Archivi per la categoria ‘TRANSIZIONARIO’

Niccolò Tommaseo e la prostituzione

Cari Lettori e Care Lettrici vedo dalle visite che seguite con attenzione il TRANSIZIONARIO: questo mi fa un enorme piacere, ed è uno stimolo per continuare… Mi avvicino alla chiusura del lungo post sul termine “prostituzione” (importante vista l’attività di assistenza che il Milk ha deciso di intraprendere per i/le sex workers con le “ronde del té”) parlandovi delle origini del termine e dei suoi recenti trascorsi semantici.

La parola “prostituzione” deriva dal verbo latino prostituĕre (pro, “davanti”, e statuere, “porre”), e indica la situazione della persona (in genere schiava) che non “si” prostituisce, ma che, come una merce, viene “posta (in vendita) davanti” alla bottega del suo padrone. Questa origine richiama quindi la condizione storicamente più abituale della prostituta, la quale non esercita autonomamente la sua professione, ma vi è in qualche modo indotta da soggetti che ne sfruttano il lavoro traendone un proprio guadagno (i cosìddetti “protettori”).

Niccolò Tommaseo (nella foto) fissò una distinzione fra meretrice e prostituta: la prima guadagna del corpo suo (e qui l’illustre linguista richiama il termine latino mereo) mentre prostituta è legata a prostat, cioè è colei che per guadagno o per libidine, “si mette in mostra, e provoca a sozzure“. Tipico di Tommaseo è il legare gli esiti di una fine e rigorosa indagine filologica a personali giudizi di merito e morali i quali gli fanno aggiungere: “[La prostituta] è più comune, più venale. Taide meretrice, Messalina prostituta. Ogni abbracciamento venale è meretricio, prostituzione non è. Le meretrici di caro prezzo non sono prostitute; le prostitute da’ genitori o dai mariti, che nulla guadagnan per sè non meritano l’altro nome [meretrici]”. Leggi il resto di questo articolo »

Transizionario: Prostituzione 2

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Carissimi e carissime! Come vi avevo promesso nel post precedente sulla prostituzione, ecco la continuazione del mio articolo: la definizione della prostituzione.

La prostituzione può essere classificata in ampi gruppi, ognuno con le proprie specificità e modalità di esercizio, a seconda del genere o orientamento sessuale di chi offre il servizio o a seconda del servizio offerto. Si hanno dunque la prostituzione femminile, la prostituzione maschile e la prostituzione transessuale. Leggi il resto di questo articolo »

Transizionario: Prostituzione

PROSTITUTION-ARRETECare e cari lettori, in questo nuovo appuntamento con il transizionario vorrei iniziare a parlarvi della Prostituzione, che  nella storia e nella vita di una Transessuale, ieri come oggi, può essere una scelta forzata e presente.

Nel post precedente a questo ho accennato allo “stigma sociale verso le transessuali MtF (…) tale da rendere difficile l’inserimento lavorativo delle stesse. Se a questo si aggiunge che spesso le famiglie ripudiano il figlio diventata figlia transessuale e i costi della transizione, diventa evidente una spinta della stessa società affinché la transessuale si dedichi alla prostituzione per sopravvivere”.

Con il termine prostituzione si indica l’attività di chi offre prestazioni sessuali, dietro pagamento di un corrispettivo in denaro. L’attività, fornita da persone di qualsiasi orientamento sessuale, può avere carattere autonomo, professionale, abituale o saltuario. L’uso del termine non è univoco e a seconda del Paese, del periodo storico o del contesto socio-culturale può includere qualsiasi atto sessuale e qualsiasi tipo di compenso (anche non in denaro) o indicare, moralisticamente ed erroneamente, coloro che intrattengono atti sessuali fuori dal matrimonio, o uno stile di vita simile a coloro che offrono le prestazioni o chi intrattiene atti sessuali disapprovati. Può indicare anche un comportamento zelante più del dovuto nei confronti di un superiore, finalizzato all’ottenimento di gratifiche lavorative o economiche. Leggi il resto di questo articolo »

TRANSIZIONARIO: Transfobia e lavoro.

antoniaLe persone transessuali, in occidente, pur essendo considerate dal DSM come “malate”, subiscono sovente forti discriminazioni in ambito lavorativo e sociale, anche per l’inadeguatezza delle attuali leggi nazionali sul cosiddetto “cambiamento di sesso”, ma soprattutto per uno stigma sociale che prende il nome di transfobia.

La transfobia, apparentemente può sembrare un equivalente dell’omofobia. In realtà i due fenomeni hanno origini diverse, espressioni diverse, anche se condividono il destino della discriminazione. Un tentativo di distinguere i fenomeni transfobia e omofobia è stato fatto da Mirella Izzo, presidente dell’ex associazione Crisalide AzioneTrans. Lo stigma sociale della persona transessuale è in genere molto più elevato rispetto a quello riservato alle persone omosessuali. Inoltre è altrettanto più elevato per le trans da maschio a femmina rispetto ai transessuali da femmina a maschio. Le motivazioni che possono essere trovate per questo dato di fatto sono molteplici e controverse:

1) L’omosessualità è visibile solo all’interno delle tendenze sessuali ed affettive di una persona mentre la transessualità comporta una netta trasformazione del proprio corpo e pertanto provoca la necessità di una totale inversione di valutazione della persona;

2) La transessualità da maschio a femmina è più stigmatizzata di quella da femmina a maschio perché viviamo in una società prevalentemente maschilista nella quale rinunciare alla “virilità” costituisce una ferita più percepibile della rinuncia alla “femminilità”. In ogni caso lo stigma sociale verso le transessuali MtF è tale da rendere difficile l’inserimento lavorativo delle stesse. Se a questo si aggiunge che spesso le famiglie ripudiano il figlio transessuale e che i costi della transizione sono altissimi, diventa facile percepire una spinta della stessa società affinché la transessuale si dedichi alla prostituzione per sopravvivere. Leggi il resto di questo articolo »

TRANSIZIONARIO: MtF e FtM.

Un caro saluto come sempre ai lettori interessati alla tematica trans: siete molti e mi fa molto piacere! Oggi vorrei portarvi a conoscenza di argomenti un po’ più complessi come la condizione umana e sociale delle persone trans.

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TRANSIZIONARIO: “coming out”.

comingoutOggi parleremo del coming out . Anche noi trans ad un certo punto dobbiamo affrontare, come i gay e le lesbiche, il momento in cui pubblicamente dire chi siamo.

 

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TRANSIZIONARIO: “crossdressing”.

Cari amici del transizionario, oggi parleremo di crossdressing.

Il termine “crossdressing” denota l’atto o l’abitudine di indossare vestiti comunemente associati al sesso opposto al proprio mantenendo la propria identità genetica.
La persona crossdresser indossa abiti considerati del sesso opposto, pubblicamente e/o in privato, per molteplici motivi. Questa espressione non riguarda l’identità di genere o l’orientamento sessuale, e quindi non è sinonimo di transessuale o transgender e non dà nessuna indicazione sulle preferenze sessuali del crossdresser.

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TRANSIZIONARIO: si parla di “transizione”.

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Un caro saluto ai miei lettori della rubrica Transizionario e ben ritrovati. Nei tre post precedenti ho parlato per prima del termine “Transessuale”, poi vi ho parlato le “Questione delle Cause” e poi “Disforia di Genere”.

Questa volta vorrei parlarvi invece della “Transizione”: Si definisce transizione il percorso che porta un individuo a smettere di vivere il ruolo di genere relativo al sesso biologico di appartenenza per arrivare a vivere pienamente nell’identità di genere di elezione, che può essere maschile, femminile, transessuale e/o transgender. In Italia il termine è riferito solitamente all’iter che comprende:

 • Gli interventi fisici per adeguare il proprio corpo alla percezione che si ha di sé (interventi ‘naturali’, ormonali e/o chirurgici).

• Tutto il percorso legale e burocratico per ottenere autorizzazioni per interventi di riassegnazione sessuale e cambio anagrafico e, di conseguenza, sui documenti. Il processo di transizione può riguardare quindi il percorso di riassegnazione sessuale delle persone transessuali, ma anche la fase del crossdressing o il momento del coming out.

Percorso di riassegnazione sessuale

Normalmente, allo stato attuale, una persona che si ritiene transessuale deve in primis rivolgersi ad uno psichiatra che diagnostichi il “disturbo dell’identità di genere” (DIG). Solo dopo questa certificazione può rivolgersi all’endocrinologo per la terapia ormonale sostitutiva (estrogeni ed antiandrogeni per le trans MtF, testosterone per i trans FtM).

Successivamente, o in accompagnamento alla terapia ormonale, la persona transessuale MtF può sottoporsi a trattamenti estetici – chirurgici (rimozione barba, mastoplastica additiva, rimodellamento naso e viso, ecc.). Di norma questi interventi vengono considerati “chirurgia estetica” e sono a carico della persona transessuale. Per i transessuali FtM di norma non vi è bisogno di chirurgia estetica.

Effettuato il trattamento ormonale, secondo la legge 164/82 la persona transessuale può richiedere al Tribunale autorizzazione agli interventi chirurgici di conversione sessuale (orchiectomia e vaginoplastica e/o neo–vagina per le trans; mastectomia, isterectomia, falloplastica o clitoridoplastica per i trans). Ottenuta sentenza positiva, la persona transessuale ha diritto all’intervento sui genitali a carico del SSN.

Effettuato l’intervento, la persona transessuale deve nuovamente rivolgersi al Tribunale per chiedere il cambiamento di stato anagrafico. Ottenuta la sentenza positiva, tutti i documenti d’identità vengono modificati per sesso e per nome, con l’eccezione del casellario giudiziario e l’estratto integrale di nascita, documenti che possono essere richiesti esclusivamente dallo Stato o da Enti pubblici.

Alla fine di questo percorso, per la legge italiana un transessuale da donna a uomo diventa uomo a tutti gli effetti, compreso il diritto a sposarsi e ad adottare. Lo stesso vale per la transessuale da uomo a donna. Si rende quindi assai difficile o addirittura impossibile risalire al sesso originario di una persona.

continua…

(Antonia Monopoli)

TRANSIZIONARIO: la disforia di genere

_Transizionarioiao a tutti i lettori del Transizionario.

In questo post vorrei riprendere la questione di cui ho già accennato spiegando il termine “Transessuale”: desidero portavi ad approfondire la questione iniziando appunto dal disturbo dell’identità di genere (spesso abbreviato in DIG), detto anche disforia di genere.

Come vi avevo accennato il DIG è una condizione in cui una persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico o comunque assegnato anagraficamente alla nascita.

Il termine disforia di genere venne introdotto nel 1971 da Donald Laub e Norman Fisk. Da ricordare bene ciò in cui tante persone fanno confusione: il DIG è indipendente dall’orientamento sessuale e non va confuso con esso; infatti una Transessuale da maschio a femmina (MtF o M2F o Male to Female o Maschio transizionante Femmina) può essere eterosessuale o lesbica, così come un Transessuale da femmina a maschio (FtM o F2M o Female to Male o Femmina transizionante Maschio) può essere eterosessuale o gay. Alcuni studi hanno trovato un rapporto fra orientamento sessuale e soggetto con transessualismo primario o secondario, tuttavia la stessa definizione di transessualismo primario o secondario è stata molto discussa perché opinabile…
La Diagnosi o Patologia, se così vogliamo chiamarla, di DIG è catalogata fra i disturbi mentali del DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), tuttavia viene definito autenticamente transessuale (per l’ottenimento del consenso per il cambio di sesso) solo chi non ha psicopatologia associata, in altre parole, chi non ha un disturbo mentale. Secondo Peggy Cohen-Kettenis, questa contraddizione in termini è dovuta più che altro a motivi pratici: se, ad esempio, il il DIG non fosse classificato come disturbo mentale nel DSM-IV, le compagnie assicurative di diversi Paesi o le ASL Italiane non coprirebbero le spese di trattamento, e quindi le persone transessuali si dovrebbero pagare privatamente tutte le spese associate al percorso di transizione. Questo è attualmente in discussione in seno alla stesura della prossima edizione del manuale, il DSM-V (previsto per il 2011).
Secondo il DSM-IV, i criteri diagnostici per identificare il disturbo dell’identità di genere sono i seguenti (fonte dello schema seguente, Wikipedia):
1. Il soggetto si identifica in maniera intensa e persistente con individui di sesso opposto (a quello anagrafico);
2. Questa identificazione non deve essere semplicemente un desiderio di qualche presunto vantaggio culturale derivante dall’appartenenza al sesso opposto (a quello anagrafico);
3. Deve esserci l’evidenza di una condizione di malessere persistente o di estraneità riguardo al proprio sesso anagrafico;
4. L’individuo non deve presentare una condizione di intersessualità (es. sindrome di Ermafroditismo e o sindrome di Klinefelter);
5. Deve esserci un disagio clinicamente significativo o compromissione in ambito sociale, lavorativo e nelle relazioni interpersonali.
Anche secondo Anne Vitale il manuale sarebbe da rivedere: in seguito ai suoi studi, la ricercatrice propone una personale teoria e suggerisce che il termine “disturbo di identità di genere” venga rinominato “disturbo d’ansia da deprivazione dell’espressione di genere” (Gender Expression Deprivation Anxiety Disorder o, in sigla, GEDAD).

Un grande abbraccio ai lettori che continuano e continueranno a leggermi, grazie…
Antonia Monopoli

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