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A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

20120524-090631.jpgYENTL (1983)
di Barbra Streisand
con Barbra Streisand, Mandy Patinkin, Amy Irving

Non è un film a tematica gay, ma è come se lo fosse. E non solo perché si tratta di un film “en travesti”.
“Yentl” è un film sul desiderio di essere se stessi, sul coraggio di combattere per ciò in cui si crede e di sfidare i preconcetti di un mondo che ci vuole a tutti i costi ingabbiare nei suoi stereotipi.
Quando Barbra Streisand lesse il racconto di Isac B. Singer intitolato “Yentl, il ragazzo dello yeshiva”, volle a tutti i costi farne un film. Ma Hollywood si dimostrò molto meno entusiasta di lei nei confronti di questo progetto, per cui passarono parecchi anni prima che la cantante/attrice potesse finalmente coronare il suo sogno.
Per riuscire a produrlo, la Streisand fece di tutto e di più, compreso un pessimo film del 1981 “All night long” con Gene Hackman, che rappresentò uno dei momenti più bassi della sua straordinaria carriera. Poi finalmente, nel 1983, giunse il riscatto.
“Yentl” è passato alla storia per essere il primo film interpretato, diretto, sceneggiato e prodotto da una donna. Solo negli Stati Uniti incassò più di 40 milioni di dollari, una cifra al di là di ogni più rosea aspettativa vista la tematica trattata.
Definito “un film con musica”, “Yentl” vanta alcune tra le canzoni più belle e magistralmente interpretata dalla più grande voce bianca mai esistita (e Mina non se ne abbia a male!)
Vinse il Golden Globe come miglior commedia e per la migliore regia, invece fu snobbato agli Oscar, dove vinse solo come migliore colonna sonora.
Ma del resto l’Accademy non ha mai amato la Streisand, alla quale già rubò nel 1973 l’Oscar come miglior attrice protagonista per “Come eravamo” (premiando invece una brava, ma meno interessante, Glenda Jackson per “Un tocco di classe”).
Il sottoscritto, che invece quando si tratta di La Streisand (come la chiamano in America) è peggio di Kevin Kline in “In & out”, considera “Yentl” un film straordinario, che lo sa commuovere ogni volta che lo vede (e vi posso assicurare che l’ho visto ad libitum).
Se non altro per l’amore che Barbra ha immesso in questa sua creatura e che è tangibile in ogni singolo fotogramma.
Steven Spielberg lo definì “un capolavoro”. Amy Irving, che ai tempi era sua moglie, recitava nel film, per cui i maligni dissero che si trattava di un giudizio interessato.
Ma io vi dico: fidatevi della parola di Mr. Schindler.

Yentl (Barbra Streisand) è una ragazza che vive in Polonia agli inizi del 900, quando alle donne non era consentito studiare. Supportata dal padre rabbino, Yentl non pensa minimamente a sposarsi o fare figli e la sera, di nascosto, studia il Talmud.
Il giorno in cui suo padre muore, Yentl è obbligata a fuggire da un mondo che la vuole confinare ad un ruolo che lei non sente.
Così si taglia i capelli, si traveste da uomo e va a studiare in uno yeshiva, ovvero un centro studi per ragazzi ebrei.
Qui conosce Avigdor (Mandy Patinkin) che, a breve, diventa il suo più caro amico nonché l’oggetto del suo desiderio.
Avigdor è già promesso sposo di Hadass (Amy Irving), tipica ragazza ebrea sottomessa all’autorità maschile.
Quando il matrimonio tra i due salta, Yentl si trova coinvolta in un pericoloso triangolo amoroso. Alla fine, di fronte al dolore che sta causando ad Hadass e alla virile ottusità del suo amato Avigdor, Yentl sarà obbligata a fare una scelta, anche contro il suo stesso cuore.
Gran finale in nave, verso la nuova terra promessa, con una canzone stupenda ed un acuto da brividi della durata di 18 secondi in cui ci si domanda “con tutto quello che c’è, perché accontentarsi solo di un pezzetto di cielo?”

La Streisand in questo film è eccezionale e, a quarant’anni suonati, si cala nei panni di un’adolescente riuscendo ad essere totalmente credibile.
Quando alla domanda di Avigdor “cosa vuoi di più?” Yentl risponde, in un sussurro, “di più”, Barbra smette di essere solo un’icona gay e diventa l’emblema di tutti noi che non riusciamo ad arrenderci alla mediocrità della vita.
Mandy Patinkin, attore e cantante di musical nonché futuro Jason Gideon in “Criminal minds”, se la prese molto con la Streisand che non gli fece cantare nemmeno una nota della colonna sonora (opera di Michel Legrand e di Alan & Marylin Bergman, autori prediletti da Babs che per lei avevano già scritto successi come “The way we were”, “What are you doing the rest of your life?” e “You don’t bring me flowers”).
Del resto le canzoni rappresentano il mondo interiore di Yentl per cui, giustamente, un intervento vocale da parte dell’attore sarebbe stato fuori luogo.
Amy Irving è perfetta nel ruolo della brava ragazza ebrea timorata di Dio solo all’occorrenza e per questo film sfiorò l’Oscar.
Forse “Yentl” è un po’ troppo lungo e tirato nella seconda parte (uno dei difetti della Streisand regista), ma ciò non toglie che si tratta di un piccolo gioiello fatto di cuore e voce.
Le canzoni sono tutte magnifiche, a cominciare dalle due più famose che Barbra ha più volte riproposto nei suoi concerti, ovvero “Papa, can you hear me?” e “A piece of sky”.
Ma forse la più toccante è “No matter what happens”, la canzone perfetta per ogni outing.
Ma di questa ne parlerò settimana prossima nella rubrica “Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…”.

Disponibile in DVD. Distribuzione 20th Century Fox Home Entertainment.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

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LA PATATA BOLLENTE (1979)
di Steno
con Renato Pozzetto, Massimo Ranieri, Edwige Fenech

Piatto ricco mi ci ficco.
Dopo il successo planetario ottenuto nel 1978 da “Il vizietto”, primo film che sdoganava le coppie omosessuali iniziando a parlare (sia pure molto alla lontana) di famiglie allargate, ecco che anche l’Italia saltò sul treno rosa della gayezza con un film piacevole, divertente e tutt’altro che stupido.
Gli ingredienti per fare un buon prodotto c’erano tutti: un regista esperto di commedie all’italiana (il grande Steno, più di 70 film in 40 anni di attività e padre dei fratelli Vanzina), l’attore più di cassetta di quel periodo (Renato Pozzetto) un’attrice che era il desiderio proibito di milioni di italiani (Edwige Fenech) ed un cantante tutto “anema e core” che aveva dimostrato di cavarsela bene anche sul set (Massimo Ranieri).
Fu così che nel 1979 giunse sugli schermi “La patata bollente”, film che univa la satira politica ad una nuova visione della sessualità.
Era molto divertente soprattutto vedere come ai tempi la sinistra era tutto fuorché progressista (non dimentichiamo che Pasolini venne ostracizzato dal Partito Comunista per via delle sue preferenze sessuali) e come gli operai ai tempi vivevano il sogno di quella “Madre Russia” che, nel giro di dieci anni, avrebbe dovuto miseramente capitolare ed arrendersi alle logiche capitalistiche dell’occidente.
In tutto questo si infilava anche il mito del “macho” nostrano che rendeva difficile ad un uomo etero dichiarare pubblicamente le proprie simpatie nei confronti dei diversi.
Il film ebbe un grosso successo di pubblico ed anche la critica si dimostrò più benevola di quanto solitamente fosse nei confronti di queste commedie all’italiana.

Bernardo (Renato Pozzetto) è un operaio sindacalista pacifista, per questo motivo soprannominato Gandhi, che vive per la falce e il martello. Ha una bella fidanzata, Maria (Edwige Fenech) e la passione per il pugilato. La sua esistenza tranquilla e un po’ monotona viene sconvolta la sera in cui salva un giovane gay, Claudio (Massimo Ranieri), dalle grinfie di un gruppo fascista.
In breve tempo i due uomini diventano amici, scatenando così pettegolezzi e maldicenza da parte di amici, colleghi e portiera, mentre la povera Maria, che non capisce più tanto bene che cosa sta succedendo, arriva perfino ad improvvisare uno spogliarello alla Rita Hayworth pur di testare la virilità del suo amato bene.
Bernardo non riesce a capacitarsi del fatto che i gay siano invisi sia ai comunisti che ai fascisti e inizia una sua personale battaglia a favore della discriminazione.
Ma il coraggio e l’amicizia non sono sufficienti a combattere l’ignoranza e l’ottusità di un mondo che si dichiara progressista solo a parole.
Alla fine sarà Claudio a risolvere la situazione, scatenando in Bernardo una reazione che lo riabiliterà agli occhi dei compagni di partito.
Finale in trasferta ad Amsterdam, dove ognuno sarà finalmente libero di essere se stesso e di posare per una bella foto di famiglia.

È innegabile che, oggi, “La patata bollente” dimostri i segni del tempo. Ciò non toglie che il divertimento è assicurato, nonostante i trenta e passa anni di età.
Pozzetto e Ranieri sono bravi e in parte, l’affiatamento sul set è tangibile e la scena del loro tango mantiene ancora intatta la sua “vis comica”.
Anche l’algida Edwige Fenech in questa prova è convincente, riuscendo a mescolare bellezza, ironia e spontaneità.
Perciò è un film assolutamente da recuperare, anche perché riuscì a trattare un argomento non facile senza mai cadere nel sensazionalismo o nella volgarità.
Una piccola curiosità: nel film c’è una canzone, “Tango diverso”, che ai tempi venne scritta da un grande musicista, Totò Savio, morto nel 2004. Egli fu il fondatore dei mitici Squallor insieme a Giancarlo Bigazzi, altro grandissimo autore mancato pochi mesi fa.
La canzone fu scelta come inno del Gay Pride che si tenne a Bologna nel 2008.

Disponibile in DVD. Distribuzione Medusa Video.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

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THE HOURS (2002)
di Stephen Daldry
con Nicole Kidman, Meryl Streep, Julianne Moore

Quando lessi che stavano girando un film tratto dal libro “Le ore” di Michael Cunningham, pensai che il produttore avesse avuto un’ispirazione kamikaze.
Nonostante il libro avesse vinto il Premio Pulitzer, a quale grande platea sarebbe mai potuta interessare una storia che si svolge in tre momenti storici differenti e che tratta una tematica difficile e impopolare come il suicidio?
E invece il film ricevette molti premi (tra cui l’Oscar come migliore attrice protagonista a Nicole Kidman) e guadagnò in tutto il mondo quasi 110 milioni di dollari.
Il regista Stephen Daldry, già conosciuto per “Billy Elliot”, fece un ottimo lavoro, dirigendo un cast stellare che lavorò sottocosto pur di prendere parte all’ambizioso progetto.
Cunningham si ispirò al celebre romanzo di Virginia Woolf “La signora Dalloway” (che originariamente avrebbe dovuto intitolarsi “Le ore”), che raccontava la giornata di una donna inglese alle prese con i preparativi di una festa.
Lo scrittore utilizzò lo stile narrativo della Woolf, la prosa con poca punteggiatura e le stesse situazioni del romanzo per costruire un libro a tre voci che aveva “La signora Dalloway” come trait d’union.

Il film (come il libro) parte nel 1941, con il suicidio di Virginia Woolf (Nicole Kidman) che si riempie le tasche di sassi e si lascia affogare nel fiume Ouse, vicino a casa sua.
Da lì ritorna a ritroso agli inizi degli anni venti, quando la Woolf fu obbligata a lasciare Londra per via delle sue condizioni di salute mentale e, nella noia della campagna inglese, comincia a scrivere di una ricca signora cinquantenne, Clarissa Dalloway, che cerca di sfuggire all’inutilità della sua vita inseguendo amenità finché il suicidio di un veterano di guerra la scuoterà dal suo borghese torpore.
“La signora Dalloway”, negli anni cinquanta, è il libro che la signora Brown (Julianne Moore), casalinga di provincia con marito e figlio che la adorano, legge in un motel in cui si rifugia per uccidersi e sfuggire così ad una vita perfetta che la sta soffocando.
Negli anni duemila, invece, c’è Clarissa Vaughan (Meryl Streep), nota editor, che come la sua omonima signora Dalloway sta organizzando una festa in onore di Richard (Ed Harris), famoso scrittore gay che sta morendo di AIDS e che fu il suo grande amore da ragazza, prima che anche lei cambiasse gusti sessuali.
Richard continua a chiamare Clarissa “La signora Dalloway” e, prima di gettarsi dalla finestra (proprio come il veterano di guerra del romanzo), saluta l’amica di sempre citando la frase che la Woolf scrisse al marito prima di uccidersi “non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi”.
La signora Brown, invece, grazie al romanzo della Woolf, trova il coraggio di lasciare marito e figlio per fuggire a fare la bibliotecaria in Canada.
Nel finale la signora Brown e Clarissa Vaughan si incontreranno proprio grazie a quel figlio abbandonato che, per tutta la vita, avrà pagato la ferita dei non amati.

Difficile, se non impossibile, sintetizzare in poche righe una trama così particolare e complessa, ricca di sfumature, di dialoghi scarnificanti, di disagi esistenziali.
Diciamo solo che tutto il cast è eccezionale ed anche il parco uomini (Ed Harris, Jeff Daniels, John C. Reilly) non sfigura di certo di fronte alle tre grandi mattatrici.
La musica di Philippe Glass regala al film un respiro inquieto e, nello stesso tempo, struggente.
Il tema dell’omosessualità è onnipresente ma, nello stesso tempo, non così determinante all’interno della trama. È una storia sull’incapacità di saper vivere, sulla difficoltà di volersi bene, su quel male oscuro che si impossessa di certe anime, rendendo la loro vita un inferno. E rendendola tale anche a tutti coloro che hanno la sfortuna di amarle.
L’unica pecca del film, se vogliamo chiamarla così, è l’assenza nella sceneggiatura di alcune frasi che, a mio avviso, valevano il libro, ma mi rendo conto di quanto fosse difficile riuscire ad inserirle.
Una di queste riguarda il personaggio di Clarissa Vaughan subito dopo la morte del suo amato Richard.
Nell’ultima pagina del libro, Michael Cunnigham la definisce “Clarissa, non più la signora Dalloway: non c’è più nessuno a chiamarla così”.
Mi capita spesso di ripensare ad alcune persone che ho amato e che non ci sono più.
Molte di loro mi chiamavano con nomignoli particolari. Dopo la loro scomparsa, non ho mai più sentito quei nomignoli. E mi mancano, proprio come mi manca chi mi chiamava così.

“The hours” è disponibile in DVD. Distribuzione Eagle Pictures.

Aspettando… un’idea di Visconti

Manca solo una settimana all’incontro su Visconti organizzato dal Milk assieme a Mauro Giori, dottore di ricerca in Storia delle arti visive e dello spettacolo presso l’Università di Pisa e autore del libro “Poetica e prassi della trasgressione in Luchino Visconti”.

Vi proponiamo oggi un paio di passaggi presi dall’introduzione del libro. Un’occasione per farvi un’idea di ciò che tratteremo, un vero e proprio “spuntino letterario” per stuzzicare la vostra curiosità in attesa dell’evento domenica prossima alle 17.00.


Fin dai suoi esordi, l’attività artistica di Luchino Visconti si svolge all’insegna dello scandalo, tra censure, sequestri, polemiche, quando non denunce e processi. […] risultato di una precisa ricerca, di un’intenzione sistematicamente ribadita, al punto da guidare e condizionare spesso la scelta dei progetti su cui lavorare, la forma da imprimere loro, l’interazione ricercata con gli spettatori, per tacere delle complicità che stanno alla base di molte relazioni professionali. […] Strumento privilegiato cui Visconti ricorre con frequenza per mettere a segno le sue provocazioni, lungo l’arco di tutta la sua carriera, è la sessualità. […] Il ricorso alla rappresentazione della sessualità, in forme spesso inedite per i cinematografi e i palcoscenici italiani, risponde quindi a una radicata esigenza di espressione e si intreccia in modi estremamente articolati con l’impegno politico […] e con i mutevoli contesti culturali in cui le opere di Visconti si trovano ad agire.
[…] Si sono dunque selezionati alcuni casi di studio, mettendo a fuoco tre momenti del percorso di Visconti che conducono a elaborazioni particolarmente trasgressive (o che, quanto meno, sono state recepite in questi termini). Il primo coincide con gli esordi del regista e comprende un lungo apprendistato; il primo film, Ossessione, che porta al culmine una ricerca in corso, ma anche le tensioni con i collaboratori politicamente più impegnati, che non comprendono appieno il lavoro del regista; e i primi allestimenti di prosa, che sanno approfittare del breve vuoto legislativo successivo alla caduta del regime.
Il secondo è legato a un prolungato interesse per Tennessee Williams e il suo lavoro, particolarmente nei primi anni Cinquanta, e coinvolge tanto il teatro quanto il cinema: si cercherà infatti di ricostruirne le ripercussioni su Senso.

Il terzo periodo si configura tra la fine del decennio e l’inizio di quello seguente e trova un nuovo complice in Giovanni Testori: ne derivano Rocco e i suoi fratelli, L’Arialda e lo scontro più violento tra il regista e il potere, da cui hanno origine anche alcune provocazioni satellitari, fra cui Il lavoro. Dopo questo squisito elzeviro, la componente trasgressiva della poetica viscon- tiana non viene meno; cambiano però sostanzialmente le prassi cui dà luogo, in funzione di un diverso contesto, che pone sfide più articolate.


Un’idea di Visconti – 05 febbraio 2012 17:00

Milk Milano presenta – 05 febbraio 2012 17:00

Un’idea di Visconti 

Poetica, trasgressione e cultural studies

Con Mauro Giori dottore di ricerca in Storia delle arti visive e dello spettacolo presso l’Università di Pisa e autore del libro “Poetica e prassi della trasgressione in Luchino Visconti” ed. Libraccio

Seguirà piccolo rinfresco
Milk c/o Il Guado
via Soperga 36 Milano 
Ingresso libero con tessera MILK
info 393 9573094

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

IL COMPLEANNO
di Marco Filiberti
con Alessandro Gassman, Matteo Poggio, Michela Cescon, Piera degli Esposti

Al secondo film, dopo “Poco più di un anno fa – Diario di un pornodivo” del 2003, Marco Filiberti nel 2009 presentò questo “Il compleanno” nella sezione “Controcampo italiano” al 66° Festival del Cinema di Venezia.
C’era molta curiosità intorno a questo film a tematica gay che, secondo le intenzioni del regista, avrebbe dovuto descrivere “la Caporetto della borghesia del nostro Paese”.
Un progetto ambizioso che però si trovò a dover fare i conti con la mancanza di distribuzione, tanto che il film fu proiettato solo in poche sale su tutto il territorio nazionale.
A Milano, per esempio, il cinema Mexico provò a ripetere l’esperimento di gran successo fatto anni prima con il “Rocky Horror Picture Show”: proiettare il film ad libitum, per farlo diventare un cult.
Ma Filberti non è Frank-N-Furter e, poco tempo dopo, il film fu ritirato dalla sala per mancanza di spettatori.
Il che non è poi stata questa grande tragedia, dato che “Il compleanno” non è certo uno di quei film da coltivare a lungo nella memoria.
Il regista in un’intervista ha detto di aspirare a diventare il nuovo Visconti. A parte il povero Luchino che si starà rigirando nella tomba a 360 gradi, direi che in questo momento il più accreditato a potersi appropriare di tale titolo è Luca Guadagnino.
Ma anche lui è lontano ancora anni luce dal genio raffinato del regista di “Morte a Venezia”.

“Il compleanno” racconta la storia di due coppie di amici sui quarant’anni che decidono di trascorrere insieme le vacanze estive sulla spiaggia di Sabaudia.
Matteo (Massimo Poggio), affermato psicanalista, ha una moglie, Francesca, che è emotivamente instabile ed una bimba di pochi anni; Diego (Alessandro Gassman) è un avvocato con la sindrome di Peter Pan sposato con Shary (Michela Cescon), dalla quale ha avuto in età giovanissima un figlio, David, che vive negli States.
Il ragazzo, ormai ventenne, torna in Italia e decide di trascorrere le vacanze in famiglia.
Tra lui e Matteo l’attrazione è a prima vista.
Giochi di sguardi, piccoli inseguimenti ed una paziente che finisce con lo psicanalizzare il suo psicanalista (Piera degli Esposti che da sola fa il film) sono solo il contorno di una commedia che, si capisce già dalle prime battute, è destinata a sfociare in tragedia all’incedere drammatico di Wagner.
Il giorno del compleanno di David, la passione tra i due uomini esplode in maniera irrefrenabile. Francesca, testimone attonita di una vita che le crolla tra le mani, sarà la vittima sacrificale di un destino che condannerà Matteo e David a pagare per sempre col rimorso un desiderio più forte di qualsiasi volontà.

Detto così, “Il compleanno” non sembrerebbe neanche tanto malaccio.
Il concetto tanto caro a Ennis Del Mar di Brokeback Mountain, e cioè che un uomo possa desiderare un altro uomo al di là della sua eterosessualità, avrebbe potuto avere ben altro spessore se solo fosse stato supportato da una sceneggiatura meno prevedibile e da dialoghi non così stupidi e artefatti.
Se Alessandro Gassman fa venire voglia di prenderlo a schiaffi ogni volta che apre bocca e Michela Cescon fa rimpiangere la sua anoressia in “Primo amore” di Matteo Garrone, l’unico che si salva è Massimo Poggio, bello e fragile quanto basta per riuscire a farci immedesimare nei suoi turbamenti.
Nel ruolo di David (che inizialmente il regista aveva pensato per se stesso) c’è Thyago Alves, attore e modello brasiliano che è oggettivamente sexy ma di troppo poco spessore per risultare davvero uno scuro oggetto del desiderio.
Assolutamente “weird” è la scena in cui David si masturba ascoltando “Maledetta primavera” di Loretta Goggi mentre Matteo lo spia di nascosto.
A parte che sfido qualunque adolescente in piena tempesta ormonale ad eccitarsi ascoltando la Loretta nazionale, vorrei sottolineare che il 45 giri che si vede girare sul piatto reca il marchio della casa discografica Ri-Fi (quella dell’ex marito di Iva Zanicchi), mentre la Goggi ai tempi incideva per la WEA.
Quisquilie, avrebbe detto Totò.
Però, tanto per tornare al grande Visconti citato poc’anzi, si vocifera che sul set de “Il Gattopardo” il regista volesse non solo che tutti i mobili fossero d’epoca, ma che perfino la biancheria fosse dell’ottocento.
Forse un eccesso di perfezionismo. Ma, come direbbe la mia amata Ornella Vanoni, sono “dettagli così piccoli che tu non sei ancora pronto per capire”, mio caro Filiberti.

“Il compleanno” è disponibile in DVD. Distribuzione Cecchi Gori Home Video.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

MAKING LOVE (1982)
di Arthur Hiller
con Michael Ontkean, Kate Jackson, Harry Hamlin

20111117-002133.jpgEra il 1970 quando il regista canadese Arthur Hiller fece piangere le platee di mezzo mondo trasformando in film il romanzo di Erich Segal “Love story”, una storia di amore e leucemia che rappresentò il trampolino di lancio per Ryan O’Neal e Ali McGraw.
Il film fu un successo enorme, che diede il via a tutta una serie di film strappalacrime che per anni imperversò sugli schermi.
Al regista, però, un colpo così non riuscì mai più.
Perciò, nel 1982, pensò bene di far parlare di sé con un’altra storia d’amore un po’ meno convenzionale e un po’ più “up to date”.
Nacque così l’idea di “Making love”, primo film in cui Hollywood sdoganava l’omosessualità trasformandola in un prodotto a largo budget.

La storia è quella del solito triangolo già vista e rivista milioni di volte, se non fosse che questa volta le dinamiche cambiano ed il protagonista si innamora di un altro uomo.
Zak (Michael Ontkean), giovane e bel medico di Los Angeles, è felicemente sposato da otto anni con Claire (Kate Jackson), manager televisiva in carriera.
I due sognano un bambino, si apprestano ad acquistare una casa nuova, si comportano insomma come tutte le coppiette normali di questo mondo.
Peccato solo che, di tanto in tanto, Zac si rechi di sera nei luoghi di “battuage” maschile, senza avere però il coraggio di togliersi la voglia che lo divora dentro.
L’occasione galeotta giunge grazie ad un incontro in libreria (stile Robert De Niro e Meryl Streep in “Innamorarsi”. Single di tutto il mondo, frequentate un po’ di più La Feltrinelli e un po’ meno le saune e vedrete che troverete anche voi il vero amore!), dove Zac incontra il bel Bart (Harry Hamlin). È subito “coup de foudre”.
Da una cena al ristorante alla camera da letto il passo è breve, e così il bravo dottorino si rende conto di quanto buon sesso si è perso nella sua vita.
Incontro dopo incontro, Zak finisce con l’innamorarsi di Bart il quale, dal canto suo, come ogni bravo gay che si rispetti, non è molto propenso a sentire parlare di legami seri e duraturi.
Mentre la povera Claire si accorge che il suo matrimonio sta vacillando pericolosamente e continua a chiedere spiegazioni, Zak trova finalmente il coraggio di fare il suo outing.
La scena è toccante, soprattutto quando la donna si sente beffata e continua a domandare al marito se il loro matrimonio sia mai stato reale.
Molti pensano che essere traditi con una persona del sesso opposto sia una (pur magra) consolazione. Non è vero, ci si sente indifesi, senza armi adeguate con cui poter affrontare il nemico.
Fatto sta che il matrimonio tra Zak e Claire salta, proprio come salta la relazione tra Zak e Bart una volta che non ci sono più ostacoli alla loro unione.
Nel finale Claire rivede Zak.
Lei ora è nuovamente sposata, ha un figlio, la bella vita che ha sempre sognato. Lui è solo, ha perso tutto però in cambio ha trovato se stesso.
Tra i due, è lui quello più sereno, quasi ai limiti della felicità.
Lei, invece, no. Lei si porta dentro il rimpianto di aver perduto ciò che amava senza averne avuto nessuna colpa.

Si vocifera che il regista volesse nel ruolo del protagonista attori del calibro di Michael Douglas, Harrison Ford, Richard Gere e William Hurt, ma pare che nessuno di loro abbia mai preso seriamente in considerazione la proposta.
Perciò si ripiegò su Michale Ontkean, poco conosciuto ma molto adatto al ruolo, con quell’aria un po’ spaesata ma domesticamente sexy.
Per il ruolo di Claire venne scelta Kate Jackson, ai tempi ancora fresca del successo di Sabrina nelle “Charlie’s angels” mentre per il terzo incomodo Bart venne scelto un attore emergente e molto sexy come Harry Hamlin, che fino ad allora era conosciuto più come baby-padre del figlio di Ursula Andress che per le sue (scarse) doti recitative.
Quando il film uscì, la curiosità fu molta e così durante il primo week-end il pubblico riempì le sale. Ma, svanito l’effetto sorpresa, “Making love” declinò rapidamente, arrivando ad incassare negli Stati Uniti un magro bottino di quasi 12 milioni di dollari.
Anche la canzone omonima, scritta da Burt Bacharach e interpretata da Roberta Flack, si fermò alla tredicesima posizione nella classifica di Billboard.
Eppure, nonostante qualche vistosa ingenuità, non si tratta di un brutto film.
Anzi, quando uscì fu anche molto coraggioso ed ebbe il merito di trattare con estremo garbo una tematica difficile, astenendosi dal tranciare qualsiasi facile giudizio.
Nel DVD ci sono alcune scene in lingua originale poiché, molto probabilmente, vennero tagliate ai tempi dalla distribuzione italiana.
Ma non perché contenessero scene o dialoghi troppo spinti, tutt’altro. Probabilmente solo perché rallentavano l’andamento della storia.

Dal 2009 “Making love” è disponibile in DVD. Distribuzione 20th Century Fox.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

GLI OCCHIALI D’ORO (1987)
di Giuliano Montaldo
con Philippe Noiret, Rupert Everett, Stefania Sandrelli, Valeria Golino, Nicola Farron

Nato a Bologna nel 1916 e morto a Roma nel 2000 , Giorgio Bassani è un autore reso celebre in tutto il mondo da un romanzo uscito nel 1962 il cui titolo è “Il giardino dei Finzi Contini”.
La storia di una ricca famiglia ebrea di Ferrara, della loro vita quotidiana agiata e avulsa dalla realtà di un mondo in caduta libera verso la Seconda Guerra mondiale e della follia umana che li condusse allo sterminio nei campi di concentramento commosse tutto il mondo, tanto che Vittorio De Sica ne trasse un film con Lino Capolicchio e Dominique Sanda che vinse l’Oscar come Migliori Film straniero nel 1972.

Ma altrettanto interessante è un’altra opera che Bassani pubblicò nel 1958 e che è un romanzo breve (o racconto lungo, che dir si voglia) intitolato “Gli occhiali d’oro”.
Nel 1987 Giuliano Montaldo ne trasse un film interpretato da Philippe Noiret e da Rupert Everett, già icona gay grazie a “Another country (La scelta)”.
A differenza da “Il giardino dei Finzi Contini”, questo secondo film tratto dalle opere di Bassani ebbe meno successo, forse anche perché uscì in un periodo storico di grande disimpegno culturale (Il famoso “edonismo reganiano”) che condannò al dimenticatoio piccole gemme (come “Plenty” con Meryl Streep o “Pazza” con Barbra Streisand) che, uscite magari in un altro momento, avrebbero conosciuto maggiori fortune.

Il film narra la storia di uno stimato medico di mezza età (Noiret), amato e rispettato in tutta Ferrara, i cui occhiali d’oro erano simbolo della sua eleganza e della sua eccentricità. Perché è così che viene definito un omosessuale criptato quando il perbenismo e l’ipocrisia impediscono di chiamare le cose con il loro vero nome.
Finché il Dottor Fadigati si limita ad amare l’arte, la bellezza e tiene le sue pulsioni sessuali sotto chiave, la città è ben disposta a chiudere un occhio.
Ma quando nella vita del medico irrompe un giovane bello e spregiudicato, Eraldo (Nicola Farron), gli schemi saltano e la società rivendica il diritto a mettere al bando il suo illustre concittadino, reo di aver portato vergogna e disonore.
Non importa se si tratti di passione, amore o semplicemente del canto del cigno di un uomo represso sul viale del tramonto: l’unico a rimanere vicino al Dottor Fadigati sarà un altro giovane, l’io narrante del romanzo (Rupert Everett), compagno di studi di Eraldo ed impotente testimone di una tragedia annunciata che sfocerà nel suicidio del Dottore, il quale preferirà le acque del Po alla ghettizzazione ma, soprattutto, all’abbandono e alla derisione da parte del suo amato bene.
Suicidio che verrà definito dagli organi di competenza “incidente”, poiché in un mondo in cui stavano per essere introdotte le prime leggi razziali, certe debolezze umane non potevano di certo venire riconosciute e publicizzate.

Anche se non si tratta di un capolavoro, “Gli occhiali d’oro” è un film che va rivisto e, in parte, rivalutato. La critica ai tempi lo trattò con freddezza ed i risultati al box office furono magri.
Eppure il film ha dalla sua parecchi atout, come la buona interpretazione degli interpreti, a cominciare da un Philippe Noiret dolente ed intimista fino a una Valeria Golino già in odore di “Rain man”. Inoltre trattava tematiche ai tempi non ancora da grande pubblico, a meno che l’omosessualità non fosse vissuta in un ambito farsesco stile “La cauge aux folles”.
Il film fece vincere ad Ennio Morricone un David di Donatello per la Miglior Colonna Sonora e, dal 2006, è disponibile in dvd.
Distribuzione Medusa Home Video.

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