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Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay. Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

SILVANO
(Enzo Jannacci)
Ci vuole orecchio – 1980

Più che di musica, quando si parla di Enzo Jannacci ci si trova di fronte ad una forma di cabaret su pentagramma.
Dal 1964 ad oggi il cantautore milanese, di professione medico cardiologo, si è divertito a raccontare vizi e difetti della nostra società con un umorismo tagliente e mai scontato.
Alcuni suoi lavori sono diventati dei classici, come “El portava i scarp del tennis”o “Vengo anch’io. No, tu no!”, e la sua eclettica carriera, cominciata a fianco di Giorgio Gaber, lo ha condotto a scrivere colonne sonore (“Romanzo popolare” e “Pasqualino Settebellezze”), a fare l’attore (“L’udienza” di Marco Ferreri e “La bellezza dell’asino” di Sergio Castellitto) e a regalare un intero album a due delle più grandi interpreti italiane (“Mina quasi Jannacci”, un album di sue cover realizzato nel 1977 dalla cantante cremonese e “La rossa”, scritto appositamente per Milva nel 1980).
Jannacci può vantare anche collaborazioni con calibri come Claudio Baglioni, Mia Martini, Giorgio Conte e Adriano Celentano.
Autore dei testi per Cochi e Renato, per il celebre duo scrisse nel 1978 “Silvano”, una canzone che poi rifece personalmente nel 1980 e che divenne il lato B del singolo “Ci vuole orecchio”.
Ed è proprio “Silvano” il pezzo che a noi interessa, poiché parla di una nemmeno troppo velata storia d’amore gaia.

Dire che le strofe abbiano un senso sarebbe un nonsense.
“Silvano”, infatti, snocciola parole buffe e musicali, quasi a voler anticipare lo stile di un futuro paroliere, Pasquale Panella, che nel 1986 Lucio Battisti avrebbe condotto alla ribalta con il suo “Don Giovanni”.
“Amami, sdentami, stracciami, dammi l’ebrezza dei tendini”, recita il testo, introducendo la figura di un soggetto, tale Rino, che non ci è ben dato di sapere chi è.
“Schiodami, spostami tutte le efelidi” prosegue Enzo, arrivando a complicare ulteriormente le cose con il ritornello che dice “Silvano non valevole ciccioli”.
Si potrebbe andare a pagina 777 per cercare di capire il significato della sopradetta frase.
Meno male che il cantautore, presentando la canzone ad un concerto, ne ha raccontato la storia.
Il padre di questo Silvano, che di cognome faceva Ciccioli, quando registrò il figlio all’anagrafe disse all’impiegato che l’avrebbe voluto chiamare Silvano e un altro nome.
L’impiegato che non capì quale, scrisse “non valevole” e quello divenne il secondo nome del povero Silvano, il quale se ne va sporcando il povero Jannacci (???) e lasciandogli il dolore di un amore impossibile destinato a perpetrarsi nel tempo.
Ma ecco che nella seconda strofa ritorna il misterioso Rino, con cui probabilmente il protagonista sta cercando di scordare il suo amore infelice, al quale dice, senza tanti mezzi termini, “girati, scaccia il bisogno del passero”.
Ok, Dottor Jannacci… va bene che eravamo nei dintorni del Derby (che era praticamente il nonno di Zelig), però c’è un limite anche ai doppi sensi.
E poi non le sembra di essere un po’ megalomane quando, millantando dimensioni alla Rocco Siffredi, canta “Everest, sei la mia vetta incredibile?”

“Silvano” è un pezzo divertente ed irriverente.
Inutile volergli attribuire chissà quali grandi significati.
Va preso per quello che è, con la sua goliardia e la sua voglia di parlare di diversità con toni allegri e scanzonati, in tempi ancora di oscurantismo sull’argomento.
Però “Silvano” non aveva certo l’umorismo dissacratorio di un’altra perla che Jannacci ci aveva regalato tre anni prima.
Si trattava di “Quelli che…”, canzone che molti anni dopo avrebbe dato il nome ad una popolare rubrica televisiva di (quasi) calcio.
“Quelli che… fanno l’amore in piedi convinti di essere in un pied-à-terre”.
Questo sì che era puro genio. Oh, yessss!

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay. Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


IL MIO AMICO

(Anna Tatangelo)
Mai dire mai – 2008

Che tempi miseri quelli che siamo costretti a vivere. Soprattutto sotto un profilo musicale.
Io sono nato e cresciuto in un’epoca in cui Lucio Battisti scriveva per Mina. Poi giunsero Mario Lavezzi con Loredana Berté e Ivano Fossati con Mia Martini. Al di là dei sodalizi artistici e sentimentali, quelli puramente professionali negli anni 80 ci regalarono Franco Battiato con Alice e Enrico Ruggeri con Fiorella Mannoia.
Ed oggi? Ecco arrivare la strepitosa accoppiata (nella vita e nella musica) Gigi D’Alessio-Anna Tatangelo. Roba da non alzarsi dal water per almeno due giorni. Soprattutto quando lei decide di andare a Sanremo con “il mio amico”, un pezzo scritto da Gigi suo che tocca un tema scottante come quello dell’omosessualità. Si tratta di un atto sincero o solo molto paraculo per tentare di far diventare la cantante di Sora un’icona gay?
Il secondo posto (dietro una dimenticata “Colpo di fulmine” di Giò di Tonno e Lola Ponce) e un buon riscontro commerciale non fanno comunque di questo brano un pezzo da conservare nella memoria. Anzi, con una piccola spinta sull’acceleratore, “Il mio amico” della Tatangelo potrebbe tranquillamente fare parte del repertorio degli Squallor.
Ma forse nemmeno Bigazzi, Savio, Cerruti e tutta l’allegra combriccola, che ci regalò perle come “Troia”, “Pompa” e “Arrapaho”, avrebbero potuto tollerare il patetico trash di questo brano.

“Il mio amico” continua a portare avanti il discorso trito e ritrito dell’omosessuale ferito dall’amore che insegue un sogno di una felicità irrealizzabile. Roba da neorealismo alla Umberto D.
Lui vuole assomigliare alla Tatangelo (come se già non ne bastasse una in circolazione), fa notte nei locali (probabilmente infrattandosi in tutti i cessi) e poi la mattina, con il trucco sfatto, si avvia verso la sua triste vita di single, né più né meno come quella di altri milioni di persone che però non la stanno a mettere giù così dura.
“Dimmi che male c’è se ami un altro come te?”. Con il cuore gonfio di disperazione per il suo amato amico, Anna lancia questo grido disperato.
E poi prosegue con “l’amore non ha sesso, il brivido è lo stesso”, sentendosi la Magnani dei froci derelitti e incompresi.
“Il mio amico cerca un nuovo fidanzato perché l’altro già da un pezzo l’ha tradito”, roba che ti verrebbe voglia di dire “mettiti in coda, bello!”, e “dorme spesso accanto a me dentro al mio letto e si lascia accarezzare come un gatto”.
Ma ci pensate a ‘sto poveretto? Non solo è becco e bastonato, ma pure pastrugnato dalle unghie laccate della Tatangelo che magari, fino a cinque minuti prima, ha toccato Gigetto suo.
Ma il “clou” della canzone arriva nel bridge, quando Anna, tutta concitata, grida con la voce rotta di commozione“siamo figli dello stesso Dio”.
Forse, più che alla platea della città dei fiori, la Tatangelo avrebbe dovuto cantare questa sua folgorata illuminazione a Medjugorje.
Però tutti noi gay dobbiamo ringraziare sentitamente la cantante: infatti è solo merito suo se dal Sanremo 2008 abbiamo potuto finalmente smettere di sentirci figli di un dio minore.

Anna Tatangelo dichiarò di aver dedicato questa canzone al suo più caro amico, che fa il parrucchiere. Ci mancava solo la shampista gaia!
Riciclatasi con poco successo come conduttrice di X-Factor o ballerina per la Carlucci a “Ballando con le stelle”, la Tatangelo è una tragedia in tutto quello che tocca.
Peròha un quasi marito con le mani ben in pasta nel mondo dello spettacolo, per cui mi sa che ce la dovremo sorbire ancora per parecchio tempo.
Ed è inutile sperare in un miracolo. D’altronde, quando Dio ha voglia di buona musica, si prende Whitney Houston o Donna Summer, mica Lady Tata!

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.


POLISEX
(Ivan Cattaneo)
Urlo – 1980

Strana carriera quella di Ivan Cattaneo. Cantante trasgressivo e di rottura, non è mai riuscito a trovare una sua autentica dimensione all’interno della musica italiana.
Fu lui ad inventare il look punk della prima Anna Oxa e per Patty Pravo scrisse l’affascinante “Male bello”.
Però, di suo, conobbe il grande successo solo riproponendo, in maniera alternativa, le canzoni degli anni 60.
Così l’ironico “2060 Italian graffiati” divenne uno degli album di maggiore successo dell’estate 1981 mentre il successivo “Bandiera bianca” del 1983 gli regalò il secondo (ed ultimo) boom della sua carriera. Un terzo tentativo del 1986, “Vietato ai minori”, mancò il bersaglio, anche per via di una scelta di pezzi poco azzeccata e di una stanchezza serpeggiante all’interno di un progetto ormai giunto alla frutta.
Così il cantautore bergamasco sparì lentamente dalle scene, preferendo dedicarsi ad un’altra sua grande passione: la pittura.
Eppure, prima del periodo “revival”, nel 1980 Cattaneo incise un LP meritevole di attenzione, “Urlo”, il cui singolo “Polisex” si fece notare sia per il testo, decisamente avanti per quei tempi, sia per la musicalità molto accattivante, nonostante l’arrangiamento si ispirasse in modo fin troppo sfacciato a “Lotta love” di Nicolette Larson.
Ma, come dice la grande Madonna, perché inventare quando si può copiare?

“Polisex” divenne non solo il più grande successo scritto da Ivan Cattaneo, ma anche l’inno di tutti gli alternativi, conquistando il favore della critica e di molte radio libere.
Parla di un “uomo-donna” che può essere utilizzato come oggetto per il proprio piacere personale.
“Il corpo macchina si muove e tu sei fatto di carne per i desideri miei”. Così comincia la canzone e già si nota il clima di spersonalizzazione sessuale in cui la persona assume solo il valore di un sex toy.
“Tu puoi odiarmi o puoi amarmi se vuoi o puoi giocare solo per il sesso che ho”, prosegue Cattaneo, regalando alla sua ambiguità sessuale musicale quel tocco di artisticità che mancava alle varie “Sbucciami” di Cristiano Malgioglio, paroliere di grande valore ma interprete sempre pericolosamente ai limiti del ridicolo.
Se nella prima parte della canzone Cattaneo dice “e sarai uomo” nella seconda dice “e sarai donna”, la morale alla fine non cambia: sarai sempre qualcuno che “fa sempre ciò che non vuoi”.
Forse perché l’essere “polisessuale” porta a vivere una condizione di perenne insoddisfazione erotica? Non voglio giudicare la categoria, ma trovo che, spesso e volentieri, i bisessuali (perché altro non sono, al di là delle elucubrazioni mentali di gente come Gianna Nannini) siano anime confuse buone solo a causare dolore a chi sta loro vicino.
Il ritornello finisce dicendo “di lingua, di mano, di labbra e di cuore… ma il cuore, ‘sto cuore, lascialo stare”
Infatti questo è l’unico organo del corpo umano che non sempre è ben accetto in una società (gaia e non) dove troppe persone sono allergiche a termini come “impegno”, “secondo incontro” e “monogamia”.

Ho un ricordo molto simpatico di Ivan Cattaneo. Nel lontano 1982, quando parlare in pubblico della propria omosessualità non era ancora di moda, fu ospite di Enzo Tortora nella trasmissione “Cipria”.
Tortora, che amava provocare, era solito leggere una lista di personaggi famosi all’ospite di turno, domandandogli chi tra di loro avrebbe mandato in Siberia e chi avrebbe invece tenuto in Italia.
Quando chiese di Antonio Cabrini, calciatore juventino nonché bellissimo ragazzo, il cantante rispose “In Italia. A casa mia”.
Perciò onore, gloria e lunga memoria a Ivan Cattaneo, formichina musicale di fronte a colossi come Renato Zero e Lucio Dalla, ma con un coraggio che vale molto più dei milioni di dischi venduti dagli altri due.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

TRANS
(Enrico Ruggeri)
Peter Pan – 1991

Se dovessi stilare una lista di canzoni italiane del mio cuore, di certo all’interno di essa ci sarebbero un paio di brani firmati da Enrico Ruggeri.
Ci metterei “Rien ne va plus”, meraviglioso pezzo alla Jacques Brel (ma del resto Enrico è il cantautore nostrano più francesizzato) presentato a Sanremo nel 1986 in cui, a metà esecuzione, Enrico si tolse i mitici occhiali bianchi quasi a volersi denudare di fronte alla platea, e “La giostra della memoria”, scritta per Fiorella Mannoia, in cui il dolore dei lutti familiari si stempera in una dolcezza quasi infantile.
A mio avviso, l’album più bello del cantautore milanese è stato “Enrico VIII” del 1986, quello che conteneva “Il portiere di notte”, anche se il suo successo più eclatante fu “Peter Pan”, uscito alla fine del 1991.
All’interno del disco (tutto sommato modesto) c’erano quattro pezzi che, da soli, valevano la spesa: la title track, “Prima del temporale” e “La band”. Ma, soprattutto, la traccia numero 3.

Si tratta di “Trans”, un pezzo in cui Ruggeri si infila nei panni di una transessuale con una lucidità, una sensibilità ed una capacità introspettiva davvero folgoranti. Il tutto senza scivolare mai, nemmeno per mezzo secondo di tutti i 4 minuti e 34 secondi della canzone, nel patetismo o nell’ovvietà.
Il brano parte subito come un pugno nello stomaco, con un arrangiamento drammatico e impattante, che richiama alla memoria i parchi notturni o i luoghi di “battuage”.
“Se mi vedeste lavare, pulire, senza ridere dei miei gesti… se mi sentiste parlare, trascurando la mia voce”.
Con tono freddo, quasi distaccato, Ruggeri ci racconta la sua vita di transessuale. Una vita che nessuno sta o vuole ascoltare, perché dà fastidio, perché si fa prima a fermarsi all’apparenza, allo scherno, alle classificazioni così rassicuranti per chi ha bisogno di sapere se è dalla parte del giusto o no.
Eppure basterebbe così poco per poter capire e condividere una storia fatta “di dubbi, di fughe da casa, di vestiti sbagliati”.
E magari le persone che prendono in giro o si ergono giudici sono i primi, poi, ad usufruire della compagnia di una trans “nelle macchine strette con dietro i sedili dei bambini” perché, come giustamente Ruggeri ci dice, “quelle stesse persone che ridono della mia voce hanno anche loro una croce, ciò che nessuno dice, ciò che nessuno sa”.
Invece di pensare alle trans (cosa che spesso fanno anche molti gay) come a un fenomeno da baraccone che va a screditare la categoria degli omosessuali, sarebbe bello riuscire ad abbracciare il disagio di qualcuno che vorrebbe avere “un nome uguale a quello dentro ai documenti” o che vorrebbe “passare un bel Natale con le foto da scattare” insieme alla persona che ama.
E invece, il più delle volte, subisce l’umiliazione di non essere presentata a nessuno o di essere nascosta in cucina quando viene qualcuno (un po’ come capitava a “I vecchi” di baglioniana memoria).
“Se avessi un po’ di vita anch’io vorrei passarla a modo mio, con te”.
Forse non in questa vita. Forse in un futuro in cui le persone saranno giudicate per quello che sono e non per la loro vita dalla vita in giù.
Per dirla alla “West side story”… somewhere, someday, we’ll find a new way of living…

Peccato che, nel corso degli anni, Enrico Ruggeri si sia un po’ perso lungo il cammino.
Tra pubblicazione di libri e conduzioni televisive, i troppi impegni hanno finito col distrarre uno dei più prolifici autori italiani che regalò a Loredana Berté capolavori come “Il mare d’inverno” e “Savoir faire” e scrisse per la Mannoia l’inno di tutte le donne italiane (Quello che le donne non dicono).
Però io Enrico lo aspetto ancora qui, a farmi emozionare di nuovo, a regalarmi quelle storie di disadattati ed umiliati dalla vita che oggi faticano a trovare spazio nell’attuale produzione discografica italiana.
Ma, come già profeticamente Ruggeri cantava nel lontano 1988, stiamo vivendo “giorni randagi”.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

MUJER CONTRA MUJER
(Laura Branigan)
Over my heart – 1993

Bisogna essere over 40 per ricordarsi di Laura Branigan.
Si trattava di una bella ragazzona americana che aveva la passione per la musica europea e che fece, negli anni ottanta, la gioia di molti autori e produttori del nostro continente.
Infatti, nel 1983 la Branigan incise una cover americana di “Gloria” di Umberto Tozzi, che giunse al secondo posto della classifica americana, mentre l’anno dopo rifece “Self control” di Raf, portandola in quarta posizione oltreoceano.
Provate ad ascoltare la sua versione di “The power of love”, hit inglese di Jennifer Rush che negli USA ebbe poco riscontro e che la Branigan provò a riproporre nel 1987 raggiungendo una tiepida ventiseiesima posizione mentre, sei anni dopo, la versione di Celine Dion trasformò quel brano (a dire il vero un po’ insulso e banale) in un hit di proporzioni mondiali.
Quel raspino che la Branigan ha nella voce, unito ad una potenza e ad un talento drammatico davvero mitteleuropeo, fa impallidire la versione della cantante canadese, la quale tanto ha un limone nel culo quando canta in inglese tanto sa incendiare tutte le candele di casa quando interpreta in francese.
Dopo una bella partenza, la carriera di Laura Branigan si è rapidamente arenata.
Anche il suo “Over my heart”, album pubblicato nel 1993, non ebbe il successo che si meritava.
Fu l’ultimo disco di canzoni nuove inciso dalla cantante e conteneva le cover di due brani europei: una era la bella “The sweet hello, the sad goodbye”, brano poco conosciuto dei Roxette (fino ad allora pubblicato dal duo svedese solo come b-side del singolo “Spending my time” del 1991) mentre l’altra era “Mujer contra mujer”, incisa nel 1986 dai Mecano, un gruppo famoso anche in Italia per la loro “Figlio della luna”.

La Branigan decise di incidere “Mujer contra mujer” in lingua originale, riuscendo a mantenere altissima la sua capacità interpretativa anche cantando in spagnolo.
Il brano racconta la storia di due donne che camminano per la strada.
La loro amicizia è solo di facciata, appena la luce del giorno smette di toccarle esce la reale natura del loro rapporto.
Un rapporto complicato e controverso, perché una ha molti sensi di colpa (una opina que aquello no está bien), l’altra invece vorrebbe viverlo alla luce del sole, fregandosene di cosa pensano gli altri (la otra opina que qué se le va a hacer
y lo que opinen los demás está de más).
Quale può essere il punto d’incontro tra due modi così diversi di vivere la propria omosessualità?
Forse proprio il conflitto, che porta le due donne a combattere una contro l’altra per l’affermazione del proprio punto di vista.
Da qui il titolo, donna contro donna, in una guerra tanto inutile quanto disperata che porterà, inevitabilmente, ad una probabile futura separazione.
Ma chi potrà mai fermare due colombe che volano rasente il suolo, canta il ritornello?
Di certo non la protagonista, la quale non lancerà mai contro di loro la prima pietra.
Infatti sa molto bene che “que con mis piedras hacen ellas su pared”, e cioè che le pietre tirate per perbenismo e ipocrisia servono solo ad erigere un muro dietro il quale una persona finisce col nascondersi ed isolarsi.
Inoltre, anche se sbagliasse il momento di entrare in una stanza e le scoprisse a baciarsi, la protagonista non farebbe nemmeno un colpo di tosse pur di non disturbarle (“si equivoco la ocasión y las hablo labio a labio en el salón ni siquiera me atreveria a toser”).
Ma è solo un modo gentile per manifestare la propria solidarietà alle due donne o forse, sotto sotto, c’è anche un po’ di gusto morboso nell’osservare di nascosto una passione così forte e proibita, che potrebbe andare a toccare qualche corda molto intima e nascosta della protagonista?
Si era nella Spagna pre-zapatero, ma certe pulsioni non conoscono né tempo né regimi politici.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché ho scelto la versione di Laura Branigan al posto di quella originale dei Mecano.
Di sicuro perché il remake della cantante è di parecchie spanne superiore a quello del gruppo spagnolo.
Poi perché ho sempre amato la Branigan, sin da quando la vidi la prima volta in televisione, bella e all’apice del successo, abbracciare tutta felice un impacciatissimo Umberto Tozzi.
In più mi sembrava doveroso rendere onore al talento di questa brava e sfortunata cantante uccisa nel 2004, a soli 47 anni, da un aneurisma cerebrale.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

Ti ricordo ancora (Fabio Concato)
Fabio Concato – 1984

A Dean Martin (Fabio Concato)
Storie di sempre – 1977

Era il 1977 quando un giovane artista di 24 anni, tale Fabio Piccalunga in arte Concato, fece il suo esordio sul mercato discografico con un album intitolato “Storie di sempre” che conteneva “A Dean Martin”, singolo che divenne un discreto successo sia radiofonico che di vendite.
Il tormentone “Ragasina, piccolina” in finto accento italo-americano entrò a far parte del gergo di quei tempi e la presa in giro del tipico macho a stelle e strisce che si perdeva dietro ad una bella fanciulla, scoprendo in seguito trattarsi di un travestito, toccava in modo graffiante un tema ancora poco battuto all’interno della musica italiana.
Da ragazzini rimanemmo tutti affascinati da questa storia in stile “La moglie del soldato” in cui il cantante, spogliando la ragazza, cantava con voce perplessa “quanto pelo hai sul petto, ora che ti guardo meglio sembri proprio un ometto”.
Ma il “clou” della canzone era l’accenno razzista “con tutti i negri perché proprio a me che sono bianco e pulito come un giglio”, che andava a prendere in giro l’ipocrisia degli Stati Uniti che, proprio in quel periodo, si stavano lavando la coscienza con gli afro-americani girando film come “Mandingo” e “Radici”.

Dopo questo esordio Concato incise un secondo disco del 1979 il quale, nonostante la bella “Zio Tom” (ripresa anche da Mina nel 1990), non lasciò grandi segni del suo passaggio.
Ci volle il 1982 e “Una domenica bestiale” per riportare all’attenzione del grande pubblico il nome di questo sensibile cantautore.
Ma fu il 1984 l’anno del grande botto. Con l’album omonimo, Fabio Concato conquistò le zone alte della classifica, regalando al mondo della musica leggera un album bellissimo, dal perfetto equilibrio tra dolcezza, poesia ed ironia.
Il singolo trainante di “Fabio Concato” era “Fiore di maggio”, che l’artista aveva dedicato alla nascita di sua figlia. Ma uno dei brani più interessanti era la seconda traccia dell’album.

Si trattava di “Ti ricordo ancora”, quasi un’altra “Pierre” dei Pooh, ma più delicata, serena e meno sofferta.
Parla di un compagno di classe mai dimenticato e del primo (ma chissà se unico) turbamento omosessuale del protagonista.
“E ti ricordo ancora, le braghe corte di tuo fratello e le gambe viola”, così comincia la canzone, trasportando subito l’ascoltatore all’interno del mondo un po’ naif di Concato.
Non c’è nulla di romantico in questa frase, ma è proprio da un’immagine così poco gradevole che si intuisce tutta l’affettività intrinseca. Infatti, quando si vuole bene a qualcuno, si amano anche le sue imperfezioni, perché sono proprio quelle a renderlo così unico e tenero ai nostri occhi.
“Eri un omino ma dentro avevi un cuore grande che batteva forte un po’ per me”. Che altro si può dire dopo questa riga così semplice, diretta, che contiene tutta l’ingenuità e la forza del primo amore?
Ma eravamo in un’epoca ben diversa da quella attuale (Concato è nato nel 1953 per cui, ipoteticamente, la canzone dovrebbe svolgersi intorno alla metà degli anni sessanta) ed un maestro che scoprì i due bambini ad accarezzarsi durante il doposcuola non fu in grado di comprendere.
Chissà cosa capitò allora. Ci fu uno scandalo? I due bambini furono separati, un po’ come accade alle due protagoniste di “Le mille bocche della nostra sete”, il bel libro di Guido Conti?
L’unica cosa certa è che nessuna ottusità umana può separare chi si vuole bene veramente. Perché c’è la memoria che aiuta a non perdere mai nel tempo una persona amata, domandandosi se sarà ancora la stessa (“chissà se parli ancora agli animali, se ti commuovi davanti a un film”) o se il mondo esterno la avrà costretta a indossare una pelle un po’ più dura per riuscire a sopravvivere.

Musicalmente “Ti ricordo ancora” è semplice e lineare, senza grandi voli pindarici.
Ma, come in quasi tutte le canzoni di Concato, è il testo il piatto forte.
Un testo vero, diretto e commovente, come solo i sentimenti autentici sanno essere.
Anche il riferimento alla madre dell’amico, stanca di fargli un po’ da padre, diventa poesia e non sfiora il pericoloso limite della facile psicologia da salotto.
Questa canzone, come tutto il resto del disco che la contiene, è assolutamente un “must” per chi vuole possedere una discografia degna di tal nome.
Brani come “Guido piano”, “Tienimi dentro te”, “Sexy tango” e “Rosalina”, oltre alle due canzoni già citate, sono una prova tangibile di quando in Italia c’era ancora la voglia di produrre musica per palati fini.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

Era il 1976 quando i Pooh decisero di rompere il sodalizio con Giancarlo Lucariello, loro produttore dai tempi di “Opera prima”.
La collaborazione aveva dato vita ai dischi migliori del gruppo (“Alessandra”, “Parsifal” e “Un po’ del nostro tempo migliore”), ma l’ultimo lavoro, “Forse ancora poesia” del 1975, era stato una grossa delusione sia sotto un profilo artistico che commerciale.
Così, finalmente emancipati, i Pooh si autoprodussero per la prima volta e il risultato fu l’album “Poohlover” il cui singolo “Linda” balzò subito al primo posto della Hit Parade di Lelio Luttazzi.
Il disco conteneva alcuni pezzi molto belli, tra cui “Storia di una lacrima” e “Il primo giorno di libertà”, che raccontava il disagio di un ex carcerato.
Ma la vera chicca del disco era la traccia numero tre, ovvero quella “Pierre” che, a tutt’oggi, rappresenta uno dei grandi cavalli di battaglia del quartetto (oggi trio).
Per la prima volta un gruppo nazional-popolare parlava senza mezzi termini di travestitismo, e lo faceva con una poesia ed un sentimento talmente sinceri da non far minimamente sospettare ad un’eventuale (ma , sotto sotto, anche molto probabile) azione di marketing.
E’ vero che “Porci con le ali” era dietro l’angolo, ma certi argomenti erano ancora tabù, almeno presso il grande pubblico.
Nella canzone i Pooh raccontano di un ex compagno di scuola, ai tempi sbeffeggiato per “quel suo sguardo da bambina, per quella sua dolcezza strana”.
Triste, aggiunge la voce solista di Roby Facchinetti. Infatti, anche se in inglese “gay” significa allegro, non è mai tanto divertente avere intorno un mondo che, quando ti va bene, non ti capisce e ti esilia e che, quando ti va male, arriva ad offenderti se non, addirittura, a massacrarti di botte.
Oggigiorno il bullismo è un fenomeno combattuto a livello sociale, ai tempi invece era una vergogna da tenere chiusa tra quattro mura, soprattutto se si aveva la “disgrazia di avere un figlio frocio”.
Questo Pierre, una volta cresciuto, ha il coraggio di vivere la propria diversità travestendosi, perché “non si arrende a un corpo che non vuole”.
E qui arriva l’atto di dolore del cantante, che si scusa per le offese del passato poiché ora, che finalmente ha capito, lo apprezza per avere il coraggio di essere quello che è.
Lui che può.
Quasi che il ribellarsi ad una condizione sessuale che non si sente propria possa essere, in certi casi, più facile che sfuggire a certe convenzioni sociali che attanagliano la maggior parte della gente comune.


Ma “Pierre” non è stata la prima volta “gaia” del gruppo.
Già nel 1973, all’interno del bellissimo “Parsifal”, i Pooh cantarono una storia dai risvolti lesbici.
Si tratta della quinta traccia del disco, intitolata “Lei e lei”.
Nella canzone il solito Roby Facchinetti racconta della sua relazione con una ragazza molto ma molto amica di un’altra ragazza che, a sua volta, turba i sensi del protagonista.
Ma lui è fedele alla sua donna perciò l’idea di tradirla con la sua migliore amica è inconcepibile.
Una sera, però, la sua ragazza gli dà il benservito.
Lui non capisce, fa domande, vuole una spiegazione. Ma poi, dietro alla fanciulla, vede il sorriso dell’amica e capisce che lei ha preferito lei.
“In silenzio vi guardai, ciò che vuoi ma questo mai”.
Doveva arrivare il 1978 con Renato Zero per sdoganare il triangolo nella musica leggera italiana.


Non so se nel corso degli anni i Pooh abbiano affrontato ancora il tema dell’omosessualità in altre canzoni.
È dai primi anni ottanta che non li seguo più, rei, a mio avviso, di aver partorito troppi figli e troppe canzoni da palasport.
Però nel 1990 rimasi piacevolmente sorpreso dalla loro vittoria al Festival di Sanremo in cui, per una volta tanto, trionfò la canzone più bella in gara.
Si trattava di “Uomini soli”, dolente affresco sulla solitudine maschile nelle grandi metropoli. Tra le varie motivazioni per giustificare come mai certi uomini sono soli, i Pooh insinuano un “forse perché sono dei diversi”.
Ma allora hanno proprio il vizietto!

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.
Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato.
Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create.
Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

LEI
(Gianna Nannini)
California – 1979

Nonostante due dischi già pubblicati, nel 1979 Gianna Nannini era ancora un’illustre sconosciuta presso il grande pubblico.
I due precedenti lavori (Gianna Nannini e Una radura) erano troppo intimisti e politicizzati, così la sua casa discografica di allora, la Ricordi, invitò la Nannini a fare un bel viaggio negli States in modo da dare alla sua musica nuova energia e meno impegno.
Erano gli anni d’oro di Patti Smith e Joni Mitchell e probabilmente Michelangelo Romano, produttore della cantante, voleva fare di lei la versione italiana delle ben più blasonate colleghe d’oltremare.
L’album “California” ma, soprattutto, il singolo “America” segnarono la grande svolta, trasformando la Nannini nell’unica vera rocker della storia della musica italiana al femminile.

Il disco conteneva sette tracce di cui l’ultima, intitolata “Lei”, parlava per la prima volta in modo esplicito di un rapporto lesbico.
Il testo, opera della cantante stessa, ha bei picchi di poesia (la sua pelle sconosciuta assomigliava un po’ alla mia e profumava di malinconia) in cui si avverte il trasporto che la cantante, seppur a denti stretti, non ha mai negato di provare nei confronti delle donne.
Quando la Nannini canta “viaggiavo ed ero vento, sconfinavo le pareti, nel silenzio ero notte sul suo seno”, sa trasmettere una carica emotiva che difficilmente è riscontrabile nelle canzoni scritte dagli uomini riguardo al rapporto con una donna.
Forse proprio perché solo una donna può descrivere veramente quello che prova una donna in certi momenti.
Invece, quando la Nannini tira in ballo la storia dell’aborto o del rapporto con la madre, la canzone perde di colpo energia, trasformandosi in un piccolo Bignami di luoghi comuni freudiani.
Ma è il ritornello la vera forza della canzone.
La Nannini continua a ripetere la parola “donna” e, nel frattempo, la confronta ad un lui che “riempie le sue sere” ma, forse, non il suo cuore.
Eppure alla fine è lui che “è sempre più importante”.
Ma chissà se lo era davvero per reali questioni affettive o solo perché, ai tempi, la cantante aveva ancora problemi di accettazione.
O forse perché una piccola parentesi omosessuale, agli inizi degli anni ottanta, era il giusto tributo da pagare per essere considerati trendy e all’avanguardia, l’importante però era poi ritornare sulla retta via? Anche perché, al di là di scandali e trasgressioni, c’erano pur sempre delle logiche di marketing da dover rispettare per poter vendere i dischi.
Però, alla fine, la Nannini si riscatta, regalando alla sua amica sedotta e abbandonata il tiepido conforto della memoria.

Ancora oggi, “Lei” rappresenta una delle canzoni più dolci e sentite della Nannini.
Chi non ama la nuova versione di mamma borghese della cantante o, molto più semplicemente, è un po’ deluso dai suoi ultimi lavori non particolarmente eccelsi, consiglio di recuperare sia “Lei” che tutto il CD di “California”.
Al di là della bellissima copertina di Mario Convertino e Jakula, in cui c’è la Statua della Libertà che, al posto della fiaccola, stringe in mano un vibratore, all’interno del disco c’è un altro brano intitolato “Goodbye my heart” che è, a mio modesto parere, forse la più bella canzone mai scritta dalla cantante.
È la storia di due persone che si amano “one shot” perché “si incontra per un giorno gente come noi”.
Se non è molto gay anche questo…

Glitter and… be gay?

 

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Glitter and be Gay. No, non è la frase di lancio dell’ultimo lucidalabbra della Revlon e neppure il titolo di un nuovo sketch di Marcello Cesena: Glitter and be Gay (letteralmente risplendi e sii gaio) è una delle più celebri arie scritta per l’Operetta Candide di Leonard Bernstein, una bizzarra ma riuscitissima trasposizione dell’omonimo racconto filosofico di Voltaire.

Ma Glitter and be gay non è solo questo: per la sua particolare difficoltà è considerato un vero e proprio “spaccavoce”; una composizione capace di mettere in serie difficoltà anche il soprano più navigato. Una melodia a cui Berntesin teneva moltissimo, tanto da passare ore e ore a provarla e perfezionarla insieme a Barbara Cook, interprete originale dell’operetta, fino a rendere la sua performance talmente sublime da entrare di diritto nella storia della musica contemporanea.

Glitter and be gay è diventata negli anni sempre più popolare e familiare al pubblico di tutto il mondo, in particolar modo a quello gay, che già dalla prima esecuzione non si è fatto sfuggire la stupenda valenza camp e l’ironia presente nel sottotesto (guardate il video e capirete perché).

Glitter and be gay è sopratutto una canzone gioiosa, piena di vita e di energia, ed è proprio per questo che abbiamo pensato di proporvela oggi, giornata mondiale per la lotta conto l’aids, nella sfavillante interpretazione interpretazione di Kristin Chenoweth accompagnata New York Philharmonic. Per ricordare che la lotta all’AIDS continua e il Milk è in prima linea per questa “battaglia”.
Prendendo in prestito le parole di Darius, uno dei protagonisti HIV positivi della bellissima commedia Jeffrey di Paul Rudnick, “[le cose belle della vita come] i bei ragazzi, Liza [Minnelli] e i pettegolezzi non sono una cura per l’Aids – ma sono il suo (della malattia) esatto contrario”. Continuare a combattere non è la cura all’AIDS…. ma il suo esatto contrario.

Alessandro Martini

 

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