Jeanette Winterson (Manchester, 1959) è una delle principali scrittrici contemporanee. Il suo romanzo d’esordio, “Non ci sono solo le arance” (1985), ha vinto il Whitbread First Novel Award. L’hanno seguito diversi altri titoli e riconoscimenti. In Italia, è conosciuta soprattutto per “Scritto sul corpo” (1992).
“Perché essere felice quando puoi essere normale?” (Milano 2014, Oscar Mondadori) è la sua autobiografia – un genere che, fra l’altro, è stato la sua prima musa.
Essa comincia con una domanda che l’autrice, ancora sedicenne, si sentì rivolgere dalla madre adottiva: «Perché essere felice quando puoi essere normale?» Era il momento in cui Jeanette se ne stava andando di casa, per rifugiarsi in un’auto presa in prestito e continuare a incontrare la ragazza di cui era innamorata. La cosiddetta “normalità” era diventata invivibile – anzi, a chiunque sarebbe stato difficile considerarla “normalità”. La madre adottiva, Connie Winterson, era una fanatica religiosa in preda alla depressione cronica. Tappezzava la casa con frasi bibliche, sacrificava i risparmi per collezionare porcellane (simbolo di uno status sociale perduto), passava notti insonni pur di non giacere col marito, conservava una pistola nel cassetto degli stracci. Il signor Winterson era totalmente succube di lei, al punto da non dimostrare mai l’affetto che provava per la figlia adottiva. La vicenda è quasi interamente una storia di amore-odio fra Connie e Jeanette, la sua “culla sbagliata”, la figlia sempre posseduta da due “demoni”: l’eros e la letteratura.
Ci sarebbero tutti gli ingredienti giusti per una storia strappalacrime, magari con “poiana” finale (http://www.lezpop.it/sindrome-della-poiana/ ). Invece no. Perché i due demoni, l’Eros e la Letteratura, fanno di tutto per infiammarla, la trasformano in una titanica avventura di desiderio e riscatto: la lotta tra l’infelicità e la felicità, anzi, “happiness”. “Il primo significato che le attribuiamo è quello di una sensazione di piacere e contentezza, di euforia, di entusiasmo, un benessere che ci scalda dentro, che ci fa sentire rilassati, vivi… sapete cosa intendo. Ma ci sono significati più antichi nella parola ‘hap’ […] ‘Hap’ è il tuo destino nella vita, la mano che ti è consentito giocare. Come affronterai il tuo ‘hap’ determinerà se sarai ‘happy’, cioè felice, oppure no. Quello che gli americani, nella loro Costituzione, chiamano ‘il diritto alla ricerca della felicità’ (notate bene, non ‘il diritto alla felicità’) è il diritto di nuotare controcorrente, alla maniera dei salmoni.” (pp. 30-31).

Giocare il proprio “hap”, per Jeanette, ha significato prima di tutto costruirsi un’identità. Per lei, data in adozione in età neonatale, non è un’impresa scontata. C’è un vuoto da riempire: quello della madre, la prima persona amata in vita. Bisogna rompere anche il silenzio che circonda la sua infelicità familiare. Deve raccontarsi una storia.
Così la riassume la Winterson: “Io ero una donna. Una donna della classe lavoratrice. Una donna che voleva amare le donne senza sentirsi in colpa o essere derisa.” (p. 124). Peccato che la politica della sinistra inglese ancora faticasse a riconoscere le donne in quanto persone indipendenti. Il suo massimo obiettivo erano “salari familiari” che consentissero alle mogli di restare a casa. Ciò fece sì che le prime simpatie politiche di Jeanette fossero per l’individualista Margaret Thatcher. “Non avevo capito che, quando il denaro diventa il valore fondamentale, l’istruzione mira solo a ciò che è utile e la vita dello spirito non viene più valutata come un bene, a meno che non produca risultati quantificabili. I servizi pubblici passano in secondo piano. È molto più difficile vivere una vita diversa, immune dall’avere e dallo spendere, se non si trovano più case a buon mercato. Le comunità vengono distrutte, e rimangono solo infelicità e intolleranza.” (p. 130). Il contrario di questo sfacelo sarà rappresentato proprio dalla famiglia biologica della Winterson, quando la ritroverà: “Ecco la vecchia classe operaia di Manchester: pensi, leggi, rifletti. È come essere ritornati alla scuola serale, alla sala di lettura della biblioteca pubblica. Sono fiera di loro, di me, del nostro passato, della nostra eredità. […] Le persone presenti in questa stanza sono tutte intelligenti, s’interrogano sulle domande più difficili. Vallo a spiegare a quelli che credono nell’istruzione eminentemente pratica. […] torno a quello che diceva Engels nel 1844. Non siamo qui per essere considerati ‘solo come oggetti utilizzabili’.” (p. 196)
È una visione che riflette il parere di Jeanette Winterson sulla poesia: “…quando sento dire che la poesia è un lusso, o un’opzione, un prodotto riservato alla classe media colta […] mi viene il sospetto che la gente che parla così abbia avuto la vita facile. Una vita dura ha bisogno di una lingua dura perché duro è il linguaggio della poesia. Ecco cosa ci offre la letteratura: una lingua che ha il potere di dire le cose come stanno. Non è un luogo dove nascondersi. È un luogo dove ritrovarsi.” (p. 44).
L’altro “demone”, l’Eros, si dispiegò per la prima volta quando Jeanette conobbe Helen. Quella storia aveva il sapore di tanti fantasmi letterari (“Romeo e Giulietta”, “Cime tempestose”) e s’infranse contro la realtà. All’essere felice, Helen scelse di essere “normale”. Ma quella delusione fu la porta aperta verso il godimento e l’amore. Jeanette imparò che potevano esistere, che poteva avere entrambi – anche a costo di andarsene di casa e vivere in un’automobile. Ma quello non significò apprendere subito l’Amore in senso pieno. “Quando l’amore è inaffidabile, e tu sei una bambina, finisci per credere che sia questa la vera natura dell’amore. […] Se a questo si sommano il mio carattere focoso e l’intensità dei miei sentimenti, l’amore si trasforma in un’arma piuttosto pericolosa. […] Non mi sono mai sottratta all’enormità dell’amore, ma non sapevo che l’amore potesse essere affidabile come il sole. Il sorgere quotidiano dell’amore.” (pp. 75-76). Per amare, occorrono lezioni in forma di esempi vissuti. Come quello dell’attempata signorina che sfamava ogni bambino con la propria zuppa, per il puro gusto di dare.
Oltre a scavare nella letteratura e nella società, Jeanette Winterson scava in se stessa, con gli strumenti della psicanalisi junghiana e della filosofia di Mircea Eliade (Bucarest, 1907 – Chicago, 1986). La primitiva perdita della madre biologica e quella di una donna molto amata le fecero scoprire il “Principe Ranocchio” in lei: la parte di se stessa da abbracciare perché tornasse umana. “La bambina perduta, malvagia e furiosa, che viveva sola sul fondo della palude non era la Jeanette creativa: era l’effetto collaterale. Era la vittima sacrificale. Mi odiava. Odiava la vita. […] Ma trasformare nuovamente quell’orribile parte ferita in qualcosa di umano […] è il lavoro più pericoloso che si possa intraprendere. È come disinnescare una bomba, e la bomba sei tu. […] E – tanto perché lo sappiate – la creatura è molto attratta dal suicidio. La morte fa parte delle sue competenze. Parlo così perché quello che capii, nella mia follia, è che dovevo cominciare a parlare, a parlare con la creatura.” (pp. 156-157).
Questa autobiografia è il dialogo con la “bambina perduta” e, allo stesso tempo, con quel “mostro amato” che fu Mrs. Winterson. È lo specchio di un cammino personale consistito in una sola cosa: continuare a rinascere, scegliendo di volta in volta la vita. Scegliendo la felicità al posto della “normalità”.

“Alle mie tre madri:
Constance Winterson
Ruth Rendell
Ann S.” (p. 7)

Jeanette Winterson, “Perché essere felice quando puoi essere normale?”, Milano 2014, Oscar Mondadori. [“Why Be Happy When You Could Be Normal?”, 2011. Traduzione italiana di Chiara Spallino Rocca].

Testo di Erica Gazzoldi Favalli