Articoli marcati con tag ‘arte’

Stabat Mater – The Baby Walk

Dal 18 al 23 aprile ore 20.30 (domenica ore 18.30)

 

THE BABY WALK
IDEAZIONE Livia Ferracchiati
SCRITTO E DIRETTO DA Livia Ferracchiati
CON Chiara Leoncini, Alice Raffaelli, Stella Piccioni
E LA PARTECIPAZIONE VIDEO DI Laura Marinoni
DRAMATURG DI SCENA Greta Cappelletti
AIUTO REGIA Laura Dondi
PRODUZIONE Centro Teatrale MaMiMò e
Teatro Stabile dell’Umbria/Terni Festival
IN RESIDENZA A Campo Teatrale
in collaborazione con Residenza Artistica Multidisciplinare pressoCAOS – centro arti opificio siri a Terni

 
Stabat Mater indaga il tema delle relazioni intime e famigliari ed è, dopo Peter Pan guarda sotto le gonneil secondo capitolo della Trilogia sull’Identità che affronta il tema dell’identità di genere e, in particolare, racconta il transgenderismo maschile.
Quant’è difficile crescere? Quando si diventa adulti?
Cosa significa recidere il cordone ombelicale e farsi, a propria volta, potenziale genitore?
PROMO HARVEYMILK
Biglietto a € 10 anzichè € 20 prenotando a: biglietteria@campoteatrale.it

 

CONVIVIO – UNA CENA “DOPO” MA ANCORA “DENTRO” IL TEATRO 

Un’occasione per incontrare le compagnie ospiti dopo lo spettacolo, il direttore artistico del teatro Donato Nubile e altri ospiti per condividere domande e riflessioni intorno a un tavolo, ma anche per conoscersi e fare quattro chiacchere insieme ad altri spettatori.

 

QUANDO: Domenica 23 aprile dopo lo spettacolo (durata 90 minuti)
DOVE: A Campo Teatrale (via Casoretto, 41/a – 20131 Milano).
COSTO: Biglietto spettacolo + cena a buffet € 14
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA:comunicazione@campoteatrale.it

Progetto co-finanziato da Fondazione Cariplo

Elevazione – In memoria di Alessandro Rizzo

Presso l’Antico Palazzo Biancardi in una storica zona imperiale – culla dell’antiquariato cittadino, inaugura: ELEVAZIONE, una mostra fotografica concettuale firmata dall’artista Giulio Crosara– classe 1984 – si terrà nel cuore di Milano, dal 13 aprile al 7 maggio presso Alson Gallery, Via S. Maurilio 11 Milano.

Vernissage 12 aprile ore 18.00 
 

Elevazione è un progetto espositivo fotografico site-specific dell’artista Giulio Crosara per Alson Gallery.

Ogni elemento della galleria è studiato per restituire l’esperienza dell’innalzarsi. L’altezza del soffitto di 5,29 metri, il colore bianco del pavimento e la sua riflessione, ogni particolare della struttura espositiva ha una sua funzione e produce  un rapporto armonico con le opere installate.

Una passerella sopraelevata realizzata per la mostra accoglierà il visitatore e, percorrendola, si avrà una prospettiva sempre diversa, godendo di una visione espositiva non convenzionale.

Lo sguardo dall’alto è libero di spaziare.

Esiste un ponte che si erge dalla profondità del reale e porta all’elevazione.

Elevazione è dedicata alla memoria di Alessandro Rizzo, giornalista, critico d’arte e vicepresidente del circolo culturale Harvey Milk Milano, scomparso a soli 39 anni nel gennaio scorso. Rizzo, attivo anche nella politica, era noto per i numerosi progetti e impegni culturali e artistici a cui si dedicava: fondatore di Rapporto di Minoranza e del circolo Arci Equinozio, redattore di Cinemaindipendente.it, vicedirettore di Segreti di Pulcinella, curatore di mostre e organizzatore di presentazioni di libri.

Rassegna stampa on line:

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Fermata Spettacolo

Allevents.in

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A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Steve Walker: l’arte omoerotica come rinnovamento del realismo americano

Il percorso artistico dell’autore canadese Steve Walker avrebbe avuto certamente altro corso vedendo magari nascere un nuovo attore famoso sulla ribalta del palcoscenico internazionale piuttosto che un pittore raffinato nel solco della tradizione del realismo americano. È l’occasione per considerare ottima la scelta, con il “senno di poi”, fatta da Steve a un certo punto della sua esistenza di rivolgere la propria attenzione ad un’altra disciplina, dopo aver frequentato a Toronto, città dove si trasferisce, gli studi di recitazione, e di iniziare, così, a dedicarsi completamente all’arte pittorica, giustificando tutto questo con la necessità di esprimere in modo più efficace e utile messaggi esistenziali di ricerca e di attenta analisi delle condizioni precarie di solitudini viventi e incomunicanti.
Dire che Walker si inserisce nella “tradizione del realismo” potrebbe risultare alquanto ossimorico, dato che questa “scuola”, che ha influenzato gran parte della produzione artistica americana di fine Ottocento e di quasi tutto il Novecento, ha subito immancabili evoluzioni che si sono, poi ,presentate in modo sintetico nelle poetiche degli artisti singoli, affacciatisi, come lo stesso autore, a questo filone.

“Sono sempre stato incline a lasciare che il mio lavoro parlasse da sé”: con queste parole l’autore canadese, di origini rurali, nato a Ottawa da una famiglia di militari, esprime l’essenzialità quasi minimale delle sue rappresentazioni, scevre da inutili e aggravanti orpelli iconografici, così come nitide nella loro composizione geometrica raffinata e sorrette da uno studio per i particolari fisici e anatomici dei soggetti ripresi nella loro disarmante quanto attraente quotidianità. La “cuorisità” di conoscere e interpretare gli artisti suoi contemporanei o precedenti, spaziando dalla letteratura alle arti figurative, dalla musica alla fotografia, ha indotto Walker a realizzare una propria filosofia artistica autonoma e indipendente.

Possiamo, quindi, notare convivere in Walker tutte le componenti che hanno influenzato il realismo, dalla sua origine alla sua modernità, in una sintonia ideale determinandone quel suo incommensurabile fascino eclettico vissuto nell’osservare in terza persona una realtà che lui stesso vive e ha vissuto. Lo stile e i soggetti sono consueti e vengono contaminati da una visione non meramente locale, seppure gran parte delle sue opere si ambientino nelle dorate e soleggiate spiagge o nelle vallate immense e suggestive delle zone vicino al Pacifico, riprese nella staticità fissa e inamovibile degli oggetti presenti, ma molto simbolica, a volte astrattamente metafisica, di certo induttrice a una riflessione e a una ricerca umana senza fine. Le sue opere sembrano fotografie con una dinamicità plastica che definisce uno spazio incantevole e quasi tridimensionale immergendo l’occhio dello spettatore in un ambiente verosimilmente reale. Courbet asseriva circa il realismo pittorico che “un oggetto astratto, invisibile, non esiste” essendo qualcosa di “estraneo all’ambiente della pittura”. I ragazzi che troneggiano in primo piano, tanto da fare concettualisticamente, molta influenza della serialità può essere vista in questo aspetto, passare in secondo piano il contesto anch’esso reale in cui si trovano e sono inseriti, rapiscono la nostra attenzione non solo per la loro possenza fresca e statuaria, elemento, questo, puramente estetico, ma anche per la loro capacità di esprimere una tensione espressiva di una solitudine esistenziale che cerca un appiglio umano a cui rivolgersi, desiderosi di complicità e di condivisione di proprie esperienze.

Walker è un artista omosessuale, dichiaratosi fin dai tempi della propria gioventù in un quadro rurale e agreste spesso ostile a ogni tipo di “diversità” comportamentale: lui ha vissuto le sofferenze dovute all’innocenza di passioni irrefrenabili e che chiedono semplicemente di essere vissute nella loro pienezza e completezza fisica e mentale, intellettuale e carnale. Il messaggio subliminale che ne deriva, e solo attraverso la pittura l’autore canadese è riuscito a esprimerlo, è quello di una denuncia sociale, anche culturale, di riscatto di una spontaneità e di un’autenticità del vivere l’affetto omoerotico nella sua interezza e disinvoltura: nei visi rilassati, estasiati, a volte anche attenti, sognanti, altre volte preoccupati, assorti e pensanti, altre ancora compiaciuti e complici dei giovani soggetti delle sue opere, dal fisico aitante e armoniosamente sinuosi e statuari, nel cui segno pittorico prevale la cura per ogni particolare, nelle linee flessuose e virili dei corpi, nelle dimensioni mastodontiche e solide delle fasce muscolari, mai esagerate e proposte con un tocco delicato del pennello, si legge la voce di un’intera comunità, quella omosessuale, che richiede una visibilità e una vita da vivere profondamente e in modo completo. “The reader”, infatti, propone un ragazzo a gambe conserte che legge concentrato un libro, seduto su un muretto di una località marittima, appoggiato a un braccio che sfoggia la potenza della sua struttura, le cui spalle si evidenziano per la loro bellezza ed energia folgorante. La luminosità e il gioco accurato tra luce e ombra che si diffondono con determinazione e gradualmente sulle ondulazioni equilibrate dei fisici scultorei e ginnici ci conduce a rilevare nel trionfo dei soggetti il lato umano recondito, a volte spiegato ed evidenziato dall’autore, altre volte lasciato liberamente all’interpretazione dello spettatore.

Il realismo si evolve, quindi, nell’artista canadese in una poetica che ci suggerisce una visione autonoma della percezione del soggetto ritratto in modo sovradimensionato e centrale nella tela, mentre i colori ci portano a tuffarci in una dimensione iperrealista attraverso una tecnica estetica che ci conduce a guardare oltre ai confini reali, quasi come se il contesto venisse solo accennato, semplice scenografia di un viaggio nell’infinito. Il conflitto, dunque, tra un realismo che vuole circoscrivere temporalmente e spazialmente la scena illustrata e un simbolismo concettualista che vuole, invece, approfondire il significato recondito che si cela nell’anatomia dei corpi, imponenti e scultorei, invitandoci a celebrare la fisicità maschile nella sua completezza, crea una complessità lirica figurativa senza precedenti, prova, questa, di vera autonomia di un autore maturo. In alcune opere leggiamo, tornando a quella volontà spesso sottesa di Walker di volerci accompagnare, in modo di certo non soffocante né tanto meno propedeutico, nella comprensione dell’opera, una dimensione quasi onirica in uno stadio e, anche, stato d’animo e psicologico di astrazione dal reale, soprattutto quando leggiamo e percepiamo l’espressione rilassata e disincantata di uno stanco ragazzo dai pettorali ben definiti e scolpiti, adagiato nel suo letto, dormiente, con una posa che ci porta a gustare della sua corporeità tonica e sensuale. Tutto questo risulta essere squisitamente suggestivo e spettacolare da rendere, a volte, palpabile anche i lati più prosaici ed erotici di situazioni implicanti, per esempio, ragazzi che hanno finito di esprimere la propria passione, come accade nel dipinto “Viene o va”, in cui si vede un giovane seduto al bordo di un letto, dove è coricato il suo compagno, rivestirsi, atteggiamento quasi immobile, momento artistico carpito da un’azione comune, ma densa di intimità, di carnalità appena gustata e di tenerezza.

La stanchezza dovuta al completamento dell’atto sessuale accompagnata dal volto del giovane soddisfatto e rilassato, nonché la schiena visibile del compagno totalmente caduta nel riposo, ma sempre in preda a una turbamento lussurioso, ci porta a considerare in Walker la forte passione per una ricerca visiva del reale. L’equilibrio compositivo, la staticità delle forme, la dirompenza di una fissità dei corpi ci dettano quella necessità di reperire un ordine e una continuità costante nella dimensione esistenziale e vitale da parte dei protagonisti, che Walker vuole rappresentare attraverso la sua produzione.

I ragazzi ripresi sono giovani comuni, che amano lo sport, amano divertirsi, amano esprimersi liberamente, amano trascorrere soleggiati pomeriggi al mare, amano andare per musei, ma vengono posti al centro della tela in un’ambientazione scontata in quanto omologata, quasi a voler significare il contrasto tra la tensione per la vitalità e l’emancipazione totale dell’essere umano e il contesto puritano e soffocante della società perbenista e prevedibile di un’America a lui contemporanea. Lo stile narrativo di Walker è di certo brioso e immediato come lo sono i soggetti dei suoi quadri che vogliono incidere tramite l’impatto visivo nella coscienza dello spettatore, quasi disarmandolo difronte alle contraddizioni impercettibili del consueto e dell’ordinario. Questa poetica riesce liricamente a rappresentare la bontà intensa delle opere e dei protagonisti senza dover appellarsi ad altri orpelli o abbellimenti stilistici, che potrebbero apparire ripetitivi e stucchevoli nella loro portata. Il soggetto viene, quindi, esaltato nella sua interezza, esteriore e interiore, e la sua incontenibile e irruente monumentalità plastica ci porta verso visioni non conformate. I colori, le pennellate, tante, che si ripetono in modo anche ripetitivo, le ombre, le luci e la linearità degli elementi posti all’interno della tela, rendendo l’opera tangibile e cristallina in una struttura rigorosa che si propone in un quadro prospettico sopraffino. Il corpo maschile certamente porta a far percepire la sensibilità e l’emozione che può propugnare un’opera di Walker: tutto questo è dovuto essenzialmente al precisionismo non appesantito delle sue rappresentazioni di corpi erculei che sanno collocare una sintesi perfetta, che si esplica nella concordanza degli elementi della struttura materiale del ragazzo, tra una sensazione di doloroso isolamento, vissuto anche inconsapevolmente nella vita alienante attuale, e una visione ideale di stupefacente e profonda esigenza di emancipazione.

Si nota fortemente il senso di immensità e allo stesso tempo di vuoto che arreca il panorama del contesto in cui il soggetto, o i soggetti, se diversi si comprendono nella loro palese incapacità di comunicare, pur evidentemente bramosi di contatto, si inseriscono: tutto questo denota una visione quasi metafisica dell’ambiente per meglio condurre lo sguardo dello spettatore verso scenari impercettibili ma che si dipanano dalla centralità dell’essere umano, invitandoci a formulare delle domande e a trovare delle risposte, che sono spesso soggette a essere ripensate in quanto derivanti da azioni e da sentimenti reali, che si vivono pertanto come finiti e caduchi. L’abilità artistica di Walker e la sua destrezza operata con spontaneità nel realizzare le tele ci conducono a considerare la sua produzione volgere lo sguardo oltre il realismo, in un’accezione iperrealistica.
I temi ricorrenti nelle tele sono quelli elencati dallo stesso Walker, in modo di certo non didattico e didascalico: “l’amore, l’attrazione, la speranza, la disperazione, la solitudine, la bellezza del cielo, la perfezione di un orizzonte, il potere di una persona che tocca un altro”. E sono di questi temi di cui l’autore si ciba nella produzione delle sue opere in quanto parlano di quella esistenza, incerta e precaria, vulnerabile e instabile, che lui stesso ha vissuto e vive nella sua singolarità. Ed è forse proprio per questo che respiriamo una percezione di naturalezza, franchezza, lealtà e candore autentico nelle opere da lui proposte, in quanto lui stesso afferma: “perché dovrei creare dipinti il cui contesto è altro che la verità della mia vita vissuta come omosessuale?”. In “It’s silence” possiamo, così, trovare il manifesto poetico di Walker, ossia l’arte vista come la volontà di dare “voce” alla propria vita e a quella degli altri al fine di rivendicare a gran titolo la dignità di tutti.

Nebojsa Zdravkovic: artista oltre all’impressionismo dall’intensità erotica

Avrete sicuramente negli occhi le tinte sommerse, a volte già espressive delle sensazioni che la visione di un oggetto, di un paesaggio, di un interno o di una persona può apportare comunicando attraverso essa la poetica dell’artista, di un Monet, di un Cezanne, di Degas.
Soffermarsi a guardare queste tre firme porta a una contemplazione avvincente di un movimento artistico che ha segnato le pagine della storia dell’arte moderna: l’impressionismo.
Il termine è stato coniato dal critico d’arte Louis Leroy nel definire un’esposizione Exposition Impressioniste, il cui nome venne suggerito dal titolo di un’opera di Monet, “Impression, soleil levant”.
Facciamo un parallelo e caliamoci nella nostra contemporaneità, non priva di figure notevoli nel panorama figurativo pittorico di carica e caratura omoerotica maschile.
Nebojsa Zdravkovic è nato a Belgrado nel 1959, autore serbo, che ha potuto vivere le contraddizioni esplosive e spesso tragiche di una terra afflitta da contrasti e da eterni conflitti, in cui non è assente quell’umanità e quella determinazione delle persone a riscattare sé stesse e la comunità di cui fanno parte da una storia spesso ostile e ingenerosa.
Qualcuno asseriva che “l’uomo colto é colui che sa trovare un significato bello alle cose belle”: parliamo di Oscar Wilde autore che dovette scontare pesanti conseguenze per questa sua libertà culturale e civile all’avanguardia rispetto ai suoi tempi. Possiamo dire che nei dipinti di Nebojsa Zdravkovic si percepisce quasi la forte consapevolezza narrativa e celebrativa che l’autore vuole imprimere nello sguardo attento dello spettatore, coinvolgendolo e disarmandolo difronte alla naturalezza quasi nuda della vita e di quello che questa può offrirci per apprezzarne l’intensità estetica ed erotica di soggetti visibili e percepibili. Ed è questo che rende l’autore ai confini tra un impressionismo tecnico e una liricità pittorica più complessa e superante questa categoria.
I personaggi nelle opere di Nebojsa Zdravkovic sono plastici seppure i contorni non siano marcatamente presenti. Non è, questo lato caratteristico dell’artista, segno di incertezza e di instabilità stilistica e compositiva del quadro ma, bensì, evidente capacità di padroneggiare sia l’esecuzione delle linee e delle figure sia la loro concezione, il loro concepimento.
Il pittore serbo nella sua ecletticità stilistica e contenutistica si pone fortemente al di fuori di quell’impostazione quasi educatrice e moralizzatrice tipica del realismo: non vuole ritrarre la realtà come vorrebbe che essa possa essere, magari sotto la guida di un futuro ideale da compiersi attraverso un’impostazione propedeutica della sua arte ma, bensì, vuole solamente rendere immortale quello che è destinato a decadere, fermando istanti di una quotidianità che spesso a noi sfugge. L’opera artistica è sufficiente a sé stessa per comunicare con lo spettatore, non necessita di altri supporti o finzioni metaforiche: e questo dato è presente in modo vivo nella sensualità dei corpi raffigurati.
Una pazzia direbbe un suo collega, seppure fotografo, Doysneau, ma questo parallelismo rende Nebojsa Zdravkovic quasi fotografo della realtà pur dimostrando di saper esprimere una poeticità tutta attenta a trarre beneficio dalla propria capacità di calibrare le infinite tonalità di colore, facendole cadere sulle forme sinuose e statuarie dei soggetti, quasi tutti maschili essendo pittore di arte omoerotica maschile, abbandonati nella propria fisicità, rapiti nella propria corporeità. I soggetti diventano i principali significati significanti di una centralità materiale palpabile e allo stesso tempo permeabile dallo sguardo introspettivo del visitatore.
Il colore è utilizzato in modo brillante, i contesti scenografici non ci stupiscono né ci immergono violentemente in dimensioni oniriche, mantenendoci nell’indeterminatezza finita o nell’infinita determinazione di una visione a noi familiare ma che si pone come lirica profonda. L’ambiente è quasi funzionale a risaltare la soggettività ritrattistica energica e discreta quasi incantevole dei giovani ragazzi protagonisti delle tele.
La sensualità è una delle sensazioni che traspare nell’ammirare uno dei tanti suoi ragazzi mentre guarda dalla finestra, volgendo a noi la propria schiena nerboruta e non fintamente muscolosa e il collo dalla monumentalità florida, voltato con disinibizione e disinvoltura, illuminato dalla luce che penetra, a volte timidamente, a volte in modo più diretto ma mai violento e invadente, la stanza e il suo stesso animo con una delicatezza tipica di una ricerca attenta e non eterodiretta della complessità umana, materiale e comportamentale. La nudità dei ragazzi di Nebojsa Zdravkovic
è semplice ed è in questa semplicità che si evidenzia l’immediatezza esaltante delle sue forme, come nel ragazzo sdraiato su una sedia in un soggiorno dalle tinte primaverili ma molto offuscate data l’esigenza di amalgamare perfettamente le diverse tonalità dei colori, rendendo la contemplazione del giovane il motore e il perno poetico dell’opera.
È quasi reale, sembrando una vera fotografia illustrata ed elaborata, il quadro che raffigura un ragazzo seduto o quello che vede il soggetto maschile sdraiato difronte con la sua possenza e monumentalità all’occhio del ritrattista, sempre con il distintivo sguardo riflessivo e rilassato, tale da rendere l’immagine spontanea, affascinante, intima e diretta, drasticamente semplice. Come ogni autore di influenza impressionista, Nebojsa Zdravkovic realizza le sue opere sul momento, “en plein air”, riprendendo quasi come un obiettivo fotografico la realtà nelle sue componenti e rielaborandola nella sua totalità, dando quel tocco estetico artigianale e manufatto dalla forte dinamicità.
Si parla delle sue opere come di messaggi artistici di una sensualità innocente, curiosa, mai maliziosa, non invasiva ma molto penetrante, in pose che sono innocentemente reali, senza orpelli barocchi che trascendano in composizioni stucchevoli ed esasperanti.
Nebojsa Zdravkovic si appropria del colore, del gioco magico quanto vivo e verisimile di luci e ombre. Le sue opere non accecano ma ti conducono in un’esplorazione erotica e sensuale dei soggetti maschili rappresentati, espressivi quanto originali per la loro sorprendente mobilità. È il continuo divenire della figura che fa sempre presupporre la non staticità del rappresentato, dando un’anima al ragazzo immortalato e dipinto, umana espressione dirompente tanto quanto essenziale. I colori sono sempre energici e infiniti nella loro gamma e nel loro alternarsi: ed è qui che il personaggio diventa percepibile pur mantenendo la delicatezza dei contorni mai prevalenti.
La volontà poetica dell’artista è riprendere i corpi nel loro movimento con un’attenta percezione dell’anatomia dei corpi sinuosi e giovani, freschi e guizzanti nella loro struttura muscolare.
La scelta di utilizzare colori energici, puri, mai diluiti e scemanti in qualche tinta più tenue ma, bensì, contrastanti e drasticamente susseguenti, a volte accostati nella propria complementarietà, ombre luminescenti, porta a creare quegli effetti ottici e visivi coinvolgenti e intriganti dando una maggiore carnalità, allo stesso tempo spirituale, degli avvenenti giovani rappresentati dalla pelle vellutata, dalle forme equilibrate, dallo sguardo virile e bambinesco, quasi innocente.
I contrasti cromatici e luminescenti si avvistano anche nei corpi narrati, negli atteggiamenti e nelle movenze delicate, ma energiche, dei protagonisti maschili nei villaggi artistici prima che iperrealistici di Zdravkovic.
I nostri desideri diventano presenti e si propongono in una tela nella visione diretta e percepibile delle nostre sensazioni che si traggono dall’emozione che può suggerire la schietta, candida ma non disincantata, semplicità carnale, poetica ed estrinseca, dei ragazzi ripresi.
Nebojsa Zdravkovic è un artista eclettico a tuttotondo e ama inventare le forme, già presenti, traendole dalla realtà, nella loro intensità e nella loro modellabilità. Ha studiato nelle migliori scuole d’arte e si è laureato con un master, vincendo una borsa di studio post lauream in Spagna, a Madrid. La sua abilità poetica e figurativa non è dovuta semplicemente al suo percorso formativo, certamente completo e conseguente, ma da un’innata ricerca mai soddisfatta e da un inesauribile desiderio di catturare le parti essenziali e maggiormente incisive dell’immagine maschile umana. Le sue figure diventano sculture trasparenti e astratte da un contesto, prevalendo su questo ultimo, quasi come fossero bassorilievi mentali e immaginifici. L’ambiente si struttura attorno alla figura in movimento. Ed è questo che rende l’artista serbo padrone della propria arte e della propria pittura, ponendolo tra le figure più rilevanti internazionali di arte omoerotica maschile della nostra contemporaneità e post modernità.

Muybridge: il nudo maschile è precursore dell’arte cinetica

Parlare di fotografia di nudo maschile nella conservatrice e perbenista America di fine ottocento risulta alquanto difficile in quanto molto spesso la stessa attività veniva compromessa e fortemente taciuta e repressa. Ricordiamo che solo fino alla conclusione degli anni 60 le retate nei locali newyorkesi, dove avevano spazio spettacoli ed esibizioni artistiche, dalla draguerie al travestitismo giocoso, proseguivano imperterrite per mano di una pubblica sicurezza molto attenta all’ordine morale più che a quello legalitario. In questo contesto si inserisce l’attività di Eadweard Muybridge, noto fotografo inglese naturalizzato statunitense per, poi, ritornare nella sua madre patria nel 1894, dove morì a Kingston sul Tamigi.

Le rive del grande fiume britannico hanno dato l’addio a uno dei geni dell’arte visiva contemporanea, tanto da attribuirgli il titolo di precursore della biomeccanica e della meccanica degli atleti. Ricorderei il videoclip, che potrei assurgere a opera videoartistica, del famoso brano degli U2, “Lemon”, per testimoniare il riflusso ancora attuale della poetica del fotografo inglese: una sequenza di immagini di ragazzi e di uomini, ovviamente presi nella nostra contemporaneità, si sussegue incessantemente creando una sensazione quasi ipnotica. L’idea è presa dalle opere di Muybridge il quale immortalò la corsa di un cavallo in tutte le sue fasi, “The Horse in motion”, su commissione di Leland Stanford, fondatore dell’omonima università e magnate delle ferrovie, in quanto si era dato inizio a uno studio sulle posizioni del cavallo in corsa. Si smentì, pertanto, l’idea della maggior parte dei pittori precedenti che il cavallo avesse un momento in cui tutte e quatro le zampe rimanessero sollevate.

Tale risultato, che suscitò scalpore, si ottenne grazie il procedimento artistico dell’artista che possiamo definire “osservazione anatomica”, realizzato apponendo dodici, poi ventiquattro, batterie di macchine fotografiche in successione l’una con l’altra lungo il percorso tracciato dal cavallo in corsa. L’animale nel suo tragitto a ogni cavalcata scatta autonomamente un fotogramma. Il susseguirsi delle immagini dava, così, se fatte avvicendare a una certa velocità, l’impressione che si muovessero, tanto da individuare una prima forma di sequenze, elementi basilari della produzione cinematografica. Muybridge era omosessuale? La sua carriera si interruppe quando nel 1874 scopre che la moglie ha come amante l’allora sindaco di San Francisco, Harry Larkyns, uccidendo questi e ottenendo un forte sconto di pena dopo il processo. Questo dato non smentisce l’ipotesi che il fotografo avesse forti attrazioni omoerotiche soprattutto se si vedono anche la passione e la dedizione particolare investite nel ritrarre, sempre con la stessa tecnica, la cronofotografia, la perfetta sequenza dei movimenti fisici.

Corpi maschili nell’atto di lottare, di trasportare materiali, di salire una scala, di mangiare o di bere, si susseguono incessantemente, dando dinamicità a figure imponenti che rivelano una possenza monumentale e una virilità estetica molto incisive.

Emozioni si percepiscono in quella che può essere l’arte del precursore della biomeccanica soprattutto nella realizzazione del Zoopraxiscopio, strumento simile allo Zoetropio, che permise di fare vedere la dinamica di figure di atleti aitanti immortalati a un pubblico fatto da più persone.

Lo studio della fotografia di nudo è magistrale anche nelle sue forme statiche visive, luci modulate sulle forme sinuose di statuari ragazzi presi in pose e in situazioni quotidiane, esempio ne è l’allenamento sportivo, dove l’energia vitale e la disinibizione del movimento diventano parti integranti di una struttura artistica quasi contemplativa ma non fine a sé stessa, in quanto condotta con intento scientifico e di analisi.

La richiesta da parte di un pubblico di fotografie di nudo maschile si definì più marcatamente dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, seppure già ai tempi di Muybridge grande attenzione di pubblico veniva riversata riguardo molti lavori che evidenziavano la passione tutta figurativa maschile. Queste opere venivano tollerate nel clima moralista solamente solamente se giustificabili in quanto rappresentative di contesti sociali e categorie specifiche e popolari, quali, per esempio, la ripresa di attività sportive. Il valore estetico dell’opera di Muybridge è incommensurabile e geniale, essendo la prima produzione volta anche a studiare e analizzare l’anatomia nelle successioni temporali di una cinetica corporale. Il nudo maschile aveva dei predecessori in Europa, ricordiamo Von Gloeden, di poco precedenti all’artista inglese, ma la sua attività aprì la strada ad altri personaggi di calibro e di rilievo, quale Thomas Eakins, suo maggiore “erede”.

La poetica dei predecessori e dei contemporanei di Muybridge era indirizzata all’interesse estetico di immortalare giovani ragazzi in pose angeliche e molto ieratiche. Poetica è questa antitetica alla scelta dell’artista inglese di voler sdoganare un’esaltazione della stuatuarietà dell’uomo in situazioni di tensione fisica e muscolare quasi plastica, reale, quasi palpabile e tangibile. Lottatori e sollevatori di peso erano i soggetti principali delle diverse cartoline di cui faceva incetta un pubblico attento e attratto dal corpo maschile virile e adulto rispetto quello adolescenziale, spesso dai contorni efebici e molto delicati, con una certa dose di muliebrità. Teatri e circhi erano i luoghi di mercificazione di fotografie di giocatori circensi o saltimbanco massicci quanto scultorei e imponenti, quasi grotteschi a una prima visione, ma monumentali nella loro particolare puntualità descrittiva.

Muybridge nella scelta dei soggetti è pioniere di un’arte fortemente influente nel periodo a lui successivo, attribuendogli, così, un posto di rilievo insostituibile nella storia della fotografia di nudo maschile e della cultura omosessuale moderna e contemporanea.

E’ importante sottolineare l’evoluzione di un’arte nata dalla creatività e inventiva fervida di un libraio ed editore, quale Muybridge era prima di intraprendere questa professione, che ha visto procedere dalle foto del Parco Nazionale di Yosemite e di San Francisco, sotto lo pseudonimo di “Helios”, fino a giungere all’esaltazione sensuale della muscolarità maschile.

Paul Valery dirà a proposito dell’opera “The horse in motion”: “le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo”.
Tutto questo può trasporsi anche nello studio dell’anatomia degli atleti dove le successioni di fotogrammi di momenti particolari e precisi del movimento fisico dettano uno studio scientifico senza precedenti. Successivi pittori si basarono, così, per non incorrere in errori di approssimazione dei loro predecessori, sulle opere di Muybridge per rappresentare in strabilianti quadri giovani aitanti sempiterni.

È quasi naturale e conseguente fare un parallelismo tra Muybridge e Warhol sia per il contesto in cui entrambi gli artisti operano, la foto di nudo maschile vedeva un ostracismo nell’America della fine del XIX° secolo tanto quanto l’attività performativa, videoartistica e coreografica prodotta nell’intramontabile Factory a fine anni ’60; sia per il contenuto e la procedura poetica che i due geni delle arti visive hanno saputo esprimere. Entrambe, infatti, propongono piccoli frammenti continui e in perfetta successione temporale al fine di dare all’immagine la rilevanza unica e centralità singolare nell’opera d’arte, magari riproponendola con una certa ossessione estetica piacevole e mai stucchevole.

La domenica al museo 2: il rogo di von Hohenberg.

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Miniatura da manoscritto raffigurante il cavaliere von Hohenberg e il suo scudiero mentre vengono arsi vivi fuori dalle mura di Zurigo, perché legati da una relazione omosessuale, l’anno di grazia 1482 (Zurigo, Biblioteca Centrale). La pagina appartiene alla cosiddetta Spiezer Schilling, una delle cronache scritte da Diebold Schilling da Berna il vecchio.

Giusto per ricordare a tutti che tanto NOI ci siamo sempre stati, ci siamo sempre amati e che anche se ci si è perseguitati in ogni modo siam qui ancora…

Visita la biblioteca centrale di Zurigo, clikka qui!

La domenica al museo 1: La tomba del tuffatore di Paestum

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L’immagine raffigura due amanti durante un banchetto, e proviene dalla “Tomba del tuffatore”, trovata nel 1968, conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Paestum e datata attorno al 480 a.C.

Sulle quattro lastre che formano le pareti della tomba sono rappresentate scene di banchetto e personaggi in cammino. Il coperchio raffigura un tuffatore in pieno volo. I personaggi dei banchetti, a gruppi di due, sono presentati mentre suonano, gareggiano al cottabo, parlano, amoreggiano.

Prima visita al museo per i bigottoni ignoranti. Giusto per ricordare a tutti che tanto NOI ci siamo sempre stati ed amati… 😉

Visita Paestum, clikka qui!

Il messaggio della buona domenica: arte sacra contemporanea


Filippo Panseca espone a Savona e fa comprensibilmente scandalo. Non sono opere di buon gusto quelle che vanno a costituire una sorta di Pantheon pagano e contemporaneo. Ve le proponiamo con un simpatico sguardo divertito. Un sorriso e un raggio di sole in questa domenica di nuvole. Ora sapete a chi rivolgervi per ogni tipo di grazia.

(fonte: Il secolo XIX)
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