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Prossimi appuntamenti

Dopo l’assemblea del 5 maggio, siamo pronti a ripartire. Ecco i prossimi appuntamenti:

12 maggio, ore 19.15, Via Soperga 36, presso la sede de “Il Guado”:
“Poliamore e altre affettività non normative”.
https://www.facebook.com/events/122124815009120/

18 maggio, dalle ore 21:00 alle ore 23:00, Via Soperga 36, presso la sede de “Il Guado”

“Transgenerità: cultura e autocoscienza”

https://www.facebook.com/events/1225006957608377/?fref=ts

19 maggio, ore 18.30, Libreria Antigone di Via Kramer 20:
Mario Artiaco presenta Io, Lauro e le rose.
https://www.facebook.com/events/1419245228133394/

28 maggio, dalle 18.00 alle 20.00: dibattito e aperitivo col gruppo scout 9 di CNGEI Milano.
Il Milk incontra: dialogo con gli scout sul tema dell’identità di genere.

29 maggio, 
ore 19.30, Tempio d’Oro, Via delle Leghe 23: 
aperitivo di socializzazione rivolto alle persone pansessuali, bisessuali e friendly.
 
A presto!

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Bisessualità e pansessualità for dummies

Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” di Milano, quest’anno, ha collaborato con altre realtà: il Gruppo Donna di Arcigay Milano, il blog Bproud.it, il collettivo universitario GayStatale. L’occasione è stata la Giornata per la visibilità bisessuale, istituita nel 1999 e fissata al 23 settembre, data della morte di Sigmund Freud (1856-1939): padre della psicanalisi e – soprattutto – scopritore dell’orientamento bisessuale nella specie umana.


Il 25 settembre 2016, due giorni dopo la suddetta data, l’incontro fra il Milk e le altre realtà menzionate si è tenuto presso la sede di Arcigay Milano, in via Bezzecca 3. L’organizzazione era stata curata soprattutto da Ilenia e Virginia. Alle ore 18:30, è cominciata l’accoglienza dei partecipanti; alle 20:00, ha avuto inizio l’evento vero e proprio.
L’esordio ha visto l’enunciazione della definizione di “bisessualità”: “attrazione fisica e/o romantica sia verso persone di genere maschile che verso persone di genere femminile”. La pansessualità è una sorta di estensione di questo orientamento che comprende anche persone “gender not conforming”. La serata è proseguita dando spazio alle testimonianze personali dei presenti.

Francesca, una delle due blogger di Bproud.it, ha raccontato la propria lenta e difficile scoperta di sé: dalle prime attrazioni per donne, che lei considerò “temporanee”, al matrimonio con un uomo, alla relazione con l’attuale compagna Silvia. Essere consapevole che, comunque, anche gli uomini continuavano a piacerle la mandò in crisi di identità: pensava di “dover scegliere”. Poi, grazia soprattutto a fonti straniere, scoprì l’esistenza della bisessualità. Il blog suo e di Silvia vuole proprio rispondere alla carenza di informazione sul tema in Italia.
Martina, socia del Milk, ha gradualmente scoperto di essere bisessuale fin da adolescente, perché attratta dalle proprie amiche. La sua difficoltà principale è stata distinguere fra un’amicizia femminile intensa e un vero desiderio passionale. La sua attrazione verso le persone transgender è una scoperta recente. Mentre la sua bisessualità non le ha mai creato problemi di accettazione o senso di inadeguatezza, il suo coming out come pansessuale ha generato reazioni di disgusto fra gli etero (“Vai coi trans?!”) e di diffidenza in altri (il solito “Sei confusa, devi deciderti”). Reazioni che l’hanno spinta sempre più verso l’attivismo LGBT.
Davide (membro del Milk) ha cominciato, anni fa, a praticare associazionismo in Arcigay come “etero friendly”. L’esperienza come attivista, però, l’ha portato a provare emozioni nuove, che gli hanno fatto ripensare il proprio orientamento sessuale. Ora, si dichiara “non binario” e afferma che i suoi sentimenti vanno al di là del sesso e del genere.
Virginia (Arcigay Milano – Gruppo Donna) è passata più volte dal dirsi “sono molto etero” al “sono molto lesbica”, prima di comprendersi meglio. Confrontandosi con ragazze lesbiche, si è resa conto che loro erano attratte dalle donne per via della loro femminilità, mentre quest’ultima, per lei, non era così rilevante. Lo stesso valeva nei confronti degli uomini. Si è innamorata di un ragazzo, che ha scoperto essere crossdresser. Da allora, Virginia ha cominciato a informarsi sulle sfumature di orientamento sessuale e identità di genere, fino a scoprire l’esistenza della pansessualità: l’attrazione per la persona, non per il sesso.
Ilenia (Arcigay Milano – Gruppo Donna) ha avuto a 27 anni la certezza di essere bisessuale, dopo averlo ipotizzato a lungo. La cosa non l’ha sconvolta. In famiglia, ha cominciato a fare coming out in modo “filtrato”, attraverso l’umorismo e le notizie al telegiornale. Fino a dichiarare: «Non mi innamoro in base al genere». Dato che, ora, sta con un ragazzo, la cosa più difficile è far capire ai genitori che non è “ritornata etero”…
Leonardo (Milk e GayStatale), fin dall’adolescenza, è attratto dal maschile in ogni sua sfumatura. La sua prima notizia dell’esistenza della bisessualità è venuta da un programma di Alda D’Eusanio, con un’impronta marcatamente morbosa e superficiale. Nel mondo maschile, ha trovato un po’ di reticenza, oltre alla pretesa che lui “si decidesse”. Finché, spinto dalla propria combattività, ha dichiarato: «Se la strada per fare militanza è questa, ebbene, IO SONO GAY!!!» Ciò ha comportato, da parte sua, una certa riluttanza ad ammettere la propria attrazione anche per le ragazze (vista come un “recedere” dal cammino fatto). Si è dichiarato bisessuale dopo un attento lavoro su se stesso, ricevendo però attacchi anche da attivisti, per il carattere “controverso” del suo orientamento.
Ciò ha spostato il discorso sulla bifobia: i pregiudizi negativi e le paure che ancora oggi la bisessualità può suscitare. Francesca ha messo in luce il fatto che molte lesbiche siano sicure che una bisessuale le tradirebbe, o che pretenderebbe di legarsi sia a un uomo che a una donna. Virginia ha riferito della propria bifobia interiorizzata iniziale (“Mi devo decidere”) e della malizia di chi la considerava – in quanto pansessuale – necessariamente promiscua. Per Leonardo, come si è visto, è stato necessario un secondo coming out. Per non parlare del famoso cliché “È solo una fase, una curiosità…”, sottolineato da Ilenia. Francesca ha riferito anche di momenti divertenti, regalati da etero: «Quando ho detto che stavo con una donna, X mi ha domandato: “Ah, ma… allora, sei una bisessuale NON PRATICANTE?» «Quando hanno saputo che la mia compagna era bisex, mi è stato detto: “Vedrai che ti lascerà…» ha riferito la sua ragazza, Silvia. Martina ha subito episodi di bifobia solo quando si è data all’attivismo; per il resto, ha dovuto incontrare i pregiudizi che dipingono la pansessualità come qualcosa di perverso e morboso. Attualmente, ha un* ragazz* crossdresser e genderfluid, cosa che ha portato qualcuno a disconoscere sia l’orientamento di lei (“Allora, sei etero!”), sia l’identità di genere del partner (“Beh, ma è praticamente un uomo!”).
La conclusione dell’incontro è approdata a un punto: per bisessuali e pansessuali, è arrivato il momento di aprirsi al mondo e creare una rete per ampliare le voci all’interno del mondo LGBT, in modo che i più giovani non debbano fare così tanta fatica a comprendere se stessi.

Video della serata: https://www.youtube.com/watch?v=2QD0mG_051k

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

“Teorema”: la bisessualità come carattere divino

Teorema è il romanzo che Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Ostia, 1975) scrisse nel 1968, mentre stava girando l’omonimo film. Il titolo deriva dal greco θεωρέω, “guardare”. “Teorema” è, letteralmente, un oggetto di osservazione, fisica o intellettuale. Il collegamento con le sensazioni visive è stabilito dall’autore stesso, nella quarta di copertina della prima edizione (Garzanti, Milano 1968): “Teorema è nato, come su fondo oro, dipinto con la mano destra, mentre con la mano sinistra lavoravo ad affrescare una grande parete (il film omonimo)”. Nella stessa sede, Pasolini rivela che il primo progetto dell’opera era in versi. Il rapporto tra libro e film è d’interazione: dal racconto è stata tratta la pellicola, ma le vicende della regia hanno influito sulla trama. Fatto sta che Teorema è un romanzo – si può dire – dal taglio intrinsecamente cinematografico. È una successione di scene (un “teorema”, appunto) narrate al presente, da un punto di vista esterno. I titoli di diversi capitoli (Dati; Altri dati; Fine dell’enunciazione; Corollario…) rimandano all’altro significato di “teorema”: ordinata dimostrazione logica. Ma essa si applica all’oggetto meno matematico e meno visibile che esista: la passione amorosa.
Il teatro scelto è alquanto insolito, per le opere pasoliniane: una famiglia benestante di Milano, “piccolo borghese in senso ideologico” (cap. 1, Dati). Il padre, Paolo, è un industriale. Pietro, il figlio maggiore, è un goffo e timido liceale. Odetta, sua sorella, è “dolcissima e inquietante […] con una fronte che sembra una scatolina piena di intelligenza dolorosa…” (cap. 3, Altri dati (II)). Lucia, la madre, è una donna elegante e annoiata. Della casa si occupa la domestica Emilia. In epigrafe a questo scenario, viene posta la citazione apparentemente meno adatta: “Dio fece quindi piegare il popolo per la via del deserto” (Esodo 13, 18).
“Dio” è un giovane misterioso, che arriva come ospite. Non è precisata la ragione; l’unica cosa che conta è che la famiglia l’attende. Più che una persona in carne ed ossa, è una manifestazione numinosa. È l’epifania di un’esperienza comune a diversi tempi e luoghi: l’emergere dell’Eros. Egli è portatore del “sesso sacro” (cap. 7), di un corpo che è “potenza rivelatrice” (cap. 8). Ciò che viene rivelato è l’essenza profonda delle persone. In ognuno di loro cova una forma di “diversità”, che consiste nell’aspirazione a un amore impossibile. Dell’originario progetto in versi, rimangono i monologhi poetici che svelano il nocciolo dell’enigma: il desiderio incestuoso. L’ospite fa emergere questo segreto alla coscienza dei personaggi, seducendoli uno per uno. Non importa che siano maschi o femmine: il suo è “il sesso degli angeli”. Essendo un nume, ha – come gli antichi dèi – la capacità d’assumere ogni forma e identificarsi con l’oggetto dei desideri di ciascuno.

“Forse […] chi ti ha amato deve
(come del resto ogni uomo – che non lo sa)
poter riconoscere a tutti i costi la vita,
in ogni momento? Riconoscerla, e non soltanto
conoscerla, o soltanto viverla?”
(“La distruzione dell’idea di sé”, monologo di Paolo)

Ai padroni di casa, l’ospite comunica unicamente col proprio corpo. Le sue parole sono rivelate solo alla domestica Emilia, che è stata anche la prima a riconoscere la forza di Eros. Questo monologo s’intitola, significativamente, “Complicità tra il sottoproletariato e Dio”:

“Tu sarai l’unica a sapere, quando sarò partito,
che non tornerò mai più, e mi cercherai
dove dovrai cercarmi…

Il “popolo”, condotto nel “deserto” del tabù ormai cosciente, finirà – in parte – per disperdere la straordinaria rivelazione dell’Eros. Odetta reagirà alla propria “diversità” chiudendosi in un guscio ancora più impenetrabile. Lucia ricorrerà a squallide avventure, col rimpianto di quel “sacro” irrecuperabile. Pietro diventerà un artista “d’avanguardia”, incapace di ritrarre il “divino” che si porta dentro. Paolo rinuncia a tutto ciò che aveva costruito la sua posizione sociale. Con una spoliazione francescana, dona la propria fabbrica agli operai. Un giornalista tenta di indagare sul gesto con il linguaggio della lotta di classe, scoprendolo incapace di dare risposte.
Come preannunciato, solo Emilia fa fruttificare l’esperienza del sesso sacro. Non tenta di ricostruirla artificialmente. Torna alla campagna natia, dove compie miracoli da leggenda agiografica. Le sue lacrime d’amore si trasformano in una sorgente taumaturgica.
Il romanzo si chiude sull’urlo di Paolo, che cammina scalzo attraverso la nuda essenza della realtà – il “deserto”.

“Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine.”

Pier Paolo Pasolini, Teorema, prefazione di Attilio Bertolucci, Milano 2015, edizione speciale per il Corriere della Sera, “Le opere di Pier Paolo Pasolini – Vol. 8.

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

“Bisessualità & Pansessualità” alla Casa dei Diritti di Milano

Una riflessione su sessualità, desideri e affettività in una prospettiva non binaria

In occasione della Pride Week 2016, il circolo culturale TGBL “Harvey Milk” promuove un evento dal titolo: “Bisessualità e Pansessualità: una riflessione su sessualità, desideri e affettività in una prospettiva non binaria”.

La conferenza si terrà il giorno 21 giugno dalle ore 19.00 alle 21.00 presso la Casa dei Diritti del Comune di Milano ed intende creare all’interno della settimana del Pride uno spazio dedicato alla bisessualità e all’approfondimento della sua visione più ampia: la pansessualità.

Parteciperanno, in qualità di relatori, alcuni attivisti e teorici del “Milk”: dopo l’introduzione -tenuta dal presidente del circolo, Nathan Bonnì- seguirà l’intervento di Davide Amato, che tratterà alcune tematiche di fondamentale importanza per la comunità bisessuale, quali la bifobia, il coming out e l’attivismo; infine, Martina Manfrin e Monica Romano illustreranno al pubblico quanto sia necessario uscire da una logica binaria dei sessi e dei generi e in che modo le relazioni affettive possano andare oltre tale classificazione.

Convinti che l’aspetto didattico sia tutt’altro che secondario, gli organizzatori daranno particolare importanza alle domande del pubblico ed offriranno spunti per sviluppare nuove strategie di crescita politica, culturale, sociale che contrastino le discriminazioni presenti ancor oggi nei vari contesti del quotidiano.

L’ingresso sarà libero e gratuito; troverete maggiori dettagli nella pagina Facebook riservata all’evento:

https://www.facebook.com/events/1275784742463566/

Vi aspettiamo!

Gli organizzatori,

Davide Amato

Martina Manfrin

Monica Romano

Nathan Bonnì

Bisessualità e coming out

Rinviamo al link del video che riprende l’incontro “Bisessualità e coming out”:

Bisessualità e Coming out

Circolo culturale TBGL Harvey Milk (Presso la sede del Guado) – Via Soperga 36, Milano
Domenica 20 Marzo – Ore 19:00

Quanto conta il coming out della bisessualità dentro la propria vita? Come si può cominciare a farlo? Quali maggiori difficoltà si incontrano oggi rispetto alla visibilità di persone dichiaratamente omosessuali? Può rivelarsi un potente strumento per raggiungere maggiori possibilità di consapevolezza sia verso sé stessi che contro la bifobia? Restituisce maggiore armonia in famiglia sul lungo periodo? Quali effetti produce dentro il quotidiano di una persona? Viversi pienamente e in modo visibile può aiutare a prevenire lo stigma sociale dei vari contesti in cui siamo? E’ considerato un significativo punto di forza all’interno dell’attivismo LGBT?

Queste saranno infatti le domande cruciali alle quali si tenterà di dare una risposta, ciò verrà fatto tenendo conto del pressante grado di ostilità che ancora risiede in questo paese quando una qualunque persona inizia a sentirsi potenzialmente attratta verso più di un sesso e/o genere. Oltretutto tali interrogativi molto spesso emergono quando le persone, portatrici della loro diversità, si ritrovano da sole a dover affrontare continue discriminazioni, rifiuti, emarginazioni, abbandoni o derisioni dentro determinate realtà che dovrebbe invece fungere da via maestra o da supporto per la loro serenità e formazione. Inoltre è ormai evidente come l’orientamento sessuale di una persona, in questo caso la bisessualità, stia assumendo sempre di più una importanza decisiva e determinante, proprio per la libera scoperta dei propri sentimenti e della propria affettività non binaria, all’interno di artificiose norme precostituite e imposte dall’esterno. Attraverso l’analisi multidirezionale, storico-culturale e politico-sociale di presente e passato, tali fenomeni meritano una approfondita riflessione soprattutto per l’importanza che essi ricoprono se collocati all’interno della società attuale.

Interventi e relatori:

– Massimiliano Carta (attivista MigraBo LGBT)

– Raffaele Yona Ladu e Luigia Sasso (attivisti LGBT, fondatori dell’associazione Lieviti di Verona, responsabili dello sportello.bisessuale su Skype)

– Davide Amato (attivista Milk Milano LGBT e responsabile del “Progetto Bisessualità”)

Bifobia: la scomoda e taciuta verità (Seconda parte)

clicca qui se non hai letto la prima parte

Il quesito si rende ancora più interessante se rapportato all’ormai assodata e solida conoscenza scientifica dell’orientamento sessuale, visto come un continuum oscillatorio di variazioni, all’interno del quale una certa parte di popolazione si rispecchia naturalmente e cerca di adattare sé stessa ed i propri affetti tenendo pure conto dei climi di contraria interferenza, dati da vari contesti, e dei difficili momenti della vita. Di conseguenza viene pure facile dedurre come: “quanto più saranno alti e frequenti i gradi di continua emarginalizzazione familiare, scolastica, comunitaria e di stigma sociale, tanto più la persona, che tenta faticosamente di riscoprire la propria bisessualità, inizierà con il tempo ad autoconvincersi di essere stata lasciata completamente sola ad affrontare il proprio futuro e di dover così imparare a sopravvivere senza punti concreti di supporto e di riferimento”.
La stessa dinamica possiamo riconoscerla in altri periodi storici dove il tutto avveniva a sfavore di uomini e donne apertamente omosessuali, solo che invece di aver assimilato pienamente tali esperienze, proprio per imparare ad aiutare civilmente le persone più disagiate, oggi si utilizza queste per riprodurre inconsciamente gli effetti delle medesime fobie interiorizzate verso altri orientamenti sessuali.
Successivamente si può riscontrare come persone, sempre non bisex e quindi dichiaratamente omo, stilino una precisa caratteristica di “bisex immaturi” secondo la quale vengono identificate come tali tutte le persone che, non avendo ancora avuto una relazione con un “maschio” per svariate motivazioni, si troverebbero quindi dentro una fase possibilistica destinata a concludersi dopo la priva vera storia con un uomo. E’ ovvio come dovendo tralasciare per un attimo le evidenti e leggibili considerazioni di puro risentimento emotivo, quindi lungi dall’essere obbiettivamente serie, si riscontri invece il tentativo indiretto di voler imporre delle direttive su come una persona, riscopertasi da sé bisessuale, dovrebbe necessariamente relazionarsi per potersi poi ritenere degna di far parte della nuova norma dominante. Il tutto ovviamente si svolge dentro l’erronea convinzione di trovarsi di fronte a una persona, considerata confusa a priori e senza aver minimamente provato ad ascoltata, e essendo totalmente ignari del fatto che oltre a minare la sua libertà di espressione, con continue esternazioni prive di senso, l’orientamento sessuale e la sua riscoperta si manifestano sempre in tempi e modalità differenti proprio a seconda della persona in quanto tale o dal tipo di accoglienza che essa riceve dentro gli ambienti sociali frequentati.
Altre idee abbastanza interessanti si possono infine individuare dentro la definizione di “bisex dissociati” riferita, sempre da persone solo omo, a tutte le altre di sesso biologico maschile che, pur restando all’interno di relazioni o matrimoni etero di copertura, non sono apertamente dichiarate e dicono di vedere il rapporto sessuale con un maschio solo come una semplice e passeggera trasgressione. Con tale punto inizialmente si potrebbe pure rimanere concordi in parte, peccato se non fosse per il puro fatto che oggi parlare con assoluta certezza in questi casi di bisessualità, senza conoscere adeguatamente ogni singola situazione, sarebbe davvero un enorme passo falso. E in effetti non è necessariamente detto che tali persone siano proprio bisessuali, questo in quanto le questioni “matrimoni riparatori” o “relazioni etero di copertura” riguardano in realtà un campo molto più vasto di persone indipendentemente dalla libera esplorazione del loro orientamento. Ciò accade in quanto ancora oggi purtroppo, soprattutto in contesti come il Sud Italia o province dell’estremo Nord, l’educazione maggioritaria prevede che l’unica forma validante della propria identità sessuale rimanga solo la relazione etero-normativa formata da un uomo e una donna. Da ciò consegue che qualunque variante di essa, o tentavi di manifestarsi diverso da essa, venga automaticamente vista come una minaccia e spesso soppressa con azioni fisiche o psicologiche abbastanza devastanti.
Dovendo concludere è evidente come bisognerà prendere atto di trovarsi di fronte alla necessità di dover iniziare a cooperare seriamente insieme, di abbandonare assurde logiche di contrapposizione o di protagonismo, di esaltazione dei propri anni di attivismo, e creare un ambiente dove ogni diversità umana possa finalmente vivere spettandosi civilmente con tutte le altre e senza vedersi ogni volta vincolati a doversi difendere per il semplice fatto di poter essere sé stessi.

Testo di Davide Amato

Bifobia: la scomoda e taciuta verità (Prima parte)

Da ormai vario tempo e sin dal passato si sente sempre parlare di un ennesimo e macabro aborto irrazionale, sotto-prodotto della mente umana, che alberga arcaicamente incontrastato e silente sia dentro una certa parte ristretta di una più ampia comunità Italiana formata da persone dichiaratamente gay o lesbiche, alcune impegnate all’interno dell’attivismo di militanza, sia dentro una eletta pseudo maggioranza eterosessuale intenta a rivendicare ogni genere di ostilità verso qualunque altro tipo di orientamento sessuale o identità di genere. Autoproclamatesi entrambe portatrici di uniche e inviolabili idee artificialmente costruite, di normatività e normalità della sessualità umana, queste realtà stanno tentando, con pericolosa ingenuità, di veicolare dannosi messaggi di pregiudizio e discriminazione verso un’altra mirata categoria di persone dichiaratesi potenzialmente attratte verso più di un sesso e/o genere. Tale azione cela e maschera una amara verità tenuta spesso sotto la coltre del silenzio più cieco: stiamo infatti parlando dell’ormai evidente fenomeno della Bifobia.
Esso origina e si sviluppa con caratteristiche praticamente quasi uguali e della medesima intensità, se non a tratti peggiore, di altre forme perverse di irrazionalità quali l’omofobia sia socio-culturale che interiorizzata. Interessante poi osservare come questi appaia con in più la particolarità aggravante di riferirsi specificamente ad una medesima riproduzione ciclica delle manifestazioni di ostilità e forme di disgusto che prima si incentravano solo ed esclusivamente verso le iniziali espressioni, in epoche storiche, dell’omosessualità o di alcune minoranze etniche.
Oltre alla sua forma principale le altre molteplici cause di esso sono da ricercare dentro una disinformazione generalizzata riguardo la bisessualità in senso ampio, scarsissima conoscenza se non per immaginari stereotipati già preesistenti e autoalimentati verso le persone bisessuali, una insistente confusione concettuale fra persone coinvolte in relazioni clandestine o doppie vite occulte e altre invece dichiaratamente visibili con rapporti apertamente ufficializzati, forme di misoginia maschilista prima introiettata e poi riversata specificamente a persone bisessuali di sesso biologico femminile e/o transgender e transessuali, patologizzazione e medicalizzazione verso persone intente a riscoprirsi attratte affettivamente da più di un sesso e/o genere, casi di abbandono e isolamento sin dall’adolescenza di persone che cercano di parlare apertamente della loro diversità con coetanei in ambienti sociali e in famiglia, errate applicazioni di tesi Freudiane sulla presunta presenza di complessi edipici irrisolti come già avveniva in passato per persone omosessuali, storie inventate sugli stati dei perenni loop di indecisione con retorico ritornello della classica frase “stare con un piede in due scarpe”, incessanti interpretazioni fantasiose di mere fasi transitorie della crescita di alcune persone che dovrebbero poi intraprendere corrette vie prestabilite di binarismo fissato solo verso l’eterosessualità o solo verso l’omosessualità.
A tali presupposti vanno successivamente aggiunti la presenza del culto di violenza verbale all’interno di alcuni commenti sui principali social network, oggi in circolazione, e soprattutto la totale devianza di folli argomentazioni dentro alcuni forum di discussione. In particolare incuriosisce come addirittura in alcuni casi si passi all’identificazione di “bisessualità normale”, da parte di persone non bisex e dichiaratamente omosessuali, considerando aprioristicamente come tali solo altre persone che riportano di aver avuto relazioni durature con entrambi i sessi. Infatti data la questione che da sempre ogni singola persona, più o meno fortunata di altre specie se collocata dentro un contesto difficile e caotico come l’Italia, proprio per la sua oggettiva diversità, e secondo un suo intimissimo background storico e familiare, si trovi in condizioni relativamente serene di poter riscoprire così il proprio orientamento sessuale o la propria identità sempre in modo del tutto soggettivo, allora viene automaticamente da domandarsi quale sia il minimo comune denominatore o “patentino” per prima autodefinirsi e poi definire gli altri, in assoluta onniscienza, come “normali” o completi.

clicca qui per leggere la seconda parte

Testo di Davide Amato

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