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L’isola di Wilhelm

Confesso che Wilhelm Gerace non mi è mai stato troppo simpatico. È immaturo, misogino, egoista e inaffidabile. Rendersi succube di un rissaiolo strafottente, poi, non gli fa certo onore. Tuttavia, qualcosa mi ha spinto a tornare sulla sua figura. Si tratta di una profezia di Romeo l’Amalfitano, sostituto padre di Wilhelm: “Dunque, pare che alle anime viventi possano toccare due sorti: c’è chi nasce ape, e chi nasce rosa. Che fa lo sciame delle api, con la sua regina? Va, e ruba a tutte le rose un poco di miele, per portarselo nell’arnia, nelle sue stanzette. E la rosa? La rosa l’ha in se stessa, il proprio miele: miele di rose, il più adorato, il più prezioso! La cosa più dolce che innamora essa l’ha già in se stessa: non le serve cercarla altrove. Ma qualche volta sospirano di solitudine, le rose, questi esseri divini! Le rose ignoranti non capiscono i propri misteri. La prima di tutte le rose è Dio. Fra le due: la rosa e l’ape, secondo me, la più fortunata è l’ape. E l’Ape Regina, poi, ha una fortuna sovrana! […] Secondo me, tu, Wilhelm mio, sei nato col destino più dolce e col destino più amaro: tu sei l’ape e sei la rosa.”

Ne L’isola di Arturo (1957), Elsa Morante presenta Wilhelm come padre del protagonista: un padre assente per frequenti e misteriosi viaggi, che lo portano via da Procida. Figlio di una ragazza madre tedesca e di un procidano, nel corso di tutto il romanzo, il personaggio non riesce a trovare una propria collocazione. Costringe la sedicenne Nunziata a sposarlo, perché è incapace di vivere senza un focolare di riferimento; eppure, si cura di scegliere una moglie che non sia innamorata di lui, perché non sopporterebbe le attenzioni femminili, simili a quelle dell’opprimente madre. Del resto, i suoi veri interessi sentimentali sono altri. In un suo sfogo contro le donne, intona un vero e proprio panegirico dell’amore virile: “Se non fosse per le femmine, l’esistenza sarebbe una giovinezza eterna; un giardino! Tutti sarebbero belli, liberi e spensierati, e amarsi vorrebbe dire soltanto: rivelarsi l’uno all’altro, quanto si è belli. L’amore sarebbe una delizia disinteressata, una gloria perfetta: come guardarsi allo specchio; sarebbe… una cattiveria naturale e senza rimorso, come una caccia meravigliosa in un bosco reale. L’amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana.” Certo, questo utopismo tradisce l’immaturità di chi è incapace di accettare anche le più ovvie leggi di natura, nonché l’egoismo di chi odia le donne, salvo tenerne prigioniera una che gli scaldi il nido. Però, dà anche a Wilhelm l’aura del poeta bohémien, come quell’Arthur Rimbaud che Elsa Morante amava molto. Lo squallido avventuriero si rivela un’anima che non trova riposo, affannata a cercare altrove quel miele che non sa di portare dentro di sé. Procida non è il suo mondo; non vi ha trovato amici se non Romeo l’Amalfitano, l’Ape Regina. Eppure, non può nemmeno allontanarsene, come per sortilegio. Vagheggia un’immortalità impossibile, ma soffre anche di un perpetuo male di vivere. Il grande amore sarà solo il culmine di questo male. Di Arturo, sappiamo che può lasciare l’isola dell’infanzia e crescere. Di Wilhelm, la Morante dice solo che parte con il proprio amante, un bulletto che lo sfrutta apertamente e col quale non ci sarà sicuramente il lieto fine. Il resto è silenzio. Il silenzio è la cifra del personaggio, delineato dai punti di domanda che dissemina per il romanzo.

 

Elsa Morante, L’isola di Arturo, Torino 1995, Einaudi.

 

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Mitici queer

Si discute spesso del rapporto fra “sesso” e “genere”, ovvero di quanto conti la natura rispetto alla cultura nella distinzione fra maschio e femmina. Interessante, in questo senso, è osservare quale fosse la percezione dei sessi e della loro dualità nelle epoche che precedettero tanto l’arrivo del Cristianesimo quanto l’avvento delle scienze moderne, gli studi di genere e l’elaborazione della queer theory. A questo si presta particolarmente la letteratura mitologica.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio (III sec. a.C.) elencano, tra i valorosi protagonisti, un certo Corono, che non è, però, “migliore del padre” (I, v. 58). Egli, infatti, è figlio di Ceneo, che, da solo, mise in fuga l’esercito dei Centauri (I, vv. 59-64). Questo vigorosissimo uomo aveva una particolarità: era nato donna, col nome di Cenide, che riprese negli Inferi “per fato”, secondo Virgilio (Eneide VI, vv. 448-449). L’Epitome allegata alla Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (datazione incerta fra la metà del I sec. a.C. e l’inizio del IX sec. d.C.) attribuisce questa trasformazione all’unione con il dio Poseidone, che rese l’amante maschio e invulnerabile per volontà della stessa Cenide (Epitome, 1). Ancora donna lo vedono i Centauri in battaglia, secondo Ovidio (Metamorfosi XII, vv. 470-476). La sua virilità emerge però indubitabilmente, in base alle concezioni dell’epoca, nella sua straordinaria forza fisica e nel suo spirito combattivo (vv. 499-506). Solo nel linguaggio sprezzante e stupito del nemico Monico, Ceneo è semimas, “maschio a metà” (v. 506).

A Tiresia, invece, toccò una doppia metamorfosi. Sempre Ovidio (Metamorfosi III, vv. 316 ss.) spiega come egli avrebbe acquisito capacità profetiche. Un giorno, Tiresia divise con un bastone due serpenti che si stavano accoppiando. Questo atto causò la sua trasformazione in donna e tale rimase per sette anni. Poi, di nuovo incontrò i due rettili in amore; di nuovo li separò e tornò maschio. Ciò fece di lui l’unico essere umano in grado di conoscere sia il piacere sessuale virile che quello femminile e, per aver saputo svelare la differenza fra essi, Giunone gli tolse la vista e Giove gli donò il vaticinio.

Meno lusinghiera, ma non meno interessante è la storia del mitico archetipo di tutti gli androgini: Ermafrodito, per l’appunto (Ovidio, Metamorfosi IV, vv. 285 ss.). Il curioso nome, secondo il poeta latino, verrebbe dalla fusione di “Ermes” e “Afrodite”, genitori del ragazzo, nei cui tratti si mescolavano i volti del padre e della madre. Ibrido fin dalla nascita, Ermafrodito lo divenne ancor più quando incontrò la ninfa Salmacide. Ella, incapricciatasi di lui, lo catturò nel mezzo delle acque di un lago in Caria e pregò gli dèi di non lasciar separare il corpo del giovane dal suo. Ermafrodito si fuse così con la ninfa ed acquisì l’aspetto ambiguo per cui è famoso. La vicenda è un mito eziologico, che vorrebbe spiegare come mai la fonte Salmacide in Caria facesse perdere la virilità ai bagnanti. L’Ermafrodito di Ovidio, dunque, non sarebbe tanto una perfetta sintesi di maschile e femminile, quanto un semimas (v. 381), come era stato definito Ceneo da Monico.

Carica di pathos è la vicenda di Ifi (nome sia maschile che femminile), sempre tratta dalle Metamorfosi ovidiane (IX, vv. 666 ss.). Questo mito è la fonte di un episodio letterario che abbiamo già considerato: quello di Bradamante, Fiordispina e Ricciardetto.

Quando la madre di Ifi era incinta, il padre, a causa della propria indigenza, volle che il figlio fosse allevato solo se maschio (dunque, non bisognoso di dote). Se fosse nata una bambina, ella avrebbe dovuto essere uccisa. In sogno alla madre angosciata, apparve Iside e le promise che avrebbe protetto il nascituro, di qualunque sesso fosse stato. Quando venne alla luce una bambina, la madre la presentò al marito come maschio e da tale Ifi fu allevata. Una volta cresciuta, ella fu promessa in “sposo” dal padre alla bella Iante. Fra le fidanzate, nacque una sincera passione, che portò però Ifi alla disperazione. Evidentemente ignara di cosa fosse l’amore saffico, al contrario delle antiche coetanee di Lesbo, si considerava mostruosa e non vedeva via d’uscita. Iside, allora, tramutò in uomo l’amante infelice e le permise così di coronare il sogno.

I quattro miti che abbiamo narrato ispirano più di una considerazione. Tanto l’orizzonte ellenistico quanto quello latino avevano una visione indiscutibilmente binaria dei sessi: da una parte, i maschi, destinati alla guerra e a far da mariti alle donne; dall’altra, per l’appunto, le donne, imbelli e “naturalmente” orientate a desiderare gli uomini. Nessuno studio psicologico o psicanalitico aveva gettato luce sull’omosessualità. Non era contemplata la disforia di genere, né (essendo sconosciuto il DNA) era stata scoperta l’intersessualità. Purtuttavia, lo sguardo allo stesso tempo incuriosito e sacrale con cui i mitografi guardavano alla natura permise loro di cogliere la possibilità dell’attraversamento della barriera fra i sessi. La storia di Cenide/Ceneo è quella dell’incontro con le forze telluriche e marine, rappresentate da Poseidone e tali da scuotere tutto ciò che sembra incrollabile –compresa la conformazione sessuale. L’esperienza di Tiresia, oltre a essere unica, è iniziatica, ovvero capace di mutare radicalmente la sua visione della realtà. La storia di Ermafrodito esprime la paura della perdita della propria identità sessuale e perfino il terrore del maschio davanti a una femminilità aggressiva; ma è anche osservazione di un fenomeno naturale che rende possibile un “prodigio”. Il mito di Ifi testimonia l’esistenza del culto di Iside in terra latina, nonché la connotazione della divinità come nume del soccorso e anche del passaggio a nuova vita (non a caso, Apuleio ne farà il deus ex machina di un’altra Metamorfosi). Il cambiamento di sesso è dunque segno di una potenza divina, indistinguibile, nella religiosità precristiana, da quelle naturali. Anche l’amore omosessuale di Ifi è preludio e condizione necessaria al manifestarsi di detta potenza.

Nella mitologia classica (precristiana e prescientifica), le forme di queerness sono prodigi, mostruosi o miracolosi, ma sempre contemplabili all’interno di una natura sacra e in perenne trasformazione.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Ufficiale e gentildonna

Da bambini, molti di noi la guardavano, senza porsi troppe domande. Lady Oscar. Una ragazza bionda che si vestiva da ufficiale e tirava di scherma. Nessuno veniva a spegnere il televisore e a “proteggerci”, perché “non ci confondessimo le idee”. Potere delle fiabe, che possono dire qualunque cosa. 

C’è stato bisogno della crescita, per cogliere non solo la fitta trama di riferimenti storico-romanzeschi, ma anche il fascino nient’affatto ingenuo del bel “cavalier donzella”. Ci si riesce meglio ancora, se si legge la versione cartacea, da cui la serie a cartoni animati fu tratta.

Lady Oscar nacque dalla matita di Riyoko Ikeda (n. 1947, a Osaka). Da giovane, Riyoko fu costretta agli studi filosofici dalla famiglia, mentre invece sognava la musica e il bel canto. Per pagarsi una formazione in quest’ultimo campo, si diede al manga. La sua cultura eclettica le permise di ideare una serie ispirata alla biografia della regina Maria Antonietta. La propose alla casa editrice Shueisha, che pubblicava Weekly Margaret, un settimanale con ampio pubblico femminile. La casa editrice accettò, ma solo a patto che l’ideatrice inserisse nella vicenda elementi che la movimentassero e la rendessero più appetibile commercialmente. Nacque così Oscar-François de Jarjayes, la poi celeberrima Lady Oscar. Inizialmente “spalla” di Maria Antonietta, la bionda spadaccina divenne la vera stella della serie. Per questo, la serie Berusaiyu No-Bara – La Rose de Versailles (1972 – 1973) è nota sotto il suo nome.

L’idea del personaggio sarebbe una combinazione di vari spunti: stando al sito dedicato La Rosa di Versailles

alcune donne della corte francese avrebbero sfoggiato, per divertimento, atteggiamenti mascolini; la Rivoluzione francese vide effettivamente un’attiva partecipazione femminile; infine, Riyoko Ikeda avrebbe avuto l’esempio della Takarazuka Revue, una compagnia teatrale interamente composta da donne e dedita a inscenare soggetti occidentalizzanti. Fatto sta che una delle rappresentazioni più famose della Takarazuka Revue è proprio quella di una versione musical di Berusaiyu No-Bara (1974).

Il motivo per cui Lady Oscar trova posto in questa rubrica è il modo in cui Riyoko Ikeda sa giocare con l’ambiguità del femminile. Oscar non è né lesbica (celebre il suo amore per Axel von Fersen prima e per André Grandier dopo), né ftm. Tecnicamente, potrebbe essere considerata crossdresser o passing woman. Quel che è certo è che Oscar supera con grazia le barriere fra “ruolo maschile” e “ruolo femminile”, rimanendo appassionatamente donna mentre si muove in un mondo riservato agli uomini. Affascina come dama, come cavaliere, come efebo. E, se lei non sembra avere desideri saffici, non si può dire lo stesso delle innumerevoli signore di Versailles che vagheggiano “il comandante de Jarjayes”, pur sapendo chi si celi dietro l’uniforme. Arriva perfino a essere plausibile l’outing lanciato da Jeanne Valois de la Motte durante il processo per “lo scandalo della collana”: Lady Oscar e Maria Antonietta sono una splendida coppia in ogni caso. Se ne accorge anche l’innocentissima Rosalie, innamorata dell’uomo che Oscar non potrà mai essere.

L’erotismo saffico diventa un tema esplicito, invece, nelle cosiddette Storie Parallele o Storie Gotiche aggiunte alla serie. La contessa dal vestito nero, versione romanzata dell’ungherese Erzsébet Báthory (1560 – 1614), vagheggia le bellezze delle fanciulle – e il fatto che nasconda fini malvagi non toglie nulla alla sua malia.

Se volete, però, veder attuate le potenzialità insite nel personaggio di Lady Oscar, è consigliabile un’altra creazione di Riyoko Ikeda: l’incompiuta serie Claudine…! (1978)

Per un’edizione italiana integrale di Lady Oscar, vedasi quella della Granata Press, Bologna 1993, nella collana “Manga Hero”. Disponibile su MangaEdenQui, invece, si può leggere Claudine…!

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Caro Babbo Natale…


Caro Babbo Natale,
la tua festa sta lentamente arrivando, le strade si stanno rivestendo di luci, la gente incomincia ad essere più buona, la neve è già caduta un paio di volte e i bambini si chiedono cosa troveranno quest’anno sotto il loro alberello.
Sicuramente non troveranno più le Bratz, le bambole passeggiatrici dotate di labbra stile Alba Parietti, vestitini super sexy (giro capezzolo sopra e giro-inguine sotto) e sguardi ammicanti che sembrano dire “use me, abuse me, and mis-use me”.
Infatti, caro omino rosso ma apartitico, la Barbie ha recentemente vinto una lunga battaglia legale, dopo la quale i giudici hanno imposto al creatore delle Bratz di ritirare le sue bambole lussuriose dal mercato. Meno male.
Forse ora le bambine smetteranno di apparire piccole lolite a 8 anni e inizieranno a vivere l’infanzia pienamente. Nel frattempo, per festeggiare la vittoria della Barbie, volevo proporre una collobarozione tra la Mattel e lo Stato del Vaticano.
Scrivo a te, Caro Babbo, perchè sei tu il massimo esperto quando si parla di giocattoli e spero che tra una spazzolata alle renne e una ai capelli ispidi della Befana, tu possa trovare il tempo di ascoltarmi. Penso che l’encomiabile sforzo del Vaticano di interferire in tutto, debba coinvolgere anche e soprattutto i bambini, così che possano avere un’educazione cattolicissima sin dai primi anni della loro vita.
E allora, perchè non mettere sul mercato qualche nuova bambola per le future partecipanti al Family Day?
“Barbie canto gregoriano”: premi il bottone sulla schiena e ti canta “Adeste Fideles”. Oppure, “Barbie magia del cilicio”: si autoflagella e nella scatola trovi un cilicio anche per te! Aggiungerei, infine, “Barbie sogno di Suora” (meglio scongiurare il rischio di una “Barbie desiderio di unione civile”) e “Barbie incanto di Catechista”.
Per i bambini invece proporrei: la Papa Mobile delle Micromachine che si apre e diventa un Vaticano in miniatura con tanto di guardie svizzere vere all’entrata che ti tagliano un mignolo se giochi con le bambole della sorellina, oppure il “Padre Confessore” di Action Man. Per coinvolgere invece i bambini già più grandicelli andrei sull’home entertaiment proponendo “La messa cantata da Hanna Montana”, il quarto episodio di “High school musical” (ambientato in un seminario con Zac Efron che si fa prete e il suo amico che si redime e torna etero), e, infine, “L’allegro inquisitore”, perchè siamo stanchi del chirurgo e vogliamo anche noi dare fuoco e perseguitare le anime corrotte e infedeli che infestano il nostro pianeta.
Caro Babbino, cosa ne pensi? Temi che Raztinger voglia detronizzarti e prendere il tuo posto sulla slitta? O forse che ti spingerà a convolare finalmente a nozze con la Befana? Io spero di no, voi due siete la coppia di fatto più antica su questa valle di lacrime e quindi un modello per molte coppie gay.
Però, Caro Babbo, devo dire che se oggi abbiamo un Papy un po’ agitato e sempre inquieto, un po’ è anche colpa tua: se tu gli avessi portato il mitragliatore e il dolce forno come richiestoti tanti anni fa, ora sarebbe più felice!
Magari sei ancora in tempo per recuperare la sua bontà perduta.
Buona Fortuna,
il tuo più affezionato sostenitore.

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