», che è centrale in ogni teologia queer, consiste fondamentalmente nel leggere la realtà umana (i testi, le relazioni, la storia e così via) in un’ottica queer, svelando così la presenza quasi dappertutto di elementi non conformi alla narrazione eterosessuale dominante, che vanno da situazioni macroscopiche che rimangono invisibili solo a chi indossa paraocchi eterosessuali fino alle suggestioni più tenui e ipotetiche di ambiguità.

Potremmo sostituire in questo brano la parola “teologia” con “Massoneria” e adattare il concetto al nostro discorso. Se è possibile agire attraverso il queering nella teologia cristiana, ovvero nell’ambito di una religione dogmatica, a maggior ragione sarà possibile e, anzi, desiderabile nella Massoneria che del confronto con l’alterità e la diversità ha fatto uno dei suoi cardini.

E, ripeto, un’alterità forte come quella glbt, che va a toccare alcuni tabù sociali radicati e diffusi, è sicuramente una occasione importante e fondamentale per il progresso della Massoneria e dell’Umanità. Ciò che è considerato “indecente”,”deviante”, ci dà la possibilità di metterci in dubbio, ma ci richiede anche uno sforzo, a volte assai faticoso, per superare le nostre resistenze emotive e psicologiche. Per questo a volte ci sono reazioni, anche violente, alle tematiche glbt.

Hai parlato di indecenza. Ma nel primo articolo delle Costituzioni di Anderson che hai citato non si dice che un Massone non deve essere un libertino irreligioso?

Sì, è vero. Anche in questo caso però dobbiamo chiederci cosa significhi essere “libertino”. Già il fatto che l’Anderson aggiunga l’aggettivo “irreligioso” ci dà un contesto per definire e caratterizzare il libertinaggio di cui si parla. Possiamo dire che per “libertino” si intenda una persona superficiale, disinteressata al proprio perfezionamento personale e spirituale, una persona, appunto, irreligiosa. Si condanna dunque un certo atteggiamento edonista, che ricerca solamente il piacere, il divertimento, il godimento e l’interesse privato. Insomma, non è il piacere in sé a essere condannato, ma il fatto di porlo come obiettivo e centro della propria esistenza. Credo che questa sia l’interpretazione corretta da dare a quel punto del primo articolo. Se andassimo oltre, entreremmo in concetti derivanti da una visione particolare e non universali.

Il libertinismo è un argomento interessante per il nostro discorso. Alcuni vorrebbero negare l’entrata in Massoneria alle persone glbt proprio perché, essendo al di fuori dei canoni ristretti della morale occidentale, sarebbero persone libertine. Ora, diamo per un momento ragione a costoro e prendiamo il termine libertino non nel senso prima analizzato, ma nel senso comune e, per così dire, bigotto. Possiamo fare così lo stesso discorso fatto in precedenza e cioè dire che il libertino ci dà occasione di metterci in discussione. Inoltre parlare di libertinismo ci dà modo di ampliare il discorso. Anche nella teologia queer non si fa riferimento solo alle persone glbt, che per certo rientrano nei “queer”, ma anche a persone eterosessuali che hanno però una visione differente da quella monogamica e tradizionale. Althaus-Reid fa spesso riferimento ai poliamoristi o a coloro che praticano sessualità che la morale ritiene devianti o malate come il feticismo o il sadomasochismo. Il libertino quindi rompe la morale, dimostra la vanità di un sistema che è solo culturale e non naturale e per questo dà fastidio. Ci mette davanti alle nostre paure e ai nostri limiti. Ecco cosa dice Althaus-Reid a tal proposito:

Come si può differenziare in questo discorso la libertà dall’eccesso di libertà (libertinaje)? Che cosa c’è di sbagliato nella libertà eccessiva se è libertà? […] In America Latina, dal punto di vista politico e teologico, le chiese tendono a chiamare «libertinaggio» le loro paure, proprio come fanno i regimi dittatoriali. Hanno paura della libertà che si manifesta nella prassi dei corpi che si radunano insieme in modi ribelli, senza tener conto dei cartelli segnaletici propri dei loro discorsi opachi e limitati.

La Massoneria oggi deve accogliere questa sfida e ridefinire alcuni concetti di base. Non dobbiamo dimenticare che, per quanto fosse moderno e forse più avanti dei suoi contemporanei su certi temi, l’Anderson resta pur sempre un uomo del XVIII secolo. Non possiamo quindi restare fermi e cristallizzati su visioni vecchie di trecento anni! Farlo sarebbe del tutto contrario alla natura della Massoneria. Basti citare un piccolo passo del Rituale di Iniziazione di un profano:

Profano, la Libera Muratoria è una istituzione che ha il suo principio di base nella ragione ed è perciò universale; che ha una origine propria non confondibile con quella di nessuna religione, perché, lasciando a ciascuno la libertà di credenza, è libera da qualsiasi dogma religioso, quantunque ferma nel suo principio fondamentale formulato nelle dichiarazioni al convegno di Losanna del 1875, la Libera Muratoria è avanti tutto progressiva, non impone alcun limite alla ricerca della verità.

La tradizione è per la Massoneria solo il solco nel quale muoversi e non un insieme di nozioni da rispettare acriticamente. Solo mettendo in dubbio i nostri principi possiamo progredire rimanendo fedeli alla natura progressiva del percorso massonico.

Dunque, abbiamo visto le potenzialità della Massoneria nel divenire un terreno fecondo per la discussione anche di tematiche glbt. Ma la situazione attuale qual è?

Come si diceva in precedenza, la trattazione delle tematiche glbt da parte della Massoneria è ancora in uno stadio larvale. In Francia vengono riconosciuti massonicamente anche i matrimoni tra persone dello stesso sesso e la Fraternelle degli Enfant de Cambacérès porta avanti una discussione sul tema. In Italia tutto ciò ancora non esiste. A onor del vero va detto che nella Massoneria italiana il riconoscimento del matrimonio è un’usanza ormai desueta che non viene più praticata nemmeno per le coppie eterosessuali. Questo fatto pone fine a ogni discussione in proposito. La tematica dell’omosessualità non viene inoltre trattata in Loggia, se non in casi rari e sparuti.

Ancor peggio siamo messi riguardo la tematica dell’identità di genere e in particolare della transessualità e del transgenderismo. Nemmeno in Francia, che io sappia, si discute ancora la questione. So per certo di persone transessuali e transgender che sono state iniziate col genere e il nome di elezione, anche se ancora a livello legale non avevano potuto mutare i documenti. Si tratta però, purtroppo, di pochi casi isolati, importanti in quanto costituiscono dei precedenti, ma non determinanti. Ancora non esiste una norma statutaria che si riferisca a questa tematica e che stabilisca una regola. La cosa è lasciata alla decisione e all’arbitrio delle singole persone che si trovano a dover decidere. Sarebbe ora, in effetti, di aprire una riflessione seria sul tema e porre un punto fermo, una decisione chiara. Sono certo, però, che i tempi siano maturi e che qualcosa cominci a muoversi, soprattutto nelle Obbedienze minori (per numero di membri) che spesso precedono le grandi Obbedienze nel rinnovamento. Il caso delle persone transessuali e transgender rientra pienamente in quelle tematiche di rottura di cui parlavo in precedenza. Cosa potrebbe sconvolgere di più una persona binaria di qualcuno che pretende di rompere i canoni di genere? La persona glbt, e “T” in particolare, diviene suo malgrado un elemento di rottura di quell’armonia di Loggia su cui molti si adagiano pensando che sia cosa buona. Non serve nemmeno che la persona faccia qualcosa di “scandaloso” perché ciò accada. Basta solo la sua presenza, la sua corporeità differente e la sua identità. Prendiamo il caso di un trans ftm. Per una persona “normale”, ignorante in materia di identità di genere e fissa nei canoni binari della società, un ftm è una “donna che si veste da uomo” e che, addirittura!, pretende di essere uomo e di essere “trattata” come tale. Basta quindi la presenza di un ftm (o di una mtf) a creare disarmonia e rottura. Ed è proprio questo a rendere queste persone particolarmente preziose. Nel diverso, e soprattutto in chi ha una diversità tanto evidente, noi vediamo lo specchio della nostra fragilità, della nostra vanità (nel senso di “cosa vana”) e dei nostri limiti. Per questo ci dà fastidio. La Massoneria però insegna che tale fastidio deve essere affrontato e trasformato in forza da indirizzare al perfezionamento interiore e al bene dell’Umanità. Come il fuoco nell’athanor (il forno degli alchimisti) decompone la materia e la purifica rendendola perfetta, così il disagio che ci dà l’incontro col diverso deve divenire per il Massone uno strumento di lavoro su di sé.

Questo neologismo indica le coppie unite con i PACS, il Patto Civile di Solidarietà che in Francia possono stipulare le coppie di fatto.

Gianluigi Gugliermetto, introduzione all’edizione italiana di “Il Dio queer” di Marcella Althaus-Reid, edizioni Claudiana, 2014, pagina 33. Corsivi e virgolettati dell’autore.

Marcella Althaus-Reid, “Il Dio queer”, edizioni Claudiana, 2014, pagina 79. Corsivi e virgolettati dell’autrice.

Il convegno di Losanna sancì alcune linee guida della Massoneria pur rimanendo fedele alle Costituzioni di Anderson e agli “Antichi Doveri”.

Rituale di Iniziazione di un Profano, Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori, Obbedienza di Piazza del Gesù, Palazzo Vitelleschi, 2005, pagine 42 – 43. Grassetto mio.

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