Intervistiamo quest’oggi Laura Zambelli, vicepresidentessa del Milk e ormai da tempo alla guida del nostro Gruppo Benessere.
Damiano

Ieri è stato il primo dicembre, giornata internazionale della lotta all’AIDS. Che contributo ha dato il Milk e com’è andata?

E’ andata molto bene, malgrado la pioggia. Abbiamo distribuito volantini in Porta Venezia e  fornito informazioni sulla salute femminile alle persone che incontravamo. Tutto questo  in contemporanea agli amici e alle amiche di Bergamo Contro l’Omofobia.

In che senso “sulla salute femminile”? Cosa avete fatto di particolare?

Abbiamo deciso di concentrarci sui rischi di trasmissione delle malattie legate alla sfera sessuale che interessano le donne, eterosessuali o lesbiche. Questo perché riteniamo che, se già l’informazione sulle MTS in generale non abbonda, quella indirizzata nello specifico alle donne sia ancora più scarsa. Se ne parla poco, c’è ancora molta ignoranza.

Credi che questo sia legato alla cultura italiana?

Non so. Quel che è certo, è che parlare di sesso in modo approfondito è ancora un taboo, e l’informazione sulle malattie e la cura di chi è malato ne risente.

Che ruolo pensi possa avere il Milk nel cambiare queste cose che non vanno?

Innanzitutto dobbiamo diffondere informazione, come abbiamo fatto ieri. E poi dobbiamo impegnarci a discutere, partendo dal nostro interno, rispetto a tuttiXX i temiche sentiamo vengono trascurati dal dibattito pubblico o affrontati in modo superficiale. Al Milk ci sono ancora troppe poche donne. Questa consapevolezza può essere un buon punto di inizio.

In che senso, vorresti delle quote rosa interne al Milk?

Certo che no! Le quote rosa le ho sempre trovate un poco avvilenti. Siamo circondati di giovani donne capaci e brillanti, resta da creare le condizioni perché possano esprimere le loro capacità ed essere valutate con canoni che non siano sempre, e solo, quello estetico. Poi, per carità, le quote rosa credo che denotino il desiderio di raggiungere la parità tra uomini e donne… ma nelle associazioni più giovani e dinamiche c’è bisogno innanzitutto di apertura, di disponibilità a conoscere punti di vista diversi. In questo modo si creano ambienti di benessere e si progredisce e si lavora meglio.

Quindi, se ho capito bene, credi che avere un po’ più di colore anche al Milk (non diciamo colore rosa che sennò iniziamo col piede sbagliato) aiuterebbe ad essere più ricchi nelle nostre proposte e in quel che andiamo a fare…

Esatto. La varietà di punti di vista può far emergere ulteriori problemi ma anche soluzioni e idee che non erano stati considerati. E’ il segnale di appartenenza ad una comunità. Se vogliamo come Milk e come comunità GLBT rifuggire l’autoreferenzialità dobbiamo sempre avere a mente che l’omofobia, la disparità tra i generi, i luoghi comuni, l’emarginazione e tanti altri problemi della nostra società sono tutti legati tra loro.

Quali sono i temi legati al mondo delle donne che più ci segnalano quanto ci sia da lavorare e quanto il nostro contributo possa essere benefico non solo per gay e lesbiche?

Pensiamo a un certo tipo di linguaggio, agli stereotipi uomo-donna, alla divisione dei ruoli all’interno della coppia della nostra cultura. Io non penso che sia un problema se, per esempio, ad una donna piace stirare. Penso che sia un problema se pensa che quello sia il suo ruolo, già deciso, al quale non può sfuggire. Combattere le etichette aiuterebbe molte donne così come sappiamo ha aiutato noi a non farci schiacciare dalle solite macchiette “del gay e della lesbica”.

Fiorella Mannoia canta che voi donne “siete così, dolcemente complicate”. Non ti ci ritrovi?

Gli stereotipi ci aiutano a inquadrare e a capire la realtà. Il problema e che, nel contempo, ci limitano anche. Possiamo usare le etichette, se ci aiutano: c’è lo stereotipo femminile, quello della donna mascolina, quello della donna che non vuole stereotipi, e così via. Ciò che non accetto è che i giovani e le giovani non vengano educati a ricercare la propria, unica definizione di sé. E che i giudizi siano come dei macigni, difficilissimi da mettere in discussione.

Spesso i gay e le donne, quando rivendicano parità, vengono accusati di fare del vittimismo, e che alla fine le discriminazioni non esistono. Cosa ne pensi?

Qualsiasi gruppo minoritario subisce questi discorsi, abbastanza superficiali a dire il vero. Le discriminazioni esistono e metterlo in dubbio è ridicolo. L’auspicio che ci può essere rivolto è a non ghettizzarci, ad essere aperti e non piangerci addosso. Mi pare che al Milk siamo sulla buona strada.

Passiamo al versante più personale, se non ti dispiace. Raccontaci in mezzo minuto la tua storia di presa di coscienza.

Mi sono innamorata di una donna, la mia attuale compagna, e ciò mi ha permesso di capire ciò che avevo dentro e che aveva bisogno di un nome. Ho fatto un po’ di ordine, grazie a lei, ho capito meglio ciò che desideravo e chi ero. Detto questo, comunque, non ho nessuna intenzione di definirmi in un modo o nell’altro a vita. Non posso sapere ciò che il mio percorso mi riserverà. So solo che ora sto bene così, e che sarebbe stupido precludermi di essere felice solo perché mi sono innamorata di una donna e non di un uomo.

E’ una storia particolare, no?

E’ la mia storia, nulla di più, nulla di meno. Credo che ognuno debba definirsi da sé ed essere rispettato. Non spetta a noi dare un nome a ciò che provano gli altri. Ciò che ci tiene assieme deve essere la voglia di condividere una battaglia che riguarda tutti e ci tocca da vicino.

Abbiamo deciso di concentrarci sui rischi di trasmissione delle malattie legate alla sfera sessuale che interessano le donne, eterosessuali o lesbiche. Questo perché riteniamo che, se già l’informazione sulle MTS in generale non abbonda, quella indirizzata nello specifico alle donne sia ancora più scarsa. Se ne parla poco, c’è ancora molta ignoranza.

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