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Da Oriente a Occidente: intervista con Marco Melodia

Marco Melodia è nato a La Spezia nel 1949, ma vive e lavora a Milano. Si è avvicinato all’arte con la fotografia; poi, ha intrapreso una via spirituale che l’ha portato in India. Al ritorno in Italia, si è accostato alla pittura intorno al 2000. È del 2011 l’incontro con lo storico dell’arte prof. Carlo Franza. Melodia ha accettato di farsi intervistare per il sito del nostro circolo.  

  • Caro Marco Melodia,  quali sono i tuoi rapporti con il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano?

  Ho avuto occasione di conoscere l’attuale presidente Nathan Bonnì in occasione di una commemorazione delle vittime di violenza contro le persone transgender in America, l’anno scorso, in zona Ticinese. Già in quella occasione mi ero presentato anche come istruttore di difesa personale, perché ce ne sarà sempre più bisogno, nel momento in cui si farà maggiore outing. Che il mondo si possa evolvere a breve è un puro sogno e quello che manca, o che fa difetto in ogni caso alla maggior parte delle persone, è un sano istinto di sopravvivenza che gli animali non hanno perso.  

  • La tua arte risente molto della tua formazione spirituale, che ha una forte impronta esoterica ed orientale. Ci vuoi parlare del tuo percorso?

  Sono stato educato a una buona conoscenza del cristianesimo; poi, sono arrivato a ri-conoscere le filosofie orientali studiate e praticate nelle vite passate, che mi avevano portato a studiare anche lo sciamanesimo e l’esoterismo.  

  • Uno dei tuoi autoritratti ti rappresenta come “angelo caduto”; un altro, come figura umana di spalle che regge la propria testa: un muso di lupo rivolto verso l’osservatore. Affascinanti. Ce ne vorresti illustrare genesi e significato?

  In passato, ero stato definito un ‘lupo’. Nel mio autoritratto,  intendo, tagliandomi la testa, eliminare in me ogni forma di cattiveria e violenza che si vogliono identificare nei lupi (poverini!). Ma devo dire comunque che sono un lupo vegetariano e non mordo le pecorelle. L’Angelo caduto rappresenta tutti noi, che al momento ci accontentiamo di ‘sopravvivere’ in questo mondo così limitato, mentre potremmo avere molto di più – e qui devo citare i Vangeli, dove si dice che “noi siamo Dei” (Gv 10,31-42).  

  • L’androgino alchemico è un altro tema portante della tua arte. Come definiresti questo concetto a chi non s’intende di androginia o alchimia?

  Per chi volesse approfondire, alla libreria Antigone ho appena trovato un buon libricino sull’ermafroditismo. Si trova anche in versione pdf, in rete. Importante  anche il testo di Elémire Zolla sull’argomento. Evito di entrare nel merito dei vecchi e nuovi termini su questo argomento e riunisco “Androginia” e “trans-genere” in un solo ceppo iniziale, che parte dallo ri-scoprire che noi tutti facciamo l’errore di identificarci in un genere o nell’altro, sia fisicamente che psicologicamente. Dobbiamo invece farci una ragione, sviluppata nelle filosofie orientali e nel cristianesimo delle origini (ci sono tracce del viaggio di Gesù di Nazareth in Oriente sia da giovane che dopo la presunta morte e resurrezione) che noi tutti in origine, -prima che il ‘Tempo’ iniziasse- fossimo solo Pura Coscienza Cosmica che, per un motivo che conoscono solo i veri maestri, aveva deciso di dividersi  in due parti, ‘maschile e femminile’, per praticare un ‘Gioco Cosmico’ (che si può anche definire un ‘Sogno’ che non ha mai fine). All’interno di questo sogno, noi siamo presi da desideri e paure di ogni tipo, che ci portano, di vita in vita, a cambiare anche sesso fisicamente. Ora, anche la scienza occidentale comincia a studiare il problema dal punto delle filosofie orientali. Quello che possiamo e dobbiamo fare noi, in accordo sempre con la Coscienza Cosmica, è soddisfare i nostri desideri, quali che siano, senza fare del male a nessuno, ma -con una certa leggerezza- che nasce dal sapere che quello che desideriamo oggi, in un futuro magari lontano non ci interesserà più. Ora (parlo anche per me) per esempio, vorremmo cambiare il nostro corpo da maschile in femminile e/o viceversa ed abbiamo grandi difficoltà pratiche anche ad essere accettati,  ma non è detto che nella vita prossima non succeda il contrario. È nella nostra natura umana non essere mai veramente contenti e soddisfatti di quello che abbiamo. La pratica della meditazione può portare tutti a riconoscersi anime immortali, che possono avere anche esperienze di ‘orgasmi cosmici’ ,dei quali i nostri orgasmi fisici sono un semplice riflesso spento, per quanto piacevole. Si legge e si sa anche che con la pratica della meditazione si possono sviluppare veri poteri psichici,  a cui i film fantasy si sono ispirati. Gestisco anche un blog su argomenti metafisici e ho postato anche su questo argomento.  

  • Dipingi molti nudi femminili, in diverse posizioni. Come mai?

  Molti grandi artisti hanno disegnato o comunque ritratto il corpo femminile in modo erotico, se non addirittura osceno. Egon Schiele adirittura aveva fatto degli autoritratti molto hard.  Ho avuto poche occasioni per fare lo stesso con il corpo maschile (che comunque si possono vedere sul mio sito artistico), ma accetto proposte da modelli non professionisti o anche ragazzi/uomini senza esperienza, gratuitamente in tutte e due le direzioni.                                       Sono interessato a creare un piccolo gruppo di artisti, anche principianti, per lo studio del nudo, sia maschile che femminile, senza interferenze sessuali. ‘Pura Arte’, in questo caso.  A questo indirizzo, si trovano le mie opere a tema trans-genere.

  • Arriviamo al tuo corso di arti marziali. Sul tuo gruppo Facebook, spieghi la tua iniziativa come modo di difendersi contro l’omotransfobia. Ma chi ha un’infarinatura di arti marziali sa che esse non consistono solo nel “saper picchiare “. Che tipo di benefici psicofisici possono dare (a tutti in generale e alle persone LGBT in particolare)?

  La maggior parte delle arti marziali orientali tradizionali erano state assorbite dalle varie scuole spirituali, sia giapponesi che cinesi, per ‘difendersi’ dai predoni ed ancora oggi possiamo considerare predoni (lupi mannari) quelli che osteggiano questa evoluzione della coscienza verso il trans-genere. È questa una delle necessità nel periodo storico che ci coinvolge, per la comunità LGBT.  Ciò che al momento, secondo me, ferma i possibili praticanti è la paura di entrare in un vizioso circolo fisico e mentale violento, o di conoscere le persone aggressive che frequentano normalmente le palestre di arti marziali. Ma io garantisco che non è così, se la pratica rimane all’interno dei gruppi LGBT.                                                                  Certamente, c’è una buona dose di contatto fisico che non dovrebbe disturbare nessuno, a meno che non si sia un sano praticante della castità completa.      Inoltre, soprattutto in certe tecniche di lotta a terra con le persone giuste, si può sviluppare una forma di gioco erotico, senza perdere l’efficacia pratica di cui si ha bisogno, se si viene aggrediti. Garantisco, inoltre, che non ci si fa male durante gli allenamenti.                                                                                      Psicologicamente, la sicurezza di sé non ha prezzo. L’importante è non andare a cercarsi i guai da soli: di quelli che ci arrivano senza essere richiesti ne abbiamo abbastanza.   Ho creato una pagina Fb dove mi tengo aggiornato sulle varie aggressioni dall’ inizio del 2017, senza dimenticare ‘Orlando’, dove le vittime sarebbero potute essere molte di meno. Un’altra pagina è dedicata a creare un gruppo di simpatizzanti che abbiano voglia di provare almeno una volta il ‘brivido’ di sapersi difendere. Ricordo che diversi grandi personaggi del passato bisex o gay furono grandi guerrieri, ma noi non abbiamo bisogno di arrivare a tanto. Su YouTube, mi si può vedere diverse volte durante una esibizione pubblica Sono disponibile per la comunità LGBT ad insegnare gratuitamente nei modi e nei posti più adatti.  

  • Quali arti marziali insegni? Kung fu, judo…? E cosa motiva la scelta di una disciplina piuttosto che di un’altra?

  Sono cintura nera 1°Dan di Karate Shotokan e cintura blu di Krav Maga, di cui sono anche istruttore qualificato e che considero, al momento, tra le pratiche più adatte alla difesa personale, anche contro le armi da taglio e da fuoco. Pochi anni addietro, mi ero trovato a dover difendere una ragazza da uno scippo da parte di due ragazzi violenti e così avevo pensato bene di ricominciare ad allenarmi in modo più specifico.  

Intervista a cura di Erica Gazzoldi

Transgenerita’, cultura e autocoscienza: intervista con Monica Romano

 

Monica Romano com’è noto, è una donna transgender, esperta di lavoro e militante LGBT. È anche una colonna del nostro circolo. L’abbiamo intervistata in merito agli incontri mensili dedicati a “Transgenerita’: cultura e autocoscienza”, cominciati il 18 maggio 2017, con: L’omoaffettivita’ delle persone transgender”. 

1) “Transgenerità”: un curioso neologismo. Come è nato?

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L’omoaffettività delle persone transgender

Il 18 maggio 2017, presso la sede de “Il Guado” (via Soperga, 36) a Milano, ha avuto luogo il primo di una serie d’incontri mensili dedicati dal Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” a “Transgenerità: cultura e autocoscienza”. Questo inizio s’intitolava: “L’omoaffettività delle persone transgender”.

Sylvia Rivera (New York, 1951 – New York, 2002)

            Il senso dell’evento è stato introdotto da Monica Romano. Ha spiegato come spesso siano altri a parlare delle persone transgender dall’esterno: da qui, la necessità di raccontarsi in prima persona, per palesare ciò che si vive, senza filtri accademici o pregiudiziali. Questo è ciò che s’intende per autocoscienza. Monica è approdata all’argomento della serata, citando la famosa Sylvia Rivera, protagonista della rivolta di Stonewall (New York, 1969). Sylvia era trans-lesbica e lo era “fuori dai percorsi canonici”, dato che rifiutò la medicalizzazione. 

            Nathan Bonnì, presidente del Milk, ha invitato Monica a dare alcune delucidazioni ai “volti nuovi” presenti. La Romano, pertanto, ha fornito cenni storici. Ha menzionato la legge 164/1982, che regola la riattribuzione del sesso. Era all’avanguardia per l’epoca, ma insufficiente, rispetto alle istanze delle persone con un’identità di genere fluida, un orientamento sessuale non etero o che non vogliono/possono accedere alla medicalizzazione. Secondo la suddetta legge, infatti, la riattribuzione del sesso e del genere anagrafico deve essere autorizzata da un tribunale, che può anche ordinare una consulenza psicologica. Sempre la 164 prevede lo scioglimento automatico del matrimonio, in caso di transizione, a prescindere dalla volontà dei coniugi.

            Monica ha spiegato anche la differenza tra i termini “transessuale” e “transgender”, dal punto di vista politico. Il primo è stato imposto da fuori; il secondo si è affermato all’interno del mondo T, per autodesignarsi. È importante anche ricordare, come lei ha fatto, che non tutti i percorsi di transizione seguono il binario “maschile-femminile”. Una donna transgender può comunque mantenere un look “mascolino”, per esempio. La Romano ha precisato che la conversazione non sarebbe stata “compiacente”: essa avrebbe dovuto esprimere tutto ciò che si pensava, senza paura di turbare o scandalizzare. Dopo Monica, ha preso la parola Laura Caruso. Quest’ultima ha spiegato le parole della Romano circa la “conversazione non compiacente”: durante gli incontri del Gruppo AMA – Identità di Genere, sorgevano spesso istanze di tipo politico, non adatte però a quel contesto (di sostegno psicologico). Da qui, la necessità di incontri diversi, riguardanti l’autocoscienza. La Caruso ha poi esposto il proprio punto di vista sulle “etichette”, ovvero sulla terminologia assai variata che caratterizza il mondo LGBT e che può portare a confusione. Oltre a questo, è un dato di fatto che le definizioni vadano strette anche ai diretti interessati. Laura aveva menzionato il caso di una persona etero di sua conoscenza, appassionata di battaglie LGBT, ma colta alla sprovvista davanti al termine “bifobia”: la tendenza a considerare i bisessuali dei “confusi” o “omosessuali che non si accettano” («Perché abbiamo tutti la presunzione di sapere chi siano gli altri»). Si torna dunque al problema iniziale: quello delle persone transgender troppo spesso oggetto di narrazione, anziché soggetto. Ciò le espone a questo tipo di presunzione.

            Monica Romano ha raccontato del proprio vivere al femminile da vent’anni e delle proprie storie d’amore a lungo termine, con uomini e con donne. Ciò ha portato lei (come altre persone T) a doversi “giustificare” continuamente: «Se ti piacciono le donne, allora non sei davvero donna»; «Lei sta con te perché, sotto sotto, ti vede uomo»; (da parte di donne lesbiche) «Ma ti sei messa con quella lì? Prima, era un uomo!» Il discorso di Monica si è poi spostato sulle aspettative “da film porno” che certi uomini hanno davanti alle coppie saffiche e sugli inconvenienti dell’essere lesbica (a prescindere dalla “T”).

            È arrivata, a questo punto, la “domanda delle domande”, introdotta da Laura: «Se ti piacciono le donne… perché hai scelto di transizionare?» La Romano ha raccontato d’aver dato spiegazioni diverse volte, ma che esse non convincevano. Ne ha concluso che, secondo la società, chiunque si leghi a una persona T “non va bene”. Se il partner è un uomo: «Ma, allora, sei gay!» Se è una donna: «Ma lei, prima, era un uomo!» Da tutto questo, si evince come il binarismo non sia solo un problema teorico-filosofico, ma assai pratico.

            Monica Romano si è definita pansessuale: ovvero, la sua capacità d’innamorarsi non è limitata dalla forma dei genitali o dal genere dell’altr*. Riprendendo il discorso, Laura ha aggiunto che avere un orientamento sessuale monodirezionale può essere certamente “limitante”, ma che bisogna anche fare i conti con le proprie pulsioni. L’orientamento non è una scelta e non tutti sono pansessuali. La Caruso si definisce semplicemente “lesbica”; ma ha dichiarato anche che ogni orientamento è legittimo. La riflessione ha incluso anche il fatto che sia difficile definire il “grado di mascolinità/femminilità” in base ai genitali («Mio zio con la vagina non è più femminile di me!»).

            Laura si è comunque posta spesso un interrogativo tipico delle donne trans-lesbiche in fase di auto-indagine: «Se mi sento donna, perché mi piacciono le donne?» Questa domanda le ha causato molti conflitti interiori.

            A questo punto, è stata introdotta anche la distinzione fra persone T “primarie” e “secondarie”, in base alla precocità dell’autoconsapevolezza. La Caruso, pur avendo transizionato tardi, si definisce “primaria”, perché fin da bambina si rendeva conto della propria femminilità. Purtuttavia, ha trascorso lungo tempo in una condizione socialmente “al top”: quella di “maschio bianco eterosessuale con famiglia e indipendenza economica”. Ciò ha portato i presenti a osservare quanti tipi di discriminazione esistano ancora, a prescindere dalla “T”. Spesso, gli uomini evitano le persone transgender, per paura di essere considerati gay. Le donne si pongono più raramente questo problema. È il maschio a rischiare di perdere uno “status sociale perfetto”.

            Allora, perché si transiziona? Laura ne ha parlato come di “necessità”: «Non è coraggio, è disperazione. Si arriva a un punto in cui ci si dice: “Piuttosto che invecchiare da uomo, preferisco morire”». In quello stato, non si ha più alcunché da perdere.

            La Caruso ha citato alcune frasi che si è sorbita da parte di rinomati psicologi: «Quindi, lei vuol rifarsi una vita con un uomo?» (Come si è detto, lei è lesbica); «Ma, a casa, chi è che cambia le lampadine?»; «Allora, in cosa si esprime la sua femminilità?» A questa, Laura rispose con un sorriso beffardo, indicando se stessa. Esperienze come queste indicano quanto sia aberrante pretendere di capire le persone studiando argomenti sui libri (e decidere del loro destino in base a questi).

            A quel punto, è stata la volta di Nathan Bonnì. Le sue esperienze da liceale hanno visto professori bullizzare anche persone cisgender, in base al loro look («Questi capelli sono troppo corti!», detto a ragazze). Per una persona T che non vive in un contesto consapevole delle minoranze sessuali, scoprirsi e capirsi è difficile. Nathan viveva perciò come una femmina etero. Venne a conoscenza del mondo transgender grazie a serie televisive americane. Seppe dell’esistenza del trans-lesbismo prima ancora che di quella degli FtM.

            La sua prima relazione (con un ragazzo etero) fu tutto sommato felice, perché il partner aveva in qualche modo intuito l’essenza di Nathan. Col tempo, anche le sue fonti di informazione sul mondo T aumentarono. Non trovò però molti esempi di FtM gay; Bonnì è stato un pioniere di se stesso, in questo senso. I suoi primi contatti su GayRomeo furono molto prudenti, dato che lui non si riconosceva nello stereotipo di maschio qui proposto. Dichiararsi “flessibile” lo portava a esser visto come “lesbica”. Quando aveva relazioni con uomini gay, questi venivano spesso classificati come “bisessuali”, pur non essendolo. Anche la sua famiglia aveva difficoltà ad accettare il suo genere e orientamento, perché lo aveva sempre visto come una “ragazza etero”.

            A questo punto, è stata introdotta la questione del “passing”: la capacità di farsi riconoscere come appartenente al genere d’elezione. Il passing è stato difficile per Nathan, quando si trovava in coppia gay (veniva sovente percepito come “la donna”). Ciò non succedeva, però, quando era in compagnia della madre, o in altri contesti.

Per comprendere situazioni sentimentali come quelle di Nathan, occorrerebbe dunque disgiungere la mascolinità dall’eterosessualità. Essere gay non significa non essere uomini.

È stato curioso osservare come un uomo (spesso) rifiuti un partner FtM per una questione di genitali, mentre le donne disdegnano prevalentemente i suoi caratteri sessuali secondari (assenza di barba e peluria, ecc.). Anche fare coming-out sul posto di lavoro non è idilliaco, non foss’altro che per via di quel che recitano i documenti. Una possibile soluzione sarebbe l’introduzione del cambio di nome senza medicalizzazione. Ora che è stata approvata la legge Cirinnà sulle unioni civili, nessuno potrebbe più paventare che “tutti mutino genere anagrafico per accedere al matrimonio con persone dello stesso sesso”.

 

Testo a cura di Erica Gazzoldi, basato sul verbale di Andrea Sabrina Bianchetti.

FtM e MtF nel mondo del lavoro

Una laureanda in Scienze Pedagogiche sta scrivendo una tesi sulle discriminazioni di FtM e MtF in ambito lavorativo. Insieme all’Università di Roma 3, ha realizzato un breve questionario, che linkiamo qui. Esso serve a raccogliere i dati su cui fondare la tesi. Se vorrete partecipare, ve ne saremo grati. A presto!

Davide Amato: una storia di bisessualità, visibilità e non binarismo

Davide Amato è un attivista bisessuale e non binario, che promuove la visibilità e il coming out, parlando del, troppo spesso sottovalutato, problema della bifobia.
In quest’intervista proviamo a conoscere la sua storia, a capire come è cambiata la situazione delle persone bisessuali e cosa sarebbe opportuno fare per migliorare ancora la situazione.

Ciao Davide: tramite quali realtà fai attivismo sul tema della B?

Ciao, Nathan, attualmente faccio attivismo tramite il Circolo Culturale TBGL Harvey Milk di Milano in cui ricopro felicemente il ruolo di responsabile del Progetto Bisessualità e di coordinatore del prossimo gruppo operativo di visibilità bisessuale.

Poi, faccio attivismo tramite una collaborazione con il Gruppo Donna Arcigay di Milano, l’associazione Lieviti del Milk di Verona e, in ultima istanza, con il nascente gruppo di coordinamento di più associazioni sotto il nome di Mondo Bisex. Di quest’ultimo fanno parte arche il gruppo Bit, o Bisessuali in Toscana, e il gruppo Bproud di Bologna.

Se ti va…parlaci di come ti sei scoperto bisessuale

Molto volentieri! Il tutto avvenne tre anni fa, durante uno dei tanti corsi sul bullismo omo-bi-transfobico organizzati dall’associazione Arcigay EOS di Cosenza, in collaborazione con il Cassero di Bologna. All’epoca, già militavo da tempo all’interno del comitato Arcigay I due Mari di Reggio Calabria, spazio in cui entrai da attivista etero LGBT-friendly.

Comunque, per dirla brevemente, si crearono alcune condizioni favorevoli che fecero esplodere improvvisamente, in me, emozioni del tutto nuove e impreviste. In sostanza, la vicenda si svolse tutta durante il trascorrere di quel corso, nel giro di pochissimo tempo, e fu la base di partenza del mio coming out.

Quindi, mi dichiarai bisessuale prima con mio comitato e poi in famiglia, durante il periodo natalizio. Infatti proprio per la mia improvvisa riscoperta, penso di essere un caso unico, speciale e atipico…

L’intervista completa è a disposizione su Progetto GenderQueer.

Il Milk e il Pavia Pride

Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” è lietissimo di aderire al Pavia Pride 2017

Il corteo pavese si terrà sabato 10 giugno e partirà alle ore 15:00 da Piazzale Ghinaglia, per poi approdare a Piazza della Vittoria. Il tema di quest’anno sarà “La provincia”: cosa significa essere gay, lesbiche, bisessuali o gender not conforming in centri di piccole e medie dimensioni? 

Qui, maggiori dettagli sull’evento e sulla Pride Week di Pavia.

A presto!

Solidarietà a Yuri Guaiana

Yuri Guaiana, già segretario nazionale dell’Associazione Radicale Certi Diritti e attivista LGBT, è stato arrestato in Russia, stamattina (11 maggio 2017). Si stava recando alla Procura Generale di Mosca, per consegnare le firme raccolte contro gli arresti e le detenzioni di gay in Cecenia. Ne ha dato notizia il radicale e leader dell’Associazione Luca Coscioni Marco Cappato, in un post su Facebook. Con Guaiana, c’erano anche quattro attivisti russi: Alexandra Alekseyeva, Marina Dedales, Nikita Safronov e Valentina Dekhtyarenko. Poche ore più tardi, è stato rilasciato, come ha comunicato su Twitter il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. 

Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano esprime la propria solidarietà a Guaiana e agli altri attivisti. Benché conclusosi in poco tempo, l’episodio è un altro tassello del clima politico in Russia: quella Russia in cui la denuncia dei fatti ceceni è stata negata con disprezzo.

“Io, Lauro e le rose”: intervista con Mario Artiaco

Il 19 maggio 2017, alla Libreria Antigone di via Kramer 20 (Milano), alle ore 18:30, il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” accoglierà Mario Artiaco e il suo libro: Io, Lauro e le rose (2017, Di.Ar.Ma.). Ecco cosa l’autore stesso dice del proprio romanzo autobiografico. 

 

  1. Tu sei etero, ma ti batti per i diritti delle minoranze sessuali. Cosa può spingere una persona che gode della cosiddetta “normalità” a occuparsi di questioni LGBT?  

          Sono etero ma, ti prego, detesto le etichette. Mi batto per la normalità, quella che io, in qualità di eterosessuale, non sento rappresentare. La normalità non esiste, perché non siamo tutti uguali e quello che per me è “normale” per altri non lo è. Siamo tutti profondamente diversi e non per una questione di natura sessuale: siamo diversi a prescindere e per milioni di differenze che ci distinguono. Ognuno è la sfumatura irripetibile di una tinta, di una cromatura e ogni individuo è indispensabile alla Bellezza del tutto. 

Ho fatto un percorso di vita e ho incontrato persone meravigliose lungo il cammino: come il gigante buono, il protagonista del mio romanzo, che, con il suo esempio mi ha educato alla conoscenza e ha reso naturale la mia scelta di sostenere i diritti delle persone LGBT. Mi ha tratto via dall’ignoranza con la sua storia, la sua umanità, il suo immenso cuore. Sono figlio di una generazione in cui i genitori non parlavano di nulla, tanto meno di omosessualità, e questo è uno dei mali più grandi del nostro tempo: l’ignoranza! Ho avuto timore e sono stato disorientato quando, davanti agli occhi, mi si è posta la verità inconfutabile della sua natura. Ho avuto bisogno di tempo per prendere coscienza e conoscere una realtà così radicata ma, per me, del tutto nuova. 

Non bisogna essere un panda per sostenere il WWF e non bisogna avere in casa o tra gli amici intimi Piergiorgio Welby o Fabo per assecondare la volontà di chi vuole ricorrere a ciò che dovrebbe essere il diritto alla libertà di porre fine alla propria esistenza. Quindi è certo che non bisogna essere (necessariamente) omosessuali per difenderne i diritti. Sartre diceva che: “Nel silenzio si diventa complici”, e, aggiungerei, carnefici. È una questione di sentire, di impegno civile, morale. Non ci trovo nulla di straordinario in ciò, mentre ancora mi stupisco e non mi arrendo all’indifferenza e all’ignoranza.

  1.       Io, Lauro e le rose è il tuo primo libro? Ne hai scritti altri?

            Due nel cassetto e ancora voglia e desiderio di scrivere tanto, ripromettendomi e sperando che qualcuno mi fermi quando sarà tempo: quando non riuscirò più a imprimere emozioni e quando leggere delle mie elucubrazioni mentali sarà diventato un peso e non più un piacere. Io, Lauro e le rose è stato il secondo in ordine cronologico ad esser scritto, ma il primo che doveva venire fuori: una necessità impellente, un tributo voluto, sentito, una storia che, per quanto a tratti dura e cruda, non può e non deve essere taciuta.

  1. L’hai definito “un libro-denuncia”. Effettivamente, è molto crudo, sia nella descrizione degli abusi subiti da Raffaele, che in quella della sua malattia. Nessun editore, fra quelli che hai contattato, te l’avrebbe pubblicato integralmente. Pensi che la stampa italiana abbia problemi di libertà, dopotutto?

             La proposta in particolare di una grande casa editrice è stata raccapricciante, volta a un taglio prettamente commerciale. Volevano omettessi passaggi fondamentali in luogo di argomenti di tendenza (comunque di enorme interesse e attualità), ma assolutamente fuori luogo, in una storia autobiografica. Si offrivano anche di scrivere un paio di capitoli, se non me la fossi sentita o non ne fossi stato in grado e, se avessi ceduto, avremmo scritto un altro romanzo: una fiction e non quello che ho narrato. Di qui la scelta consapevole, pregna di sacrificio ma che non baratterei con nessun’altra proposta: l’auto pubblicazione. La storia è rimasta tale, quella del gigante buono. I personaggi, ai quali in parte ho cambiato i nomi, sono quasi tutti identificabili. Il luogo in cui si svolge l’intero romanzo è un piccolo paesino di provincia del sud Italia. Chi leggerà, e vive e conosce quei luoghi, non avrà alcun dubbio circa l’identità in particolare di alcuni coprotagonisti. È un libro denuncia, senza mezzi termini. E chi vuole contrapporre il suo volto al mio e desidera denunciarmi lo faccia pure. 

L’editoria in genere naviga in brutte acque. Anche il mondo delle pubblicazioni sta cambiando, nonostante gli ordini di scuderia tentino di tarpare le ali a chi si auto produce. Ci sarebbe anche la libertà di trattare determinate tematiche e mettere a nudo certe realtà, come provo a fare nel mio romanzo; ma, per far si che accada ciò, ci vorrebbero editori con le palle. Discorso ben diverso è quello delle librerie indipendenti. Ho trovato svariati librai, splendido termine desueto e razza in estinzione, disposti a credere in questa storia, a presentarla e a perorare la causa che sostengo e il messaggio che avrei presunzione di trasmettere. 

  1. I contenuti del romanzo non sono altro che i tuoi ricordi, riguardanti i tuoi amici, in special modo Giovanni/Raffaele. In che modo hai rielaborato la realtà? Hai omesso qualcosa? Hai accentuato altro? Le parti in corsivo mostrano te e Giovanni/Raffaele intenti a rievocare il passato… Si tratta di colloqui realmente avvenuti o di una finzione letteraria?

             Prendemmo davvero l’imbarcazione, e partimmo. Io e Lauro eravamo fuori di testa, due adolescenti in cerca di gloria, Raffaele invece aveva una motivazione forte, seria, drammatica: cercava di fuggire. La storia è totalmente autobiografica; ho cercato di attenermi e contenermi con i racconti ai frangenti significativi e che ricostruissero la sostanza di una vita dolorosa e, nonostante tutto, vissuta con enorme dignità. Il gigante buono era un grande uomo e colmo di dignità. 

Ho dovuto di certo tagliare moltissimo, in termini di pagine e aneddoti. Inizialmente, il racconto contava più di mille pagine; il romanzo pubblicato è di “sole” 380. 

Come giustamente sottolinei nella domanda, ho distinto i dialoghi diretti tra me e Raffaele usando il corsivo, in modo da cercare di aiutare il lettore nei frequenti cambi dei piani temporali. I colloqui sono comunque reali e datati. Annotavo tutto a ogni incontro e già dalla Pasqua del 2012 cominciai a dar forma al romanzo.

  1. Dev’essere dura mettersi al tavolino ed eviscerare così i propri ricordi più cari… È stato difficile scrivere Io, Lauro e le rose? O avevi psicologicamente bisogno di scriverlo?

              È stata l’unica operazione necessaria, possibile: la catarsi. È stato dolorosa viverla e indispensabile vomitarla. A volte in forme, lessico e descrizioni crude. Ho scritto per Amore e con la forza del dolore. Se non avessi raccontato, sarei rimasto fermo al 16 dicembre 2012 e, soprattutto, avrei tradito la promessa fatta al gigante buono. Voleva chiudere il viaggio terreno senza rimorsi e rimpianti e voleva che questa storia giungesse a chi ha vissuto giorni come i suoi.

  1. Com’è stata l’accoglienza della tua opera, nei circoli LGBT italiani?

              Nella stragrande maggioranza dei casi, sono stato accolto con commozione, gioia, addirittura gratitudine. Le persone LGBT di molti circoli italiani mi dicono grazie; ma, in realtà, sono io che dico grazie a loro. L’amicizia con il gigante buono mi ha arricchito in maniera determinante e mi ha reso una persona migliore, facendomi accostare e conoscere tutti i meravigliosi colori dell’arcobaleno, tutte le diversità. In questa diversità che completa ogni essere umano, solo se vissuta e condivisa in tutte le sue forme, apprezzo con occhi nuovi la grande bellezza. 

  1. In un passo del romanzo, una delle persone accorse a visitare la salma di Raffaele si stupisce del fatto che tu (al contrario degli altri amici del defunto) non sia gay. Il tuo personaggio, però, risponde: “Oggi, sono gay anch’io”. È il motto del tuo essere attivista?

             Sono attratto dalla sesso femminile, è attraverso le forme del corpo di una donna che provo piacere, libidine e orgasmi. 

Ma, se la maggior parte del mondo etero sostiene che le persone LGBT siano malate, infettive, persone da curare e gli omosessuali invece si difendono e si battono per i loro diritti, e non solo, ma anche quelli di tantissime altre minoranze, allora io sono dalla parte dei gay, sono gay anch’io, nel mio modo di pensare e combattere ogni forma di discriminazione sono gay. E ne sono orgoglioso. 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi.

L’indulgenza del latte – Un progetto Carolina Reaper

L’indulgenza del latte è un progetto della compagnia teatrale Carolina Reaper. Essa nacque con altro nome a Milano, nel 2009, con lo spettacolo Abbandonare Didone. Dopo numerose repliche tra Lombardia e Veneto, questo vinse il primo premio della sezione “Under 35” al Next Generation Festival di Padova (2013). Nel 2015, la compagnia inscenò Madame Cyclette, storia di una corsa contro il tempo. Il nome “Carolina Reaper” è giunto dopo sette anni di attività.

Il primo studio de L’indulgenza del latte è stato rappresentato al Teatro Elfo Puccini di Milano, inaugurando la Milano Pride Week. Lo spettacolo compiuto debutterà nella stagione 2016/2017 di Campo Teatrale, sempre a Milano. L’indulgenza del latte è composto da “quadri” ambientati nel futuro prossimo e aventi per filo conduttore il tema dell’omofobia. Il regista di Carolina Reaper, Patrizio Luigi Belloli, è anche drammaturgo e direttore artistico. Ed ha accettato di rilasciare un’intervista per il nostro Progetto Blog.

 

 

  1. “Carolina Reaper”: come mai un nome così… piccante, per una compagnia teatrale?

Abbiamo pensato: sarebbe bello che l’anima della compagnia avesse un nome e un cognome, proprio come ciascuno dei suoi membri. E che quest’anima restituisse l’idea di una forza che si scatena, di un incendio. Potente, come il sapore del peperoncino più piccante al mondo: il “Carolina reaper”.

 2. L’indulgenza del latte: il titolo allude al cognome dell’attivista Harvey Milk (“Milk” = “latte”, appunto)?

Una vecchia canzone diceva “Bevete più latte”. Il latte è proteico. Se lo bevo divento grande, combatto e vinco. Ma quasi tutti siamo passati dal seno di una madre che ci ha nutriti. Quindi il latte è anche trasversale e ci ricorda che l’uomo non si sostiene da solo. Ecco che allora il latte instilla sì vigore, ma induce anche ad essere indulgenti.

Il titolo dello spettacolo si ricollega non casualmente al cognome e allo spirito di Harvey Milk: un inarrestabile attivismo politico, volto alla conquista dei diritti civili, e uno sguardo umanissimo al bisogno delle persone di essere felici.

 3. “Uno spettacolo intero. Materno. Cagliato. Parzialmente scremato. A lunga conservazione”. Così l’avete definito. Ciò spiega, in parte, il motivo di quel “latte” nel titolo. Avete scelto diverse epoche e diverse storie, da condensare nello stesso spettacolo. Esse sono però unite dal filo conduttore dell’omofobia. Quali diversi aspetti dell’omofobia avete colto, durante questo lavoro? E come si ricollegano alle caratteristiche del latte che avete citato?

Il nostro è uno spettacolo caleidoscopico e ha lo scopo di misurare i livelli di omofobia degli spettatori come si fa coi bambini quando hanno la febbre. Noi non ricorriamo ai gradi centigradi, ma a una pluralità di episodi, ambiti e sguardi dove l’omofobia come polvere si può annidare.

Anzitutto nel tentativo di limitare i diritti civili, di cui invece vogliamo mostrare la piena acquisizione. Nello spettacolo per esempio le unioni civili sono considerate qualcosa di sorpassato e le due ragazze lesbiche protagoniste del primo episodio si sposano in chiesa. Gli spettatori in questo caso sono chiamati a essere gli invitati alla cerimonia, durante la quale si rifletterà in maniera tragicomica sul significato dell’essere madre (latte materno).

Ma il latte ha una data di scadenza e arriva per molti, anche per gli estremisti anacronistici, il tempo di rendersene conto e smettere di condurre le famiglie ai raduni Family Day o alle silenti manifestazioni delle Sentinelle in Piedi. Forse trascorrere la domenica a fare hockey, all’Aprica, a teatro o semplicemente a casa sarebbe più costruttivo dell’armarsi di un’ostilità tanto gratuita quanto venefica (latte cagliato).

La banda di finti neonazisti vuole instaurare un nuovo regime (a lunga conservazione), ma sa che per ottenere la longevità di un progetto occorre un lavoro di controllo continuo, non abbassare mai la guardia, per schiacciare sul nascere i tentativi di insurrezione da parte dei neonazisti veri.

Va detto infine che lo spettacolo conosce due versioni: una parzialmente scremata, che prevede tre episodi recitati, e una intera, cui si aggiungono diversi cortometraggi.

 4. Nella presentazione in PDF del vostro spettacolo, parlate della voglia di tirare un pugno, per scardinare i pregiudizi sull’omosessualità. L’indulgenza del latte sostituisce questo pugno, scardina la realtà non con la forza bruta, ma col pensiero. Vuole indagare quali siano i margini di rivalsa contro l’omofobia, ma scartando vittimismo e sensazionalismo. L’arte al posto della violenza, fisica o pubblicitaria che sia… Qual è il rapporto tra creatività e brutalità? Sono antitetiche? O vengono dalla stessa radice? O entrambe le cose?

Il desiderio di “tirare un pugno” è nato nella nostra mente come intenzione naïve, ma spontanea. Ci siamo detti che non era il caso di negare tale spinta, che negarla ci avrebbe tolto potere e reso disonesti. Ma anche che la fantasia di sgominare a suon di cazzotti l’omofobia e i suoi tanti adepti, più che realizzata andava portata a un altro livello. E il teatro ci ha permesso addirittura di sublimarla, renderla costruttiva e fruibile da una collettività, individuare un messaggio contrario al dilagante vittimismo in cui si incappa quando si affrontano temi di questo tipo. L’intento è stato quello di evitare il facile quanto pericoloso effetto “siamo vittime” perché altro non fa che alimentare il numero dei carnefici. Secondo noi, ai colori dell’arcobaleno, la comunità LGBT dovrebbe aggiungere anche il bianco e il nero sulla propria bandiera. A chiudere un cerchio, a completare uno spettro. Forse è vero che una certa creatività è brutalità, ma dopotutto lo è anche il parto. Si tratta di due mondi che si incontrano e scontrano quando deve nascere qualcosa di importante.

5. L’ambientazione delle vostre storie è il futuro, quindi un ambito ipotetico e immaginario. Quanto del presente (e del passato) c’è nel vostro “futuro”?

Se penso al tempo che mi è stato sottratto quando mi facevano sentire inadeguato, nasce in me la voglia di recuperarlo immediatamente, di non perdere altro tempo.

Per questo nello spettacolo, anziché indugiare su ciò che è stato (certamente utile ma paralizzante se diventa l’oggetto prediletto dal nostro sguardo), mostriamo quello che per forza di cose accadrà in futuro. Perché nell’oggi in nuce già esiste già quello che ci spetta domani. E’ un vento che già ci accarezza.

Nell’ “Indulgenza del latte”, lo spettatore può così assistere al primo matrimonio lesbico religioso in Italia, che abbiamo collocato (ottimisticamente o meno è spunto di riflessione) nel 2022. Ma anche alla resa e all’esilio dal nostro Paese di chi ha combattuto strenuamente quanto invano contro le unioni civili e le adozioni omogenitoriali (2025). Attraverso la rappresentazione teatrale costruiamo e palesiamo un mondo privato di quelle istituzioni che tentano di conservare le discriminazioni facendone baluardo, terrorizzate dall’idea probabilmente inaccettabile (!) della libertà che avanza. Istituzioni destinate a crollare. E allora perché non assistere in prima fila a tale fragorosa caduta?

6. Nello spettacolo, “L’Indulgenza del Latte” è una finta banda di neonazisti, che vuole infiltrarsi in questo ambiente per scardinarlo dall’interno. Che significato ha questo nome? Quale programma sottende?

È una piccola banda di eroi non convenzionali, disposti a sacrificare tutto, la loro vita privata e, in maniera surreale, la loro stessa omosessualità pur di portare a termine un piano ai limiti della follia: spacciarsi per veri neonazisti, entrare nel loro sistema e distruggerlo dall’interno. Come fossero attori, dovranno recitare una parte e dovranno recitarla bene. Ne va della loro incolumità e della buona riuscita del progetto. Per tale ragione sceglieranno di abbandonare il loro passato e seguire un duro addestramento, che li priverà della loro identità, esteriore e interiore, e consentirà loro una mimesi pressoché totale “con il nemico”. Non vogliamo spoilerare l’esito del piano di questa atipica banda: possiamo dire che il loro percorso è anche quello dello spettatore, chiamato a guardare dentro lo stereotipo e ricavarne ciò che ritiene utile e ciò che reputa effimero.  

7. Il terzo episodio è “Last Family Day”: storia di una famiglia infelice che attribuisce la propria infelicità al contesto esterno, al fatto che vengano legalmente riconosciute anche famiglie diverse dalla loro. Secondo voi, dunque, il risentimento contro l’avanzata dei diritti civili e la paura del “gender” viene dal desiderio di trovare capri espiatori? E per cosa?

Secondo noi nasce da una doppia attitudine: l’invasione di campo e il vittimismo come conseguenza dell’invasione di campo.

Chi ha preso alla lettera il messaggio “fatti a immagine e somiglianza di Dio” forse si è accaparrato, oltre allo specchio, pure la toga che il giudice indossa quando condanna e ha pensato di avere tutto il diritto/dovere di creare un mondo dalla cifra conservatorista pigramente ma ferocemente tramandata nel corso delle generazioni. Come quei giuramenti fatti al capezzale che uno non si sente di tradire. Questa tendenza “legittimerebbe” un’invasione di campo, induce a entrare in ambiti che dovrebbero rimanere privati e liberissimi ancorché innocui, e a ravvisarne presunte minacce e i semi di chissà quale temibile caos. Quando poi viene a galla che non si può esportare e imporre un modus vivendi come si farebbe come un conio, ecco che l’invasione di campo si trasforma in una sorta di regressione, di chiusura e scatta la fase due: il vittimismo. Non a caso, ne “L’indulgenza del latte”, la famiglia che vuole lasciare l’Italia alla ricerca di un paese dove gli omosessuali non solo non possano sposarsi o essere genitori ma neppure esistere, sente esplodere le bombe sulla propria testa come fosse la Roma del ’43. Chi crede all’inferno e lo crede un possibile aldilà, è perché non lo vuole vedere nell’al di qua, più precisamente non è in grado di vederlo già dentro di sé.

Di questa famiglia noi vogliamo palesare il dramma senza facili ironie. Perché, oltre che ridicolo, è certamente drammatico non saper uscire da certe gabbie quando la porta non è nemmeno stata chiusa a chiave.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

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