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Tra(n)sparenti

Cosa significa vedere la mamma “diventare un uomo”? O il papà “diventare una donna”? Alcune persone transgender fanno coming out e cominciano una transizione piuttosto tardi, quando si sono già create una famiglia. Il loro percorso comprende dunque la necessità di spiegarsi ai figli, di far comprendere cosa sta succedendo… perché una persona così importante per loro sta andando incontro a una trasformazione fisica tanto radicale, pur essendo la stessa di sempre e amandoli come prima. 

Ne parlerà il seminario Tra(n)sparenti. L’esperienza della transizione dal punto di vista dei figli, organizzato presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona, dal centro di ricerce PoliTeSse – Politiche e Teorie della Sessualità. L’evento è firmato anche dal logo di FamilyLives, ricerca sulla genitorialità nelle coppie same-sex condotta da un team dell’Università di Verona e della University of California Berkeley. La moderazione, per l’appunto, sarà affidata a Federica de Cordova e a Giulia Selmi, che partecipano a FamilyLives. 

Interverranno: Egon Botteghi, in rappresentanza di Intersexioni e di CIRQUE – Centro Interuniversitario di Ricerca QueerAlessandra Delli Veneri, psicoterapeuta e sessuologa clinica dell’Università di Napoli.

L’appuntamento è per venerdì 5 maggio 2017, alle ore 14:30, presso l’Aula Riunioni di Palazzo Zorzi (2° piano), Lungadige Porta Vittoria 17, Verona.

Ti amo in tutti i generi del mondo – Intervista con Giorgia Vezzoli

Giorgia Vezzoli è scrittrice e blogger poliedrica e prolifica, soprattutto sulle tematiche relative alle diversità. La sua ultima pubblicazione cartacea è un romanzo: Ti amo in tutti i generi del mondo (2016, Giraldi Editore). È la storia di Nina, che s’innamora di Sasha… senza sapere se sia un ragazzo o una ragazza.

  1. Sei famosa per il tuo blog a sfondo femminista, Vita da streghe Sei quindi molto consapevole delle distinzioni fra i generi e di ciò che esse comportano nelle società di tutto il mondo. Come si combina questa tua consapevolezza col tema del romanzo (l’amore oltre sesso e genere)?

Con Vita da streghe, ho iniziato a interrogarmi sui modelli femminili e maschili proposti soprattutto dai media e sugli stereotipi connessi che contribuivano a creare una società non paritaria. Questo impegno è proseguito poi nel libro per bambini e bambine Mi piace Spiderman…e allora?, in cui parlavo di Cloe (6 anni) e delle sue difficoltà nel vivere la sua passione per i supereroi e per tutto ciò che non era considerato “femminile”. Con questo ultimo romanzo, ho voluto proseguire sul tema dando importanza al valore della persona oltre i pregiudizi e le etichette. L’ho fatto narrando la storia di Nina, la protagonista, e la sua interazione con un personaggio di cui lei non conosce né il sesso né il genere ma che non per questo è meno affascinante, complesso o privo di tutte quelle caratteristiche in grado di farla innamorare. 

2. Essere “strega” significa anche saper amare davvero, senza aspettative pregresse e possessività?

Non male come definizione! Per me, essere streghe (o stregoni) significa soprattutto ricercare se stesse, sempre, con autenticità. Il resto è una conseguenza.

3. L’amore non è possesso, non è violenza, non è pretesa di sicurezze che l’altr* non può dare, certo. Ma l’irresponsabilità e la leggerezza in amore causano dolori atroci e ingiusti (“Credete a chi n’ha fatto l’esperienza”, direbbe Ariosto). Come distinguere la sana libertà (amare senza opprimere) dall’egoismo e dal menefreghismo?

Ah, l’amore! Ma come si fa a definire l’amore? Lo sanno bene i poeti e gli artisti che hanno cercato per secoli di cantarlo. Io non so cos’è l’amore e, se proprio dovessi definirlo, userei questi termini: immenso e indefinibile. So però che cosa non è l’amore. Non è violenza, non è possesso, e non credo sia nemmeno irresponsabilità o leggerezza.  So anche che riusciremmo ad amarci molto meglio se facessimo tutti/e prima un percorso di conoscenza e di consapevolezza su noi stessi/e, che possa poi proseguire nella relazione con il confronto costante con l’altro/a. Credo sia vero il fatto che non puoi amare bene gli altri se prima non conosci e ami te stesso/a.

 4. L’attivismo gay e lesbico si basa spesso proprio sull’identitarismo di genere (“noi amiamo SOLO gli uomini/le donne”; “noi amiamo SOLO chi è del nostro stesso sesso”). Come è stato accolto il tuo romanzo nei circoli di cultura omosessuale?

Fino ad ora – ed è comunque un tempo breve – è stato accolto in maniera molto positiva. Ti basti pensare che la prima recensione del mio libro è stata pubblicata da Gaypost e che la mia prima presentazione l’ho fatta con Michele Giarratano, avvocato e attivista LGBT. A Brescia ho fatto da poco una presentazione del libro nell’ambito degli eventi del Brescia Pride ed è stata un successo. Da quel giorno sono anche diventata socia della Caramelle in Piedi, un’associazione che fa parte del comitato organizzatore del Brescia Pride.

5. Se l’amore non dipende dal genere… da cosa dipende, allora?

 Non so dirti da cosa dipenda, probabilmente da tanti fattori, diversi a seconda delle persone. A me piace pensare che l’amore “non dipenda”, che l’amore “esista” e si manifesti in modi differenti, non sempre comprensibili alla nostra ragione.

 6. La maggior parte delle persone esistenti al mondo (non nascondiamocelo) ama anche (e soprattutto) in base al genere e al sesso (concepiti come inseparabili). Cosa può dire il tuo romanzo alla maggioranza monosessuale?

Direi questo, che è una cosa che ho scritto anche sul mio blog: “Probabilmente per la maggior parte di voi il genere e il sesso sono fondamentali per amare qualcuno perché, per fortuna, siamo persone diverse con orientamenti, gusti e attrazioni differenti. Sappiate però che può esistere la possibilità di amare a prescindere dal genere. Io l’ho capito scrivendo questo libro perché, mentre lo scrivevo, l’ho provato sulla mia pelle”.

7. Come pansessuale, ti sono particolarmente grata per aver affrontato l’argomento dell’ “amore oltre il genere”. Le reazioni al tuo libro hanno portato a galla ciò che “la gente” pensa in merito. Quali sono state le principali? 

Finora le principali reazioni di chi ha letto il libro sono state molto positive. La storia infatti descrive con facilità e naturalezza qualcosa che, a priori, potrebbe sembrare strana o impossibile ma che, in realtà, una volta tolte le sovrastrutture mentali che spesso ci portiamo appresso, appare molto più semplice di quel che si potesse pensare. 

 8. In conclusione: Ti amo in tutti i generi del mondo può considerarsi un esperimento a buon fine?

Per il momento, direi proprio di sì!

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

Just Married – Intervista con l’avv. Roberto De Felice

Il 28 aprile 2017, a Milano (via Kramer 32, ore 18:30) si terrà la presentazione del libro dell’avv. Roberto De Felice: Just Married. Il matrimonio same-sex nella giurisprudenza degli Stati Uniti (1970-2015) (Sesto San Giovanni 2016, Mimesis Edizioni). L’evento è a cura del Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano, insieme alla Libreria Antigone, a Percorsi – Cultura e promozione sociale e alla Rete Lenford. Il moderatore designato è l’avv. Marco D’Aloi. 

            Roberto de Felice, già Magistrato Ordinario, è Avvocato dello Stato. Come studioso si occupa di diritto comparato e internazionale, con particolare riguardo alla materia della tutela dei diritti umani. Ha pubblicato articoli su varie riviste ed è autore della traduzione della decisione Obergefell originariamente apparsa su “Il Foro Italiano”. Abbiamo deciso di scambiare qualche parola con lui, per avere informazioni che facilitino la comprensione del suo saggio.

  1. Tra il sistema politico americano e quello delle democrazie costituzionali europee ci sono sostanziali differenze? Quali?

 

Mentre gli Stati Uniti e il loro potere legislativo, il Congresso, sono competenti per un limitato numero di materie, i Parlamenti dei singoli Stati (tutti bicamerali, ad eccezione del Nebraska) sono competenti per tutte le altre, compreso il matrimonio. Ciò facendo, tanto il Congresso quanto gli Stati devono rispettare la Costituzione Federale, e, per quanto riguarda gli Stati, anche le Costituzioni di ciascuno di essi. In caso di conflitto, la norma può essere dichiarata nulla da qualsiasi giudice. Vi è un controllo diffuso di costituzionalità.

La Costituzione Federale è breve e sciatta per un giurista europeo. Per questo è essenziale l’opera dei Giudici che ne precisano il significato, con una originalità e inventiva qui impensabili: basti pensare che dalla ‘’penombra’’ del divieto di acquartierare truppe, ivi sancito, è sorto il diritto alla privacy. Dunque, le decisioni giudiziarie (specialmente quelle delle Corti Supreme Federale e Statali, precisano e ampliano il significato della Costituzione o di qualsiasi legge. Vale, per garantire l’integrità del sistema, il principio del precedente, per cui le Corti di grado inferiore devono osservare i principi stabiliti da quelle di grado superiore. Tale principio non vige in Italia.

 

  1. Dall’esterno, la società statunitense sembra piena di contraddizioni, anche dal punto di vista della condizione delle minoranze sessuali. Gli USA sono la patria dei primi movimenti LGBT; il lessico di questo tipo di attivismo è pieno di anglicismi; le università statunitensi sfornano ricerche sulla sessualità; gli Stati Uniti sono arrivati al matrimonio egualitario prima dell’Italia. Eppure, è anche il Paese in cui può scoppiare una crociata per impedire alle persone transgender di impiegare il bagno pubblico corrispondente al proprio genere. E’ il Paese dove molt* giovani LGBT vengono cacciat* di casa e dove imperversano fondamentalismi religiosi di diversa matrice. L’accettazione sociale delle minoranze sessuali, negli USA, è migliore o peggiore, rispetto a quanto avviene in Italia?

 

La stranezza evidenziata deriva a mio avviso dalla sconfitta conservatrice nella battaglia sul matrimonio. Ideologicamente, è apparso opportuno ai più retrivi ricominciare la battaglia dai fondamentali, il binarismo di genere e quindi scagliandosi contro la fluidità di genere. Nonostante questo, come dichiarato dall’illuminata Giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, la maggiore visibilità delle famiglie gay e lesbiche ha accelerato la loro accettazione sociale. Ragioniamo: un giudice che va a trovare la nipotina e la trova con la migliore amica, ben curata, ben educata, figlia di due papà, prima o poi si convince che quella famiglia è molto simile alla propria.

 

  1. Gli USA sono una Repubblica federale. Le difficoltà incontrate nell’affermazione dei diritti LGBT sono molto diverse da Stato a Stato?

 

Certamente. Le associazioni di tutela dei diritti LGBT non a caso hanno iniziato le loro battaglie anche giudiziarie dagli Stati più progressisti, quelli del New England e la California, poi convergendo verso il centro del Paese.

 

  1. La politica degli Stati Uniti è famosa per l’impatto che le lobbies hanno su di essa. Forse, sto toccando un argomento minato, ma… quale peso hanno effettivamente le iniziative di stampo lobbistico, sull’approvazione di nuove leggi negli USA? Qual è la realtà e quale la leggenda nello spauracchio della “lobby gay”?

 

Direi poca. Solo 13 Stati hanno approvato con legge il matrimonio egualitario, molti di essi con referendum. L’infelice espressione ‘’lobby gay’’ era riferita dal Pontefice a un gruppo di prelati che, uniti dal loro comune orientamento e dalla necessità di occultarlo, avevano formato un gruppo di potere. Poi ha assunto un significato mediatico abnorme. Non esiste una ‘’lobby’’ di tal fatta, o i risultati, in Italia, sarebbero stati raggiunti prima e con maggiore ampiezza della storica Legge 76/16. La cui storia è semplice: siam stati condannati dalla Corte di Strasburgo nella decisione Oliari e dovevamo rimediare. Il primo grazie quindi al magnifico lavoro di  Alexander Schuster, che la ha patrocinata, e il secondo alla tenacia della  Relatrice del disegno di legge.

 

  1. Nel Suo libro, Lei cerca di rispondere a diversi luoghi comuni anti-matrimonio egualitario. Originalismo, morale religiosa, tradizionalismi… Ci vuole riassumere le principali obiezioni alle nozze same-sex e le relative smentite?

 

Il diritto è logica. Non è logico applicare a tutti i costi la tradizione, pena, come osservato dal massimo giurista  statunitense, Richard Posner, un conservatore, ritornare ai sacrifici umani praticati tradizionalmente e con estrema perizia dagli Aztechi. La pretesa di applicare la legge nel suo significato originario è altresì un nonsense, se quelle parole furono coniate in un mondo che non esiste più e se, nel frattempo, circa il 60% degli americani è favorevole a qualcosa, una coppia omosessuale sposata, che ad esempio nell’Italia del 1947, anno dei lavori dell’Assemblea Costituente, era inconcepibile. L’interpretazione del diritto deve necessariamente essere evolutiva oppure il diritto, coniato riferendosi a menhir, lettere di mundiburdio o burgravi, realtà non più esistenti, cessa di essere spontaneamente applicato dai cittadini. Le ricordo che nell’impero ottomano non si poté praticare la stampa sino alla metà dell’Ottocento in ossequio a divieti di origine religiosa. i più triti argomenti sembrano essere quello del cattivo influsso sui bambini, ma risulta non solo una massa imponente di studi che lo smentiscono, ma anche il dato di fatto che questi bambini esistono e sono contentissimi delle loro mamme, felici e non hanno problemi scolastici. Sono onorato dell’amicizia di alcune di queste coppie e rivedo nei loro gesti le stesse ansie preoccupazioni o felicità di mia madre, e nella spensieratezza dei loro figli quella di mia sorella, ai tempi.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Chi era Deborah Lambillotte? Intervista con Paolo Rumi

Il 4 marzo, è caduto il genetliaco di Deborah Lambillotte (4 marzo 1954 – 28 luglio 2016), una figura centrale per le rivendicazioni sociali delle persone transgender. Di origine belga ed ebraica, ha fondato in Italia Arcitrans (1998) ed è stata la prima socia transgender del circolo Arcilesbica Zami di Milano. Per approfondire la sua figura, abbiamo deciso di parlarne con un suo grande amico, il copywriter e direttore creativo Paolo Rumi.

1. In che occasione hai conosciuto Deborah?
Potrei dire di essere stato un amico di famiglia. Ho conosciuto Debbie quand’era ancora Philippe, ossia un uomo felicemente sposato. Era amica di alcuni tra i miei migliori amici e fu proprio una serata con loro in discoteca, la Nuova Idea, a far scattare in lei la decisione di non nascondersi più e far partire il percorso che portò poi alla riassegnazione di genere. Vide –ancora da uomo- che non era l’unica a vivere quella realtà e avere quel problema!
Devo dire però che non mi fece immediatamente effetto in quel periodo, forse perché avvertivo un dissidio o qualcosa che “non funzionava” in lei.
Fui piuttosto a far colpo su lei e, per la chimica che si sviluppa tra esseri umani, fu lei a scegliere poi me e il mio compagno come sparring partner e amici di fiducia durante tutto il suo periodo di transizione.
Questo fu per noi un onore e siamo diventati amici di famiglia, anzi: la sua famiglia.
Vengo da una generazione che ha fatto propri i temi della liberazione sessuale e, oltre ad un compagno stabile da 30 anni, avere amiche intime lesbiche o addirittura una donna trans era uno dei desideri più grandi della mia vita. Realizzato grazie alla mitica Deborah.

2. Come mai lei teneva tanto a sottolineare le proprie origini ebraiche?

Credo fosse tutt’uno col suo carattere inclusivo, con la carica di energia e l’interesse a porsi domande nella vita tipico della cultura ebraica, specie se progressista (l’interpretazione critica è un’attitudine fondamentale di quella cultura). Prima di conoscere sua moglie, Deborah visse anche in Israele, lavorando in un kibbutz. Del resto, Deborah non sottolineava solo le origini ebraiche, ma tutta la parte di sé che aveva a che vedere con l’intelligenza e l’analisi della realtà in modo problematico e pragmatico.
Ad esempio, teneva sempre a sottolineare come lei non fosse “di sinistra”, bensì liberale, ossia di destra e progressista insieme, concetto e posizione poco comprensibili per la mentalità italiana, dove la destra politica o la fede religiosa coincidono con oscurantismo.
A proposito del suo essere ebrea, c’è un interessante aneddoto. Quando andò in sinagoga, una volta il rabbino le chiese, rivolgendosi a lei come Deborah, come mai da molto tempo la vedesse poco. Lei rispose. “…e dove dovrei mettermi? Sulle scale?” (In sinagoga, i maschi e le femmine sono separati). Con una risata benevola, da quel giorno Deborah poté andare con le donne.
3. Deborah fu un architetto di successo. Si sa che il lavoro è un punto importante (e dolente) nella vita delle persone transgender. Spesso, non trovando accettazione sociale, le donne mtf si danno alla prostituzione, dove sono trattate con particolare disprezzo da clienti e compagni. (Di questo tratta anche il romanzo autobiografico di Monica Romano, Trans. Storie di ragazze XY, uscito per i tipi di Mursia). Deborah dovette affrontare particolari difficoltà, per mantenere la professione “diurna” in cui eccelleva? Dedicarsi a un lavoro altamente qualificato e lontano dal marciapiede fu anche una rivendicazione sociale, per lei?

Deborah sapeva fare molte cose. È stata anche cuoco –per esempio- e mi ha insegnato piccole accortezze nordiche in cucina. Le sue cene del Sabato Sera a casa sua, prima di andare alla Nuova Idea nel periodo di transizione, sono indimenticabili.
Deborah, però, ha avuto seri problemi con il lavoro a seguito della sua decisione. quando iniziò il percorso con cure e trattamento ormonale (in età decisamente avanzata, 46 anni!). Dai suoi soci in uno studio grafico e di servizi per l’editoria, ebbe garanzia che nulla sarebbe cambiato.
Al contrario, quando tornò, le fu impedito di proseguire il contatto diretto con i clienti finali, con la scusa che si sarebbero imbarazzati a vedere un cambiamento così rilevante “a mezza strada”. Questo la spinse a lasciare il lavoro, addolorata e umiliata. In quel momento critico, l’abbiamo aiutata un po’ noi amici e in seguito, tornata in Belgio, la famiglia.
Poté così provvedere alla sua vita diversamente, ricoprendo anche ruoli pubblici di responsabilità notevole (CoPresidente dell’ILGA).

4. Donna transgender e lesbica, un tempo ammogliata. Ecco un altro tratto della personalità di Deborah che esce dallo stereotipo della “trans”. E da quello della lesbica, anche. Quanto dovette lottare per far riconoscere la propria singolarità, non solo nella società, ma nel mondo dell’attivismo?


È stato difficile, eccome! Sentimentalmente, nel primo periodo, Deborah tentò anche relazioni con uomini, provando poi delusione per l’incapacità maschile di andare oltre l’aspetto strettamente sessuale.
Sul piano pubblico, atteggiamenti d’incomprensione o mancanza di stima non mancarono certamente. Ma Deborah riuscì a superarli e dribblarli con la sua grande preparazione, la sua cultura e quel senso profondo di umanità che la distingueva.
5. Fu la prima socia transgender di Arcilesbica Zami di Milano: questo si ricollega alla domanda precedente. A volte, le donne lesbiche faticano ad accettare le mtf come “alcune di loro”, per via di quel cromosoma Y. Una matura donna transgender con cui ho interagito mi ha detto, testualmente: “Siccome non ho la vagina, le lesbiche non mi vogliono nemmeno conoscere” (a scopo di appuntamento galante). Anche Deborah incontrò questo tipo di barriera?
Anche le donne lesbiche la rifiutarono e questo diventò per lei uno specifico punto distintivo di battaglia. Una volta, fu rifiutata a me e al mio compagno l’entrata ad un circolo lesbico (il Recycle, se ricordo bene), in occasione della presentazione di un libro di Maria Nadotti. Bene, lei e Maria ci difesero e avrebbero fatto saltare la presentazione, se non avessero permesso a noi uomini “aperti” di partecipare.
In compenso, ricordo Deborah ballare il valzer nella sala del ballo liscio della Nuova Idea con la mia amica Rosamaria, che la trovò bravissima nel ballo.
 6. La Lambillotte volle mantenere il grado che le era stato riconosciuto nell’esercito belga, anche dopo la rettifica di nome e genere sui documenti. Insomma, rifiutò di estraniarsi dalla società e volle che i suoi meriti fossero riconosciuti in tutti i campi in cui li aveva guadagnati. Cosa può dire il suo esempio alle persone queer tentate di isolarsi da una società nei cui schemi non si riconoscono? E alle donne? Ricordiamo che la carriera militare è stata uno dei campi più refrattari all’inclusione del genere femminile…

Credo che Deborah abbia insegnato molto a tutti. Fu anche Presidente di ArciGay in un periodo molto litigioso e burrascoso per quell’associazione, fungendo così da paciere e aiutando posizioni e comportamenti più moderati e invitando a stemperare ire e atteggiamenti polemici inutili, chissà… Forse, proprio grazie a quel suo passato militare.
Mi ricordo anche di un altro particolare legato alla sua natura battagliera.  Come Presidente di ArciGay, o semplicemente per andare a ballare, una sera le fu vietato l’ingresso alla discoteca One Way, in quanto “donna”. Questo la offese o, meglio, la fece imbufalire.
Qualche mese dopo, quando la Polizia fece irruzione a metà della notte al One Way –allora circolo Arci- e sorprese uomini nel corso di rapporti sessuali, la chiamarono subito. e lei rispose gelida: «Me ne occuperò domani mattina».
Deborah aveva una luce interiore fortissima, dedicata al rispetto di sé e degli altri. Ha insegnato anche a me ad essere me stesso e a “vedermi” in modo corretto. Imparare a distinguere, in me e negli altr*, tra sesso, genere e orientamento è stato il regalo più grande che mi ha fatto. 

7. Ai tempi in cui Deborah era giovane, il suo modo di vivere la condizione di transgender era tutt’altro che scontato. Come riuscì a rifiutare di nascondersi? E oggi le cose sono più facili, per le mtf che vogliono vivere “di giorno”?

Quand’ho conosciuto Deborah, era apparentemente uomo, come ti dicevo prima. La cosa più bella ed affascinante è stato seguire tutto il cambiamento –fisico e di carattere- avvenuto in lei. Aveva una particolarità assoluta come donna: già per imponenza e presenza non passava certo inosservata. Se a questo si univano, poi, il suo senso dello humour pragmatico e dissacratorio e la sua umanità determinata ad abbattere ingiustizie e barriere, il risultato era insuperabile: la mia amata Deborah.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

#LottoMarzo: non una di meno

Per l’8 marzo 2017, “Non una di meno” ha ricordato l’originario significato di lotta della Giornata internazionale della donna. La ricorrenza “prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici”, si legge sul sito del movimento.

Così, oggi come ieri, “Non una di meno” ha invitato allo sciopero generale delle donne. Si tratta di un’iniziativa nazionale partita dal collettivo argentino “Ni Una Menos”. I due movimenti hanno in comune l’attenzione alle questioni del femminicidio e della violenza di genere nelle sue varie forme.

L’8 marzo (impropriamente detto Festa della donna) è una ricorrenza che ricorda sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le violenze e le discriminazioni su base sessuale. Un primo “Woman’s Day” si ebbe il 3 maggio 1908 a Chicago: data del congresso del locale Partito socialista, dedicato alle condizioni delle operaie nei luoghi di lavoro e al diritto di voto delle donne.

Da quello, si originò la Giornata della donna (23 febbraio 1909). Il 22 novembre, a New York, scioperarono ventimila camiciaie, fino al 15 febbraio 1910. In Germania, Austria, Svizzera e Danimarca, la prima Giornata della donna si tenne il 19 marzo 1911. La data fu scelta dal Segretariato internazionale delle donne socialiste perché anniversario delle promesse fatte dal re di Prussia nel 1848: fra cui, il diritto di voto alle donne.

In Francia, invece, il 18 marzo 1911 era il quarantennale della Comune di Parigi. In Russia, la prima Giornata si tenne a San Pietroburgo il 3 marzo 1913, su iniziativa del Partito bolscevico. Nella stessa città, l’8 marzo 1917, le donne guidarono una manifestazione che chiedeva la fine della guerra. Questa la ragione della ricorrenza, che in Italia fu adottata nel 1922, per iniziativa del Partito comunista.

Il 4 e il 5 febbraio 2017, si è tenuta l’assemblea nazionale di “Non una di meno”, nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. I tavoli tematici erano otto: lavoro e welfare, femminismo migrante, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, educare alle differenze, percorsi di fuoruscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, narrazioni della violenza attraverso i media, piano legislativo e giuridico.

Per quanto riguarda la situazione attuale in Italia, il bilancio di “Non una di meno” è negativo. Il suo piano contro la violenza si contrappone a quello varato nel 2015, che parifica i Centri antiviolenza agli altri servizi privati ed è volto a “prendere in carico” le donne, più che a rafforzarle. Altre questioni scottanti riguardano abortomaternità e lavoroomotransfobia.

Al calo di welfare e tutela del lavoro, corrisponde (secondo il movimento) un aumento di incombenze per le donne, che sostituirebbero (col proprio lavoro di cura) politiche sociali assenti. “Non una di meno” ricorda anche l’obiezione di coscienza esercitata dai ginecologi antiabortisti, per motivazioni non sempre ideali. Sono evidenti anche richiami contro le politiche di Donald Trump in materia di migrazioni. 

La chiamata allo sciopero di “Non una di meno”  include una sorta di appello di coloro che mancano, perché scomparse o assassinate. Fra loro, ci sono “le lesbiche e le transessuali assassinate da crimini di odio.” Un caso che dimostra come le istanze LGBT possano incontrarsi con quelle femministe e con quelle dei lavoratori.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Giornata della Memoria Transgender a Milano

Il Transgender Day of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender) o TDOR ricorre il 20 novembre di ogni anno per ricordare e commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio transfobico.
L’evento venne introdotto da Gwendolyn Ann Smith in ricordo di Rita Hester, il cui assassinio nel 1998 diede avvio al progetto web “Remembering Our Dead” e nel 1999 a una veglia a lume di candela a San Francisco. Da allora l’evento è cresciuto fino a comprendere commemorazioni in centinaia di città in tutto il mondo (per maggiori informazioni potete visitare il sito dedicato alla giornata: http://tdor.info/).
A Milano, presso la Casa dei Diritti, Via De Amicis 10, Milano, in occasione del diciottesimo TDOR, il Circolo culturale TBGL Harvey Milk organizzerà, Venerdì 18 Novembre alle 21, un dibattito sul tema della transfobia, al quale seguirà un candlelight in ricordo delle vittime.

Sedicesimo TDOR

Transgender Day  of Remembrance

Il prossimo 20 novembre, in occasione del sedicesimo TDOR – “Transgender Day  of Remembrance (Giornata della Memoria Transgender), in tutto il mondo la comunità LGBT commemorerà le vittime dell’odio e del pregiudizio transfobico, e la nostra associazione organizzerà una veglia commemorativa con il patrocinio del Comune di Sesto San Giovanni.

Insieme leggeremo i nomi delle vittime, ricorderemo le circostanze della loro morte, accenderemo una candela in memoria di coloro che hanno pagato con la vita l’espressione della propria identità di genere.

Ogni anno, ad ogni veglia, ci auguriamo di non doverci rivedere il 20 novembre dell’anno successivo, di non dover ricordare ed onorare altre sorelle e fratelli vittime dell’odio transfobico. Dovremo invece incontrarci ancora una volta, per pronunciare e ricordare ad alta voce ben 79 nomi, vite, storie. Tante sono infatti le vittime segnalate al sito ufficiale del TDOR (http://tdor.info/). Un numero che sottostima significativamente il totale degli omicidi di persone trans nel mondo, poiché fotografa soltanto quelli segnalati dalle cronache e registrati dalle associazioni (in ancora molte parti del mondo, pensiamo a quei paesi che considerano illegale la condizione transgender, gli omicidi di persone trans non vengono segnalati, né tantomeno registrati), oltre a non tenere conto dei suicidi causati dallo stigma e dall’emarginazione sociale (diversi studi hanno dimostrato che la popolazione transgender è fra le più esposte al rischio di suicidio).

Ricorderemo e commemoreremo anche i nomi di donne che non hanno avuto giustizia e i cui assassini sono ancora a piede libero,

Emanuela Di Cesare, vittima dell'odio transfobico

come Emanuela di Cesare, brutalmente massacrata il 23 Aprile del 2007 a Pescara, o Andrea Quintero, la trans colombiana trovata morta la notte tra il 28 e il 29 luglio del 2013 sul binario 10 della stazione Termini di Roma, uccisa a bastonate.

Il 20 novembre porta con sé, da ormai sedici anni, la cronaca di una violenza sistematica a cui la popolazione transgender è esposta. Le persone trans vivono infatti nella consapevolezza di dover temere aggressioni cieche ed ingiustificate contro la loro persona, che hanno il solo scopo di danneggiare, umiliare o annientare. I gesti riconducibili a questa forme di violenza non vengono normalmente considerati come casi di ingiustizia sociale, ma come atti riconducibili a singoli individui particolari, perlopiù fanatici, devianti o squilibrati. Quest’interpretazione è però pericolosa e fuorviante, poiché non dà conto di quanto il contesto sociale di contorno li renda possibili o addirittura accettabili. Ciò che rende la violenza un fenomeno di ingiustizia sociale, e non semplicemente un’infrazione individuale alla morale ed alla legalità, è il suo carattere sistemico, il suo essere di fatto pratica sociale.

La violenza è quindi sistemica, perchè diretta agli appartenenti ad un gruppo sociale per il solo fatto che vi appartengano. Così come ogni donna ha motivo di temere lo stupro ed ogni nero la discriminazione, ogni persona transgender vive sapendo di essere un bersaglio di possibili aggressioni o molestie.

Questo tipo di violenza si può quasi considerare legittimata e tacitamente tollerata a livello sociale. Emblematico di questa tacita legittimazione e speculare delle convinzioni implicite nel tessuto sociale è l’ atteggiamento dei media, ovvero il modo in cui gestiscono notizie riconducibili a persone transgender. La violenza, l’omicidio di persone trans è infatti accompagnata da un omertoso silenzio nelle società occidentali, eccezion fatta per qualche trafiletto di cronaca nera che riporta, senza denunciare si badi, ma solo registrando, una fredda e distaccata (non può esservi eccessivo cordoglio per l’omicidio di una persona transgender) descrizione degli eventi in cui solitamente si evidenziano dettagli morbosi. E’ così considerato normale che una ragazza trans venga uccisa a causa della sua differenza, ancor più se straniera, ancor più se proveniente da un paese latino, a maggior ragione se dedita alla prostituzione: in quella gerarchia sociale che il cordoglio o la sua negazione mettono drammaticamente in evidenza, essa è destinata ad occupare l’ultimo posto.

Ritenendo che l’organizzazione di eventi aperti al pubblico in occasione del TDOR possa favorire la sensibilizzazione della cittadinanza sulle tematiche relative all’identità di genere e alla transofobia, ci prepariamo alla prossima veglia, augurandoci di tutto cuore di non doverne vivere altre.

intervista ad Andrea Quintero, vittima dell’odio e del pregiudizio transfobico

http://www.youtube.com/watch?v=5xpRhTm9RFo

Testo a cura di Monica Romano

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