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Assemblea Annuale 22 Maggio 2016

È convocata l’Assemblea Ordinaria Annuale dei soci del Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano, il giorno venerdì 05 maggio 2017 ore 21.00 presso Via Soperga 36 Milano (sede Guado), con il seguente ordine del giorno:

1) Elezione del revisore dei conti
2) Presentazione del bilancio da parte del Segretario
3) Valutazione del revisore e Approvazione del bilancio
4) Varie ed eventuali

Tutti soci sono invitati caldamente a partecipare a quello che è il momento di massima espressione della vita democratica dell’associazione. L’assemblea è pubblica, chiunque è invitato ad assistere ai lavori.

Regolamento assembleare:

1) AVENTI DIRITTO AL VOTO: tutti i soci in regola con il versamento della quota associativa; i soci tesserati dopo la data di pubblicazione della presente convocazione non avranno diritto di voto. I soci morosi potranno rinnovare la tessera in sede di assemblea e partecipare regolarmente alle votazioni.

2) DELEGHE: ogni associato potrà farsi rappresentare in Assemblea generale da un altro associato con delega scritta. Ogni socio non può ricevere più di una delega. La delega deve esplicitamente contenere nome cognome data di nascita, residenza e numero di tessera (valida) del delegato e del delegante ed essere chiaramente rivolta all’assemblea del giorno 05 maggio 2017.

3) FUNZIONAMENTO: L’Assemblea ordinaria è presieduta dal Presidente congiuntamente col Segretario o, in assenza di entrambi o di uno dei due, da soci eletti a maggioranza assoluta dai presenti.

4) VALIDITA’: L’assemblea è validamente costituita qualunque sia il numero dei soci intervenuti o rappresentati.

5) DELIBERAZIONI: Le deliberazioni dell’Assemblea ordinaria sono valide quando siano approvate dal 50% più uno dei presenti. Tutte le votazioni dell’assemblea si ritengono a scrutinio palese e per alzata di mano, ad eccezione di quelle relative a singole persone fisiche o quelle per cui la maggioranza del 50% più uno dei presenti richieda la votazione a scrutinio segreto. Le deliberazioni adottate dall’Assemblea dovranno essere riportate su un Libro Verbali a cura del Segretario, che sottoscrive il verbale unitamente al Presidente; il verbale dovrà essere a disposizione dei soci.

Il segretario

Stabat Mater – The Baby Walk

Dal 18 al 23 aprile ore 20.30 (domenica ore 18.30)

 

THE BABY WALK
IDEAZIONE Livia Ferracchiati
SCRITTO E DIRETTO DA Livia Ferracchiati
CON Chiara Leoncini, Alice Raffaelli, Stella Piccioni
E LA PARTECIPAZIONE VIDEO DI Laura Marinoni
DRAMATURG DI SCENA Greta Cappelletti
AIUTO REGIA Laura Dondi
PRODUZIONE Centro Teatrale MaMiMò e
Teatro Stabile dell’Umbria/Terni Festival
IN RESIDENZA A Campo Teatrale
in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare pressoCAOS – centro arti opificio siri a Terni

 
Stabat Mater indaga il tema delle relazioni intime e famigliari ed è, dopo Peter Pan guarda sotto le gonneil secondo capitolo della Trilogia sull’Identità che affronta il tema dell’identità di genere e, in particolare, racconta il transgenderismo maschile.
Quant’è difficile crescere? Quando si diventa adulti?
Cosa significa recidere il cordone ombelicale e farsi, a propria volta, potenziale genitore?
PROMO HARVEYMILK
Biglietto a € 10 anzichè € 20 prenotando a: biglietteria@campoteatrale.it

 

CONVIVIO – UNA CENA “DOPO” MA ANCORA “DENTRO” IL TEATRO 

Un’occasione per incontrare le compagnie ospiti dopo lo spettacolo, il direttore artistico del teatro Donato Nubile e altri ospiti per condividere domande e riflessioni intorno a un tavolo, ma anche per conoscersi e fare quattro chiacchere insieme ad altri spettatori.

 

QUANDO: Domenica 23 aprile dopo lo spettacolo (durata 90 minuti)
DOVE: A Campo Teatrale (via Casoretto, 41/a – 20131 Milano).
COSTO: Biglietto spettacolo + cena a buffet € 14
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:comunicazione@campoteatrale.it

Progetto co-finanziato da Fondazione Cariplo

Elevazione – In memoria di Alessandro Rizzo

Presso l’Antico Palazzo Biancardi in una storica zona imperiale – culla dell’antiquariato cittadino, inaugura: ELEVAZIONE, una mostra fotografica concettuale firmata dall’artista Giulio Crosara– classe 1984 – si terrà nel cuore di Milano, dal 13 aprile al 7 maggio presso Alson Gallery, Via S. Maurilio 11 Milano.

Vernissage 12 aprile ore 18.00 
 

Elevazione è un progetto espositivo fotografico site-specific dell’artista Giulio Crosara per Alson Gallery.

Ogni elemento della galleria è studiato per restituire l’esperienza dell’innalzarsi. L’altezza del soffitto di 5,29 metri, il colore bianco del pavimento e la sua riflessione, ogni particolare della struttura espositiva ha una sua funzione e produce  un rapporto armonico con le opere installate.

Una passerella sopraelevata realizzata per la mostra accoglierà il visitatore e, percorrendola, si avrà una prospettiva sempre diversa, godendo di una visione espositiva non convenzionale.

Lo sguardo dall’alto è libero di spaziare.

Esiste un ponte che si erge dalla profondità del reale e porta all’elevazione.

Elevazione è dedicata alla memoria di Alessandro Rizzo, giornalista, critico d’arte e vicepresidente del circolo culturale Harvey Milk Milano, scomparso a soli 39 anni nel gennaio scorso. Rizzo, attivo anche nella politica, era noto per i numerosi progetti e impegni culturali e artistici a cui si dedicava: fondatore di Rapporto di Minoranza e del circolo Arci Equinozio, redattore di Cinemaindipendente.it, vicedirettore di Segreti di Pulcinella, curatore di mostre e organizzatore di presentazioni di libri.

Rassegna stampa on line:

Generazione X

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Informazione

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Il Milano

MilanoToday

Fermata Spettacolo

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Just Married – Intervista con l’avv. Roberto De Felice

Il 28 aprile 2017, a Milano (via Kramer 32, ore 18:30) si terrà la presentazione del libro dell’avv. Roberto De Felice: Just Married. Il matrimonio same-sex nella giurisprudenza degli Stati Uniti (1970-2015) (Sesto San Giovanni 2016, Mimesis Edizioni). L’evento è a cura del Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano, insieme alla Libreria Antigone, a Percorsi – Cultura e promozione sociale e alla Rete Lenford. Il moderatore designato è l’avv. Marco D’Aloi. 

            Roberto de Felice, già Magistrato Ordinario, è Avvocato dello Stato. Come studioso si occupa di diritto comparato e internazionale, con particolare riguardo alla materia della tutela dei diritti umani. Ha pubblicato articoli su varie riviste ed è autore della traduzione della decisione Obergefell originariamente apparsa su “Il Foro Italiano”. Abbiamo deciso di scambiare qualche parola con lui, per avere informazioni che facilitino la comprensione del suo saggio.

  1. Tra il sistema politico americano e quello delle democrazie costituzionali europee ci sono sostanziali differenze? Quali?

 

Mentre gli Stati Uniti e il loro potere legislativo, il Congresso, sono competenti per un limitato numero di materie, i Parlamenti dei singoli Stati (tutti bicamerali, ad eccezione del Nebraska) sono competenti per tutte le altre, compreso il matrimonio. Ciò facendo, tanto il Congresso quanto gli Stati devono rispettare la Costituzione Federale, e, per quanto riguarda gli Stati, anche le Costituzioni di ciascuno di essi. In caso di conflitto, la norma può essere dichiarata nulla da qualsiasi giudice. Vi è un controllo diffuso di costituzionalità.

La Costituzione Federale è breve e sciatta per un giurista europeo. Per questo è essenziale l’opera dei Giudici che ne precisano il significato, con una originalità e inventiva qui impensabili: basti pensare che dalla ‘’penombra’’ del divieto di acquartierare truppe, ivi sancito, è sorto il diritto alla privacy. Dunque, le decisioni giudiziarie (specialmente quelle delle Corti Supreme Federale e Statali, precisano e ampliano il significato della Costituzione o di qualsiasi legge. Vale, per garantire l’integrità del sistema, il principio del precedente, per cui le Corti di grado inferiore devono osservare i principi stabiliti da quelle di grado superiore. Tale principio non vige in Italia.

 

  1. Dall’esterno, la società statunitense sembra piena di contraddizioni, anche dal punto di vista della condizione delle minoranze sessuali. Gli USA sono la patria dei primi movimenti LGBT; il lessico di questo tipo di attivismo è pieno di anglicismi; le università statunitensi sfornano ricerche sulla sessualità; gli Stati Uniti sono arrivati al matrimonio egualitario prima dell’Italia. Eppure, è anche il Paese in cui può scoppiare una crociata per impedire alle persone transgender di impiegare il bagno pubblico corrispondente al proprio genere. E’ il Paese dove molt* giovani LGBT vengono cacciat* di casa e dove imperversano fondamentalismi religiosi di diversa matrice. L’accettazione sociale delle minoranze sessuali, negli USA, è migliore o peggiore, rispetto a quanto avviene in Italia?

 

La stranezza evidenziata deriva a mio avviso dalla sconfitta conservatrice nella battaglia sul matrimonio. Ideologicamente, è apparso opportuno ai più retrivi ricominciare la battaglia dai fondamentali, il binarismo di genere e quindi scagliandosi contro la fluidità di genere. Nonostante questo, come dichiarato dall’illuminata Giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, la maggiore visibilità delle famiglie gay e lesbiche ha accelerato la loro accettazione sociale. Ragioniamo: un giudice che va a trovare la nipotina e la trova con la migliore amica, ben curata, ben educata, figlia di due papà, prima o poi si convince che quella famiglia è molto simile alla propria.

 

  1. Gli USA sono una Repubblica federale. Le difficoltà incontrate nell’affermazione dei diritti LGBT sono molto diverse da Stato a Stato?

 

Certamente. Le associazioni di tutela dei diritti LGBT non a caso hanno iniziato le loro battaglie anche giudiziarie dagli Stati più progressisti, quelli del New England e la California, poi convergendo verso il centro del Paese.

 

  1. La politica degli Stati Uniti è famosa per l’impatto che le lobbies hanno su di essa. Forse, sto toccando un argomento minato, ma… quale peso hanno effettivamente le iniziative di stampo lobbistico, sull’approvazione di nuove leggi negli USA? Qual è la realtà e quale la leggenda nello spauracchio della “lobby gay”?

 

Direi poca. Solo 13 Stati hanno approvato con legge il matrimonio egualitario, molti di essi con referendum. L’infelice espressione ‘’lobby gay’’ era riferita dal Pontefice a un gruppo di prelati che, uniti dal loro comune orientamento e dalla necessità di occultarlo, avevano formato un gruppo di potere. Poi ha assunto un significato mediatico abnorme. Non esiste una ‘’lobby’’ di tal fatta, o i risultati, in Italia, sarebbero stati raggiunti prima e con maggiore ampiezza della storica Legge 76/16. La cui storia è semplice: siam stati condannati dalla Corte di Strasburgo nella decisione Oliari e dovevamo rimediare. Il primo grazie quindi al magnifico lavoro di  Alexander Schuster, che la ha patrocinata, e il secondo alla tenacia della  Relatrice del disegno di legge.

 

  1. Nel Suo libro, Lei cerca di rispondere a diversi luoghi comuni anti-matrimonio egualitario. Originalismo, morale religiosa, tradizionalismi… Ci vuole riassumere le principali obiezioni alle nozze same-sex e le relative smentite?

 

Il diritto è logica. Non è logico applicare a tutti i costi la tradizione, pena, come osservato dal massimo giurista  statunitense, Richard Posner, un conservatore, ritornare ai sacrifici umani praticati tradizionalmente e con estrema perizia dagli Aztechi. La pretesa di applicare la legge nel suo significato originario è altresì un nonsense, se quelle parole furono coniate in un mondo che non esiste più e se, nel frattempo, circa il 60% degli americani è favorevole a qualcosa, una coppia omosessuale sposata, che ad esempio nell’Italia del 1947, anno dei lavori dell’Assemblea Costituente, era inconcepibile. L’interpretazione del diritto deve necessariamente essere evolutiva oppure il diritto, coniato riferendosi a menhir, lettere di mundiburdio o burgravi, realtà non più esistenti, cessa di essere spontaneamente applicato dai cittadini. Le ricordo che nell’impero ottomano non si poté praticare la stampa sino alla metà dell’Ottocento in ossequio a divieti di origine religiosa. i più triti argomenti sembrano essere quello del cattivo influsso sui bambini, ma risulta non solo una massa imponente di studi che lo smentiscono, ma anche il dato di fatto che questi bambini esistono e sono contentissimi delle loro mamme, felici e non hanno problemi scolastici. Sono onorato dell’amicizia di alcune di queste coppie e rivedo nei loro gesti le stesse ansie preoccupazioni o felicità di mia madre, e nella spensieratezza dei loro figli quella di mia sorella, ai tempi.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio, il Circolo TBGL “Harvey Milk ” ospiterà l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno: la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali). 

Il presidente Nathan Bonnì si è incaricato di intervistare la dott.ssa Ribali, per conoscerla un poco in precedenza.

Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi…

 

… Continua su Progetto GenderQueer.

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Franco Buffoni: “Per il mio amico Alessandro”

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) è uno dei maggiori poeti italiani viventi. Ma, soprattutto, era amico del nostro Alessandro Rizzo Lari. A lui ha voluto dedicare questi versi.

“Soltanto chi si è trovato davanti alla porta

Dietro la quale viene torturato un uomo

Che senza io si avvierà alla morte,

Sa che cosa sia davvero l’assurdità”,

Dicevo una sera ad Alessandro

Che mi accompagnava in Centrale

Citando Hermann Broch.

Parlavamo della fine di Regeni.

Adesso da lassù sento quasi

Il borbottio degli angeli più anziani,

E bisbigliano i più timidi,

Ma certi altri alzano la voce

Mentre i grandi candelabri e i ceri spostano

In excelsis, tra Virtù e Principati…

Uscir di vita, se ci sono gli déi,

Scriveva Marco Aurelio nei Ricordi

Non è affatto cosa esecrabile,

Perché non è possibile che ti vogliano far male;

E se non ci sono, o non si curano delle cose umane,

A che varrebbe vivere in un mondo

Senza provvidenza e senza déi?

Io non credo in nessun dio, Alessandro,

Per questo adesso ti so

In quell’isola a Nord di Ortigia

Chiamata Siria per il sole al tramonto,

Terra beata dove in tarda età soltanto

Si muore

Per la freccia gentile di Apollo in un istante

E senza provare dolore.”

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