Il frutto del dolore

“Volevo assaggiare i frutti di tutti gli alberi del giardino del mondo […] Il mio unico errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi di quello che mi sembrava il lato soleggiato del giardino, evitando il lato opposto a causa dell’ombra e dell’oscurità.” Così scrisse Oscar Wilde (Dublino, 1854 – Parigi, 1900) dal carcere di Reading. Il destinatario era uno di quei “frutti” del “lato soleggiato”, nel quale non si sospettava il veleno: Lord Alfred “Bosie” Douglas. Come disse Wilde, il giovanotto era un tipo umano abbastanza comune, fatto di vita universitaria, prodigalità abituali per la “Londra bene”, velleità letterarie, capricci e conflitti familiari. “Eri un esemplare completo di un tipo molto moderno. Solo in rapporto a me eri sbagliato.” In rapporto a Oscar Wilde, Alfred Douglas divenne Dorian Gray (http://www.milkmilano.com/?p=7449): un uomo la cui eterna giovinezza consistette nel far pagare ad altri il lusso delle proprie emozioni. Questo, almeno, è ciò che narra la lunga lettera accusatoria nota come De Profundis: quella che abbiamo due volte citato. Il manoscritto, steso su carta intestata con fregi governativi, fu affidato all’amico Robert Ross, che gli diede anche il titolo con cui lo conosciamo. Quest’ultimo è un riferimento al Salmo 130 (129), noto, appunto, come De Profundis. Così Ross sintetizzò il misto di tragedia, riflessione e speranza infuso nello scritto. La vicenda editoriale fu lunga e complessa, come si addiceva (d’altronde) a un documento autobiografico doloroso e caustico. Spesso, il De Profundis è noto nella forma dell’estratto che ne curò Ross. Douglas ne ricevette una copia dattiloscritta, che però distrusse o negò d’aver ricevuto. La versione integrale della missiva fu letta, più tardi, in un’aula di tribunale, con comprensibile scalpore. Né fu questa la fine della relazione fra i due uomini. Il testo completo, comunque, fu pubblicato solo nel 1949; quello considerato “definitivo” fu edito nel 1962.

Il contesto dell’opera sono gli anni della maturità di Wilde: padre di famiglia, poeta e commediografo affermato, ormai autore di quel Ritratto di Dorian Gray a cui abbiamo alluso e che è forse la sua opera più famosa. Alfred Douglas, di sedici anni più giovane, fu avvicinato a lui dalla comune inclinazione per la poesia e –come afferma il De Profundis – dal “piedistallo” su cui si trovava lo scrittore. La relazione fu tanto intensa da non essere troncata neppure dopo il disastroso scandalo che causò. Tuttavia, Wilde, dal carcere, accusò l’amante di aver atrofizzato più volte la sua capacità artistica, a causa della scarsa affinità intellettuale presente nel rapporto. “Tu avevi in embrione i germi di un temperamento artistico. Ma t’incontrai non so se troppo presto o troppo tardi. […] I tuoi desideri erano solo per i divertimenti, per i piaceri comuni o meno comuni. […] Chiedevi senza garbo, e prendevi senza ringraziare. Avevi finito per credere che vivere alle mie spalle, in una profusione di agiatezza alla quale non eri avvezzo, e che perciò acuiva maggiormente i tuoi appetiti, fosse una specie di tuo diritto […] la futilità e la follia della nostra vita erano spesso molto stancanti per me; ci incontravamo solo nel fango…”

L’attaccamento affettivo di Douglas per Wilde si dispiegava soprattutto negli accessi di collera del primo, nei suoi improvvisi atti di cavalleria e nella sua incapacità d’allontanarsi da Oscar. Questo legame attirò lo scrittore irlandese nella rete dei rapporti familiari di Alfred. La vita di Wilde divenne inesorabilmente il pegno del gioco al massacro condotto dal giovane e da suo padre, quel marchese di Queensberry citato nelle biografie di Wilde come suo accusatore in tribunale. “…in te l’Odio è sempre stato più forte dell’Amore. L’odio per tuo padre era in te di tale intensità da superare, vincere e mettere del tutto in ombra l’amore per me.” Alfred, smanioso di vedere il padre in carcere, incoraggiò Oscar a denunciare questi per gli insulti che spesso il marchese rivolgeva al “corruttore” del figlio. Ne risultò, invece, un processo a carico di Wilde per il reato di sodomia, fino a poco prima punito con la morte. Naturalmente, poco contava che Douglas fosse notoriamente omosessuale, ben prima di incontrare Wilde. La sua elevata posizione sociale lo poneva al di sopra degli scandali –a riprova di come la morale e la giustizia correnti non siano mai “uguali per tutti”.

Nei due anni di detenzione, Wilde sperimentò la bancarotta, la gogna e l’ostracismo. Risalì da un abisso di vergogna e disperazione a una “vita nuova” –da lui così detta per amore di Dante – che egli riconobbe, in realtà, come continuazione della precedente. “Il lato oscuro del giardino” gli rivelò la delicatezza e l’autenticità del Dolore, l’umiltà di chi “raggiunge l’anima nella sua essenza suprema”. In carcere, Wilde scrisse pagine alte sull’essenza romantica della vita di Cristo, sulla propria epoca e sull’arte, trovando in autori antichi e moderni note profonde del loro messaggio. Trovò anche la forza di perdonare l’amante, per la necessità di vivere senza il veleno dell’odio. La sua lettera dal profondo è un bisturi che incide senza pietà tanto la condotta di Douglas quanto quella dell’autore, per approdare però a un’indispensabile guarigione. “Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore, e la sua bellezza.”

Edizione citata: Oscar Wilde, De Profundis, introduzione di Jacques Barzun, traduzione di Camilla Salvago Raggi, Milano 1998, Feltrinelli.

Altre edizioni consultate:

  • Oscar Wilde, De Profundis, traduzione di Oreste Del Buono, introduzione di Masolino d’Amico, Milano 1985, Oscar Mondadori;
  • Oscar Wilde, De Profundis, edited, with a prefatory dedication by Robert Ross, second edition with additional matter, G. P. Putnam’s Sons, New York and London, The Knickerbocker Press, 1911 – Kessinger Legacy Reprints. In appendice: due lettere dell’autore al «Daily Chronicle» sulla vita carceraria;

Oscar Wilde, De Profundis per il Project Gutenberg: http://www.gutenberg.org/files/921/921-h/921-h.htm

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Franco Buffoni: “Per il mio amico Alessandro”

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) è uno dei maggiori poeti italiani viventi. Ma, soprattutto, era amico del nostro Alessandro Rizzo Lari. A lui ha voluto dedicare questi versi.

“Soltanto chi si è trovato davanti alla porta

Dietro la quale viene torturato un uomo

Che senza io si avvierà alla morte,

Sa che cosa sia davvero l’assurdità”,

Dicevo una sera ad Alessandro

Che mi accompagnava in Centrale

Citando Hermann Broch.

Parlavamo della fine di Regeni.

Adesso da lassù sento quasi

Il borbottio degli angeli più anziani,

E bisbigliano i più timidi,

Ma certi altri alzano la voce

Mentre i grandi candelabri e i ceri spostano

In excelsis, tra Virtù e Principati…

Uscir di vita, se ci sono gli déi,

Scriveva Marco Aurelio nei Ricordi

Non è affatto cosa esecrabile,

Perché non è possibile che ti vogliano far male;

E se non ci sono, o non si curano delle cose umane,

A che varrebbe vivere in un mondo

Senza provvidenza e senza déi?

Io non credo in nessun dio, Alessandro,

Per questo adesso ti so

In quell’isola a Nord di Ortigia

Chiamata Siria per il sole al tramonto,

Terra beata dove in tarda età soltanto

Si muore

Per la freccia gentile di Apollo in un istante

E senza provare dolore.”

Intervista a Mariano Lamberti, autore di “Una coppia perfetta”

Il 27 gennaio 2017, presso la sede dell’associazione “Il Guado” (Via Soperga 36, 20100 Milano), il circolo TBGL “Harvey Milk” terrà la presentazione del romanzo Una coppia perfetta. L’amore ai tempi di Grindr, a firma di Mariano Lamberti (goWare Edizioni, collana “Pesci Rossi”). L’evento era stato fortissimamente voluto da Alessandro Rizzo, amato e compianto vicepresidente del “Milk”. È stato mantenuto nella data prevista, proprio per onorare la memoria del caro amico.

Nel frattempo, Lamberti ha accettato di scambiare alcune parole con noi, per farci conoscere meglio la propria opera.

1) Tu sei prevalentemente sceneggiatore (televisivo e cinematografico) e versificatore. Com’è stato il passaggio al genere del romanzo?

Il mio primo romanzo è nato quasi da solo, in maniera molto spontanea. Costruire storie, plot per il cinema ti allena a far quadrare tutto quando scrivi e fare il versificatore ti permette di avere la pazienza che l’ispirazione arrivi…  quindi, le due cose mi sono senz’altro servite.

2) Al centro di Una coppia perfetta, c’è il mondo dei siti d’incontri. Personalmente, il tuo impatto con questo universo è positivo o negativo? La tua è una polemica verso l’ “amore” via web?

Credo che gli incontri sul Web  ti  permettano di contattare un numero enorme di persone e creare una rete di amicizie e di contatti impensabile fino a poco tempo fa: questo credo sia una cosa positiva. Dall’altro lato (quello che è forse l’aspetto critico) c’è la facilità con cui si crea una conoscenza, un’intimità che non ha il tempo di crescere, per la velocità con cui si consuma un rapporto sessuale.

3) Tra fiction e documentari, l’amore è sempre stato al centro del tuo lavoro. In che modo il tuo romanzo ha beneficiato della tua esperienza, come indagatore dei sentimenti?

Effettivamente, credo che il centro dei miei interessi come comunicatore (regista e scrittore) siano in qualche modo i  sentimenti, non idealizzati o filtrati, ma scarnificati, messi a nudo nella loro difficoltà ad essere vissuti. Credo che il campo delle relazioni sia il  più difficile da affrontare per l’essere umano, ma anche il più fertile in cui far crescere la propria umanità.

4) Online, i riassunti del tuo romanzo sottolineano il contrasto fra ciò che di protagonisti dicono del proprio rapporto e ciò che ne dicono gli psicologi. Oltre al tuo suddetto lavoro come sceneggiatore, cosa ha fatto maturare la tua cultura in campo psicologico?

Non ho fatto studi specifici di psicologia! Ovviamente, come tanti di noi, sono stato in analisi, ma credo che la mia sia più un’ indagine sulla natura umana nella sua dimensione concreta e impalpabile. Se, poi, qualcuno ravvisa qualche fondamento psicanalitico nello svolgimento delle psicologie dei personaggi, ben venga.

5) Una coppia perfetta è una storia di bugie su se stessi. Quanto pensi che incida la menzogna nel funzionamento di una storia sentimentale?

La menzogna, anche involontaria, quella che ci raccontiamo quotidianamente anche  all’interno della coppia, ha  preso il sopravvento nella nostra vita abituale. E non parlo solo di bugie banali, dette per coprire un’infedeltà coniugale,  ma del negare a noi stessi, del rimuovere le  situazioni scomode della nostra complessa vita sessuale, della  paura dell’intimità, del non-ascolto dei propri bisogni. Ecco, credo che queste siano le moderne bugie del nostro vivere.

6) Per il tuo romanzo, hai scelto di rappresentare una coppia gay. C’è una motivazione specifica per questa scelta? Al posto di Marco e Alex, avresti potuto mettere una coppia etero? O una coppia con  almeno un membro gender not conforming?

Nel romanzo, ho cercato di fare una lucida disamina dei rapporti di potere che si creano all’interno delle coppie, siano esse omosessuali, eterosessuali o altro. Credo che siano meccanismi universali degli esseri umani, non specifici di un modello.

7) Relazioni e social network: fino a che punto il web è una ricchezza? O, secondo te, ha soprattutto inaridito i rapporti umani?

Io credo che il Web sia di per sé  uno strumento neutro. Il resto dipende dallo stato vitale delle persone che ne fanno uso, da come si rapportano al mondo in generale, alle persone. Internet ha  sicuramente accorciato le distanze tra gli essere umani, ma, per qualche verso, ci ha impigriti nella conoscenza reale.

8 ) Una coppia perfetta mostra gli inganni che si nascondono dietro la pretesa “perfezione”. Possiamo dire che la coppia ideale è quella “imperfetta”, fatta anche di difficoltà e screzi? Ed esiste la perfezione, in amore?

Tutto il romanzo è un elogio della coppia imperfetta. La coppia perfetta non esiste; la coppia “perfetta” è quella che si chiude e si barrica dietro le proprie insicurezze per difendersi dalla durezza del mondo.

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Un pensiero su Alessandro di Angelo Pezzana

La morte di Alessandro Rizzo mi ha colpito profondamente, anche se negli anni in cui siamo stati amici ci siamo incontrati meno di quanto avremmo voluto. Uno dei primi incontro che non dimenticherò avvenne sul treno Milano-Verona – ci andavamo tutti e due- io per presentare un mio libro invitato da ArciGay, Alessandro per esaminare con loro alcune iniziative culturali. Il caso volle che le nostre prenotazioni, eseguite in modo del tutto indipendente, ci facessero trovare seduti l’uno davanti all’altro. Un viaggio bellissimo, dove imparai a conoscere Alessandro, pieno di passione non solo culturale per l’impegno che metteva nella sua militanza nel movimento. Ci siamo poi incontrati a Torino, alla Fondazione Fuori!, a Milano all’Harvey Milk, ogni volta la mia stima e simpatia aumentava. Non aveva ancora quarant’anni, ma si può morire a quell’eta?

Angelo Pezzana

In memoria del nostro vicepresidente Alessandro Rizzo Lari

Ho conosciuto Alessandro Rizzo nel 2009. Io e Fabio Valerio Bertini eravamo andati da Alessandro Martini per il laboratorio cinematografico del Circolo Culturale TBGL Harvey Milk Milano.
L’ho rivisto mesi dopo, era relatore a una conferenza sui diritti LGBT in un Circolo Arci vicino a piazza Lodi.
Tempo dopo Alessandro si è avvicinato al Milk e ne è diventato responsabile Progetto Cultura.
Ci sentivamo molto spesso, per organizzare gli eventi del Milk, come massoneria rainbow con Enrico Proserpio, buddhismo LGBT con Jacopo Enrico Daie Milani, crossdressing con Andrea Sabrina Bianchetti , o quello sui bisessuali con Davide Amato, più recentemente, l’evento sulle periferie LGBT con Daniele Dodaro, l’evento di David Barzelatto con Daniele Brattoli e quello imminente sugli adolescenti T con Roberta RibaliStefano RicottaValentina Guggiari. Ricordo quest’estate quella pazza cena vicino alla Casa dei Diritti, in cui io e Martina Manfrin riempivamo Ale di proposte per la nuova stagione. Ricordo quando, nel 2014, con Danilo Ruocco abbiamo fondato la rivista Il Simposio, e di quando noi tre con Monica Romano l’abbiamo presentata al Milk.
Ricordo quando alle cene di Leonardo Davide Razvan MedaEmanuele Satiro Boscarino Gaetano io e Ale suonavamo la campanella per annunciare il “discorso” in cui presentavamo i progetti del Milk, iniziando sempre dallo sportello legale di Marco D’Aloi.
Ricordo quando andavamo insieme alla Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni o all’ Uaar dalla cara amica Valeria Rosini.
Tutte le persone che ho citato, o quasi, erano care amiche per Alessandro, eravamo una grande famiglia, che oggi si sente privata di un pezzo importante.
Ricordo quando io ed Ale andavamo alla libreria esoterica. Aveva scelto un pendolo arcobaleno, ma era indeciso. Così glielo comprai ma poi ogni volta che ci vedevamo me ne dimenticavo.
Ale è stato il primo a vedere la mia casa nuova, mi parlava del suo monolocale e di come lo stava arredando.
Ale non si dimenticava mai di farmi gli auguri, e ricordo che una volta mi fece un regalo a sorpresa. Io lo avevo già comprato, era un libro e sapeva che lo desideravo, ma gli dissi lo stesso di farmi una dedica, perché mi aveva tanto commosso quel pensiero che volevo averne due copie, e la sua l’avrei conservata per ricordo.
Ale correggeva gli autori e i relatori se davano il maschile a un personaggio trans del loro libro. Ale rispondeva a tono se in un comunicato stampa venivano dimenticate le persone bisessuali. Ale quest’anno voleva dedicare un evento agli asessuali con Alice Redaelli e agli intersessuali con Sabina Zagari. Ale ha sempre sognato un Milk plurale e lui non era uno del Milk, lui era la vera anima del Milk, chi più di noi tutti rappresentava la natura del circolo, ed uno dei pochi ragazzi Gay che lottava contro il binarismo e per i diritti delle minoranze ignorate dell’acronimo.
Ricordo la sua dolcezza nel comunicare, anche per iscritto, il suo garbo: le sue mail particolarmente gentili e ossequiose che scriveva a collaboratori e relatori.
Alessandro era una persona coltissima, sensibile, intelligente.
Io e Monica Romano avremmo tanto voluto che divenisse lui Presidente nel prossimo mandato Milk, perché era quello che più di noi tutti aveva passione.
Ricordo come faceva girare il foglio per prendere le mail, e poi me le mandava. Cercavamo insieme di capire insieme le calligrafie più astruse e a volte non ne venivamo a capo.
Ale è forse l’unica persona con cui non ho mai litigato, e considerando il pessimo carattere che ho è un miracolo: con Ale era impossibile litigare perché era una persona dolcissima e sapeva capire le posizioni di tutti.
E’ stato uno dei migliori compagni di attivismo che ho avuto. Mai è stato manchevole nell’organizzazione di un evento al Milk. Era ineccepibile, serissimo, la sua agendina era un mondo di contatti che sapeva sempre quando e come contattare, per creare sinergie ed eventi culturali di spicco.
Ale, come ti ricorderemo? Forse come colui che aveva gusto nel vestire o forse come colui che, diciamolo, aveva un gran gusto anche sugli uomini. O forse come un amico, un pezzo della nostra piccola famiglia TBGL. Il telefono non smette di squillare. Tutte le persone che abbiamo incontrato insieme, nel nostro percorso, mi chiedono se è vero che ci hai lasciato, mi chiedono come è possibile che persino noi del direttivo di cui eri vicepresidente da ormai non so quanti anni hanno saputo la cosa oggi e per caso. Avremmo voluto ricordarti al funerale, essere il tuo direttivo, la tua famiglia.
Eppure lo abbiamo saputo solo adesso, da facebook, per caso. Ero al corso di inglese e ho subito capito che non si trattava di uno scherzo. La cosa mi ha talmente sconvolto che ho lasciato la classe non vedendo l’ora di riprendere il tuo libro, di leggere la tua dedica. Il cellulare si è spento per il bombardamento di chiamate (Leo Cumbo, @enrico fava, e tanti altri) e messaggi in cui la tua famiglia LGBT chiede di te.
Ale, perché ci hai lasciato? Mi ricordo di quando riprendevi i tormentoni semantici miei e di Monica. Il mio “sono tutti picareschi!” o anche gli “abbracci circolari” di Monica.
Quando ci renderemo conto che non ci sei più? Al primo direttivo senza di te, alla prima assemblea senza di te.
Ho sempre detto, per scherzo, che se fossi caduto con lo scooter e fossi morto, magari tu avresti cambiato il nome del circolo in Nathan Bonnì. Ricordi? Ne ridevamo, io te e Leo.
Oggi penso che te lo dobbiamo di dedicarti il nostro circolo. Tu ne sei stato il simbolo. Tu hai dedicato al circolo tanti anni con grande passione, e ci inviti ad andare avanti con altrettanta passione.

Con te se ne va una parte di noi.

Scusate se non rileggo, non ce la faccio. Perdonerete eventuali refusi.

Nathan Bonnì

Perché essere felice quando puoi essere normale?


Jeanette Winterson (Manchester, 1959) è una delle principali scrittrici contemporanee. Il suo romanzo d’esordio, “Non ci sono solo le arance” (1985), ha vinto il Whitbread First Novel Award. L’hanno seguito diversi altri titoli e riconoscimenti. In Italia, è conosciuta soprattutto per “Scritto sul corpo” (1992).
“Perché essere felice quando puoi essere normale?” (Milano 2014, Oscar Mondadori) è la sua autobiografia – un genere che, fra l’altro, è stato la sua prima musa.
Essa comincia con una domanda che l’autrice, ancora sedicenne, si sentì rivolgere dalla madre adottiva: «Perché essere felice quando puoi essere normale?» Era il momento in cui Jeanette se ne stava andando di casa, per rifugiarsi in un’auto presa in prestito e continuare a incontrare la ragazza di cui era innamorata. La cosiddetta “normalità” era diventata invivibile – anzi, a chiunque sarebbe stato difficile considerarla “normalità”. La madre adottiva, Connie Winterson, era una fanatica religiosa in preda alla depressione cronica. Tappezzava la casa con frasi bibliche, sacrificava i risparmi per collezionare porcellane (simbolo di uno status sociale perduto), passava notti insonni pur di non giacere col marito, conservava una pistola nel cassetto degli stracci. Il signor Winterson era totalmente succube di lei, al punto da non dimostrare mai l’affetto che provava per la figlia adottiva. La vicenda è quasi interamente una storia di amore-odio fra Connie e Jeanette, la sua “culla sbagliata”, la figlia sempre posseduta da due “demoni”: l’eros e la letteratura.
Ci sarebbero tutti gli ingredienti giusti per una storia strappalacrime, magari con “poiana” finale (http://www.lezpop.it/sindrome-della-poiana/ ). Invece no. Perché i due demoni, l’Eros e la Letteratura, fanno di tutto per infiammarla, la trasformano in una titanica avventura di desiderio e riscatto: la lotta tra l’infelicità e la felicità, anzi, “happiness”. “Il primo significato che le attribuiamo è quello di una sensazione di piacere e contentezza, di euforia, di entusiasmo, un benessere che ci scalda dentro, che ci fa sentire rilassati, vivi… sapete cosa intendo. Ma ci sono significati più antichi nella parola ‘hap’ […] ‘Hap’ è il tuo destino nella vita, la mano che ti è consentito giocare. Come affronterai il tuo ‘hap’ determinerà se sarai ‘happy’, cioè felice, oppure no. Quello che gli americani, nella loro Costituzione, chiamano ‘il diritto alla ricerca della felicità’ (notate bene, non ‘il diritto alla felicità’) è il diritto di nuotare controcorrente, alla maniera dei salmoni.” (pp. 30-31).

Giocare il proprio “hap”, per Jeanette, ha significato prima di tutto costruirsi un’identità. Per lei, data in adozione in età neonatale, non è un’impresa scontata. C’è un vuoto da riempire: quello della madre, la prima persona amata in vita. Bisogna rompere anche il silenzio che circonda la sua infelicità familiare. Deve raccontarsi una storia.
Così la riassume la Winterson: “Io ero una donna. Una donna della classe lavoratrice. Una donna che voleva amare le donne senza sentirsi in colpa o essere derisa.” (p. 124). Peccato che la politica della sinistra inglese ancora faticasse a riconoscere le donne in quanto persone indipendenti. Il suo massimo obiettivo erano “salari familiari” che consentissero alle mogli di restare a casa. Ciò fece sì che le prime simpatie politiche di Jeanette fossero per l’individualista Margaret Thatcher. “Non avevo capito che, quando il denaro diventa il valore fondamentale, l’istruzione mira solo a ciò che è utile e la vita dello spirito non viene più valutata come un bene, a meno che non produca risultati quantificabili. I servizi pubblici passano in secondo piano. È molto più difficile vivere una vita diversa, immune dall’avere e dallo spendere, se non si trovano più case a buon mercato. Le comunità vengono distrutte, e rimangono solo infelicità e intolleranza.” (p. 130). Il contrario di questo sfacelo sarà rappresentato proprio dalla famiglia biologica della Winterson, quando la ritroverà: “Ecco la vecchia classe operaia di Manchester: pensi, leggi, rifletti. È come essere ritornati alla scuola serale, alla sala di lettura della biblioteca pubblica. Sono fiera di loro, di me, del nostro passato, della nostra eredità. […] Le persone presenti in questa stanza sono tutte intelligenti, s’interrogano sulle domande più difficili. Vallo a spiegare a quelli che credono nell’istruzione eminentemente pratica. […] torno a quello che diceva Engels nel 1844. Non siamo qui per essere considerati ‘solo come oggetti utilizzabili’.” (p. 196)
È una visione che riflette il parere di Jeanette Winterson sulla poesia: “…quando sento dire che la poesia è un lusso, o un’opzione, un prodotto riservato alla classe media colta […] mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi.” (p. 44).
L’altro “demone”, l’Eros, si dispiegò per la prima volta quando Jeanette conobbe Helen. Quella storia aveva il sapore di tanti fantasmi letterari (“Romeo e Giulietta”, “Cime tempestose”) e s’infranse contro la realtà. All’essere felice, Helen scelse di essere “normale”. Ma quella delusione fu la porta aperta verso il godimento e l’amore. Jeanette imparò che potevano esistere, che poteva avere entrambi – anche a costo di andarsene di casa e vivere in un’automobile. Ma quello non significò apprendere subito l’Amore in senso pieno. “Quando l’amore è inaffidabile, e tu sei una bambina, finisci per credere che sia questa la vera natura dell’amore. […] Se a questo si sommano il mio carattere focoso e l’intensità dei miei sentimenti, l’amore si trasforma in un’arma piuttosto pericolosa. […] Non mi sono mai sottratta all’enormità dell’amore, ma non sapevo che l’amore potesse essere affidabile come il sole. Il sorgere quotidiano dell’amore.” (pp. 75-76). Per amare, occorrono lezioni in forma di esempi vissuti. Come quello dell’attempata signorina che sfamava ogni bambino con la propria zuppa, per il puro gusto di dare.
Oltre a scavare nella letteratura e nella società, Jeanette Winterson scava in se stessa, con gli strumenti della psicanalisi junghiana e della filosofia di Mircea Eliade (Bucarest, 1907 – Chicago, 1986). La primitiva perdita della madre biologica e quella di una donna molto amata le fecero scoprire il “Principe Ranocchio” in lei: la parte di se stessa da abbracciare perché tornasse umana. “La bambina perduta, malvagia e furiosa, che viveva sola sul fondo della palude non era la Jeanette creativa: era l’effetto collaterale. Era la vittima sacrificale. Mi odiava. Odiava la vita. […] Ma trasformare nuovamente quell’orribile parte ferita in qualcosa di umano […] è il lavoro più pericoloso che si possa intraprendere. È come disinnescare una bomba, e la bomba sei tu. […] E – tanto perché lo sappiate – la creatura è molto attratta dal suicidio. La morte fa parte delle sue competenze. Parlo così perché quello che capii, nella mia follia, è che dovevo cominciare a parlare, a parlare con la creatura.” (pp. 156-157).
Questa autobiografia è il dialogo con la “bambina perduta” e, allo stesso tempo, con quel “mostro amato” che fu Mrs. Winterson. È lo specchio di un cammino personale consistito in una sola cosa: continuare a rinascere, scegliendo di volta in volta la vita. Scegliendo la felicità al posto della “normalità”.

“Alle mie tre madri:
Constance Winterson
Ruth Rendell
Ann S.” (p. 7)

Jeanette Winterson, “Perché essere felice quando puoi essere normale?”, Milano 2014, Oscar Mondadori. [“Why Be Happy When You Could Be Normal?”, 2011. Traduzione italiana di Chiara Spallino Rocca].

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Il CENTRO METAFORA

Il CENTRO METAFORA è uno spazio che offre consulenza, psicoterapia e formazione.

Una consulenza per fare chiarezza nei momenti di confusione.

Una psicoterapia individuale, di coppia o familiare per mobilitare le risorse necessarie nei momenti di stallo, di disagio e di ricerca di un equilibrio.

Un ciclo di formazione per sostenere un percorso evolutivo e dare forma alle proprie capacità.

Il Centro Metafora offre ai soci Milk tariffe agevolate su consulenze e percorsi psicologici (sconto del 15%).

Le persone interessate dovranno rivolgersi per un primo contatto/colloquio gratuito a Cinzia Favini, al seguente indirizzo mail cinzia.favini@milkmilano.com e insieme si valuterà quale possa essere il percorso adeguato.

Evviva la neve

Delia Vaccarello, la “giornalista dell’anima”, è già stata giustamente presente su questo sito: prima, come curatrice di antologie (http://www.milkmilano.com/?p=7420 ), poi come romanziera (http://www.milkmilano.com/?p=7513 ). Ora, è la volta di vederla in opera come giornalista e autrice di un’inchiesta, mentre non rinuncia alla sua piacevolezza di narratrice e alla profondità della sua empatia.
“Evviva la neve” (Milano 2010, Mondadori) si dedica a quella “T” che fa parte della notissima sigla riassumente le istanze delle minoranze sessuali, ma che troppo spesso è lasciata come “last AND least”. Queste “Vite di trans e transgender” non scendono in piazza, non riempiono le cronache, non animano il gossip. Tantomeno accendono la prostituzione e la pornografia, gli unici ambiti a cui “l’uomo della strada” –troppe volte- associa l’abbreviazione “trans”. Se Delia Vaccarello parla di prostituzione, lo fa solo per parlare di chi ha perso altre possibilità di lavoro: per paura del giudizio altrui, o per problemi legati al mancato cambio di documenti.
“Evviva la neve”, prima ancora che un’inchiesta, è una biografia a più voci. C’è quella di Gabriele, nato Barbara, che ha sempre nascosto un corpo di donna vissuto come estraneo. C’è quella di chi ha speso più di quarant’anni in un’esistenza anaffettiva e in un matrimonio vissuto solo in superficie, prima di rivelarsi come Francesca Eugenia. Ci sono figli che prima non capiscono, poi diventano l’unico sostegno morale dei genitori. Ci sono famiglie che guardano, si allontanano, o cominciano a vedere veramente in volto i cari che credevano di conoscere. Poi, ci sono storie di equilibrio tra virilità e femminilità –come avviene a Valentina, “dura fra i duri” – o di perenne “divenire”, come quello di Porpora. Le storie parlano anche di terapie ormonali e di operazioni chirurgiche, tanto complesse quanto porte di una nuova vita, per chi non ha mai potuto vivere nella propria pelle. C’è il dolore post-operatorio, che impallidisce davanti a quello causato dalla cattiveria e dal rifiuto altrui.
Anche questioni “banali” come il nome anagrafico o le desinenze si rivelano nella loro importanza, ignota a chi li dà per scontati. “Io non potrei parlare di Francesco e di Mario al maschile, perché significherebbe negare ciò che sono e come ormai appaiono. Significherebbe cancellare con una parola sbagliata tutto il loro percorso, e provocare una grande sofferenza. Non è una questione «puramente lessicale». Se chiedessi a Francesca Eugenia: «A che ora ti sei svegliato?», con quella desinenza al maschile distruggerei un rapporto. Negare l’identità delle persone con cui siamo in relazione –e questo vale sempre – significa chiamarsi fuori, mettere una raggelante estraneità tra noi e la vicenda umana degli altri. Hanno lottato anni per arrivare a questo punto, non possiamo tradirli con una semplice «o»” spiega pazientemente Delia Vaccarello ai fan della cosiddetta “oggettività” (p. 10). Come la giornalista comprende benissimo, in gioco c’è la definizione dell’essenza stessa dell’essere umano. Per non affrontare la questione, per qualcuno –troppi – è “meglio arroccarsi, ancorarsi al corpo. Ma se ha forza solo la fisicità […] il corpo diventa potente come un demone. Il sentire legato al corpo, che è l’essenza del concetto di identità di genere, svanisce, mentre l’enfasi sulla fisicità finisce con lo scatenare le fantasie più sfrenate” (p. 88). La Vaccarello non sorvola nemmeno sull’aspetto politico-religioso di quella che viene detta “transfobia”. “Immaginiamo che una persona trans sia come un aereo in volo: c’è un incidente, qualcosa non funziona rispetto alle aspettative che vogliono che a un sesso corrisponda un genere preciso. Le gerarchie cattoliche sembrano negare l’impatto, non vogliono andare a vedere cosa è successo. Ignorano cosa accade alle tante persone di cui parliamo in questo libro, persone reali, che lavorano e vivono insieme a noi. Con quale frutto? Fuggire da una realtà conflittuale, anziché affrontarla, la rende mostruosa” (p. 88). A Francesca Eugenia, prima padre, poi donna e “Papina” della figlia Federica, qualcuno scrive: “Per me, un uomo che assume le sembianze di donna, rimane un uomo, una persona che rifiuta la propria identità… costui deve accettare l’assunto democratico secondo il quale io lo percepisco semplicemente come un uomo travestito” (p. 89). Lasciando perdere la grossolana confusione tra “democratico” e “relativistico”, persone come questo commentatore non capiscono una cosa in realtà autoevidente: il travestimento è solo un primo assaggio. “C’era bisogno di ben altro per ritrovarsi. Se così non fosse stato, Francesca Eugenia avrebbe mai potuto affrontare il terrore di perdere la figlia? Non lottava per apparire un uomo travestito, ma per assecondare «il desiderio insopprimibile di liberarsi dei caratteri sessuali originari per assumere quelli del sesso in cui si identifica», si legge nella sentenza che ha dato il via libera all’intervento al fine di «garantire una vita più serena». Se l’obiettivo era vivere serenamente, indossare una maschera sarebbe stato vano e deleterio. Tra la maschera e l’identità c’è una distanza siderale. […] Eppure per molti una persona trans è un corpo e basta” (pp. 89-90).
I grandi assenti, nella mentalità comune circa la transessualità, sono l’anima e il mistero: l’anima come complesso del pensiero e del sentire, il mistero come porta per incontrare l’altro da sé. La soluzione alla comprensione e all’accettazione sociale di queste vite umane (non “fenomeni”) non è da trovare in teorie, per nitide e ben congegnate che possano sembrare. Essa sta nell’uscire dal proprio gelo, nella morbidezza e nella sorpresa della neve che ha salutato la nuova vita di Fabianna. Evviva la neve.

Delia Vaccarello, “Evviva la neve”, Milano 2010, Mondadori.

@EricaGazzoldi

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

Quando si ama si deve partire

Di Delia Vaccarello abbiamo conosciuto l’abilità come autrice di narrativa breve e curatrice di antologie, in Pressoché amanti (http://www.milkmilano.com/?p=7420 ). Quando si ama si deve partire (Milano 2008, Mondadori) la presenta come romanziera. E la presenta ottimamente.

La vicenda principale è quella di Angela (alter ego dell’autrice?) e Tamara. Si sono conosciute grazie a una mailing list per donne lesbiche e la loro affinità intellettuale si è ben presto rivelata specchio di un’intesa più profonda. Per amarsi, le due donne devono partire, prendere le valigie e concordare giorni e luoghi, ritagliandoli dalle loro vite complesse. Angela è giornalista e insegnante universitaria, sempre “in prima linea” in entrambe le professioni. Tamara lavora in un Centro ascolto per giovani ed è dedita alla famiglia… ma la sua dedizione non ha nulla dell’idillio domestico. Il suo ruolo di moglie e madre è un carico che lei si è posta sulle spalle per non far crollare nella follia gli anziani genitori e i nipoti orfani. Sicché la vicenda di Angela e Tamara è, in realtà, un nodo in una rete di tante altre storie: storie di giovani, fratelli, amanti, anziani, coniugi, vedovi, amiche, genitori. La vicenda principale si apre a ventaglio, fino a includere –come in una scatola magica- le molteplici sfumature d’amore possibili nella società in cui viviamo. I fantasmi familiari di Tamara si insinueranno pian piano nel suo romanzo fatto di viaggi, fino a portarlo a un epilogo… o a una nuova partenza.
Lo stile di Delia Vaccarello presenta una naturale commistione di narratività e di lirismo. La scrittura scorre liscia come un canto. La penna guida con perizia e stupore nei meandri della psiche. Animali, fiori, oggetti e sensazioni sono sottratti alla casualità e alla contingenza per diventare simboli e sogni, rivestiti di significato assoluto. Attraverso i ricordi e la rielaborazione dell’inconscio, un cucciolo ritrovato e seppellito può diventare un ponte con la madre perduta e con un lontano trauma d’infanzia. Così pure un ragazzo “dallo sguardo d’acqua” può cogliere le trame dolenti seppellite sotto la patina di “regolarità” del suo mondo. Il romanzo di Delia Vaccarello sa giocare con le note della sensualità e del dolore, con un’abilità da psicologo che è la vera forza dell’arte moderna. La sua narrativa lascia al lettore impressioni durature, che ritornano più volte, come formule di un incantesimo mai compreso fino in fondo.

Delia Vaccarello, Quando si ama si deve partire, (“Piccola Biblioteca Oscar”), Milano 2008, Mondadori.

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

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