E’ in scena al Teatro Libero di Milano, dal 15 al 19 aprile, “Portami in un posto carino”, regia di Manuel Renga, testo di Tobia Rossi: “titolo tenero e allo stesso tempo disperato”, ci anticipa Tobia, che abbiamo intervistato per il nostro blog. E’, quello di Tobia Rossi, un testo molto complesso e fortemente coinvolgente, inizialmente storia d’amore di un ragazzo, Carlo, verso Christian, ancora “rigido” nei suoi sentimenti e nella consapevolezza del proprio orientamento, fidanzato con Giada, per finire in un thriller che vede un omocidio, chiave importante nella narrazione. Tobia è un autore dall’identità precisa, che affronta storie e racconti dove la tematica LGBT risulta essere presente, almeno nei personaggi affrontati, “più per prossimità” all’autore stesso, al suo “modo di sentire e vedere, che non per una programmatica volontà di trattare la tematica LGBT”. I soci del Circolo Culturale LGBT Harvey Milk sono invitate e invitati ad andare a vedere in scena l’opera, con interessanti agevolazioni di prezzo del biglietto d’ingresso e con un ritorno interessante a livello culturale e letterario.

“Portami in un posto carino”, in scena al Teatro Libero dal 15 al 19 aprile, regia di Manuel Renga, il cui testo è stato scritto da te: perchè questo titolo e di cosa tratta?

Ho scelto questo titolo perché è tenero e allo stesso tempo disperato. Sta a dire “voglio andare con te in un luogo appartato, protetto, tutto nostro” ma anche “portami via da questo inferno, ti prego, salvami”. In effetti pensandoci tenerezza e disperazione sono proprio le due coordinate su cui si muove questa storia. Siamo in un piccolo paese del Nord Italia avvolto dalle nebbia e paralizzato dal gelo, è inverno e Carlo, un ragazzo dichiaratamente gay, conosce in chat Christian, ancora incerto sulla sua sessualità. Incontro dopo incontro Carlo finisce per innamorarsi di Christian che però ha un sacco di rigidità e chiusure sul modo di vivere questa relazione “nuova”, anche perché è fidanzato con Giada, ex reginetta della scuola che tenta in tutti i modi di fuggire dalla vita anonima e piatta del paese. Giada è cliente della parrucchiera Anna, presso cui Carlo lavora come assistente. Nel frattempo, il ritrovamento del corpo di un ragazzo, anch’egli gay, ucciso durante un pestaggio getta un alone nero e thriller sulla storia…

Come viene affrontata la tematica LGBT nel testo?

Quando mi viene chiesto se questo è uno spettacolo “a tematica gay” non so mai cosa rispondere. Quello che posso dire è che io sono omosessuale, la mia identità è precisa e così anche la mia identità di autore, la maggior parte dei miei personaggi sono omosessuali, più per prossimità a me, al mio modo di sentire e vedere che non per una programmatica volontà di trattare la tematica LGBT. Di certo in “Portami in un posto carino” l’essere gay è centrale ma più che altro come libertà di essere gay, ovvero libertà di essere sè stessi, in fondo il grande tema di questo testo è la crescita: i tre personaggi “giovani” sono fotografati in un momento cruciale della loro vita, non sono più ragazzini ma non sono neanche adulti, inizia per loro il mondo vero e in qualche modo devono decidere chi o che cosa essere. Completa il quadro Annina, la parrucchiera del paese, anagraficamente più adulta ma anche lei impantanata nella vita e in fondo rimasta bambina. Sì, è di questo che parla “Portami in un posto carino”, quattro personaggi impegnati nella lotta per – come direbbe David Foster Wallace – diventare sè stessi.

Com’è stato e cosa ha significato lavorare per una messa in scena teatrale del testo?

E’ entusiasmante, quando una serie di professionisti si mettono a lavorare sulla mia storia e i miei personaggi provo un’emozione difficile da descrivere. E’ come aprire il tuo mondo interiore e lasciarlo abitare da altre persone. I quali poi lo interpretano, lo reinventano, lo contaminano (in senso buono) con il loro.  E loro sono grandi artisti, quindi la fiducia è totale e la soddisfazione enorme già da adesso, anche se lo spettacolo non ha ancora debuttato. Davvero, un’esperienza indescrivibile.

Com’è stato il lavoro con la regia, a cura di Manuel Renga, che spesso vede differenze di punti di vista e di letture con l’autore?

Il regista dello spettacolo è Manuel Renga, un talentuoso regista neodiplomato alla Paolo Grassi, oltre che un amico. Il rapporto tra il regista e l’autore di un’opera è una fase delicatissima, sono loro che insieme devono generare un mondo, è dal loro dialogo che sorgono ambientazioni, relazioni, pause, silenzi, spazi, tempi, atmosfere. Manuel ed io abbiamo lavorato serenamente, sempre in ascolto reciproco. Da un lato abbiamo delle affinità (siamo della stessa generazione, crediamo in una forma di teatro popolare, ci interessa il lavoro sui generi) dall’altro  siamo complementari, a lui ad esempio ha affascinato molto il cotè thriller del testo, più nero, mentre per me il fulcro di tutto erano le relazioni sentimentali dei personaggi, quindi credo ne verrà fuori una bella miscela. Senz’altro ha fatto un lavoro straordinario con gli attori,  li ha portati ha incarnare i personaggi in un modo potente e credibile.

Tobia Rossi: chi sei, quale è la tua formazione?

Sono un ragazzo che si occupa di drammaturgia, nel senso che la studia e la pratica. Mi sono formato al Centro di Ricerca per il Teatro di Milano dove ho studiato drammaturgia per poi perfezionarmi presso il progetto Urgenze, a Brescia, e presso alcuni laboratori e Masterclass alla Biennale di Venezia. Mi interessano le storie e,come dicevo, i generi. Ad esempio per “Portami in un posto carino” ho provato a reinventare le forme del melodramma cinematografico classico (quelli di Douglas Sirk e Nicholas Ray per intenderci) ma scrivo anche spettacoli per ragazzi o lavoro per il teatro musicale. A maggio debutta a Roma un mio musical ispirato alla vicenda di Erika e Omar, a proposito di lavoro sui generi…

Che cosa hai voluto esprimere, come messaggio, attraverso l’opera?

Credo di non aver voluto esprimere un determinato messaggio, il concetto di “mandare un messaggio” non è proprio parte della mia natura, sono una persona che senz’altro crede in certe cose  ma per molti versi sono anche confuso, non lo so, il ” sì, ma che cosa vuoi dire?” credo sia un falso problema, che paralizza i giovani autori più che stimolarli. Cerco di affinare il mio sguardo, quello sì, e di stare attento a quanto succede intorno a me e dentro di me. Metto in relazione queste due dimensioni. Osservo e trasformo quello che ho osservato in strutture, personaggi e scene. Credo che il teatro, ma non sono nè il primo nè l’unico a dirlo, più che lanciare messaggi, debba porre domande, scomode, controverse, fastidiose anche. Inizio sempre a lavorare su un argomento sul quale io, prima degli altri, sono irrisolto.

La scelta degli attori, che interpreteranno i protagonisti dell’opera, è stata determinata anche da un tuo intervento, tu autore del testo e, quindi, creatore delle psicologie e delle caratteristiche dei personaggi?

Anche in questo caso il casting è stato frutto del dialogo tra me e Manuel. E devo dire che non avremmo potuto scegliere un cast migliore. Tomas Leardini riempie di umanità e dolore il personaggio di Christian, Daniele Pitari si immerge con empatia nel ruolo dello stranulato Carlo, Chiara Anicito dà al personaggio di Giada una forza distruttiva bellissima. Abbiamo poi l’onore di avere nel cast Elisabetta Torlasco, un’attrice che ha una lunghissima carriera alle spalle e che ha abbracciato il progetto con un’entusiasmo e una gioia commoventi. Nel personaggio della parrucchiera Anna riesce a essere buffa e dolente al tempo stesso, è incredibile…Va detto che in alcune repliche il ruolo di Giada è sostenuto da Veronica Franzosi, un’altra attrice che non ho visto ancora all’opera in questo lavoro ma l’ho vista in scena e garantisco che è un vulcano di energia e sensualità.Sono tutti artisti generosissimi che è evidente che hanno anche uno sguardo personale su quello che fanno, questo per me è importantissimo.

Come è avvenuta la fase di scrittura e di elaborazione del testo?

Tutto è nato come un esperimento di scrittura, quasi un esercizio di stile e, come dicevo, una riflessione sul genere melò. E’ praticamente il primo testo completo che ho scritto, (il testo è del 2012) per cui per me era proprio un’occasione per capire se riuscivo a tenere insieme una storia dall’inizio alla fine. Le cose poi sono andate bene perché il testo è arrivato in finale al Premio Hystrio e martedì prossimo, appunto, vede la luce.

Tobia: altri lavori prossimamente ti troveranno impegnato?

Come dicevo, il 6 maggio a Roma debutta il “diversamente musical” “Come Erika e Omar – è tutto uno show!”, prodotto e diretto dal grande Enzo Iacchetti, un lavoro totalmente diverso da questo, meno intimista e più satirico e grottesco, come nella migliore tradizione del teatro musicale brechtiano. Per la prossima stagione, sempre con Manuel, porteremo a Milano il monologo “La mia massa muscolare magra” interpretato da Renato Avallone, con cui abbiamo debuttato a marzo al Festival Wonderland di Brescia, ancora una volta il protagonista è omosessuale, ma è diverso dai personaggi di “Portami in un posto carino”, è un trentenne aspirante attore alle prese con una seria dipendenza da Grindr…

Intervista a cura di Alessandro Rizzo