Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.
Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato.
Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create.
Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

LEI
(Gianna Nannini)
California – 1979

Nonostante due dischi già pubblicati, nel 1979 Gianna Nannini era ancora un’illustre sconosciuta presso il grande pubblico.
I due precedenti lavori (Gianna Nannini e Una radura) erano troppo intimisti e politicizzati, così la sua casa discografica di allora, la Ricordi, invitò la Nannini a fare un bel viaggio negli States in modo da dare alla sua musica nuova energia e meno impegno.
Erano gli anni d’oro di Patti Smith e Joni Mitchell e probabilmente Michelangelo Romano, produttore della cantante, voleva fare di lei la versione italiana delle ben più blasonate colleghe d’oltremare.
L’album “California” ma, soprattutto, il singolo “America” segnarono la grande svolta, trasformando la Nannini nell’unica vera rocker della storia della musica italiana al femminile.

Il disco conteneva sette tracce di cui l’ultima, intitolata “Lei”, parlava per la prima volta in modo esplicito di un rapporto lesbico.
Il testo, opera della cantante stessa, ha bei picchi di poesia (la sua pelle sconosciuta assomigliava un po’ alla mia e profumava di malinconia) in cui si avverte il trasporto che la cantante, seppur a denti stretti, non ha mai negato di provare nei confronti delle donne.
Quando la Nannini canta “viaggiavo ed ero vento, sconfinavo le pareti, nel silenzio ero notte sul suo seno”, sa trasmettere una carica emotiva che difficilmente è riscontrabile nelle canzoni scritte dagli uomini riguardo al rapporto con una donna.
Forse proprio perché solo una donna può descrivere veramente quello che prova una donna in certi momenti.
Invece, quando la Nannini tira in ballo la storia dell’aborto o del rapporto con la madre, la canzone perde di colpo energia, trasformandosi in un piccolo Bignami di luoghi comuni freudiani.
Ma è il ritornello la vera forza della canzone.
La Nannini continua a ripetere la parola “donna” e, nel frattempo, la confronta ad un lui che “riempie le sue sere” ma, forse, non il suo cuore.
Eppure alla fine è lui che “è sempre più importante”.
Ma chissà se lo era davvero per reali questioni affettive o solo perché, ai tempi, la cantante aveva ancora problemi di accettazione.
O forse perché una piccola parentesi omosessuale, agli inizi degli anni ottanta, era il giusto tributo da pagare per essere considerati trendy e all’avanguardia, l’importante però era poi ritornare sulla retta via? Anche perché, al di là di scandali e trasgressioni, c’erano pur sempre delle logiche di marketing da dover rispettare per poter vendere i dischi.
Però, alla fine, la Nannini si riscatta, regalando alla sua amica sedotta e abbandonata il tiepido conforto della memoria.

Ancora oggi, “Lei” rappresenta una delle canzoni più dolci e sentite della Nannini.
Chi non ama la nuova versione di mamma borghese della cantante o, molto più semplicemente, è un po’ deluso dai suoi ultimi lavori non particolarmente eccelsi, consiglio di recuperare sia “Lei” che tutto il CD di “California”.
Al di là della bellissima copertina di Mario Convertino e Jakula, in cui c’è la Statua della Libertà che, al posto della fiaccola, stringe in mano un vibratore, all’interno del disco c’è un altro brano intitolato “Goodbye my heart” che è, a mio modesto parere, forse la più bella canzone mai scritta dalla cantante.
È la storia di due persone che si amano “one shot” perché “si incontra per un giorno gente come noi”.
Se non è molto gay anche questo…

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