Visto che va tanto di moda parlare del mestiere più antico del mondo, mi sembra doveroso ripescare una vecchia storia di quando non solo ricchi e potenti si prendevano la briga di recarsi in prima persona in appositi luoghi del vizio e del peccato (vuoi mettere com’è tutto più facile adesso con i jet privati da e per la Sardegna, le auto blu per entrare in palazzi romani e brianzoli e gli amici che ti selezionano la materia prima?), ma essere gay effettivamente era molto più difficile che guardare qualche bella ragazza di tanto in tanto.

Correva l’anno 1889, il 52esimo del regno dell’austera regina Vittoria e la Gran Bretagna si beava del suo vasto impero e godeva d’una straordinaria prosperità. Scotland Yard, impantanatasi soltanto un anno prima con i delitti insoluti di Jack lo Squartatore, riprendeva a occuparsi della normale amministrazione in una Londra sovraffollata di piccoli e grandi crimini, ivi incluso un caso di furto all’Ufficio Centrale del Telegrafo. Durante le indagini il diciottenne marconista Thomas Swinscow viene trovato in possesso di una sorprendente quantità di denaro (qualcosa come 18 scellini, pari a settimane se non mesi del suo magro stipendio) e, non volendo essere accusato del furto in questione, confessa di aver guadagnato quella somma “andando a letto” con dei gentiluomini nella casa di tale Charles Hammond, cui era stato presentato tramite un amico comune, Henry Newlove; il giovane ammette di essersi prostituito solo due volte, ma fa i nomi di altri ragazzi dell’ufficio che frequentavano regolarmente quello che sembra essere un postribolo maschile a tutti gli effetti.
Si ricordi che nel 1885 il Codice Penale vittoriano era stato arricchito da un emendamento che proibiva ogni forma di atto omosessuale (anche se compiuto in privato e da persone consenzienti) e qualsiasi comportamento volto a mettere in pratica tali atti; la sanzione prevedeva fino ai due anni di carcere eventualmente in regime di lavori forzati.
Il 16 di luglio, tempo dopo questa rivelazione che non era stata neppure messa a verbale, l’ispettore Abberline si reca dunque sul luogo del delitto, al numero 19 di Cleveland Street (poco più a sud di Regent’s Park, in pieno centro), per arrestarne il tenutario, Hammond, che però era già fuggito.
Miglior sorte si ebbe con il complice e adescatore, Newlove, trovato nascosto nella casa di sua madre a Camden Town. Tutti i rei confessi collaborarono con la giustizia rivelando nomi, cognomi e titoli nobiliari dei clienti abituali; così Newlove se la cavò con quattro mesi di lavori forzati, mentre nove ne furono inflitti ai giovani impiegati che volevano arrotondare lo stipendio.
La notizia passa stranamente in sordina fino a settembre, quando il cronista Ernest Parke del North London Press scrive un resoconto della vicenda evidenziandone i parecchi punti oscuri: come mai i giovani prostituti ebbero pene relativamente blande? Com’è possibile che il tenutario del 19 di Cleveland Street, Hammond, fosse riuscito a fuggire quando Scotland Yard stava per arrestarlo? E perché, ancora, non furono accusati per atti contrari alla morale anche i facoltosi clienti, ma anzi furono discretamente lasciati in pace? Presto detto: tra gli abituè spiccavano il conte di Euston e Lord Somerset, Capo scudiero del principe di Galles (che aveva ormai lasciato il paese, con il benestare delle autorità, per ritirarsi in Provenza con il suo amato). E non solo: Parke lasciò intendere che implicati nello scandalo fossero anche duchi, rampolli di buona famiglia e altri gentiluomini “ancor più distinti e altolocati” dei precedenti. Pettegolezzi e malelingue non mancarono di intravedere in questa espressione sibillina la persona di Sua Altezza Reale il principe Alberto Vittorio, primogenito dei principi di Galles, nipote di Sua Maestà e pertanto secondo in linea di successione al trono (l’equivalente vittoriano del principe William, per capirci). Ecco spiegati i tentativi, da parte del governo, di insabbiare la
vicenda.
Ormai impossibile da mettere a tacere, lo “scandalo di Cleveland Street” proseguì con un processo per diffamazione contro lo stesso Parke, intentato e vinto dal conte di Euston, e con quello contro l’avvocato di Newlove, accusato di aver avvisato il tenutario Hammond dell’arrivo dei poliziotti.
Le dirette conseguenze dello scandalo furono soprattutto un’ondata di omofobia in tutti gli strati sociali del paese la cui vittima più illustre fu nel 1895 Oscar Wilde e una crescente convinzione nell’opinione pubblica che l’omosessualità fosse un vizio con il quale le classi aristocratiche corrompevano la gioventù proletaria in cambio di facili guadagni. In definitiva, l’affare di Cleveland Street rese più difficile la vita ai gay del regno, irrigidendo ulteriormente la giù severissima morale vittoriana.
E il principino? Nel 1975 il governo inglese rese pubblici i documenti della vicenda che hanno provato che Alberto Vittorio fu davvero implicato nello scandalo in qualità di cliente del bordello, ma solo tramite illazioni di altri individui coinvolti, per quanto la sua omosessualità sia data oggi per certa. Il giovane principe era intanto morto il 14 gennaio 1892 di polmonite, dirà la versione ufficiale, mentre le solite teorie alternative parleranno di sifilide, di un suicidio per overdose di morfina, o addirittura di una morte fasulla, inscenata per salvare l’eterosessualità e il buon nome della dinastia e nascondere il ricovero del giovane in manicomio.
Così il trono, dopo suo padre Edoardo VII, passò al fratello minore Giorgio V e di Alberto Vittorio non si saprà che qualche pettegolezzo. Forse un giorno la storia ci dirà se ebbe mai almeno la fortuna di innamorarsi; di assaporare quell’amore che, durante il regno della sua augusta nonna, non osava pronunciare il proprio nome e si nascondeva in posti simili al 19 di Cleveland Street.
 
Maurizio Diego