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Victor Victoria

Victor Victoria valse alla protagonista, Julie Andrews, una nomination agli Oscar – era il 1983 – come miglior attrice. Il premio venne vinto da Jessica Lange; ma il personaggio di Victoria Grant entrò, giustamente, nell’immaginario collettivo di tanti amanti del musical. 

Una cantante dotata di una voce fuori dal comune, capace di rompere il cristallo con note altissime, sta soffrendo la fame. Trovare un impiego nella Parigi degli anni trenta sembra un’impresa ardua per una soprano come lei. La prima audizione va male, lei è senza un soldo, lo stomaco brontola e possiede un solo abito buono. La fortuna però le sorride… conosce Toddy, artista omosessuale, che con un espediente trasforma la vita di Victoria. Le taglia i capelli, la traveste da conte polacco e la presenta al più grande impresario parigino come se fosse una star di prima grandezza. Victoria dovrà fingere di essere un uomo che si esibisce in abiti femminili, sfidando così se stessa e ogni paradosso. La prima esibizione -Le Jazz Hot – conquista il pubblico e Victor, dopo aver cantato divinamente, si sfila una parrucca di lustrini rivelando la sua vera identità… ma è un bluff!

Victoria sta fingendo, recitando più ruoli nello stesso momento: quello di maschio androgino e quello di travestito. Toddy le ricorda una cosa importantissima: la gente crede in quello che vede, basta creare un diversivo per rendere reale un’illusione!

E così Victor inizia ad avere un grande, grandissimo successo. È un cantante realizzato, dalla carriera in ascesa… Solo una persona non crede che il conte Grazinski sia un uomo: King Marshall, un americano con una brutta fama, accompagnato costantemente da una guardia del corpo e da una bionda mozzafiato. Tra i due uomini scatta una scintilla. King mette in discussione la sua sessualità ed è per questo che raccoglie prove sulla vera identità del nobile polacco.

Quando i dubbi si dipanano, nasce l’amore; ma King è preoccupato per la sua reputazione di sciupafemmine! Victoria deve continuare a fingere di essere un uomo che ama travestirsi, altrimenti il gioco sarà finito. Continuare a cantare o fidanzarsi alla luce del sole? Victoria accantona il suo personaggio e sceglie l’amour…

Il film tocca molti temi: omosessualità, genere e travestitismo. Le battute dei personaggi, argute e spesso esilaranti, sono uno degli ingredienti speciali di questo musical. Victoria è una donna eterosessuale, divorziata e senza un uomo che la sostenga. E a farla risorgere è un gay attempato in grado di assicurarle fama e successo, a patto che non pensi troppo agli stereotipi. Il pomo d’Adamo? Basta coprire il collo con una sciarpa. I maschi fanno pipì in piedi? Vero, ma non c’è nulla che impedisca a un ragazzo di farla seduto!

Chissà, in un mondo parallelo, forse Miss Grant esiste veramente e, probabilmente, ha le stesse fattezze di Julie Andrews. A lei, a Victoria, vorrei tanto domandare una cosa: “ Hai veramente smesso di cantare per un uomo? Con una voce come la tua, cantare solo sotto la doccia mi sembra una scelta priva di ogni libertà.

 

Testo di Luca Foglia Leveque

 

Stabat Mater – The Baby Walk

Dal 18 al 23 aprile ore 20.30 (domenica ore 18.30)

 

THE BABY WALK
IDEAZIONE Livia Ferracchiati
SCRITTO E DIRETTO DA Livia Ferracchiati
CON Chiara Leoncini, Alice Raffaelli, Stella Piccioni
E LA PARTECIPAZIONE VIDEO DI Laura Marinoni
DRAMATURG DI SCENA Greta Cappelletti
AIUTO REGIA Laura Dondi
PRODUZIONE Centro Teatrale MaMiMò e
Teatro Stabile dell’Umbria/Terni Festival
IN RESIDENZA A Campo Teatrale
in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare pressoCAOS – centro arti opificio siri a Terni

 
Stabat Mater indaga il tema delle relazioni intime e famigliari ed è, dopo Peter Pan guarda sotto le gonneil secondo capitolo della Trilogia sull’Identità che affronta il tema dell’identità di genere e, in particolare, racconta il transgenderismo maschile.
Quant’è difficile crescere? Quando si diventa adulti?
Cosa significa recidere il cordone ombelicale e farsi, a propria volta, potenziale genitore?
PROMO HARVEYMILK
Biglietto a € 10 anzichè € 20 prenotando a: biglietteria@campoteatrale.it

 

CONVIVIO – UNA CENA “DOPO” MA ANCORA “DENTRO” IL TEATRO 

Un’occasione per incontrare le compagnie ospiti dopo lo spettacolo, il direttore artistico del teatro Donato Nubile e altri ospiti per condividere domande e riflessioni intorno a un tavolo, ma anche per conoscersi e fare quattro chiacchere insieme ad altri spettatori.

 

QUANDO: Domenica 23 aprile dopo lo spettacolo (durata 90 minuti)
DOVE: A Campo Teatrale (via Casoretto, 41/a – 20131 Milano).
COSTO: Biglietto spettacolo + cena a buffet € 14
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:comunicazione@campoteatrale.it

Progetto co-finanziato da Fondazione Cariplo

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Al CRT La giornata di una sognatrice di Copi: intervista al regista

Al CRT di Milano va in scena La giornata di una sognatrice di Copi, regia di Giovanni Battista Storti, coordinamento di Marzia Loriga. Dopo aver intervistato la protagonista principale, Lorena Nocera, che impersonifica Gianna, abbiamo rivolto domande al regista stesso, Giovanni Battista Storti. Un testo “giovanile” anticipa il regista, quello messo in scena, opera che palesa “le attese che ciascuno vive nei confronti del quotidiano”. Storti ci parla del lavoro con gli attori, complesso in quanto il testo ha una connotazione da commedia francese ed è stato particolare “riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese”, della sua formazione, da 35 anni attore, della figura di Copi come scrittore di un testo che risulta essere un “affastellamento di immagini e fantasia, di temi, tale da renderlo interessante”.


Giovanni Battista Storti inziamo a parlare del lavoro di regia sul testo di Copi, La giornata di una sognatrice: come si è svolto, in rapporto anche con l’opera?
Premetto che è un testo che è stato definito da Copi come giovanile, primo tra quelli da lui scritti. Copi ha messo nel testo tutto e un po troppo, creando un affastellamento di immagini e di fantasia, di temi, tanto da renderlo interessante. Il testo risulta essere molto libero perché permette a chi lo tratta di privilegiare ora una via, ora un’altra. Abbiamo lavorato sul testo con fluidità, rispettandolo. Copi ha scritt questo testo negli anni 60 ed è ricondotto a uno stile supposto corrente in quell’epoca, estremista, pop, scontato e pieno di energie per gli attori. La giornata di una sognatrice è una pagina autobiografica scritta in cui tutti noi ci si possa riconoscere: è una giornata di tutti noi, dove sussiste il desiderio di completarla come si vuole e si desidera al fine di sentirsi integri. Gianna, la protagonista, esplicita questo sentimento pienamente, affermando: “non mi fa paura la morte, ma mi spavento quando la giornata si svuota, perché voglio essere integra”. Il testo parla delle attese che ciascuno di noi vive nei confronti del quotidiano.

La giornata di una sognatrice appare anche pieno di simboli, ricordiamo i meloni …
I meloni, cocomeri e meloni, sono simboli tra altri simboli presenti nell’opera. Tra i protagonisti c’è un cocomerario: chi è il cocomerario? Gianna stessa gli chiede se lui sia Dio, e da quanto tempo lo sia. In una breve nota Copi ringrazia il primo registra ad aver messo in scena l’opera, con l’interpretazione di Emanuelle Riva, magnifica attrice che ha lavorato con Resnais nella celebre pellicola Hiroshima mon amour. Nel ringraziamento fa riferimento ad alcune donne di Buenos Aires. Il testo potrebbe essere il ricordo dell’autore di una prostituta di Buenos Aires, mentre il riferimento ai meloni come metafore può risultare un retaggio familiare dell’autore stesso. Risulta difficile da dire, in quanto l’interpretazione non è univoca. Si può leggere nel cocomero, Gianna ne riempie la valigia del figlio, il simbolo di ciò che appartiene, di ciò che è proprio. Per interpretare i simboli occorrerebbe una voce di qualcuno che è stato vicino a Copi, conoscendolo.

Il lavoro con gli attori come si è svolto?
È stata un’impresa non facile perché La giornata di una sognatrice ha un carattere francese come testo e, pensando al cinema francese vediamo una certa differenza tra questo e la commedia italiana, più istrionica. Riuscire ad adeguare degli attori italiani a un dialogo profondamente di gusto francese è stato complesso: è occorsa una ricerca di understatement non italiano

Parliamo della formazione di Giovanni Battista Storti …
Nasco come attore, una mia passione, un mio iter da ormai 35 anni. Quando Marzia Loriga, alcuni miei amici e io sentimmo irrepremibile il desiderio di fare lavori nostri demmo vita a Teatro Alkaest, perché volevamo sperimentare un teatro personale. Esistiamo da trentanni. Abbiamo fatto regie di spettacoli nati con delle comunità di anziani, procedendo per vent’anni con un teatro della terza età. Marzia ha anche lavorato nel carcere. Io ho preso un’auotonomia registica che mi ha portato a fare Le fatiche di Pseudolus al Teatro Ivan Zajc di Fiume, e Il ritorno di Chiara sul ritorno di una superstite dai campi di sterminio nazisti.
Lavoro, ora, a fianco di Franco Branciaroli con la compagnia de Gli incamminati.

Il riscontro del pubblico sullo spettacolo come è stato, come si è espresso?
Lo reputo un aspetto positivo. Copi rosulta avere un tipo di scrittura anarchica, che non significa assolutamente improvvisata, ma, anzi, basata molto sul metodo del colpo di scena surreale e richiede di essere giocata di sera in sera tutta da capo, risultando, cosi, la reazione del pubblico variabile secondo la sua tipologia. Possiamo vedere spettatori divertiti o sorpresi in un contesto, quale il teatro, che è stato un mondo florido, mentre oggi i più giovani non lo conoscono neppure. Abbiamo avuto una reazione positiva, riscontri positivi. A volte si riscopre una forma di poesia che io ho avuto modo di conoscere, ma per i più giovani è inedita. Di Copi si conoscono le opere successive, più inquadrate in uno stile consolidato sia per tema sia per organizzazione: Eva Peron, Il frigorifero. Questo testo, invece, è più labile, ha più sfumature. Si conosce Copi come provocatore e pop, immagini attribuite canonicamente all’autore, mentre questo lavoro presenta un’altra immagine.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

La giornata di una sognatrice di Copi al CRT di Milano: inter ista a Lorena Nocera

È in scena fino a domenica 6 dicembre al CRT di Milano, La giornata di una sognatrice, testo del celeberrimo autore argentino Copi, progetto teatrale ideato da Lorena Nocera con la regia di Giovanni Battista Storti, sotto coordinamento di Marzia Loriga. Ritorna in pieno vigore lo stile di un autore che ha da sempre giocato su situazioni fintamente normali, quotidiane, qui la giornata di Gianna, una casalinga, ma che, poi, hanno un risvolto parossistico, impensabile, surreale, possiamo dire. La portata allegorica di simboli, in questo caso il melone, segno di prosperità e di ricchezza, e l’intersecarsi di un intreccio che vede sogni, aspirazioni e desideri che creano una tensione tutta drammaturgica nel cercare e ricercare una loro soddisfazione attraverso l’incontro di personaggi inattesi, avvenimenti improbabili, eventi che non avrebbero mai potuti essere sospettati, sono gli elementi portanti dell’opera. Abbiamo intervistato Lorena Nocera, che impersonifica il personaggio principale dell’opera, Gianna, a fianco di attori del calibro di Alberto Guerra, Marco Pepe, Fabrizio Rocchi e Ludmila Ryba.


Lorena, quale è la tua formazione teatrale?
Mi sono diplomata con Marina Spreafico alla Scuola di Teatro all’Arsenale di Milano, dove si segue il metodo di Jacques Lecoq, un mimo, oltre attore, francese vissuto nella metà del Novecento. Il metodo seguito dalla scuola era basato sulla reinterpretazione del mimo. Appena finita la scuola iniziai a fare qualcosa di mio: ho conosciuto, cosi, in un’occasione, Marzia Loriga che era in giuria, una delle migliori attrici italiane di canto. Ho avuto, pertanto, la fortuna di lavorare con questo gruppo di ottimi attori italiani di canto, Teatr Cricot 2, che ha girato il mondo.

Lorena e Copi: quale rapporto si determina e si è determinato tra te e l’autore?
Si è affermato un rapporto di affetto e di sintonia su molte cose che Copi dice e che noto essere dentro di me. Nel 2006 ho visto una versione condotta da Virginio Liberti, regista brasiliano, di un testo di Copi: “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”. È stata la prima volta che ho avuto la sensazione di vedere un autore che mi desse la pienezza della vita in tutti i propri alti e bassi: quando si è felici si è euforici, quando si è tristi si è disperati. Ci sono dei grandi sali e scendi di emozioni e, in questo aspetto, mi sono ritrovata. Un altro aspetto da sottolineare è che Copi ha interpretato il melodramma in modo intelligente e colto, seppure rimanga una versione popolare. Questo testo è poco frequentato e non è mai stato messo in scena se non dalla sottoscritta sotto la regia di Giuseppe Isgro’. Nelle opere prime degli autori c’è già dentro, percepibile, uno sviluppo proprio non formalizzato. Lo sviluppo in questo testo vede un’espressione più profonda, senza la formalizzazione del grottesco, tipica del filone gay, di cui, ai tempi, c’era bisogno. Oggi tutto questo è gia accolto dal pensiero comune, e, pertanto, mi interessava il mondo poetico espresso dall’autore. Il pubblico dice che la rappresentazione dell’opera sia insolita rispetto allo stile di Copi, in quanto non c’è un’estetica pop eccessiva, che viene associata all’autore stesso. Semplicemente occorre dire che in questo contesto, nello spettacolo messo in scena al CRT, non sussiste questo tema. In scena, poi, siamo tutti attori dell’Arsenale, e abbiamo una cantrice cantoriana, Ludmyla.

Qual è il significato del testo oggi?
Mi piace dire ciò che riferiva l’autore, usandolo, naturalmente, per parlare di noi stessi. Questo testo mi ha insegnato molto il rispetto della parola dell’autore prima di una sua interpretazione personale.
Si tratta della giornata fantastica della vita di una donna, dice Copi. Gianna, la protagonista, che io rappresento, si sveglia e riceve una visita di postini che devono recapitarle delle lettere. Qui inizia l’assurdo. A mezzogiorno Gianna si sposa con un uccello, transitano diverse visite, tra cui quella di un venditore di cocomeri, figura beckettiana che dovrebbe essere vista come persona che dovrebbe portare delle risposte, mentre al pomeriggio il proprio figlio, cresciuto in mezza giornata, si organizza per andarsene via di casa. Il cocomero è bello come elemento, in questo si trova tutta quella tensione latino americana per il simbolo. Gianna, quando saluta il figlio che se ne va, gli da come bagaglio per la vita una valigia piena di cocomeri, simbolo di prosperità e di pienezza.

Come si è sviluppato il rapporto con gli altri attori?
Siamo tutte persone che ci conosciamo reciprocamente e da tempo, avendo fatto cose insieme, esiste tra di noi un legame di amicizia. Io tendo, poi, a essere chiamata in generale, per fare un lavoro che non è solo un lavoro, ma è una scelta profonda, a recitare al fianco di persone a cui voglio molto bene. Nel lavoro si tiene conto di chi interpreta una cosa, senza chiedergli di fare la marionetta e, pertanto, occorre lavorare insieme per creare il personaggio.

Parliamo, quindi, ora di Lorena e il suo rapporto con il personaggio, Gianna …
Non ho lavorato sulla caratterizzazione del personaggio. Ho lavorato, e sto lavorando ancora, sul terreno comune che esiste fra me e lei: in questo punto il teatro diventa interessante, ossia quando la vita dell’attore incrocia quella del personaggio. Lei ha il disperato desiderio di incontrare l’altro, un amante, il figlio, un amico o una persona a cui deve dare delle risposte. Poi risalta il tema della memoria, mia personale che si vede nel ricordo della casa in cui sono nata, di quel giardino sul lago. In tutto questo sussiste un desiderio di condivisione con l’altro. Ci sono, poi, elementi come quelli della tradizione, della famiglia, del giusto e dell’ingiusto in diversi punti: Gianna è un personaggio semplice, molto semplice. Fa il bucato, svolge mansioni qiotidiane. Ma il bello è che tutti possiamo essere semplici cosi come lei e credo che in questo essere parte di tutti ci sia la componente che con mio piacere evidenzia il modo attraverso cui abbiamo lavorato, rendendo lo spettacolo, il teatro dell’assurdo risulta spesso difficile come comprensione del testo, non basato sulla stranezza, ma sulla possibilità di essere teatro per tutti. La gente non può più vedere cose che siano specifiche per addetti ai lavori. La gente comune non va a teatro e chi fa teatro lo fa solo per persone che abbiano quel bagaglio utile per poterne usufruire. Questo può risultare un pregio per la ricerca, ma non deve tagliare fuori chi passa a teatro e voglia andare a vedere qualcosa. Abbiamo fatto una replica all’Elfo.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo

San Siro 2012: Habemus Madonna!

Trent’anni di carriera sono molti, ma certamente non troppi per ritornare sulla scena e stupire ancora. La signora Ciccone si ripresenta dopo quattro anni dallo “Sticky & Sweet Tour” con il poderoso “MDNA Tour” il cui intento sembra essere quello di “chiedere perdono” e di mostrare i trucchi dell’elisir di lunga vita. Ma perché mai una Pop-star del calibro di Madonna dovrebbe chiedere l’assoluzione dei suoi peccati, se la chiave del suo successo sta proprio nel destare scandalo e giocare sulla propria sessualità?

Madonna non lascia nulla al caso e osa senza pesi nè misure: San Siro non sarà più uno stadio, né uno spazio concerti. San Siro sarà il punto di raccolta di un bagno di “fedeli” in attesa del loro guru spirituale. “Le vie di Madonna sono infinite” recita il motivetto religioso e nonostante le diffuse anticipazioni sulle chicche del tour, il senso di sorpresa e di stupore si nasconde dietro le quinte nell’attesa di ipnotizzare la folla.

Dopo l’esordio nella capitale, l’MDNA  Tour 2012 attraversa lo stivale per approdare nella Fashion caput mundi italiana il 14 giugno. Gli 80.000 pop-devoti si accingono a raggiungere la propria postazione. Gli anelli di San Siro strabordano di fan e a parte qualche spazio vuoto nel prato dei “coraggiosi”, lo stadio è gremito di giovani e meno giovani, di bambini in braccio alle madri, di coppie etero e meno etero. Un mito da sfatare quello del pubblico omosessuale come unico seguace della Pop-star; la folla è molto varia ed eterogenea, di generazioni ce n’è sicuramente piu d’una.

Il noto e prestigioso dj francese Martin Solveig apre le danze, a sirene spiegate, con “Girl Gone Wild” dando un tocco “house” al poderoso mix pre-concerto dei più famosi brani classici e moderni della Ciccone, tra cui spiccano “I’m Addicted” , il nuovo singolo “Turn up the Radio” e “I don’t give a….” in cui Madonna duetta con la scoppiettante Nicki Minaj.

Veronica si fa attendere più del dovuto, solo quarantacinque minuti di ritardo rispetto all’ora e mezza toccata ai pazienti fan della capitale. Ma l’attesa non importa, escluso qualche fischio meritato, perché l’apertura è talmente solenne e colossale che il danno viene ridotto al minimo.

Un turibolo in sospensione di dimensioni gigantesche inizia a oscillare riempiendo San Siro di incenso e solennità, un’ intro sacrale e inquietante accompagna l’entrata di preti in tonaca rossa e nera con le mani giunte in segno di preghiera. La croce cristiana è in bella vista e dopo un’attesa quasi snervante si cala il confessionale della peccatrice di cui si intravede la sagoma. Invoca perdono la star pentita, annuncia l’osannato pentimento e dichiara di voler essere buona ma di riuscirci a stento. Poi il boato, la chiesa crolla e si frantuma in mille pezzi (in segno di cambiamento?) e la peccatrice ritorna selvaggia con il brano di apertura “Girl Gone Wild”. La cattedrale prende vita, i preti si ribellano in una danza scatenata seguita dall’altrettanto movimentata “Revolver” in cui l’amore e il sesso uccidono “a colpi di pistola” come in un film poliziesco. “Gang Bang” è il terzo brano inedito tratto dal nuovo album in cui la sfida a mano armata diviene violenta. Madonna si arrampica sulla scena del delitto come una ladra furtiva, con movimenti leggiadri e atletici da vera professionista. La scena si alterna fra passato e presente, così la storica “Papa don’t preach” irrompe prepotente con il sound anni ’80 in cui la star ha finalmente l’opportunità di rivolgersi ai grandi nomi della Chiesa, desiderosa di mandare il suo messaggio di critica e sdegno.

Il ritmo “dance” di “Hung up” rivivacizza il pubblico ricordando, come nello stesso video del brano, i passi atletici e acrobatici del musical “ Flash Dance”. I cinquantaquattro anni della Ciccone sembrano scomparire; il feeling con il corpo di ballo è unico e raro, tanti corpi che si muovono simultaneamente come fossero un tutt’uno.

Si ritorna ai successi del momento con il duetto fra Madonna e Nicki Minaj sul brano “I don’t give a..”, ritmato a colpi di hip-hop e R&B. La scena cambia come pure la coreagrafia.  Un gruppo di majorette avanza verso il pubblico e musicisti in uniforme bianca e rossa rullano i tamburi in sospensione appesi a un filo. Il rullo di tamburi annuncia in realtà la seconda “frecciatina” di Veronica. Sulle note del classico “Express yourself” che la portò al successo nell’89, si erge la provocazione alla giovane rivale Lady Gaga, il cui brano di successo “Born this way” pare avrebbe notevoli somiglianze con quello della Ciccone. La dimostrazione del plagio è netta e udibile anche per l’orecchio più inesperto il cui sgomento raggiunge il culmine quando Madonna celebra la sua accusa con la frase: “She’s not me”.

La danza prosegue con il divertente motivetto “L u v Madonna! Y o u you wanna!” tratto dal brano “Give me all your luvin” seguito dal brand new track “Turn up the Radio” che lascia intravedere l’impeccabile tocco house di Martin Solveig.

E’ il momento di aprire il cuore ai propri fan con il brano “Oper your heart” portando l’euforia ai massimi i livelli con percussioni e ritmi tipici di una danza popolare e qualche mano concessa ai fan scatenati.

Madonna conosce bene il suo pubblico e ne prevede anche i momenti di stanchezza. Lo show concede un attimo di tregua con la suadente melodia di “Masterpiece”, premiata con il Golden Globe come miglior colonna sonora del film “W.E” di cui la Ciccone è anche regista.

“Dopo la quiete la tempesta”: luci e flash fotografici illuminano a intermittenza San Siro sulle note di “Vogue”. Il palco si trasforma in una passerella molto “minimal”sulle tinte del bianco e del nero. Madonna sfila con determinazione nel suo abito firmato Jean Paul Gautier assieme al corpo di ballo e alimenta l’entusiasmo degli over ’40.

Si prosegue poi con “Candy shop”, brano cult del precedente album “Hard Candy” per poi fare un salto nel 1995 con “Human nature”. Uno specchio di dimensioni enormi scorre sul palcoscenico su cui l’immagine della star si riflette con stile narcisista e provocatorio.

Il momento più sensuale del concerto arriva con il celebre “Like a Virgin” che lanciò l’artista nel 1984 e che si muove su note lente in una nuova versione melodica, a tinte new age, in cui Madonna interpreta assieme a uno dei suoi ballerini il ruolo della vergine sedotta e abbandonata. Un momento emozionante, seguito dai colori e dal ritmo di “I’m addicted” e poi di “I’m a sinner” che confermano l’indole irrefrenabile dell’artista di essere una peccatrice.  Si rimane in tema religioso con “Like a prayer” intervallata dai gorgheggi di un coro gospel in stile “Sister Act”e di una Madonna che si abbandona “down on her knees” ai piedi del palcoscenico in segno di devozione.

Dopo la devozione si conclude con la trasgressione del palpitante crescendo dance di “Celebration”: Madonna, i suoi ballerini e il figlio Rocco si abbandonano a danze scatenate su cubi colorati che si alzano e si abbassano sul palcoscenico. L’epicentro di energie si concentra in un unico punto del palco ed è proprio lì che Madonna e il corpo di ballo porgono il loro saluto al pubblico stanco ma ancora euforico e pieno di soddisfazione.

Peccato, redenzione e assoluzione: i tre momenti cardine di uno spettacolo senza paragoni.
La signora Ciccone è quindi degna del tanto osannato perdono? Le regole dello show business lo hanno sempre confermato: non si nega mai l’assoluzione alle icone della musica pop. Le provocazioni, i passi falsi e gli scandali fanno tutti parte di quel circo mediatico che ne alimenta la fama. Solo una cosa però non è concessa loro: dar l’impressione che il tempo scorra inesorabile. Nonostante Madonna sia l’interminabile pietra di paragone che viene scagliata contro ogni giovane collega con migliori doti canore, il merito di aver inventato uno stile le viene riconfermato puntualmente dopo trent’ anni dagli esordi. I segni di stanchezza sono quasi invisibili e quell’elisir segreto di lunga vita garantisce l’efficacia. Il trono è suo: di Regina del Pop ce n’è una sola.

Jessica Mariani

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

20120608-092734.jpgSPLENDORI E MISERIE DI MADAME ROYALE (1970) di Vittorio Caprioli con Ugo Tognazzi, Jenny Tamburi, Maurice Ronet

Non si tratta di uno dei grandi capolavori della cinematografia italiana, ma è un film che ha segnato un’epoca alla sua uscita.
Erano gli inizi degli anni 70 e parlare di travestiti e festicciole con bei ragazzotti di borgata alla Pasolini non era né una consuetudine né un modo per sentirsi “alla page”.
Inoltre “Splendori e miserie di Madame Royale” dipingeva una Roma molto particolare, che al calare delle tenebre mostrava un volto completamente diverso rispetto alle perbeniste ipocrisie ostentate alla luce del sole.
Ispirato ad una delle tre case per omosessuali (o “invertiti”, come si veniva definiti ai tempi) aperte a Milano dopo il 1945 la cui più nota era gestita dallo scenografo Piovella, detto Madame Reale, il film ha una buona partenza ma, via via che la storia procede, non riesce a mantenere la tensione grottesca finendo, a tratti, per cadere in un patetismo sminuente.
Vittorio Caprioli, più famoso come attore che come regista, non riuscì nell’intento di incuriosire la massa con una delle prime storie “en travesti” italiane ed il film di produzione italo-francese fu un insuccesso sia di critica che di pubblico.
Di contro regalò a Ugo Tognazzi (a mio modesto parere il più grande attore italiano) il lasciapassare per diventare quel Renato che, otto anni dopo, lo avrebbe fatto applaudire da mezzo mondo nell’esilarante “La cage aux folles” a fianco di uno strepitoso Michel Serrault.

Alessio (Ugo Toganzzi) è un ex ballerino gay che ha due sole cose che gli regalano gioia nella sua vita povera di affetto e di grandi novità: una è Mimmina (Jenny Tamburi), una ragazza sbandata a cui fa da pseudo-padre, e le feste tra amici in cui si traveste e si fa chiamare Madame Royale.
Peccato che la ragazza sia buona a dare più problemi che gioie.
La volta in cui Mimmina viene arrestata dopo un tentativo di aborto, Alessio cerca di aiutarla accettando la proposta di un ambiguo commissario (Maurice Ronet).
Diventato collaboratore della polizia, Alessio aiuta la polizia a fare un po’ di piazza pulita nel mondo della droga e dei falsari d’arte.
Peccato che la sua collaborazione diventi ben presto di dominio pubblico, causando all’uomo l’abbandono da parte degli amici più cari.
Deciso a cambiare aria e a trovare una nuova vita, Alessio non riesce a sfuggire alla vendetta della malavita.
Il finale, malinconico e desolante, lascia negli occhi l’immagine di un Alessio “Madame Royale” a cui, anche nel momento estremo, viene negata quella dignità a cui ha diritto qualsiasi essere umano.

Sceneggiato da Bernardino Zapponi, co-autore del futuro “Profondo rosso”, il film può contare su una ambientazione molto particolare, sulle ottime musiche di Fiorenzo Carpi e sul magnifico (come sempre) Ugo nazionale, che ci regala un’interpretazione discontinua ma assolutamente perfetta nel finale, quando si accorge di avere di fronte a sé la mesta mietitrice.
Brava anche Jenny Tamburi, alla sua prima esperienza cinematografica. In seguito sarebbe diventata una stellina della commedia sexy all’italiana prima abbandonare le scene, diventare una delle più importanti “casting director” italiane e morire di tumore a soli 54 anni.
La pecca di “Splendori e miserie di Madame Royale” è il brusco cambio di rotta tra il primo e il secondo tempo, quando le risate ed il tono fintamente leggiadro dell’opera ad un tratto si smorzano lasciando al loro posto un fastidioso senso di squallore.
Ma era il cinema italiano anni 70 che amava dipingere gli omosessuali in un modo così esasperato, quasi che per loro fosse una “conditio sine qua non” dovere sempre indossare piume di struzzo e paillettes.
Ci sarebbe voluto il Massimo Campi di Jean-Louis Trintignant nell’ironico “La donna della domenica” per regalare, cinque anni dopo, tutta un’altra classe alla categoria.

Disponibile in DVD. Distribuzione 01.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
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20120524-090631.jpgYENTL (1983)
di Barbra Streisand
con Barbra Streisand, Mandy Patinkin, Amy Irving

Non è un film a tematica gay, ma è come se lo fosse. E non solo perché si tratta di un film “en travesti”.
“Yentl” è un film sul desiderio di essere se stessi, sul coraggio di combattere per ciò in cui si crede e di sfidare i preconcetti di un mondo che ci vuole a tutti i costi ingabbiare nei suoi stereotipi.
Quando Barbra Streisand lesse il racconto di Isac B. Singer intitolato “Yentl, il ragazzo dello yeshiva”, volle a tutti i costi farne un film. Ma Hollywood si dimostrò molto meno entusiasta di lei nei confronti di questo progetto, per cui passarono parecchi anni prima che la cantante/attrice potesse finalmente coronare il suo sogno.
Per riuscire a produrlo, la Streisand fece di tutto e di più, compreso un pessimo film del 1981 “All night long” con Gene Hackman, che rappresentò uno dei momenti più bassi della sua straordinaria carriera. Poi finalmente, nel 1983, giunse il riscatto.
“Yentl” è passato alla storia per essere il primo film interpretato, diretto, sceneggiato e prodotto da una donna. Solo negli Stati Uniti incassò più di 40 milioni di dollari, una cifra al di là di ogni più rosea aspettativa vista la tematica trattata.
Definito “un film con musica”, “Yentl” vanta alcune tra le canzoni più belle e magistralmente interpretata dalla più grande voce bianca mai esistita (e Mina non se ne abbia a male!)
Vinse il Golden Globe come miglior commedia e per la migliore regia, invece fu snobbato agli Oscar, dove vinse solo come migliore colonna sonora.
Ma del resto l’Accademy non ha mai amato la Streisand, alla quale già rubò nel 1973 l’Oscar come miglior attrice protagonista per “Come eravamo” (premiando invece una brava, ma meno interessante, Glenda Jackson per “Un tocco di classe”).
Il sottoscritto, che invece quando si tratta di La Streisand (come la chiamano in America) è peggio di Kevin Kline in “In & out”, considera “Yentl” un film straordinario, che lo sa commuovere ogni volta che lo vede (e vi posso assicurare che l’ho visto ad libitum).
Se non altro per l’amore che Barbra ha immesso in questa sua creatura e che è tangibile in ogni singolo fotogramma.
Steven Spielberg lo definì “un capolavoro”. Amy Irving, che ai tempi era sua moglie, recitava nel film, per cui i maligni dissero che si trattava di un giudizio interessato.
Ma io vi dico: fidatevi della parola di Mr. Schindler.

Yentl (Barbra Streisand) è una ragazza che vive in Polonia agli inizi del 900, quando alle donne non era consentito studiare. Supportata dal padre rabbino, Yentl non pensa minimamente a sposarsi o fare figli e la sera, di nascosto, studia il Talmud.
Il giorno in cui suo padre muore, Yentl è obbligata a fuggire da un mondo che la vuole confinare ad un ruolo che lei non sente.
Così si taglia i capelli, si traveste da uomo e va a studiare in uno yeshiva, ovvero un centro studi per ragazzi ebrei.
Qui conosce Avigdor (Mandy Patinkin) che, a breve, diventa il suo più caro amico nonché l’oggetto del suo desiderio.
Avigdor è già promesso sposo di Hadass (Amy Irving), tipica ragazza ebrea sottomessa all’autorità maschile.
Quando il matrimonio tra i due salta, Yentl si trova coinvolta in un pericoloso triangolo amoroso. Alla fine, di fronte al dolore che sta causando ad Hadass e alla virile ottusità del suo amato Avigdor, Yentl sarà obbligata a fare una scelta, anche contro il suo stesso cuore.
Gran finale in nave, verso la nuova terra promessa, con una canzone stupenda ed un acuto da brividi della durata di 18 secondi in cui ci si domanda “con tutto quello che c’è, perché accontentarsi solo di un pezzetto di cielo?”

La Streisand in questo film è eccezionale e, a quarant’anni suonati, si cala nei panni di un’adolescente riuscendo ad essere totalmente credibile.
Quando alla domanda di Avigdor “cosa vuoi di più?” Yentl risponde, in un sussurro, “di più”, Barbra smette di essere solo un’icona gay e diventa l’emblema di tutti noi che non riusciamo ad arrenderci alla mediocrità della vita.
Mandy Patinkin, attore e cantante di musical nonché futuro Jason Gideon in “Criminal minds”, se la prese molto con la Streisand che non gli fece cantare nemmeno una nota della colonna sonora (opera di Michel Legrand e di Alan & Marylin Bergman, autori prediletti da Babs che per lei avevano già scritto successi come “The way we were”, “What are you doing the rest of your life?” e “You don’t bring me flowers”).
Del resto le canzoni rappresentano il mondo interiore di Yentl per cui, giustamente, un intervento vocale da parte dell’attore sarebbe stato fuori luogo.
Amy Irving è perfetta nel ruolo della brava ragazza ebrea timorata di Dio solo all’occorrenza e per questo film sfiorò l’Oscar.
Forse “Yentl” è un po’ troppo lungo e tirato nella seconda parte (uno dei difetti della Streisand regista), ma ciò non toglie che si tratta di un piccolo gioiello fatto di cuore e voce.
Le canzoni sono tutte magnifiche, a cominciare dalle due più famose che Barbra ha più volte riproposto nei suoi concerti, ovvero “Papa, can you hear me?” e “A piece of sky”.
Ma forse la più toccante è “No matter what happens”, la canzone perfetta per ogni outing.
Ma di questa ne parlerò settimana prossima nella rubrica “Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…”.

Disponibile in DVD. Distribuzione 20th Century Fox Home Entertainment.

da RiDVDere

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La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
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LA PATATA BOLLENTE (1979)
di Steno
con Renato Pozzetto, Massimo Ranieri, Edwige Fenech

Piatto ricco mi ci ficco.
Dopo il successo planetario ottenuto nel 1978 da “Il vizietto”, primo film che sdoganava le coppie omosessuali iniziando a parlare (sia pure molto alla lontana) di famiglie allargate, ecco che anche l’Italia saltò sul treno rosa della gayezza con un film piacevole, divertente e tutt’altro che stupido.
Gli ingredienti per fare un buon prodotto c’erano tutti: un regista esperto di commedie all’italiana (il grande Steno, più di 70 film in 40 anni di attività e padre dei fratelli Vanzina), l’attore più di cassetta di quel periodo (Renato Pozzetto) un’attrice che era il desiderio proibito di milioni di italiani (Edwige Fenech) ed un cantante tutto “anema e core” che aveva dimostrato di cavarsela bene anche sul set (Massimo Ranieri).
Fu così che nel 1979 giunse sugli schermi “La patata bollente”, film che univa la satira politica ad una nuova visione della sessualità.
Era molto divertente soprattutto vedere come ai tempi la sinistra era tutto fuorché progressista (non dimentichiamo che Pasolini venne ostracizzato dal Partito Comunista per via delle sue preferenze sessuali) e come gli operai ai tempi vivevano il sogno di quella “Madre Russia” che, nel giro di dieci anni, avrebbe dovuto miseramente capitolare ed arrendersi alle logiche capitalistiche dell’occidente.
In tutto questo si infilava anche il mito del “macho” nostrano che rendeva difficile ad un uomo etero dichiarare pubblicamente le proprie simpatie nei confronti dei diversi.
Il film ebbe un grosso successo di pubblico ed anche la critica si dimostrò più benevola di quanto solitamente fosse nei confronti di queste commedie all’italiana.

Bernardo (Renato Pozzetto) è un operaio sindacalista pacifista, per questo motivo soprannominato Gandhi, che vive per la falce e il martello. Ha una bella fidanzata, Maria (Edwige Fenech) e la passione per il pugilato. La sua esistenza tranquilla e un po’ monotona viene sconvolta la sera in cui salva un giovane gay, Claudio (Massimo Ranieri), dalle grinfie di un gruppo fascista.
In breve tempo i due uomini diventano amici, scatenando così pettegolezzi e maldicenza da parte di amici, colleghi e portiera, mentre la povera Maria, che non capisce più tanto bene che cosa sta succedendo, arriva perfino ad improvvisare uno spogliarello alla Rita Hayworth pur di testare la virilità del suo amato bene.
Bernardo non riesce a capacitarsi del fatto che i gay siano invisi sia ai comunisti che ai fascisti e inizia una sua personale battaglia a favore della discriminazione.
Ma il coraggio e l’amicizia non sono sufficienti a combattere l’ignoranza e l’ottusità di un mondo che si dichiara progressista solo a parole.
Alla fine sarà Claudio a risolvere la situazione, scatenando in Bernardo una reazione che lo riabiliterà agli occhi dei compagni di partito.
Finale in trasferta ad Amsterdam, dove ognuno sarà finalmente libero di essere se stesso e di posare per una bella foto di famiglia.

È innegabile che, oggi, “La patata bollente” dimostri i segni del tempo. Ciò non toglie che il divertimento è assicurato, nonostante i trenta e passa anni di età.
Pozzetto e Ranieri sono bravi e in parte, l’affiatamento sul set è tangibile e la scena del loro tango mantiene ancora intatta la sua “vis comica”.
Anche l’algida Edwige Fenech in questa prova è convincente, riuscendo a mescolare bellezza, ironia e spontaneità.
Perciò è un film assolutamente da recuperare, anche perché riuscì a trattare un argomento non facile senza mai cadere nel sensazionalismo o nella volgarità.
Una piccola curiosità: nel film c’è una canzone, “Tango diverso”, che ai tempi venne scritta da un grande musicista, Totò Savio, morto nel 2004. Egli fu il fondatore dei mitici Squallor insieme a Giancarlo Bigazzi, altro grandissimo autore mancato pochi mesi fa.
La canzone fu scelta come inno del Gay Pride che si tenne a Bologna nel 2008.

Disponibile in DVD. Distribuzione Medusa Video.

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