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La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio, il Circolo TBGL “Harvey Milk ” ospiterà l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno: la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali). 

Il presidente Nathan Bonnì si è incaricato di intervistare la dott.ssa Ribali, per conoscerla un poco in precedenza.

Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi…

 

… Continua su Progetto GenderQueer.

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Franco Buffoni: “Per il mio amico Alessandro”

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) è uno dei maggiori poeti italiani viventi. Ma, soprattutto, era amico del nostro Alessandro Rizzo Lari. A lui ha voluto dedicare questi versi.

“Soltanto chi si è trovato davanti alla porta

Dietro la quale viene torturato un uomo

Che senza io si avvierà alla morte,

Sa che cosa sia davvero l’assurdità”,

Dicevo una sera ad Alessandro

Che mi accompagnava in Centrale

Citando Hermann Broch.

Parlavamo della fine di Regeni.

Adesso da lassù sento quasi

Il borbottio degli angeli più anziani,

E bisbigliano i più timidi,

Ma certi altri alzano la voce

Mentre i grandi candelabri e i ceri spostano

In excelsis, tra Virtù e Principati…

Uscir di vita, se ci sono gli déi,

Scriveva Marco Aurelio nei Ricordi

Non è affatto cosa esecrabile,

Perché non è possibile che ti vogliano far male;

E se non ci sono, o non si curano delle cose umane,

A che varrebbe vivere in un mondo

Senza provvidenza e senza déi?

Io non credo in nessun dio, Alessandro,

Per questo adesso ti so

In quell’isola a Nord di Ortigia

Chiamata Siria per il sole al tramonto,

Terra beata dove in tarda età soltanto

Si muore

Per la freccia gentile di Apollo in un istante

E senza provare dolore.”

In memoria del nostro vicepresidente Alessandro Rizzo Lari

Ho conosciuto Alessandro Rizzo nel 2009. Io e Fabio Valerio Bertini eravamo andati da Alessandro Martini per il laboratorio cinematografico del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano.
L’ho rivisto mesi dopo, era relatore a una conferenza sui diritti LGBT in un Circolo Arci vicino a piazza Lodi.
Tempo dopo Alessandro si è avvicinato al Milk e ne è diventato responsabile Progetto Cultura.
Ci sentivamo molto spesso, per organizzare gli eventi del Milk, come massoneria rainbow con Enrico Proserpio, buddhismo LGBT con Jacopo Enrico Daie Milani, crossdressing con Andrea Sabrina Bianchetti , o quello sui bisessuali con Davide Amato, più recentemente, l’evento sulle periferie LGBT con Daniele Dodaro, l’evento di David Barzelatto con Daniele Brattoli e quello imminente sugli adolescenti T con Roberta RibaliStefano RicottaValentina Guggiari. Ricordo quest’estate quella pazza cena vicino alla Casa dei Diritti, in cui io e Martina Manfrin riempivamo Ale di proposte per la nuova stagione. Ricordo quando, nel 2014, con Danilo Ruocco abbiamo fondato la rivista Il Simposio, e di quando noi tre con Monica Romano l’abbiamo presentata al Milk.
Ricordo quando alle cene di Leonardo Davide Razvan MedaEmanuele Satiro Boscarino Gaetano io e Ale suonavamo la campanella per annunciare il “discorso” in cui presentavamo i progetti del Milk, iniziando sempre dallo sportello legale di Marco D’Aloi.
Ricordo quando andavamo insieme alla Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni o all’ Uaar dalla cara amica Valeria Rosini.
Tutte le persone che ho citato, o quasi, erano care amiche per Alessandro, eravamo una grande famiglia, che oggi si sente privata di un pezzo importante.
Ricordo quando io ed Ale andavamo alla libreria esoterica. Aveva scelto un pendolo arcobaleno, ma era indeciso. Così glielo comprai ma poi ogni volta che ci vedevamo me ne dimenticavo.
Ale è stato il primo a vedere la mia casa nuova, mi parlava del suo monolocale e di come lo stava arredando.
Ale non si dimenticava mai di farmi gli auguri, e ricordo che una volta mi fece un regalo a sorpresa. Io lo avevo già comprato, era un libro e sapeva che lo desideravo, ma gli dissi lo stesso di farmi una dedica, perché mi aveva tanto commosso quel pensiero che volevo averne due copie, e la sua l’avrei conservata per ricordo.
Ale correggeva gli autori e i relatori se davano il maschile a un personaggio trans del loro libro. Ale rispondeva a tono se in un comunicato stampa venivano dimenticate le persone bisessuali. Ale quest’anno voleva dedicare un evento agli asessuali con Alice Redaelli e agli intersessuali con Sabina Zagari. Ale ha sempre sognato un Milk plurale e lui non era uno del Milk, lui era la vera anima del Milk, chi più di noi tutti rappresentava la natura del circolo, ed uno dei pochi ragazzi Gay che lottava contro il binarismo e per i diritti delle minoranze ignorate dell’acronimo.
Ricordo la sua dolcezza nel comunicare, anche per iscritto, il suo garbo: le sue mail particolarmente gentili e ossequiose che scriveva a collaboratori e relatori.
Alessandro era una persona coltissima, sensibile, intelligente.
Io e Monica Romano avremmo tanto voluto che divenisse lui Presidente nel prossimo mandato Milk, perché era quello che più di noi tutti aveva passione.
Ricordo come faceva girare il foglio per prendere le mail, e poi me le mandava. Cercavamo insieme di capire insieme le calligrafie più astruse e a volte non ne venivamo a capo.
Ale è forse l’unica persona con cui non ho mai litigato, e considerando il pessimo carattere che ho è un miracolo: con Ale era impossibile litigare perché era una persona dolcissima e sapeva capire le posizioni di tutti.
E’ stato uno dei migliori compagni di attivismo che ho avuto. Mai è stato manchevole nell’organizzazione di un evento al Milk. Era ineccepibile, serissimo, la sua agendina era un mondo di contatti che sapeva sempre quando e come contattare, per creare sinergie ed eventi culturali di spicco.
Ale, come ti ricorderemo? Forse come colui che aveva gusto nel vestire o forse come colui che, diciamolo, aveva un gran gusto anche sugli uomini. O forse come un amico, un pezzo della nostra piccola famiglia TBGL. Il telefono non smette di squillare. Tutte le persone che abbiamo incontrato insieme, nel nostro percorso, mi chiedono se è vero che ci hai lasciato, mi chiedono come è possibile che persino noi del direttivo di cui eri vicepresidente da ormai non so quanti anni hanno saputo la cosa oggi e per caso. Avremmo voluto ricordarti al funerale, essere il tuo direttivo, la tua famiglia.
Eppure lo abbiamo saputo solo adesso, da facebook, per caso. Ero al corso di inglese e ho subito capito che non si trattava di uno scherzo. La cosa mi ha talmente sconvolto che ho lasciato la classe non vedendo l’ora di riprendere il tuo libro, di leggere la tua dedica. Il cellulare si è spento per il bombardamento di chiamate (Leo Cumbo, @enrico fava, e tanti altri) e messaggi in cui la tua famiglia LGBT chiede di te.
Ale, perché ci hai lasciato? Mi ricordo di quando riprendevi i tormentoni semantici miei e di Monica. Il mio “sono tutti picareschi!” o anche gli “abbracci circolari” di Monica.
Quando ci renderemo conto che non ci sei più? Al primo direttivo senza di te, alla prima assemblea senza di te.
Ho sempre detto, per scherzo, che se fossi caduto con lo scooter e fossi morto, magari tu avresti cambiato il nome del circolo in Nathan Bonnì. Ricordi? Ne ridevamo, io te e Leo.
Oggi penso che te lo dobbiamo di dedicarti il nostro circolo. Tu ne sei stato il simbolo. Tu hai dedicato al circolo tanti anni con grande passione, e ci inviti ad andare avanti con altrettanta passione.

Con te se ne va una parte di noi.

Scusate se non rileggo, non ce la faccio. Perdonerete eventuali refusi.

Nathan Bonnì

Milk oggi in posizione 4 al corteo MilanoPride :)

Ciao a tutti,
oggi sfileremo alla posizione 4 insieme al coordinamento promotore , Arcobaleno.
Se siete d’accordo col team street@milkmilano.com (Sara Luciani e Ivano Cipollaro) allora raggiungeteli al punto di concentramento.
Altrimenti vi aspettiamo alla posizione numero 4
https://www.facebook.com/events/1616595705336722/

Vi allego un messaggio del nostro Responsabile Comunicazione

chiedo cortesemente a tutti i partecipanti al MilanoPride di oggi, per una questione di visibilità e compartecipazione , di fare dei video (più che le foto) anche diversi da 20/30 secondi e di girarmeli via mail, via FB o direttamente postateli voi sulla vostra pagina FB con l’hashtag ‪#‎mymilk‬.
Buon pride!

DDB

Pride & Pride Week

Ciao a tutti,

Vi ricordiamo gli eventi che il Milk propone in pride week

https://www.facebook.com/events/1275784742463566/
Bisessualità & Pansessualità: una riflessione su sessualità, desideri e affettività in una prospettiva non binaria.

Domani (Martedì 21 giugno) dalle ore 19:00 alle ore 21:00

Casa Dei Diritti-Comune di Milano
Via DE AMICIS 10, 20123 Milano

https://www.facebook.com/events/1644624845862596/
Oddio, Il gender! con Chiara Lalli e Federico Ferrari

Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni
Mercoledì 22 giugno dalle ore 18:15 alle ore 20:00
Via Francesco Sforza 12/a, 20122 Milano

https://www.facebook.com/events/801280883305087/
“Battito d’ali”: presentazione del libro di D. Rossi e A. Coppola

Giovedì 23 giugno alle ore 18:00
Casa Dei Diritti-Comune di Milano
Via DE AMICIS 10, 20123 Milano


Per la parata del Pride, chi vuole sfilare col Milk, contatti Sara Luciani o Ivano Cipollaro su facebook o via mail tramitestreet@milkmilano.com
L’appuntamento è per le ore 15,30 in Piazza Duca d’Aosta a Milano.

Se vuoi sfilare con noi, metti anche “partecipa” qui:
https://www.facebook.com/events/1616595705336722/

Ciao a tutt*!
Sono Sara, e come referenti del progetto Street io e Ivano vi invitiamo a contattarci alla mail appositamente creata per info e delucidazioni sul concentramento di sabato per il pride e per varie ed eventuali su tutti i prossimi eventi di piazza.
Sarebbe bello e d’effetto che tutt*i militanti milk il giorno del corteo indossassero almeno un indumento rosso (meglio se una maglietta)…colore della bandiera milk e attualmente utilizzato per la campagna contro il femminicidio e la violenza sulle donne.
Spero accoglierete numeros*la proposta!
Per ogni delucidazione contattateci.
Sara e Ivano

Assemblea Annuale 22 Maggio 2016

E’ convocata l’Assemblea Ordinaria Annuale dei soci del Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano , il giorno Domenica 22 maggio 2016 ore 18.00 presso Via Soperga 36 Milano (sede Guado), con il seguente ordine del giorno:

1) Elezione del revisore dei conti
2) Presentazione del bilancio da parte del Segretario
3) Valutazione del revisore e Approvazione del bilancio
4) Campagna Milk Pride 2016
5) Varie ed eventuali

Tutti soci sono invitati caldamente a partecipare a quello che è il momento di massima espressione della vita democratica dell’associazione. L’assemblea è pubblica, chiunque è invitato ad assistere ai lavori.

Regolamento assembleare:

1) AVENTI DIRITTO AL VOTO: tutti i soci in regola con il versamento della quota associativa; i soci tesserati dopo la data di pubblicazione della presente convocazione non avranno diritto di voto. I soci morosi potranno rinnovare la tessera in sede di assemblea e partecipare regolarmente alle votazioni.

2) DELEGHE: ogni associato potrà farsi rappresentare in Assemblea generale da un altro associato con delega scritta. Ogni socio non può ricevere più di una delega. La delega deve esplicitamente contenere nome cognome data di nascita, residenza e numero di tessera (valida) del delegato e del delegante ed essere chiaramente rivolta all’assemblea del giorno 29 aprile 2012.

3) FUNZIONAMENTO: L’Assemblea ordinaria è presieduta dal Presidente congiuntamente col Segretario o in assenza di entrambi o di uno dei due, da soci eletti a maggioranza assoluta dai presenti.

4) VALIDITA’: L’assemblea è validamente costituita qualunque sia il numero dei soci intervenuti o rappresentati.

5) DELIBERAZIONI: Le deliberazioni dell’Assemblea ordinaria sono valide quando siano approvate dal 50% più uno dei presenti. Tutte le votazioni dell’assemblea si ritengono a scrutinio palese e per alzata di mano, ad eccezione di quelle relative a singole persone fisiche o quelle per cui la maggioranza del 50% più uno dei presenti richieda la votazione a scrutinio segreto. Le deliberazioni adottate dall’Assemblea dovranno essere riportate su un Libro Verbali a cura del Segretario, che sottoscrive il verbale unitamente al Presidente; il verbale dovrà essere a disposizione dei soci.

Il presidente

Considerazioni sull’attivismo GLBT e proposte

Ospitiamo e pubblichiamo un articolo di Sara Luciani, da poco giunta nel Circolo Culturale TBGL, Harvey Milk, in cui si esprime l’esigenza, con tanto di auspicio e di impeto propositivo, di richiedere, di vivere e di favorire un cambiamento organizzativo e contenutistico a livello sociale e all’interno dello stesso Movimento LGBT, soprattutto nazionale. In sostanza, la volontà di Sara consiste nel ribadire l’idea di UNITÀ del MOVIMENTO per un fine comune, e che tale dovrebbe essere per tutte e per tutti: l’AUTODETERMINAZIONE della persona, fatta di diritti e di doveri, rispettata nella propria dignità. L’acronimo internazionale del Movimento richiede uno spirito di coesione, che, purtroppo, spesso non c’è all’interno della stessa comunità, e di collaborazione nel garantire servizi alla persona, nel garantire la promozione di momenti culturali aggregativi, nel garantire mobilitazioni LAICHE che sappiano valorizzare le differenze. Le differenze sono tante e Sara parla di “fluidità” che, in uno spirito, appunto, laico, dovrebbero diventare “i collanti per questa grande rivoluzione sociale, umana e culturale”. Se uniti sotto un unico fine, appunto, possiamo raggiungere interessanti e importanti conseguenze a livello giuridico, sociale e, soprattutto, culturale. Sara ha scelto di aderire al Milk e pensiamo che il Circolo nelle proprie attività quotidiane, nei servizi alla persona che offre e nel ricco calendario di iniziative culturali che organizza confermi la propria natura di soggetto che vuole rivolgersi a chiunque avverta l’esigenza di affermare l’insindacabile diritto di emancipazione e di poter vivere liberamente la propria identità di genere, il proprio orientamento sessuale, senza esclusioni, senza pregiudizi, senza ostilità precostituite e preconfezionate: pena il necessario fallimento di una futura società di uomini eguali nelle proprie differenze e di superamento di steretipati binarismi, soffocanti, inutili e ristrettivi.

Ad oggi il panorama dell’attivismo glbt presenta a mio parere punti dolenti e discrepanze. Mi sono ritrovata da poco a riprendere in mano le questioni inerenti al popolo Glbt, ho parlato con persone, milito in un’associazione e promuovo il più possibile le nostre cause.
Ci sono, pero’, dei punti chiave sui quali vorrei soffermarmi. Esistono infinite sfumature di identita’ e di orientamenti, modi estremamente differenti del vivere il genere e le sue infinite e poliedriche differenze. Quello che dovrebbe essere il comune denominatore in questa battaglia per l’autoaffermazione di se e la rivendicazione delle cause dovrebbe essere, come lo dichiara l’affermazione stessa, appunto COMUNE … ma la realta’ presente ad oggi non risulta essere tale.
La sigla del movimento racchiude differenti tipologie di persone in base ai loro percorsi identitari, di genere e di orientamento, ma TUTTI intrinsecabilmente uniti sotto un COMUNE DENOMINATORE ,la diversita’ riconosciuta non piu’ come ostacolo ma come opportunita’ preziosa di crescita e cambiamento.
Il problema gravoso si pone dunque nel momento in cui “si creano differenze nella differenza”; il fatto che spesso solo apparentemente si combatta nella medesima direzione è assolutamente palpabile. Le lesbiche rivendicano, i gay rivendicano, i/le trans gender rivendicano…e cosi i/le bisessuali, gli intersessuati e una vasta miriade di sfumature.
Si combatte, ci si incontra, si discute, si creano eventi culturali, sociali ricreativi….ma IL COMUNE DENOMINATORE ESISTE VERAMENTE?
Infinite diatribe in corso che riguardano soprattutto la difficolta’ all’interno del movimento stesso di riconoscere la poliedricità e la mutevolezza.
Ho parlato con persone trans gender, gender fluid, io stessa, per quanto non ami le etichette, mi rispecchio in questa realtà, che dichiarano di essere discriminate/i dal movimento gay e lesbico…e cio’ accade esattamente anche tra lesbiche e gay stessi, per non parlare della fortissima mancata accettazione della bisessualità come realta’ esistente ed oggettiva che viene, spesse volte, additata come “scelta di comodita’” o piu’ comunemente “indecisione confusa”.
Persone trans gender che decidono di non sottoporsi ad un percorso di medicalizzazione che rivendicano la loro identita’ a gran voce e che vengono additati/e come “finti trans gender”.
Il problema, dunque, risiede proprio qui…come possiamo combattere in una direzione comune se siamo le/i primi a tagliarci le ali tra di noi?Credo che l’associazionismo dovrebbe trovare maggiori punti di accordo, raccordo e discussione…di confronto, per perorare al meglio la causa.
Chiuderci in ghetti precostituiti blocca l’ascesa del movimento di liberazione che assieme stiamo rincorrendo con fatica e coraggio; la COLLABORAZIONE fra associazioni dovrebbe essere il perno chiave su cui spingere per ottenere COMPATEZZA E STABILITA’.
Le associazioni, spesso, nascono e muoiono con estrema facilita’, e questo, a mio parere, dipende dal fatto che manca la volonta’ di impegnarsi in modo ATTUALE, adattandosi ai cambiamenti della realta’ che ci circonda, ricordandoci che la nuova generazione GLBT viaggia su binari differenti in alcune cose dalle generazioni passate.
Incentivare il piu’ possibile la comunicazione via internet attraverso i Social ,senza pero’ dimenticare il vecchio ma sempre efficace volantinaggio di piazza,dove si ha la possibilita’ di confrontarsi viso a viso,senza essere separati dallo schermo di un computer.
Proporre Cineforum, convegni, momenti culturali senza dimenticare, pero’, l’aspetto ludico e ricreativo, ma, soprattutto, L’ASCOLTO, il supporto attraverso gruppi di mutuo aiuto e sportelli di ascolto.
Se potessi creare da zero un’associazione le darei un connotato innanzitutto e assolutamente LAICO, un contesto aperto VERAMENTE a tutti/e dove la fluidita’ e la differenza diventano i collanti per questa grande rivoluzione sociale, umana e culturale.
Darei ampio spazio alla propaganda all’interno delle scuole perche’ proprio dall’istruzione puo’ e dovrebbe partire il vero cambiamento. Insegnare a giovani e bambini che possono essere cio’ che desiderano essere, che hanno un corpo da AUTORIVENDICARE e da vivere come meglio desiderano decostruendo i generi e andando ad intaccare questa folle binarieta’ che ci rende schiavi/e.
Molte persone vivono una situazione di latenza dove il dichiararsi diventa un momento vissuto con dolore e gravose difficolta’; dare, dunque, l’opportunita’ a chi ancora “deve uscire fuori” di trovare nelle associazioni contesti maggiormente variegati, meno strutturati e chiusi. Favorire una rete di supporto da parte di chi questo percorso lo ha gia’ affrontato portando esperienze e garantendo un supporto morale e psicologico.
Non voglio demonizzare il lavoro delle associazioni ma vorrei sottolineare che certe discrepanze interne non favoriscono il benessere dell’individuo, anzi, lo spingono a chiudersi o a doversi identificare in qualcosa che in realta’ non le/li rispecchia completamente.

Articolo di Sara Luciani
Introduzione di Alessandro Rizzo

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