Il nostro circolo, da sempre attento a “tutte le sfumature dell’arcobaleno”, ha naturalmente deciso di dare spazio anche a un ambito poco conosciuto e compreso: quello del genere non binario, o non binary. A rispondere alle nostre domande, si sono gentilmente prestat* Zen Bertagna, Nicholas Barbieri e Aleister Erika Lupano.

 

 

  • Non binary: quando e come ha cominciato a emergere la necessità di questa definizione? Quali sono i principali motivi che vi spingono a distinguervi dalle persone transgender e dagli attivisti antisessisti?

 

Zen Bertagna: È emersa da vissuti precari che ancora non hanno una narrazione per potersi raccontare. Conoscerci è stato un modo per non sentirci unici e soli.

Tutto ha un nome. Non esiste realtà che possa essere raccontata senza un nome. La negazione nasconde esistenze che hanno diritto di essere vissute. Molte persone non binarie soffrono di disforia e, quindi, non si differenziano totalmente dai transgender. Anzi, credo di poter dire che ne facciamo parte, perché “transitiamo” anche noi oltre i generi.

 

Nicholas Barbieri: Le persone non binarie sono sempre esistite, fin dagli albori dell’umanità. In moltissime  civiltà non occidentali, le persone trans e non binarie sono state riconosciute, rispettate e onorate all’interno della società, fino all’avvento del colonialismo. In Occidente, invece, la terminologia non binaria e genderqueer si è sviluppata negli ultimi 30-40 anni. Facciamo parte della comunità  transgender, perché la nostra identità di genere non è allineata a quella assegnataci alla nascita; ma ci distinguiamo dalle persone trans binarie, medicalizzate e non. Per questo, le nostre lotte a livello politico e culturale riflettono la nostra specifica situazione.

 

Aleister Erika Lupano: La necessità nasce dal bisogno di poter esprimere la propria identità di genere e arrivare anche ad un’azione comunicativa e politica specifica. Una persona non binaria è una persona transgender, visto che palesemente ha disforia di genere. La “differenza” rispetto all’idea standard che la società ha dell’essere transgender è che il concetto di non binary non riduce l’identità di genere all’essere uomo o donna, ma la declina in forme che fondono il maschile col femminile in vari modi.

Coi movimenti antisessisti direi che il rapporto è quello di qualsiasi persona che non sia una donna: con alcuni gruppi, fruttuoso e sereno; con altri, semplicemente impossibile.

Molto complesso e spesso conflittuale è il rapporto con i movimenti queer, viste sia la tendenza a cancellare la realtà delle persone transgender in generale, sia (soprattutto) ad appropriarsi delle terminologie non binary.

Una donna queer che si mette la cravatta o un uomo queer con lo smalto saranno pure antibinaristi, ma non non-binary. Le loro identità di genere restano quella di uomo o di donna. Spesso, nel combattere gli stereotipi di genere, amano definirsi non-binary, genderfluid , ecc., senza esserlo. Creano così una grande confusione fra chi ha un’identità di genere non binaria e chi, invece, ha solo problemi con gli stereotipi sociali. Questo, di fatto, cancella le persone transgender non binarie dalla scena, rendendo veramente difficile ottenere già il riconoscimento della propria esistenza, figuriamoci qualche diritto legale.

 

 

  • Cos’avete in comune col mondo LGBT? E cosa invece vi distingue? Pensate che abbia senso per voi collaborare con gli attivisti LGBT, al di là della necessità di trovare alleati?

 

Z.B.: In comune abbiamo il principio di autodeterminazione. Questo significa libertà di potersi “non definire” per definirsi e di poter essere riconosciuti in questo.

Non credo di avere particolari distinzioni.

Il mondo LGBT è vario e multiforme; non esiste uguaglianza, ma differenze da valorizzare.

Penso siano FONDAMENTALI e NECESSARIE una nostra collaborazione attiva e la nostra presenza all’interno del movimento.

VISIBILITÀ e CONOSCENZA per abbattere gli stigmi normati e binari – essendo noi “non normati” anche rispetto alla norma patriarcale e binaria.

 

N.B.: Condividiamo la lotta per i diritti civili di base (soprattutto con la comunità transgender), come il riconoscimento legale e la depatologizzazione della disforia di genere. A livello di comunità arcobaleno, sicuramente ci battiamo per il matrimonio egualitario, la possibilità di adottare e per una legge contro l’omo-transfobia.

 

A.E.L.: Siamo parte della componente T. Il problema è l’ostilità palese di parte del mondo LGBT verso chi non corrisponde all’ideale binario di identità di genere e ruoli sociali.

Fortunatamente, c’è anche una parte sana e accogliente della comunità LGBT, che mi dà speranza per il futuro.

 

 

 

  • Quali sono gli obiettivi politici e culturali che vi contraddistinguono?

 

Z.B.: Chiedere diritti è politica, il vissuto è politico, avere un seno e presentarsi “Piacere, io sono ZEN” è un fatto magnificamente politico.

L’obiettivo politico è quello di un riconoscimento giuridico del genere X sui documenti d’identità, come già avviene in altri Paesi; ma anche una legge più snella e meno binaria che permetta di essere liberi di autodeterminare il proprio corpo.

Culturalmente, rompere il binarismo di genere significa andare aldilà della norma patriarcale che ci vede tutti o rosa o azzurri. È una rivoluzione culturale e politica potente.

 

N.B.: Innanzitutto, il riconoscimento legale indipendente dalla medicalizzazione; che la transizione medica, se fatta, segua le linee guida del WPATH e non dell’ONIG; l’accesso ad un’assistenza medica appropriata ed informata sulla nostra situazione.

Vogliamo diffondere la cultura non binaria attraverso libri e media: non solo per far conoscere la nostra identità, ma anche per offrire alla società il nostro punto di vista mediano o alternativo rispetto ai due mondi maschile e femminile.

 

A.E.L.: Per quanto riguarda gli obbiettivi politici, i punti (secondo me) sono semplici:

– abbandono dei protocolli veterobinari dettati dall’ONIG e adozione del WPATH. Ovvero, un protocollo medico incentrato sulle necessità delle persone transgender, binarie o non.binarie che siano.

– riconoscimento legale di almeno un genere diverso da M o F sui documenti.

-.cambiamento anagrafico automatico a fronte della sola diagnosi di disforia del genere.

Ovviamente, per arrivarci, servirà un lungo, lungo lavoro di comunicazione, per far comprendere la nostra realtà ed i nostri bisogni. 

 

 

 

 

  • Con la diffusione dell’ “allarme gender” in Italia, sono aumentate le vostre difficoltà sociali nella vita di tutti i giorni? E a livello di affermazione delle vostre istanze politiche?

 

Z.B.: Sicuramente, chiunque parli o si presenti aldilà del genere raccoglie difficoltà e ostacoli, perché la libertà di gestire e vivere il proprio corpo fa paura.

La richiesta di istanze è appena iniziata e la strada all’interno dei movimenti è ancora lunga.

 

N.B.: [Non ha voluto rispondere. Al momento dell’intervista, era di ritorno da un viaggio di otto anni negli Stati Uniti e non aveva ancora esperienza diretta. Nota dell’intervistatrice].

 

A.E.L.: Sì, le difficoltà sono aumentate. Le persone si sentono perfettamente giustificate nell’usare violenza fisica e verbale nei nostri confronti. Il semplice fatto di vivere e parlare apertamente della propria condizione, prima o poi, porterà a ricevere insulti e minacce.

Le più assurde penso siano quelle che mi accusano di essere il peggior nemico delle Vere Persone LGBT e di essere socialmente distruttiv* .

Le istanze politiche penso non vengano nemmeno lontanamente prese in considerazione.

 

  • Si fa tanta ironia sul famoso asterisco posto in luogo delle desinenze di genere… Per voi, quale importanza (o non-importanza) ha l’uso di questo accorgimento, nel riferirsi alle vostre persone?

 

Z.B.: Lottare contro una lingua come l’italiano che nega la nostra esistenza non è facile. Aver trovato un mezzo come l’uso dell’asterisco è rilevante.

Personalmente, reputo sia importante che ne venga rispettato l’uso – se richiesto.

Se, per molti, è uno strumento di facile ironia, per tanti (e quasi tutti noi) è l’unico strumento per definirsi – e, credetemi, non avere una lingua per potersi definire è estremamente complesso e doloroso.

Siamo linguaggio e parola da sempre. Anche da qui dobbiamo partire: trovare nuove narrazioni per raccontare realtà precarie.

 

N.B.: Penso sia un valido espediente, anche se forse temporaneo: credo che sia necessario formulare nuove soluzioni grammaticali per poter introdurre la neutralità di genere a lungo termine, sia nella lingua scritta che in quella parlata.

 

A.E.L.: Io preferisco che si alternino i pronomi, ma mi rendo conto che non è semplicissimo. L’asterisco è un buon compromesso per semplificare la comunicazione scritta.

Nel momento in cui una persona si rivolge a me usando solo il maschile o solo il femminile, sta cancellando la mia identità e sta tentando di impormi quella che ritiene corretta.

Questo porta, a volte, a situazioni surreali in cui gli/le essenzialist* biologici mi attribuiscono il loro genere preferito, finché pensano di trovare un alleat*, per poi passare all’altro pensando di sminuirmi, quando si accorgono che non c’è trippa per gatti.

 

 

  • Non binary: un termine inglese. Sempre l’inglese ammette l’uso di pronomi neutri e non marca il genere negli aggettivi. Le lingue romanze come l’italiano non offrono queste possibilità. C’è una corrispondenza fra la lingua parlata da una comunità e l’effettiva condizione delle persone non binarie al suo interno? Più “neutralità grammaticale” equivale sempre alla possibilità di essere se stess* nella società?

 

Z.B.: Non è così biunivoca la cosa. Indubbiamente, è un punto di partenza, perché è attraverso il linguaggio che “esistiamo”. Essere se stessi, però, è un passaggio complesso, nel quale tantissimi fattori intervengono – non solo il linguaggio.

 

N.B.: Sicuramente, anche in quelle società che riconoscono il non binarismo a livello grammaticale non sempre esiste un effettivo benessere per la comunità non binaria. Tuttavia, avere mezzi linguistici appropriati permette alle persone non binarie di comunicare nella vita quotidiana, aiuta a stemperare il misgenderismo  e conferisce validità al movimento attivista; inoltre, permette alle persone al di fuori della comunità di familiarizzare con la realtà non binaria e di normalizzarla.

 

A.E.L.:  Non so quanta libertà in più possa dare a livello sociale; di sicuro, essere riconosciuti dalla propria lingua ed avere un termine che ti include penso possa dare serenità e libertà espressiva.

 

  • La presentazione del vostro evento [l’incontro Non binary: chi siamo?, organizzato dal Circolo Rizzo Lari per il 22 novembre 2018] ha sottolineato la differenza fra la “non binarietà” ideologica (= rifiutare le aspettative sociali legate al sesso) e la “non binarietà” di fatto (= non riconoscersi nettamente o esclusivamente come uomo o donna). Voi che ne pensate? È effettivamente possibile separare l’aspetto esistenziale da quello ideologico?

 

Z.B.: È possibile separare le due istanze, ma solo in questo senso: una femminista che lotta contro l’ideologia patriarcale lotta contro la binarietà ideologica. Rifiuta le aspettative sociali legate al suo genere, ma può benissimo riconoscersi in esso.

Noi persone non binary siamo tali di fatto e legittimarci è anche un fatto ideologico, perché rappresenta una visione non binaria della realtà.

 

N.B.: Certo, il proprio genere non ha niente a che fare con i ruoli di genere che la società vorrebbe sovraimporgli. Tuttavia, smantellare strutture mentali imposte agli individui per secoli richiede un lavoro costante di cambiamento su se stessi e sulla comunità in cui si vive. Idealmente, la società dovrebbe far sì che ogni individuo possa esprimere a livello di ruolo quello che più si confà alle sue inclinazioni e alla sua vera natura, indipendentemente da sesso, genere e aspettative altrui.

 

A.E.L.: Si. La non binarietà ideologica si chiama antisessismo ed è cosa ben diversa dal convivere con la disforia di genere. Sarebbe ora di smetterla con termini privi di significato come “non riconoscersi”. Noi SIAMO persone con identità di genere non binarie.

Non si tratta di rifiutare qualche stereotipo, ma della nostra più intima natura.

L’invasione di campo del movimento queer e l’appropriazione delle terminologie porta appunto alla nostra cancellazione sociale.

Un* non si “sente” uomo, donna o non binary. Un* È non binary, donna o uomo.

Sarebbe bello che i sedicenti movimenti antisessisti iniziassero veramente a rispettare e smettessero di cancellarci per illudersi così di fare numero.

 

  • Le persone transgender soffrono molto a causa del “misgendering”, ovvero il rifiuto di riconoscere (nelle parole e/o nei fatti) il loro genere. Voi come affrontate la cosa? Cos’è il misgendering per una persona non binary? E quanto può incidere sul suo benessere psicofisico?

 

Z.B.: È il rifiuto di riconoscere entrambi i nostri generi. Personalmente, è stato doloroso e complesso, perché ho dovuto prima sperimentare entrambi i generi, per capire di non farne parte. Incide moltissimo, anche perché ancora poco riconosciuto e raccontato – ed è questo che dobbiamo fare. VOGLIAMO ESSERCI CON QUELLO CHE SIAMO.

 

N.B.: Essendo io un individuo agender con una presentazione “mascolina”, né i pronomi maschili, né femminili mi si addicono pienamente. Purtroppo, tuttavia, nella nostra società binaria non vi è la possibilità di essere riconosciuto come altro da f e m. Il misgendering porta sofferenza, frustrazione, disagio e depressione ed è una delle prime cause di suicidio nella comunità transgender e non binaria. Nel mio piccolo, l’unico modo di affrontarlo è cercare di scrollarsi di dosso i commenti delle persone e trovare modi per aiutarsi – come telefonare a un amico o coccolarsi un po’. La soluzione ideale ,a livello di società, sarebbe non dare mai per scontato il genere della persona che si ha davanti, ma la strada per questo cambiamento è ancora lunga.

 

A.E.L.: Misgenderare è negare la mia esistenza. Consiste nel chiamarmi uomo o donna, quando l’italiano ha la splendida parola “persona”, che è neutra e va benissimo.

È misgendering correggermi quando parlo e alterno i pronomi quando parlando di me, cosa che mi viene naturale. Sinceramente, mi fa male e mi fa incavolare come una iena. Io esisto ed ho diritto al rispetto come chiunque altro al mondo.

 

  • La società italiana è davvero in grado di garantire l’espressione di sé e la felicità personale al di là del genere? Sarà proprio vero che i pregiudizi sessisti e i concetti di “vero uomo/vera donna” sono stati messi in soffitta?

 

Z.B.: Lo Stato italiano non è in grado di garantire a livello politico e legislativo libertà e espressione di sé. È un percorso ancora lungo di liberazione sessuale, iniziato negli anni 70 con i movimenti gay e femministi e che, ora, deve proseguire, portando con sé altre istanze. Lungo, ma non impossibile.

 

N.B.: Al momento, no – e il sessismo sta forse rifiorendo. Le divisioni si accentuano sempre, quando una società è in crisi. I modelli politici, mediatici e culturali attuali spesso esacerbano  questa ideologia. Tuttavia, si può cambiare, pur nella lentezza tipica della società italiana. Deve essere un lavoro costante, di crescita personale e comunitaria e deve coinvolgere unitamente tutte quelle parti della società che si oppongono attivamente al sistema sessista.

 

A.E.L.: Stai scherzando? La società italiana è ancora fortemente binarista e sessista. Per la società, esistono solo uomini e donne, con ruoli molto specifici.

Se già una tomboy causa ostilità e scherno, figurati una persona non binaria.

 

  • Non binarietà e psichiatria: le persone non binary rischiano la patologizzazione della propria condizione come e più delle persone LGBT? O, al contrario, vengono spesso pres* poco sul serio, come “capriccios*”, “eccentric*”, “indecis*”?

 

Z.B.: Purtroppo, credo ancora che siano pochi gli specialisti in grado di cogliere la non binarietà di genere come un modo di essere, esistere e sentirsi.

Il rischio, attualmente, è di essere considerati come portatori di patologie psichiatriche quale la doppia personalità, o di non essere considerati affatto – che è altrettanto dannoso e doloroso.

 

N.B.: Paradossalmente, subiscono entrambe le cose: nel caso in cui desiderino sottoporsi alla transizione medica, dovranno dimostrare che, dovendo seguire le linee guida ONIG, soffrono di una patologia; tuttavia, rischiano di vedersi negato l’accesso, perché i referti psichiatrici necessari sono ancora basati su un’ottica binaria e (spesso) addirittura eterosessista. Qualora, invece, non vogliano la transizione medica, la loro identità viene presa poco seriamente, in quanto non combacia con l’idea comune di disforia di genere.
Il genere viene ancora largamente percepito come diviso in due compartimenti stagni, m ed f, e non come il bellissimo spettro che in realtà è.

 

A.E.L.: In realtà, psichiatria e psicologia hanno ammesso da anni che identità di genere e orientamento sessuale sono spettri e non dualismi stagni.

Non per niente le cosiddette” terapie riparative” sono state condannate da tutta la comunità scientifica. Nella mia personale esperienza, coi terapeuti l’identità di genere non è mai stata un problema, anzi: è sempre stata accettata come reale.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi