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In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

WALT DISNEY

Essendo un patito di film Disney, mi è sembrato divertente analizzare all’interno dei lungometraggi della celebre casa cinematografica di Topolino quali potrebbero essere le figure in odore di diversità.
Comincerei con i 7 nani di Biancaneve. Tra Cucciolo e Mammolo, direi che non so a quale dei due starebbe meglio una borsa di Louis Vuitton al posto dello zainetto da minatore.
Poi proseguirei con Fiore, la puzzola di Bambi. Timido e narcisista, adoro essere vezzeggiato.
Cosa importa se alla fine del film appare con moglie e prole: mica sarebbe il primo gay della storia a mettere su famiglia.
A proposito di famiglia, c’è quella molto poco convenzionale de “Il libro della giungla”, con una pantera molto sinuosa, un orso che ama indossare gonnellini di banane alla Josephine Baker e un bambino trovatello. Alla fine il pargolo dirà addio ai due pseudo-genitori un poco “queer” per iniziare il suo percorso eterosessuale.
Altro personaggio decisamente ambiguo è il Sir Biss di Robin Hood. Il perfido consigliere di Re Giovanni, giocando sul complesso edipico del suo “sssssssssssire”, non impiega nulla ad adulare e sedurre pur di ottenere il suo scopo.
E che dire del vanesio Gaston de “La bella e la bestia”? Anche se è solo uno dei tanti palestrati egoriferiti che impazzano sui siti di mezzo mondo, oggigiorno qualcuno potrebbe definirlo un “metro-sexual”.
Anche Jafar di “Aladdin” ha sicuramente qualche zona d’ombra che potrebbe far pensare ad un vizietto nascosto. Ma forse si tratta solo del fatto che è d’innata eleganza e quella, si sa, appartiene solo agli uomini di una determinata categoria.
Ed eccoci al famigerato “Il re leone”, il cartone animato più visto nella storia del cinema.
Al di là dello zio Scar, che potrebbe far sorgere gli stessi dubbi del predetto Jafar, il personaggio che all’uscita del film venne tacciato di gaiezza era il suricata Timon.
Divertente, estroverso e ballerino (la scena in cui canta “Hakuna matata” è un cult), Timon negli Stati Uniti fu doppiato da Nathan Lane, attore pubblicamente dichiarato. Forse fu anche per questo motivo che qualche critico rompipalle (di quelli che non muoiono mai) si divertì ai tempi a sollevare un po’ di polemica.
Nemmeno Wiggins, l’aiutante del Governatore Ratcliffe in “Pocahontas” è un esempio di machismo mentre il tema della diversità all’interno delle storie Disney diventa fortissimo ne “Il gobbo di Notre Dame”.
È questo forse il loro cartone animato più adulto e conturbante mai realizzato: la scena in cui Frollo canta disperato il suo amore per Esmeralda che si materializza nel fuoco, ha una vis erotica delirante da far impallidire qualsiasi bambino. Ma siccome non c’erano accenni “queer”, furono in pochi a sottolinearne la morbosità.
Ed ecco che, due anni dopo, anche il travestitismo irrompe prepotentemente nel mondo Disney con quel piccolo capolavoro animato che è “Mulan”.
Qui la storia, a metà tra Lady Oscar e Yentl, racconta di una ragazza che si traveste da uomo per andare a combattere al posto del padre. Una ragazza che, sin dalle prime scene, vediamo avere seri problemi con la propria condizione di donna intesa come lo era ai suoi tempi.
Dopo unni, valanghe e compagni di battaglia che si divertono a travestirsi, troverà finalmente il suo sposo. La domanda è una sola: chi dei due porterà la corazza in famiglia?
La diversità ritorna ancora una volta nell’hawaiiano “Lilo e Stitch”, col bellissimo concetto che “in famiglia nessuno viene abbandonato o dimenticato”. Questo film andrebbe fatto vedere tre volte al giorno prima dei pasti a tutti quei genitori che non accettano la diversità dei loro figli e li buttano fuori casa.
Non mi addentro nei meriti del bambolotto Ken di “Toy story 3” (quella è Pixar, non Disney, anche se poi sono un tutt’uno) mentre chiudo questo articolo (e questa serie di appuntamenti su blog) parlando dell’allegra combriccola di briganti di “Rapunzel”, trucidi e assassini che di fronte al sogno della bella ragazza dai lunghi capelli biondi scoprono la loro anima da Liala.
E il vecchietto in versione amorino che chiude il film è l’ennesimo capolavoro gaio della Disney, pietra miliare della vita di ciascuno di noi che, da più di 75 anni, ci regala sogni animati per tutte le età.
E per tutti i gusti sessuali.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

MAMBO ITALIANO (2003)
di Emile Gaudreault
con Luke Kirby, Claudia Ferri, Peter Miller

Prendete “Stregata dalla luna” e “Il mio grosso grasso matrimonio greco”, mescolateli insieme e provate a condirli in salsa gaia.
Vi verrà fuori “Mambo italiano”, un delizioso film del 2003 in cui si ride di cuore evitando le trappole della facile volgarità a cui l’argomento si presta.
Sulla locandina trionfava la scritta “Non è una democrazia, è una famiglia”, introducendo così una storia di immigrazione, genitori ansiosi e figli omosessuali più o meno usciti allo scoperto.
Uscito di soppiatto nelle sale americane, questo piccolo gioiello canadese ha incassato più di sei milioni di dollari, trasformandosi in un “hit” contro qualsiasi previsione.
In Italia, invece, è passato abbastanza inosservato. Peccato, perché si sarebbe meritato di più. Quindi mi sembra più che doveroso recuperarlo per passare una serata all’insegna di un divertimento intelligente e spensierato, nonostante qualche luogo comune sugli italiani (più che sui gay) che a volte rischia di far scivolare nello stereotipo la buona sceneggiatura, tratta da un’opera teatrale di Steve Galluccio.

La famiglia Barberini è immigrata da anni in Canada, anche se ai tempi era convinta di essersi trasferita negli Stati Uniti.
Il figlio Angelo (Luke Kirby), giunto alle soglie dei trent’anni, decide di andare a vivere da solo, sferrando un colpo mortale ai suoi genitori che non capiscono il perché di tale scelta.
Li consola solo il fatto che vada a vivere con Nino (Peter Miller), suo amico d’infanzia.
Peccato che Angelo e Nino siano amanti e questo fatto, una volta uscito allo scoperto, scatenerà non pochi conflitti all’interno delle rispettive famiglie.
Ma Nino, che non riesce ad accettare completamente la sua omosessualità, finisce nelle grinfie di Pina (Sophie Lorain), una donna disperatamente in cerca di marito che lo accalappia facendosi sposare e mettere incinta.
Per il povero Angelo è una tragedia, ma anche per la sua famiglia la quale, attraverso il dolore del figlio, imparerà il valore della comprensione e della solidarietà.
Mentre Nino continuerà la sua doppia vita, insieme ad un nuovo amico di campeggio, Angelo incontrerà un nuovo amore grazie al Telefono Amico.
Che importa se non è di origine italiana. Del resto di qualche cosa i suoi genitori dovranno pur lamentarsi, no?

Certo, in questo “Mambo italiano” non c’è una Cher che prende a calci una lattina a illuminare lo schermo.
Però c’è Luke Kirby che è carino e in parte, e anche tutte le figure che gli fanno di contorno sono azzeccate, a cominciare dai genitori (Ginette Reno e Paul Sorvino) alla sorella infelicemente zitella (Claudia Ferri).
La regia è fresca e leggiadra e ci fa giungere a fine film col sorriso stampato sulle labbra.
Un applauso speciale va a Lina Parenti (Mary Walsh) nel ruolo della madre di Nino, tipico esempio di genitrice arpia che, dopo aver rovinato il figlio, non ne accetta la diversità e preferisce un matrimonio d’apparenza pur di far tacere le malelingue, compatendo in pubblico la famiglia di Angelo che subisce l’onta di avere un figlio omosessuale.
Però non bisogna dimenticare nemmeno la zia Iolanda (Tara Nicodemo), anticonformista e diversa a modo suo, che insegna al protagonista a ballare il mambo “mentre tutti gli altri erano ancora fermi alla tarantella”.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
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20120524-090631.jpgYENTL (1983)
di Barbra Streisand
con Barbra Streisand, Mandy Patinkin, Amy Irving

Non è un film a tematica gay, ma è come se lo fosse. E non solo perché si tratta di un film “en travesti”.
“Yentl” è un film sul desiderio di essere se stessi, sul coraggio di combattere per ciò in cui si crede e di sfidare i preconcetti di un mondo che ci vuole a tutti i costi ingabbiare nei suoi stereotipi.
Quando Barbra Streisand lesse il racconto di Isac B. Singer intitolato “Yentl, il ragazzo dello yeshiva”, volle a tutti i costi farne un film. Ma Hollywood si dimostrò molto meno entusiasta di lei nei confronti di questo progetto, per cui passarono parecchi anni prima che la cantante/attrice potesse finalmente coronare il suo sogno.
Per riuscire a produrlo, la Streisand fece di tutto e di più, compreso un pessimo film del 1981 “All night long” con Gene Hackman, che rappresentò uno dei momenti più bassi della sua straordinaria carriera. Poi finalmente, nel 1983, giunse il riscatto.
“Yentl” è passato alla storia per essere il primo film interpretato, diretto, sceneggiato e prodotto da una donna. Solo negli Stati Uniti incassò più di 40 milioni di dollari, una cifra al di là di ogni più rosea aspettativa vista la tematica trattata.
Definito “un film con musica”, “Yentl” vanta alcune tra le canzoni più belle e magistralmente interpretata dalla più grande voce bianca mai esistita (e Mina non se ne abbia a male!)
Vinse il Golden Globe come miglior commedia e per la migliore regia, invece fu snobbato agli Oscar, dove vinse solo come migliore colonna sonora.
Ma del resto l’Accademy non ha mai amato la Streisand, alla quale già rubò nel 1973 l’Oscar come miglior attrice protagonista per “Come eravamo” (premiando invece una brava, ma meno interessante, Glenda Jackson per “Un tocco di classe”).
Il sottoscritto, che invece quando si tratta di La Streisand (come la chiamano in America) è peggio di Kevin Kline in “In & out”, considera “Yentl” un film straordinario, che lo sa commuovere ogni volta che lo vede (e vi posso assicurare che l’ho visto ad libitum).
Se non altro per l’amore che Barbra ha immesso in questa sua creatura e che è tangibile in ogni singolo fotogramma.
Steven Spielberg lo definì “un capolavoro”. Amy Irving, che ai tempi era sua moglie, recitava nel film, per cui i maligni dissero che si trattava di un giudizio interessato.
Ma io vi dico: fidatevi della parola di Mr. Schindler.

Yentl (Barbra Streisand) è una ragazza che vive in Polonia agli inizi del 900, quando alle donne non era consentito studiare. Supportata dal padre rabbino, Yentl non pensa minimamente a sposarsi o fare figli e la sera, di nascosto, studia il Talmud.
Il giorno in cui suo padre muore, Yentl è obbligata a fuggire da un mondo che la vuole confinare ad un ruolo che lei non sente.
Così si taglia i capelli, si traveste da uomo e va a studiare in uno yeshiva, ovvero un centro studi per ragazzi ebrei.
Qui conosce Avigdor (Mandy Patinkin) che, a breve, diventa il suo più caro amico nonché l’oggetto del suo desiderio.
Avigdor è già promesso sposo di Hadass (Amy Irving), tipica ragazza ebrea sottomessa all’autorità maschile.
Quando il matrimonio tra i due salta, Yentl si trova coinvolta in un pericoloso triangolo amoroso. Alla fine, di fronte al dolore che sta causando ad Hadass e alla virile ottusità del suo amato Avigdor, Yentl sarà obbligata a fare una scelta, anche contro il suo stesso cuore.
Gran finale in nave, verso la nuova terra promessa, con una canzone stupenda ed un acuto da brividi della durata di 18 secondi in cui ci si domanda “con tutto quello che c’è, perché accontentarsi solo di un pezzetto di cielo?”

La Streisand in questo film è eccezionale e, a quarant’anni suonati, si cala nei panni di un’adolescente riuscendo ad essere totalmente credibile.
Quando alla domanda di Avigdor “cosa vuoi di più?” Yentl risponde, in un sussurro, “di più”, Barbra smette di essere solo un’icona gay e diventa l’emblema di tutti noi che non riusciamo ad arrenderci alla mediocrità della vita.
Mandy Patinkin, attore e cantante di musical nonché futuro Jason Gideon in “Criminal minds”, se la prese molto con la Streisand che non gli fece cantare nemmeno una nota della colonna sonora (opera di Michel Legrand e di Alan & Marylin Bergman, autori prediletti da Babs che per lei avevano già scritto successi come “The way we were”, “What are you doing the rest of your life?” e “You don’t bring me flowers”).
Del resto le canzoni rappresentano il mondo interiore di Yentl per cui, giustamente, un intervento vocale da parte dell’attore sarebbe stato fuori luogo.
Amy Irving è perfetta nel ruolo della brava ragazza ebrea timorata di Dio solo all’occorrenza e per questo film sfiorò l’Oscar.
Forse “Yentl” è un po’ troppo lungo e tirato nella seconda parte (uno dei difetti della Streisand regista), ma ciò non toglie che si tratta di un piccolo gioiello fatto di cuore e voce.
Le canzoni sono tutte magnifiche, a cominciare dalle due più famose che Barbra ha più volte riproposto nei suoi concerti, ovvero “Papa, can you hear me?” e “A piece of sky”.
Ma forse la più toccante è “No matter what happens”, la canzone perfetta per ogni outing.
Ma di questa ne parlerò settimana prossima nella rubrica “Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…”.

Disponibile in DVD. Distribuzione 20th Century Fox Home Entertainment.

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La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
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LA PATATA BOLLENTE (1979)
di Steno
con Renato Pozzetto, Massimo Ranieri, Edwige Fenech

Piatto ricco mi ci ficco.
Dopo il successo planetario ottenuto nel 1978 da “Il vizietto”, primo film che sdoganava le coppie omosessuali iniziando a parlare (sia pure molto alla lontana) di famiglie allargate, ecco che anche l’Italia saltò sul treno rosa della gayezza con un film piacevole, divertente e tutt’altro che stupido.
Gli ingredienti per fare un buon prodotto c’erano tutti: un regista esperto di commedie all’italiana (il grande Steno, più di 70 film in 40 anni di attività e padre dei fratelli Vanzina), l’attore più di cassetta di quel periodo (Renato Pozzetto) un’attrice che era il desiderio proibito di milioni di italiani (Edwige Fenech) ed un cantante tutto “anema e core” che aveva dimostrato di cavarsela bene anche sul set (Massimo Ranieri).
Fu così che nel 1979 giunse sugli schermi “La patata bollente”, film che univa la satira politica ad una nuova visione della sessualità.
Era molto divertente soprattutto vedere come ai tempi la sinistra era tutto fuorché progressista (non dimentichiamo che Pasolini venne ostracizzato dal Partito Comunista per via delle sue preferenze sessuali) e come gli operai ai tempi vivevano il sogno di quella “Madre Russia” che, nel giro di dieci anni, avrebbe dovuto miseramente capitolare ed arrendersi alle logiche capitalistiche dell’occidente.
In tutto questo si infilava anche il mito del “macho” nostrano che rendeva difficile ad un uomo etero dichiarare pubblicamente le proprie simpatie nei confronti dei diversi.
Il film ebbe un grosso successo di pubblico ed anche la critica si dimostrò più benevola di quanto solitamente fosse nei confronti di queste commedie all’italiana.

Bernardo (Renato Pozzetto) è un operaio sindacalista pacifista, per questo motivo soprannominato Gandhi, che vive per la falce e il martello. Ha una bella fidanzata, Maria (Edwige Fenech) e la passione per il pugilato. La sua esistenza tranquilla e un po’ monotona viene sconvolta la sera in cui salva un giovane gay, Claudio (Massimo Ranieri), dalle grinfie di un gruppo fascista.
In breve tempo i due uomini diventano amici, scatenando così pettegolezzi e maldicenza da parte di amici, colleghi e portiera, mentre la povera Maria, che non capisce più tanto bene che cosa sta succedendo, arriva perfino ad improvvisare uno spogliarello alla Rita Hayworth pur di testare la virilità del suo amato bene.
Bernardo non riesce a capacitarsi del fatto che i gay siano invisi sia ai comunisti che ai fascisti e inizia una sua personale battaglia a favore della discriminazione.
Ma il coraggio e l’amicizia non sono sufficienti a combattere l’ignoranza e l’ottusità di un mondo che si dichiara progressista solo a parole.
Alla fine sarà Claudio a risolvere la situazione, scatenando in Bernardo una reazione che lo riabiliterà agli occhi dei compagni di partito.
Finale in trasferta ad Amsterdam, dove ognuno sarà finalmente libero di essere se stesso e di posare per una bella foto di famiglia.

È innegabile che, oggi, “La patata bollente” dimostri i segni del tempo. Ciò non toglie che il divertimento è assicurato, nonostante i trenta e passa anni di età.
Pozzetto e Ranieri sono bravi e in parte, l’affiatamento sul set è tangibile e la scena del loro tango mantiene ancora intatta la sua “vis comica”.
Anche l’algida Edwige Fenech in questa prova è convincente, riuscendo a mescolare bellezza, ironia e spontaneità.
Perciò è un film assolutamente da recuperare, anche perché riuscì a trattare un argomento non facile senza mai cadere nel sensazionalismo o nella volgarità.
Una piccola curiosità: nel film c’è una canzone, “Tango diverso”, che ai tempi venne scritta da un grande musicista, Totò Savio, morto nel 2004. Egli fu il fondatore dei mitici Squallor insieme a Giancarlo Bigazzi, altro grandissimo autore mancato pochi mesi fa.
La canzone fu scelta come inno del Gay Pride che si tenne a Bologna nel 2008.

Disponibile in DVD. Distribuzione Medusa Video.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

LA MOGLIE DEL SOLDATO (1992)
di Neil Jordan
con Stephen Rea, Jaye Davidson, Miranda Richardson, Forest Whitaker

“La moglie del soldato” è un film dalla doppia anima, proprio come duplice è la personalità di tutti i suoi protagonisti.
Quando uscì, verso la fine del 1992, questo film, che nella versione originale si chiamava “The crying game”, incassò solo negli Stati Uniti quasi 63 milioni di dollari e fu candidato a ben 6 premi Oscar (tra cui miglior film, miglior attore protagonista e miglior attore non protagonista), anche se vinse solo quello per la miglior sceneggiatura originale.
Eppure avrebbe meritato molto di più, se non altro per il coraggio dimostrato da regista e attori di addentrarsi all’interno dei sentimenti umani e di chiamarli con il loro vero nome.
Ma i tempi non erano ancora maturi. Il grande cinema di Hollywood non aveva ancora sdoganato certi argomenti e così questo piccolo grande film inglese perse contro un Clint Eastwood che con “Gli spietati” aveva scritto la parola fine sul genere western.
Però, un paio di anni, il regista Neil Jordan ritornò a parlare di rapporti ambigui dirigendo Tom Cruise e Brad Pitt in “Intervista col vampiro” mentre, nel 2005, raccontò un’altra storia “en travesti” col particolare “Breakfast on Pluto”, interpretato da un magistrale Cillian Murphy. Peccato che, in entrambi i casi, il miracolo compiuto con “il gioco del pianto” non si sia più ripetuto.

Come dicevo all’inizio, il film sembra essere composto da due storie diverse.
La prima è una storia di guerra, in cui il giovane soldato di colore Jody (Forest Whitaker) viene rapito da un gruppo dell’IRA all’interno del quale militano Fergus (Stephen Rea) e Jude (Miranda Richardson).
Durante le lunghe ore in cui Fergus deve vegliare il soldato, tra carceriere e prigioniero si instaura un rapporto di reciproca stima che va al di là delle diverse posizioni politiche, tanto che il soldato di colore fa promettere al suo carceriere di prendersi cura della sua fidanzata, Dil (Jaye Davidson), nel caso gli dovesse capitare qualcosa.
In seguito ad un incidente casuale, Fergus si troverà costretto a dover ottemperare alla promessa fatta.
E qui il film si trasforma in una “quasi” storia d’amore. Fergus rimarrà da subito affascinato da Dil, tanto da non rendersi nemmeno conto di come stanno realmente le cose: quando questo accadrà, sarà troppo tardi e l’uomo non riuscirà più a fare marcia indietro.
A complicare le cose, ritorna sulla scena Jude. Gli eventi precipitano e Fergus finirà col sacrificare se stesso per amore di Dil.
Come giustamente scriveva Sandor Marai nel suo “L’eredità di Eszter”, gli amori infelici sono quelli che non finiscono mai.
Così Fergus e Dil andranno avanti ad libitum ad amarsi a modo loro.
Cosa importa se ogni volta che “la moglie del soldato” lo chiamerà “amore”, l’uomo le risponderà di smetterla (un po’ tipo Piperita Patty dei Peanuts quando Marcie la chiama “Capo”)?
Un sentimento è qualcosa che vale molto di più di qualsiasi definizione che abbia l’assurda pretesa di volerlo ingabbiare.

Ambientazioni fredde e squallide da un lato, personaggi caldi e palpitanti dall’altro.
Impossibile sottrarsi al fascino di questa storia che ci lascia dentro la speranza che davvero “amor omnia vincit”.
Bravissimi tutti gli attori, tra i quali vorrei citare Jaye Davidson che, dopo questo film, interpretò solo “Stargate” per poi abbandonare il cinema e tornare a lavorare nel mondo della moda.
Nella colonna sonora appaiono due grandissime icone gay della musica leggera: Dusty Springfield (con “I only wanna be with you”) e Tammy Winette (con “Stand by your man”).
Ma sono i titoli di coda a regalarci un’autentica chicca.
Si tratta del remake di “The crying game”, il brano di Geoff Stephens del 1964 magistralmente rifatto da Boy George con la produzione dei Pet Shop Boys.
Da scaricare immediatamente (e legalmente!) nel caso non facesse ancora parte di una vostra playlist.

Disponibile in DVD. Distribuzione Cecchi Gori Home Video.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

IL BAGNO TURCO – HAMAM (1997)
di Ferzan Ozpetek
con Alessandro Gassman, Francesca D’Aloja, Mehmet Gunsur

È stato il primo, e forse anche il migliore.
Quando nel 1997 uscì “Il bagno turco -Hamam”, nessuno avrebbe mai pensato che il giovane regista turco che lo aveva diretto sarebbe diventato, in breve tempo, un punto di riferimento cinematografico per tutti i gay italiani.
Il film funzionò bene sin dall’inizio, riscuotendo un buon successo di pubblico e di critica, tanto da venire presentato alla 50° edizione del Festival di Cannes ed incassando solo in Italia più di un miliardo e mezzo di lire.
Dopo di quello, ci sarebbe stato il mezzo tonfo di “Harem Suare” del 1999 prima che, nel 2001, “Le fate ignoranti” facesse il botto, facendoci innamorare di Ferzan Ozpetek e delle sue meravigliose famiglie allargate.
Nel corso degli anni, il regista ha conosciuto grandi successi ma anche qualche flop (soprattutto quando si è distaccato dalle tematiche omosessuali).
Il vero problema del regista è che tende ad infarcire i suoi film di troppa roba. Così li trasforma in dolci turchi (talvolta eccessivamente mielosi) che diventano difficili da digerire per via dei troppi ingredienti speziati.
Cosa che, invece, non ha fatto ne “Il bagno turco – Hamam”, che è un film semplice, lineare ma, proprio per questo, diretto e sentito.

La trama parla di una coppia di giovani coniugi romani, Francesco e Marta (Alessandro Gassman e Francesca D’Aloja), infelici e mal assortiti, che trascinano un matrimonio stanco e senza figli. Lui è isterico, lei insopportabile.
Un giorno Francesco riceve la notizia che una sua zia è mancata lasciandogli in eredità un bagno turco a Istanbul.
L’uomo parte, convinto di vendere in pochi giorni il locale e poter tornare ai suoi impegni quotidiani.
Ma le cose non vanno proprio così.
Al di là delle difficoltà burocratiche che incontra, Francesco rimane catturato dall’atmosfera della città turca, tanto da decidere di non vendere più il bagno turco.
Ospitato da una famiglia amica della zia, l’uomo si trova pure sentimentalmente coinvolto con un ragazzo che apre nuove strade alla sua sessualità, trasformandolo e facendolo sentire, per la prima volta in vita sua, una persona felice.
Peccato che a Istanbul arrivi anche Marta, decisa a chiedere il divorzio.
Quando scopre la nuova dimensione umana e sessuale del marito, le cose precipitano.
Ma un evento tragico e inatteso cambia le carte in tavola e sarà la stessa Marta, alla fine, a regalare alla sua vita un nuovo punto di partenza, complici i racconti della zia avventuriera.

Anche a distanza di anni, “Il bagno turco – Hamam” mantiene intatto il suo fascino, soprattutto quando la voce fuori campo della zia ci conduce per i vicoli della città in cerca di antichi segreti e peccati sussurrati.
La bellissima fotografia di Pasquale Mari concorre ad aumentare il fascino di quest’opera prima.
Alessandro Gassman, in ruolo, parte esagitato come suo solito, ma via via che il film prosegue, riesce a trovare una sua dimensione umana tanto da risultarci, alla fine, quasi simpatico.
Francesca D’Aloja, invece, non era forse l’attrice più indicata per il ruolo. Ma è la moglie di Marco Risi, produttore del film, per cui probabilmente Ozpetek si trovò di fronte ad una scelta obbligata.
Però, nonostante la sua altezzosa inespressività, la D’Aloja riesce a regalarci un brivido nel finale. Con un cigarillo in bocca e lo sguardo perso nel nulla, ci fa illudere che per tutti noi, da qualche parte nel mondo, possa esistere davvero la possibilità di fare punto e a capo.

Il film è disponibile in DVD. Produzione CVC.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

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THE HOURS (2002)
di Stephen Daldry
con Nicole Kidman, Meryl Streep, Julianne Moore

Quando lessi che stavano girando un film tratto dal libro “Le ore” di Michael Cunningham, pensai che il produttore avesse avuto un’ispirazione kamikaze.
Nonostante il libro avesse vinto il Premio Pulitzer, a quale grande platea sarebbe mai potuta interessare una storia che si svolge in tre momenti storici differenti e che tratta una tematica difficile e impopolare come il suicidio?
E invece il film ricevette molti premi (tra cui l’Oscar come migliore attrice protagonista a Nicole Kidman) e guadagnò in tutto il mondo quasi 110 milioni di dollari.
Il regista Stephen Daldry, già conosciuto per “Billy Elliot”, fece un ottimo lavoro, dirigendo un cast stellare che lavorò sottocosto pur di prendere parte all’ambizioso progetto.
Cunningham si ispirò al celebre romanzo di Virginia Woolf “La signora Dalloway” (che originariamente avrebbe dovuto intitolarsi “Le ore”), che raccontava la giornata di una donna inglese alle prese con i preparativi di una festa.
Lo scrittore utilizzò lo stile narrativo della Woolf, la prosa con poca punteggiatura e le stesse situazioni del romanzo per costruire un libro a tre voci che aveva “La signora Dalloway” come trait d’union.

Il film (come il libro) parte nel 1941, con il suicidio di Virginia Woolf (Nicole Kidman) che si riempie le tasche di sassi e si lascia affogare nel fiume Ouse, vicino a casa sua.
Da lì ritorna a ritroso agli inizi degli anni venti, quando la Woolf fu obbligata a lasciare Londra per via delle sue condizioni di salute mentale e, nella noia della campagna inglese, comincia a scrivere di una ricca signora cinquantenne, Clarissa Dalloway, che cerca di sfuggire all’inutilità della sua vita inseguendo amenità finché il suicidio di un veterano di guerra la scuoterà dal suo borghese torpore.
“La signora Dalloway”, negli anni cinquanta, è il libro che la signora Brown (Julianne Moore), casalinga di provincia con marito e figlio che la adorano, legge in un motel in cui si rifugia per uccidersi e sfuggire così ad una vita perfetta che la sta soffocando.
Negli anni duemila, invece, c’è Clarissa Vaughan (Meryl Streep), nota editor, che come la sua omonima signora Dalloway sta organizzando una festa in onore di Richard (Ed Harris), famoso scrittore gay che sta morendo di AIDS e che fu il suo grande amore da ragazza, prima che anche lei cambiasse gusti sessuali.
Richard continua a chiamare Clarissa “La signora Dalloway” e, prima di gettarsi dalla finestra (proprio come il veterano di guerra del romanzo), saluta l’amica di sempre citando la frase che la Woolf scrisse al marito prima di uccidersi “non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi”.
La signora Brown, invece, grazie al romanzo della Woolf, trova il coraggio di lasciare marito e figlio per fuggire a fare la bibliotecaria in Canada.
Nel finale la signora Brown e Clarissa Vaughan si incontreranno proprio grazie a quel figlio abbandonato che, per tutta la vita, avrà pagato la ferita dei non amati.

Difficile, se non impossibile, sintetizzare in poche righe una trama così particolare e complessa, ricca di sfumature, di dialoghi scarnificanti, di disagi esistenziali.
Diciamo solo che tutto il cast è eccezionale ed anche il parco uomini (Ed Harris, Jeff Daniels, John C. Reilly) non sfigura di certo di fronte alle tre grandi mattatrici.
La musica di Philippe Glass regala al film un respiro inquieto e, nello stesso tempo, struggente.
Il tema dell’omosessualità è onnipresente ma, nello stesso tempo, non così determinante all’interno della trama. È una storia sull’incapacità di saper vivere, sulla difficoltà di volersi bene, su quel male oscuro che si impossessa di certe anime, rendendo la loro vita un inferno. E rendendola tale anche a tutti coloro che hanno la sfortuna di amarle.
L’unica pecca del film, se vogliamo chiamarla così, è l’assenza nella sceneggiatura di alcune frasi che, a mio avviso, valevano il libro, ma mi rendo conto di quanto fosse difficile riuscire ad inserirle.
Una di queste riguarda il personaggio di Clarissa Vaughan subito dopo la morte del suo amato Richard.
Nell’ultima pagina del libro, Michael Cunnigham la definisce “Clarissa, non più la signora Dalloway: non c’è più nessuno a chiamarla così”.
Mi capita spesso di ripensare ad alcune persone che ho amato e che non ci sono più.
Molte di loro mi chiamavano con nomignoli particolari. Dopo la loro scomparsa, non ho mai più sentito quei nomignoli. E mi mancano, proprio come mi manca chi mi chiamava così.

“The hours” è disponibile in DVD. Distribuzione Eagle Pictures.

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

ANOTHER COUNTRY – LA SCELTA (1984)
di Marek Kanievska
con Rupert Everett, Colin Firth, Cary Elwes

Ci sono film che diventano dei “cult” gay e che io, sinceramente, preferirei non andare a ripescare fuori dai meandri della memoria, dato che già da soli fanno parte del patrimonio culturale di ogni cinefilo omosessuale degno di tal nome.
È anche vero, però, che molti ragazzi giovani potrebbero non conoscere la storia di persone che, con il loro impegno e la loro lotta, hanno consentito loro godere di un’emancipazione sessuale assolutamente impensabile fino a qualche decennio fa.
Quindi, accettando il suggerimento di un’amica, rispolvero volentieri “Another country – La scelta”, un bel film del 1984 in cui si narrano le gesta di Guy Burgess, un inglese che divenne una spia al servizio dell’Unione Sovietica per vendicarsi del proprio Paese e dei soprusi da lui subiti durante il periodo del college a causa della sua omosessualità.
Il film, tratto da una pièce teatrale di Julian Mitchell, è un lungo flashback in cui Bergess racconta la sua adolescenza poco prima di morire, a soli 52 anni, ucciso dall’alcol.

La storia si svolge principalmente ad Eton, considerata la più famosa e prestigiosa scuola del Regno Unito.
Guy Burgess (Rupert Everett), bello e dannato al punto giusto, è gay, vuole diventare un diplomatico ed è amico di Tommy Judd (Colin Firth), votato alla causa marxista.
L’ambiente in cui si muove è molto dandy ed ognuno viene educato a diventare un piccolo dio.
All’interno della scuola vige la ferrea regola del “si fa ma non si dice”, perciò anche le tentazioni omosessuali sono tollerate solo se tenute opportunamente nascoste. Perciò, quando due allievi vengono colti in flagrante da un maestro a masturbarsi insieme, è un pubblico scandalo che spingerà uno dei due ragazzi a togliersi la vita.
Da lì cominciano l’odio e l’insofferenza di Burgess nei confronti di un certo perbenismo ipocrita e borghese.
Quando l’amore che nutre per il giovane James diventa di pubblico dominio per via di una lettera intercettata, Burgess deve non solo subire l’umiliazione di una pesante punizione corporale ma deve anche dire addio ai suoi sogni di gloria.
Perciò farà la sua scelta: entrare a far parte del KGB non per questioni di lucro ma in segno di disprezzo nei confronti della sua Nazione.
Anche Judd seguirà fino in fondo i suoi ideali, immolando la propria vita durante la guerra civile in Spagna.

“Another country – La scelta” è un film che riesce ad esprimere molto bene la difficoltà di vivere in certi ambienti oppressivi e repressivi in cui bisogna essere sempre all’altezza delle aspettative.
Pur trattando un tema pesante e difficile, riesce a tenere il giusto distacco evitando di prendere troppo le parti del bell’umiliato e offeso Burgess.
Purtroppo ogni tanto il film causa qualche sbadiglio per i tempi di regia un po’ troppo dilatati ma, del resto, si tratta di un film che ha quasi trent’anni.
Sia Colin Firth che Rupert Everett interpretarono le loro parti anche a teatro.
Firth, prima ancora di essere un “single man” per Tom Ford e il balbuziente Re Giorio VI, dimostrò di saper calzare molto bene i panni di chi fa fatica a stare dentro certe regole mentre Rupert Everett con questo film diede inizio alla sua carriera cinematografica.
Peccato solo che il pubblico outing lo abbia poi condannato a recitare sempre e solo ruoli da omosessuale. E se ciò tanto gli ha giovato in quel piccolo gioiellino che era “Il matrimonio del mio migliore amico”, stenderei un velo pietoso sul successivo “Sai che c’è di nuovo?” in compagnia della sua cara amica Madonna.
Anche se (e questo va riconosciuto al bel Rupert) fu proprio lui a suggerire alla cantante di inserire all’interno della colonna sonora del film la cover di “American pie” di Don McLean, brano del 1971 che Miss Ciccone rielaborò in modo eccelso.

“Another country – La scelta” è disponibile in DVD. Distribuzione Sony Pictures Home Entertainment

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