Comunista, basco e soprattutto omosessuale dichiarato: questi ingredienti ed elementi costitutivi della personalità di un regista quale è stato Eloy de la Iglesia, fanno presupporre la difficile formazione artistica di un autore all’interno di una cornice repressiva, perbenista, sanguinaria e clericale quale quella del regime franchista. In questo panorama di oppressione e di eliminazione fisica di ogni “diversità” si celebra quella cinematografia che vedrà de la Iglesia proporre pellicole impostate su temi sensazionali, al limite del paradosso, complicate nella loro narrazione e nello svolgimento, melodrammatiche, intrise di violenza.
Nasce a Larautz, territorio basco, e, prima di poter accedere alla scuola di cinema, prende parte del Teatro Popolare dei Ragazzi, dove incomincia a gettare le basi della sua attività. Prima della caduta del franchismo De Le Iglesia intraprende la produzione di opere di certo non apertamente omosessuali nelle storie raccontate ma chiaramente al limite, cercando indirettamente, attraverso suicidi di persone dichiaratemente gay, di promuovere messaggi subliminali di libertà e di autodeterminazione in antitesi con il clima liberticida del regime. La lettura e l’analisi della società sua contemporanea, così come delle sue contraddizioni fanno da base ai contenuti di una produzione tutta volta a dare risalto in chiave realista, lontana da ogni tono epico o fintamente vittimistico, alle fasce giovanili emarginate e dimenticate dal resto della collettività e dalle istituzioni. I film della transizione volevano cercare, in un momento in cui sotto la dittatura l’omosessualità era penalmente perseguita con tre anni di reclusione, la famosa e famigerata Ley de Peligrosidad y Rehabilitación, e ogni forma di esplicito riferimento alla sessualità veniva censurato brutalmente, di uscire indenni dalle maglie strette della censura, rappresentata dal regime e dalla Chiesa Cattolica, ingannandola anche sotto form
e narrative e artistiche molto fini e incisive. Si parla per esempio della sua prima pellicola del 1966, “Fantasia…3”, dove protagonisti sono tre bambini.

L’omosessualità entra a fare parte della produzione del regista basco a partire dal 1975, anno della morte del repressivo caudillo, dando inizio al cosiddetto filone cinematografico “quinci”, che prende il nome dall’aggettivo con cui venivano apostrofate le persone ai margini della società, disperate e venditrici vicino a zingari nei mercati pubblici di oggetti metallici manufatti e da loro pro
dotti. La dizione vede, infatti, pellicole improntate su narrazioni di vite reali, molto spesso gli stessi protagonisti sono ragazzi presi per strada, ambientate in quartieri popolari costruiti nell’espansione edilizia voluta dal regime negli anni 60 nelle grandi città, Madrid, Bilbao, Barcellona, per abbattere le baraccopoli che si erano create in presenza dell’espansione dei centri metropolitani. La connotazione di quinci ha visto una similitudine con il significato di delinquente. Nelle pellicole di De La Iglesia esiste sempre un tono melodrammatico in cui la sessualità diventa parte destabilizzante il perbenismo e conformismo borghese ed elemento liberatorio venendo alla luce forme di convivenza e di coppia, amori e affetti, vissute in modo reale e dirompenti in quanto ai limiti della società, spesso non concepibili dal pensiero unico eterossessista e omologante, non catalogabili, ma densi di una carica erotica e sensuale nonché di un’umanità sincera. Così come sinceri e genuini, autentici nella loro tensione sensuale, risultano essere gli stessi attori, giovani ragazzi, in cerca di ogni genere di espedienti, spesso dentro al circolo vizioso e malavitoso del commercio di droga, altre volte dediti alla prostituzione. La violenza fa sempre da sfondo nelle opere del regista basco, in modo quasi unico come ne “La semana del aesino”, storia di un’attrazione omosessuale, ne “Los placeres ocultos” (1976) e ne “El Diputado” (1978). Il primo è un lungometraggio che può definirsi provocatorio in base al paradosso di un facoltoso borghese omosessuale che vuole vedere formalizzata la sua unione affettiva con un ragazzo eterosessuale proletario e con la fidanzata di questi. El Diputado assume, invece, una connotazione più drammatica e tragica in cui politica, intrighi di potere, prevaricazione della società benpensante affliggono un candidato che si deve barcamenare tra il mantenimento della propria immagine pubblica di bravo marito e la passione travolgente che prova per un giovane prostituto. Alla fine deciderà di iniziare il suo amato alla vita dell’attivismo politico, dando poco affidamento al sentimento comune perbenista e soffocante.

L’irrazionalità dell’eros, la sua dirompente dose senza filtri e margini, la sua capacità quasi rivoluzionaria e naturale, spesso ingenuamente esplosiva porta a un manifesto politico della cinematografia contro ogni forma di costrizione e di limitazione che la società borghese impone in una sua ottica che, nei migliori dei casi, può essere definita eterossessista e strutturata su un’ideologia edipica della sessualità, binaria e familista. In questo ambito in ogni pellicola di Eloy si gustano scene di nudo e di sesso presentate nella loro disinvoltura e nella loro veridicità in cui l’occhio dello spettatore viene attratto da corpi virili, giovanili e sinuosi, freschi, vitali, semplici e spontanei, che esprimono la trasgressione di ogni regola e convenzione asfittica e asfissiante. È, così, in atto la “destape”, ossia quella tecnica visiva e poetica impostata nel destabilizzare il pubblico irrompendo con una carica intensa di sensualità e di piacere estatico. Parliamo, così, de “El pico” (1983) dove l’emarginazione sociale, il tema dell’autonomia di una minoranza regionale e l’omoerotismo si incontrano dando vita a una pellicola esteticamente coinvolgente, narrativamente intrigante e non scontata, tecnicamente impeccabile e innovativa. Tanto spese in termini di risorse nella realizzazione di questo capolavoro che lo stesso regista si trovò a vivere le stesse situazioni riportate quali l’uso di droghe diventando lui stesso eroinomane e uscendo dalla scena artistica per qualche anno. Luis Manzano, soprannominato “el rubio”, è un costante protagonista nelle pellicole di De La Iglesia, da Navajeros a Colegas, da Overdose (El pico) alla sua seconda edizione, fino ad arrivare a La estanquera de Vallecas. Luis viene preso dalla strada, figlio di una madre alcolizzata, ragazzo orfano di padre e cresciuto nel degrado sociale. Proseguirà ad assumere droghe pesanti, fino ad arrivare nel 1992 a morire di overdose. Luis è la figura principale attorno cui si strutturano le psicologie dei personaggi di De La Iglesia, che affrontano la loro quotidianità disposti a qualsiasi genere di artificio pur di sopravvivere. Si può leggere, così, quella tensione sensuale irruente ed esplosiva.
Possiamo definire Eloy de la Iglesia un regista attivista e autorevole dalla poeticità e dalla capacità estetica travolgente e dal vigore erotico, in inquadrature decise e a tutto campo, nell’abilità di saper garantire il susseguirsi dei fotogrammi che ispirino una dose di visione fotografica molto realista, senza allegorie o stratagemmi descrittivi metaforici. In diverse sue opere si possono gustare le prime scene della vita omosessuale dei primi anni 80, in una Spagna ancora in cerca di una vera transizione democratica e culturale, in cui ancora l’omosessualità veniva emarginata o additata come anormalità comportamentale, in una sauna, per esempio, dove i tre giovani, protagonisti di Colegas, scapestrati e disgraziati, attraenti e seducenti nella loro immediatezza cercano di fare dei soldi prostituendosi ai clienti e accumulando la cifra giusta per fare abortire la ragazza di uno dei tre. La forza non tanto segreta ma schietta della complicità dei tre amici in questa pellicola viene addossata di una valenza omoerotica cameratesca senza precedenti e senza malizia, fuori da ogni interpretazione infingarda dell’occhio provinciale. La genuinità della narrazione e delle tinte delle immagini riportate nelle sequenze, unite da una logica conseguenziale del rapporto tra azione ed effetti, sono gli elementi costitutivi che portano Eloy de la Iglesia a essere autore trasgressivo e disarmante ogni gabbia che la modernità alienante impone in nome del mercato e del profitto e di quel familismo ossessivo e ossessionante che alimenta un circolo vizioso frustrante. I personaggi nella loro autenticità semplice che diventa quasi carnale e, pertanto, eccitante ed esaltante, sono dipinti con tonalità molto forti, quasi come in un quadro impressionista, e nettamente presentati al pubblico nella loro caratterizzazione, con finali inattesi e inaspettati, con un procedere delle storie mai banale e scontato.
La denuncia sociale è un leit motiv che porta De la Iglesia a scardinare ogni potere precostituito e a prefigurare un futuro di speranza di riscatto e di evoluzione progressiva e culturale del genere umano. Nel regista “quinquy” non troviamo limiti e ostacoli dovuti ad appartenenze sessuali, generazionali, di ceto, sociali, economiche, politiche e tanto meno ideologiche e religiose: nell’universalità di una condizione umana disperata e disperante, quale quella che vivono ogni giorno i giovanissimi, esplosivi, vitali e avvenenti protagonisti, si alimentano storie dalla connotazione romantica, spesso perdente, spesso sconfitta, ma rafforzata dalla lettura disinteressata di un’esistenza precaria, di certo non condizionata né tanto meno compromessa.
La libera affermazione del sé e il riscatto del vivere senza filtri e in modo consapevole la propria affettività e la propria sessualità portano Eloy de la Iglesia a essere un regista che molto ha dato allo sviluppo politico culturale del movimento gay europeo, non solo spagnolo.
Possiamo definire Eloy de La Iglesia il precursore di una corrente culturale che ha lasciato un segno indelebile, la cui scomparsa improvvisa avvenuta nel 2006, dopo una breve parentesi dedicata alla produzione cinematografica televisiva, attraverso un’opera che ha riadattato il “Caligola” di Albert Camus, trasmesso dalla rete nazionale TVE-1, così come la realizzazione della sceneggiatura del film “Los novios bulgaros”, sulla base del romanzo omonimo di Eduardo Mendicutti, che, come è solito nelle sue storie, tratta delle vicissitudini di gruppi di emarginati immigrati dell’Est europeo, tra espedienti difficili e amori omosessuali, quasi un tributo finale alla sua cinematografia melodrammatica e umana, arguta e sottile nel suo cinismo. Qualcuno, anche all’interno del movimento omosessuale, lo accusa di non avere mai dato risalto a quella categoria di omosessuali per i quali la propria sessualità espressa in modo libero e sincero diventa un problema e ostacolo esistenziale e sociale importante: la sua volontà non è mai stata quella di rappresentare attraverso il realismo una denuncia ideologica e sociale, ma è quella di voler rappresentare “un mondo marginale, basso”, parlando di quello che conosceva personalmente ed evidenziando come la classe operaia classica, proprio perchè mai conosciuta se non “in forma tangenziale”, non aveva senso alcuno rappresentarla, magari scadendo nella retorica: elemento, questo, che non ha alcun diritto di cittadinanza nella produzione di De La Iglesia, una cinematografia provocatoria moderna.