D’estate i cervelli vanno in vacanza, ci salutano e ci dicono: “Guarda, aver tentato di sopportarti per nove mesi è stato un parto senza frutti, ora vado via per un po’… ma non preoccuparti, torno a reggerti e a governarti come l’angelo custode da settembre”.
Questo abbandono ci autorizza a fare, commettere, dire, pensare e immaginare le più colossali boiate in qualsiasi campo dell’esistenza, inaugurando un periodo di idiozia a trecentosessanta gradi che ci accompagna fino al rientro dalle vacanze (anche se qualcuno non vedrà mai la fine del tunnel).
Forse proprio per questo motivo, o forse a causa della mancanza di attività che potessero tenere le bocche chiuse e le mani impegnate, gli abitanti dell’isola di Lesbo hanno deciso di trascinare tutta la comunità lesbica mondiale in tribunale, per decidere a chi spetti il monopolio dell’aggettivo che definisce l’identità nazionale degli uni e l’identità sessuale delle altre.
Naturalmente la causa è stata persa, “lesbico” è ancora un aggettivo double-face, adatto sia all’isolano che trita le olive e mangia lo tzatziki, sia alla donna che ama un’altra donna (che sia una fatina da passerella o passi il tempo a riparare da sola il motore della sua harley-davidson).
Se i giudici si fossero espressi in maniera diversa, chissà quali sarebbero state le conseguenze: probabilmente avremmo visto la nascita di nuove parole sostitutive dell’ambiguo “lesbico”, oggetto della contesa. Andando avanti nei gradi di giudizio, un magistrato avrebbe potuto pensare: “se tutti gli uomini eterosessuali amano le donne, forse van definiti lesbici, e quindi un abitante dell’isola di Lesbo è Bis-lesbico, mentre per quanto riguarda le donne, se eterosessuali, saranno semplicemente Mono-lesbiche”.
Un altro avrebbe potuto imporre l’uso di sinonimi o neologismi per indicare le donne omosessuali: in Italia, visto che con patate piselli e finocchi, oltre a fare il pinzimonio, siamo riusciti anche ad indicare parti del corpo e uomini omosessuali, forse avremmo optato per qualcosa tipo “carciofa”(“Mio fratello è finocchio, mia sorella è carciofa, io in famiglia sono l’unica sana”) o “carota” (“temo che Carla sia un po’ carota: ieri mi ha infilato le mani nei pantaloni mentre mi chiedeva la cilindrata della mia macchina”).

Ma per ora il problema non si pone dato che è stato stabilito che l’utilizzo di “lesbico” non può essere ritenuto come soggetto al copyright dei cittadini dell’antica isola.
Io farei notare agli abitanti di Lesbo che in un Mondo in cui esiste una cittadina che risponde al nome di Cockup (e “cock” in inglese indica ciò che ogni uomo possiede tra le due gambe e che generalmente è down, salvo diventare up in determinate occasioni) e i cui abitanti si chiamano Cockuppers (sollevatori di “cock”), bisogna accontentarsi del nome imposto dal luogo dove nasci, perché tanto sicuramente c’è qualcuno che sta peggio di te…