E’ sul mercato editoriale un importante saggio che racchiude diversi anni di storia dell’arte internazionale dal punto di vista fotografico, partendo dal nudo maschile. Stiamo parlando di “Uomini per uomini” di Pierre Borhan edito da Rizzoli.

Il sottotitolo dell’importante rassegna artistica approfondisce un’enunciazione che, di primo acchito, apparirebbe alquanto generica: “Omoerotismo e omosessualità nella storia della fotografia dal 1840 ai nostri giorni”.
Questo genere ha dato inizio a una lunga produzione artistica e culturale in quanto la soggettistica maschile ha permesso a diversi autori, dai più famosi quali Won Gloeden e Muybridge a quelli meno noti, ma non per questo meno importanti, Fred Holland Day, Man Ray e George Platt Lynes, per arrivare fino ai nostri contemporanei, Pierre et Gilles e Robert Mapplethorpe, di segnare le tappe di un lungo percorso sociale e culturale della storia dell’umano ingegno e della creatività. La pubblicazione affronta l’analisi da un punto di vista sociologico e culturale tanto che si procede verso una comparazione tra il sostrato civico ed etico di un’epoca e il grado di liberazione sessuale del maschio, scorrendo decenni di storia dell’umanità. Si evidenzia inizialmente un approccio quasi clandestino di quest’arte, fino ad arrivare a un periodo di affermazione della medesima attraverso la ribellione a canoni castranti e moralisticheggianti e la trasgressione, sdoganando, così, un mondo di alta qualità e raffinatezza compositiva. La parentesi di un’imposizione globalizzata di riferimenti estetici fittizi e quanto mai patinati, dovuta all’imposizione quasi imperialistica dell’immagine stereotipata del culturista stile americano, oggi è superata, o comunque non più prevalente, dato il sorgere di correnti artistiche che riprendono modelli naturali e quotidiani, intriganti e sensuali, reali, sinceri, diretti e non alienati nel rapporto col proprio corpo e fisico. Nel lungo saggio di Pierre Borhan vi è la presenza di un riferimento artistico interessante sia dal punto di vista contenutistico, la metafora dell’arte come espressione di messaggi, sia da quello formale, l’aspetto maschile come forma integrata e integrante di un ambiente funzionale a dare risalto alla figura rappresentata: Raymond Voinquel. La liricità della sua chiave poetica, nelle sue produzioni filo conduttore di un’armonia artistica senza precedenti, affossa le proprie radici in un’intera panoramica pittorica di grandi nomi della storia e della letteratura delle arti figurative classiche: Tintoretto, Van Gogh, Monet, Manet, del quale dirà di avere avuto una grande lezione di fotografia, e, soprattutto, Caravaggio e Vermeer di Delft, per la loro luminosità espressiva, per il gioco chiaroscurale evidenziante attraverso le tinte del pennello un’analisi attenta e puntuale del reale rappresentato. Voinquel riprende i capisaldi della storia dell’arte, soprattutto quelli appartenenti al Rinascimento, all’impressionismo e all’evoluzione che quest’ultimo genere ha comportato. Sarà lui ad affermare riguardo la sua formazione artistica: “Dovrei essere un pittore … Ho imparato il mio mestiere andando a musei”, aggiungendo che le influenze della pittura nelle sue opere fotografiche sono dovute al fatto di avere “saputo guardare” i grandi maestri del passato per, poi, rielaborarli attraverso l’ottica dell’obiettivo. È interessante rilevare la centralità che l’autore dà alla luce, elemento portante delle sue produzioni. Quasi come fosse davanti a una tela da riempire con pennellate di colore, Voinquel utilizza il gioco chiaroscurale per dare risalto al soggetto fotografato. Lui stesso celebrerà la sua continua ricerca protesa a definire un rapporto reale e non filtrato con la persona con le seguenti parole: “dobbiamo ricostruire la verità di un volto, lavorando come i pittori, in diverse pose”.

Per lui Caravaggio può essere la fonte di questa ricerca che individua sempre ambientazioni differenti che possano dare risalto alla personalità, al carattere, alla fisicità plastica di un modello. “Caravaggio non è un pittore, è un fotografo” asserisce Voinquel vedendo nelle opere del grande artista dettagli che possono essere trasposti nell’arte fotografica tali per cui poter creare situazioni che diano evidenza dei dettagli e delle parti particolari di un corpo o, in altre situazioni non meno interessanti a livello estetico, circondarlo di un alone quasi mistico e sensuale, ambientazione onirica. La sua arte è fotografia pura non fotogiornalismo e pone il soggetto in una visione frontale e di impatto pieno con l’obiettivo, molto ravvicinata rispetto al punto di ripresa, ricordando sempre capolavori caravaggeschi dove la persona campeggia in primo piano, quasi luminosa nelle linee e viva attraverso la sinuosità monumentale della fisicità, che diventa, così, plastica, reale, tangibile, fuoriuscente dalla tela. Ricordiamo, per esempio, l’opera “La crocifissione di San Pietro” per esemplificare l’impatto che tale lavoro di Caravaggio avrà nelle produzioni del fotografo.

Il gioco delle ombre sarà determinante per la creazione di soggetti che non siano fastidiosi all’occhio e grossolanamente luminescenti, violenti nell’impatto visivo: “non mi piacciono – spiegherà Voinquel – queste donne bianche, incontaminate come se provenisse da un uovo”.

L’incontaminato patinato non è nelle corde poetiche della produzione fotografica e artistica di Voinquel, da sempre recalcitrante verso una luce piatta, inondante lo schermo, l’inquadratura e l’intero panorama, falsificante il volto e il profilo del soggetto, quasi travolgendolo in una dimensione irreale e ingiustificatamente insussistente.
Voinquel amerà modelli che posino per lui, anche non professionisti, colti dall’inatteso di un quotidiano, cercando in loro quella dimensione caratteriale e comportamentale che li veda disinvolti e disinibiti nel rapporto col proprio corpo e nella sua espressività. Tant’è che l’autore si troverà da solo in un bar e catturerà con il proprio obiettivo volti e immagini di comuni avventori del locale. Voinquel nasce come fotografo cinematografico, lavorando in diverse produzioni filmiche, a stretto contatto, per esempio, con nomi del calibro di Jean Cocteau e Marc Allégret, per citarne alcuni. Ricordiamo anche registi della portata di Yves Allégret, Max Ophuls, Jean-Pierre Melville e Luis Buñuel, e iniziò la professione a fianco di Solange Bussy per “L’assassino di mia amante” del 1931, concludendola nel 1977 per “Fidelio” Pierre Jourdan. “La fotografia è un mestiere artigiano” considererà Voinquel, tanto da evidenziarne la frenesia quasi seriale di una produzione spesso fine a sé stessa, incessante e di dimensione a volte solamene pubblicitaria delle diverse produzioni filmiche sul mercato cinematografico. Possiamo dire che da bravo artigiano Voinquel vedrà la sua firma diventare di portata internazionale, lavorando per produzioni di respiro mondiale. Voinquel ha realizzato anche fotografia di moda, lasciando presto questo mondo in quanto, come lui stesso dirà, “non era l’ambiente giusto”. Ed è nell’ambito cinematografico che Voinquel troverà in una ricerca sempre elaborata la poetica artistica ideale per proseguire nel suo impegno equilibrato tra raffinatezza estetica e adesione al reale, lui stesso affermerà di aver sempre preferito immortalare personaggi da lui conosciuti per esprimerne la natura comportamentale non filtrata, edulcorata e fittizia.

E’ fotografo professionista ma una parte rilevante del suo percorso trova un’espressività artistica e compositiva libera da ogni condizionamento lavorativo. Il nudo maschile sarà parte integrante dell’arte di Voinquel, dedicandosi esulando da impegni occupazionali finalizzati e spesso rutinanti. Il nudo artistico maschile in Voinquel sarà arte fine a sé stessa nell’intensa ricerca stilistica e compositiva che renderà omaggio a un’espressione libera ed emancipata di una ritrattistica autorevole e di qualità. È eccezionalmente rappresentativa della fotografia personale di Voinquel la rappresentazione che fa di Louis Jourdan, protagonista del film Il Corsaro: la corda che avvolge il corpo del giovane attore, in un’atmosfera che rende centrale la fisicità e l’espressività caratteriale sincera del personaggio, è metafora tangibile della modulazione di una luce priva di ombre, calibrata sulle linee e sulle sinuosità del protagonista. La luce, come si scorge, accarezza il volto, si getta sul petto e avvolge la totalità del modello, emergendo da un lontano sfondo chiaroscurale, così come lo stesso personaggio sembra emergere dai flutti marini. Nella fotografia di nudo maschile l’autore non cancellerà, come fatto nella sua più contenuta ritrattistica femminile, le tracce e i solchi del volto segnati dalla vita, ma tenderà ad ammorbidirli e modellarli attraverso l’utilizzo calibrato della luce. Il volto del ragazzo nella suddetta opera sembra, così, segnato dalla fatica, traspare sudore e una visione tormentata del volto, denso di espressività esplosiva, seppure sempre equilibrata. Nelle foto di nudo maschile Voinquel cercherà sempre di giocare e strutturare la sua tecnica estetica nella contrapposizione insanabile tra delineamenti maschili e delineamenti femminili, delicati, dolci, pur non cancellando la rappresentazione della reale dimensione caratteriale ed espressiva del protagonista. Questo succede nella ricerca fotografica da lui condotta su personaggi famosi del mondo del cinema, quali Jean Gabin e Jean Carmet, ma anche in altre figure come quelle di Charles Dullin e Darryl Zanuck, dove la linea fotografica rende ancora più naturale le pose dei soggetti rappresentati. Gli uomini rendono risalto a questa contrapposizione, quasi diventando immagine oltre a sé senza, però, negare il sé rappresentato, diventando ritratti di figure angeliche, dolci, sinuose, metafisiche pur se presenti nella propria plasticità statuaria, scultoree tipiche di un’eredità michelangiolesca. Non possiamo che ascrivere Voinquel al “pantheon” artistico dei primi fotografi di nudo maschile, autore di uno sdoganamento estetico e tecnico di un mondo culturale e sociale, che fonda una giovane arte sulla ricerca personale e la dimensione monumentale non filtrata del modello.