Delia Vaccarello, la “giornalista dell’anima”, è già stata giustamente presente su questo sito: prima, come curatrice di antologie (http://www.milkmilano.com/?p=7420 ), poi come romanziera (http://www.milkmilano.com/?p=7513 ). Ora, è la volta di vederla in opera come giornalista e autrice di un’inchiesta, mentre non rinuncia alla sua piacevolezza di narratrice e alla profondità della sua empatia.
“Evviva la neve” (Milano 2010, Mondadori) si dedica a quella “T” che fa parte della notissima sigla riassumente le istanze delle minoranze sessuali, ma che troppo spesso è lasciata come “last AND least”. Queste “Vite di trans e transgender” non scendono in piazza, non riempiono le cronache, non animano il gossip. Tantomeno accendono la prostituzione e la pornografia, gli unici ambiti a cui “l’uomo della strada” –troppe volte- associa l’abbreviazione “trans”. Se Delia Vaccarello parla di prostituzione, lo fa solo per parlare di chi ha perso altre possibilità di lavoro: per paura del giudizio altrui, o per problemi legati al mancato cambio di documenti.
“Evviva la neve”, prima ancora che un’inchiesta, è una biografia a più voci. C’è quella di Gabriele, nato Barbara, che ha sempre nascosto un corpo di donna vissuto come estraneo. C’è quella di chi ha speso più di quarant’anni in un’esistenza anaffettiva e in un matrimonio vissuto solo in superficie, prima di rivelarsi come Francesca Eugenia. Ci sono figli che prima non capiscono, poi diventano l’unico sostegno morale dei genitori. Ci sono famiglie che guardano, si allontanano, o cominciano a vedere veramente in volto i cari che credevano di conoscere. Poi, ci sono storie di equilibrio tra virilità e femminilità –come avviene a Valentina, “dura fra i duri” – o di perenne “divenire”, come quello di Porpora. Le storie parlano anche di terapie ormonali e di operazioni chirurgiche, tanto complesse quanto porte di una nuova vita, per chi non ha mai potuto vivere nella propria pelle. C’è il dolore post-operatorio, che impallidisce davanti a quello causato dalla cattiveria e dal rifiuto altrui.
Anche questioni “banali” come il nome anagrafico o le desinenze si rivelano nella loro importanza, ignota a chi li dà per scontati. “Io non potrei parlare di Francesco e di Mario al maschile, perché significherebbe negare ciò che sono e come ormai appaiono. Significherebbe cancellare con una parola sbagliata tutto il loro percorso, e provocare una grande sofferenza. Non è una questione «puramente lessicale». Se chiedessi a Francesca Eugenia: «A che ora ti sei svegliato?», con quella desinenza al maschile distruggerei un rapporto. Negare l’identità delle persone con cui siamo in relazione –e questo vale sempre – significa chiamarsi fuori, mettere una raggelante estraneità tra noi e la vicenda umana degli altri. Hanno lottato anni per arrivare a questo punto, non possiamo tradirli con una semplice «o»” spiega pazientemente Delia Vaccarello ai fan della cosiddetta “oggettività” (p. 10). Come la giornalista comprende benissimo, in gioco c’è la definizione dell’essenza stessa dell’essere umano. Per non affrontare la questione, per qualcuno –troppi – è “meglio arroccarsi, ancorarsi al corpo. Ma se ha forza solo la fisicità […] il corpo diventa potente come un demone. Il sentire legato al corpo, che è l’essenza del concetto di identità di genere, svanisce, mentre l’enfasi sulla fisicità finisce con lo scatenare le fantasie più sfrenate” (p. 88). La Vaccarello non sorvola nemmeno sull’aspetto politico-religioso di quella che viene detta “transfobia”. “Immaginiamo che una persona trans sia come un aereo in volo: c’è un incidente, qualcosa non funziona rispetto alle aspettative che vogliono che a un sesso corrisponda un genere preciso. Le gerarchie cattoliche sembrano negare l’impatto, non vogliono andare a vedere cosa è successo. Ignorano cosa accade alle tante persone di cui parliamo in questo libro, persone reali, che lavorano e vivono insieme a noi. Con quale frutto? Fuggire da una realtà conflittuale, anziché affrontarla, la rende mostruosa” (p. 88). A Francesca Eugenia, prima padre, poi donna e “Papina” della figlia Federica, qualcuno scrive: “Per me, un uomo che assume le sembianze di donna, rimane un uomo, una persona che rifiuta la propria identità… costui deve accettare l’assunto democratico secondo il quale io lo percepisco semplicemente come un uomo travestito” (p. 89). Lasciando perdere la grossolana confusione tra “democratico” e “relativistico”, persone come questo commentatore non capiscono una cosa in realtà autoevidente: il travestimento è solo un primo assaggio. “C’era bisogno di ben altro per ritrovarsi. Se così non fosse stato, Francesca Eugenia avrebbe mai potuto affrontare il terrore di perdere la figlia? Non lottava per apparire un uomo travestito, ma per assecondare «il desiderio insopprimibile di liberarsi dei caratteri sessuali originari per assumere quelli del sesso in cui si identifica», si legge nella sentenza che ha dato il via libera all’intervento al fine di «garantire una vita più serena». Se l’obiettivo era vivere serenamente, indossare una maschera sarebbe stato vano e deleterio. Tra la maschera e l’identità c’è una distanza siderale. […] Eppure per molti una persona trans è un corpo e basta” (pp. 89-90).
I grandi assenti, nella mentalità comune circa la transessualità, sono l’anima e il mistero: l’anima come complesso del pensiero e del sentire, il mistero come porta per incontrare l’altro da sé. La soluzione alla comprensione e all’accettazione sociale di queste vite umane (non “fenomeni”) non è da trovare in teorie, per nitide e ben congegnate che possano sembrare. Essa sta nell’uscire dal proprio gelo, nella morbidezza e nella sorpresa della neve che ha salutato la nuova vita di Fabianna. Evviva la neve.

Delia Vaccarello, “Evviva la neve”, Milano 2010, Mondadori.

@EricaGazzoldi

Testo di Erica Gazzoldi Favalli