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La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Teen Gender: la parola alla Dott.ssa Roberta Ribali

Domenica 19 Febbraio, il Circolo TBGL “Harvey Milk ” ospiterà l’evento “Progetto Teen Gender”, riguardante gli adolescenti e le tematiche di genere.
Interverranno: la dottoressa Roberta Ribali (psichiatra), i dottori Valentina Guggiari e Stefano Ricotta (psicologi), Daniele Brattoli (assistente sociale), Andrea Pucci (aspetti legali). 

Il presidente Nathan Bonnì si è incaricato di intervistare la dott.ssa Ribali, per conoscerla un poco in precedenza.

Ciao Roberta e benvenuta sul blog. Sarai relatrice sei stata promotrice della serata Teen Gender…come mai ti sta a cuore questo tema?

Abbiamo tutti infinite sfumature di identità di genere. Ne ho anch’io,ovviamente…!

Cosa pensi dei bambini “gender non conforming”?
Sono modi d’essere che si ritrovano a volte nei cuccioli della specie Homo Sapiens Sapiens… 🙂

Secondo te è una tematica di ruoli di genere, di identità di genere o i due temi talvolta si intrecciano?
Nei bambini non si puo’ individuare chiaramente …. a volte è un gioco, a volte un intreccio complesso di ruoli esterni e di vissuti intimi e profondi…

 

… Continua su Progetto GenderQueer.

A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

DISCORSO DI UN RAGAZZO PER I POLITICI E LA SOCIETA’ CIVILE: NON SOTTOVALUTATELO

Venerdì due e sabato tre dicembre si è svolto, presso il Teatro Strehler e presso altri centri
della cultura e della politica milanese, il primo forum delle politiche sociali del Comune di
Milano: “Tutta la Milano possibile”. Le mattine di ambo le giornate sono state animate dagli
interventi di personalità di spicco, tra cui Sergio Escobar (Direttore del Piccolo Teatro di
Milano), Pierfrancesco Majorino (Assessore Politiche Sociali e Cultura della salute), Livia
Turco, Nando Dalla Chiesa, Moni Ovadia, Livia Pomodoro (Presidente del Tribunale di
Milano), Umberto Veronesi, Emanuele Ranci Ortigosa e Don Virginio Colmegna. Il
pomeriggio di venerdì il grande convegno (oltre 2000 gli accreditati per le mattine e più di
1400 per il pomeriggio) si è diviso in diversi tavoli tematici per affrontare le dieci occasioni
di confronto proposte dall’assessorato. Uno degli argomenti trattati è stato quello delle
“Pari opportunità. Idee e progetti contro ogni discriminazione”. Tralasciamo le polemiche di
chi ha rimproverato che il titolo non facesse riferimenti espliciti a omofobia e transfobia:
polemiche degne di quel protagonismo ed egocentrismo da prime donne e checche
isteriche che francamente non ci sentiamo di condividere. Ci paiono inadatte e
controproducenti in questo momento in cui inizia una nuova e, speriamo, duratura
stagione di dialogo tra le associazioni GLBT e le istituzioni della nostra città.
Di seguito riporto il discorso che ho tenuto al tavolo tematico intervenendo alla fine dei
lavori.

Discorso:
Quando ero piccolo ho imparato che il pubblico riguarda tutti, non è solo di tutti, ma è
anche dei tutti futuri. Il pubblico, io credo sia un insieme di valori morali ed etici. Pare quasi
ovvio in un consesso civile che il pubblico siamo tutti noi (milanesi vecchi e nuovi: tutta la
Milano possibile). Noi eterosessuali, noi omosessuali, noi bisessuali, noi transgender,
uomini, donne, maschi, femmine: cittadini!
Il mio panettiere parla milanese ma è egiziano, non m’interessa troppo questa differenza,
checché sia una forte differenza culturale; infatti io non parlo milanese. Però il suo pane è
buono, il migliore, e lui è un ragazzo simpatico. Perché dovrei essere turbato dalla sua
lingua!?
Io adesso sono un ragazzo, ho 21 anni e ho chiara l’idea del pubblico, faccio lo studente.
Tra qualche anno voi cittadini adulti, tra cui i politici, sarete anziani (vecchi come diciamo
noi giovani… io preferisco anziani), la situazione ci è stata mostrata stamane dal dott.
Longo. Un giorno io sarò un pilastro, m’impegno ogni giorno per diventarlo, della vostra
salute: studio biotecnologie, fate voi se questo non sia possibile. Collaboro ogni giorno al
benessere comune con l’attivismo e con il mio comportamento. Perché non ho il diritto di
stare con la persona che amo?
Noi gay, lesbiche, bisessuali, transgender siamo il vostro barbiere, il vostro cantante o
calciatore preferito, il vostro meccanico di fiducia, la persona gentile che si alzerà quando,
stanchi, salirete sull’autobus per lasciarvi il posto.
Noi non vi chiediamo più di accettarci, noi siamo già inclusi nella società, rispettiamo i
doveri del cittadino italiano (sanciti dalla Costituzione): siamo tutti cittadini italiani. Perché
allora, se i doveri del cittadino italiano discendono dalla Costituzione e sono subordinati ai
diritti, noi non godiamo di questi ultimi come gli altri? Perché non abbiamo diritto di essere
e di amare? Noi vogliamo che nella nostra Milano possibile una persona transgender
possa vedere tutelata la sua identità vera, non l’identità sancita dalla genetica (penso al
presidente della mia associazione che ogni giorno combatte le discriminazioni sulla sua
pelle).
Il diritto di essere è di tutti, donne, uomini, maschi, femmine, etero e non, transgender:
liberi, non vessati.
La legge adesso deve adattarsi e tutelare questa realtà. Il contrario non è possibile, non lo
è più!

Gli atti del convegno sono reperibili a questo link:
http://www.facebook.com/forumpolitichesociali?sk=wall

Qui i filmati registrati da affaritaliani.it:
Prima parte: http://www.youtube.com/watch?v=qz4NkQXjhVs&feature=relmfu
Seconda parte: http://www.youtube.com/watch?v=uv11HNIHHWc&feature=relmfu
Terza parte: http://www.youtube.com/watch?v=IyKYZ8J8xmE&feature=relmfu
Quarta parte: http://www.youtube.com/watch?v=j7VAfMIq7Yg&feature=relmfu
Filmato uno: http://www.youtube.com/watch?v=Ov_LtRp6gFc
Filmato due: http://www.youtube.com/watch?v=oJ1rCXQ_XR8

Riparte “Think Milk… be King!”: primo appuntamento con Piergiorgio Paterlini

Dopo il grande successo dello scorso anno, riprendono anche per la stagione 2010/2011 gli appuntamenti con “Think Milk… be King!“, la rassegna di domeniche culturali a cura del Milk. La prima data ripropone anche la collaudata collaborazione con il locale King di Milano.

Il primo evento, in calendario il 24 ottobre alle ore 18, vedrà la partecipazione di un ospite d’eccezione: sarà con noi Piergiorgio Paterlini, giornalista e autore di opere tradotte in otto paesi, tra cui “Matrimoni” e quel “Ragazzi che amano ragazzi” che – pubblicato quasi venti anni fa – è ancora attualissimo nel descrivere la condizione, ma sopratutto lo stato d’animo, dei ragazzi che si sorprendono ad amare altri ragazzi. Leggi il resto di questo articolo »

“Museo di-vino”: inizia Antinoo.

I profumati vini bianchi delle cantine Firriato accompagneranno il visitatore alla scoperta del progetto ‘Antinoo, il volto di un dio’ e della collezione dei dipinti dell’artista neoclassico Giovan Battista Dell’Era, di cui verrà straordinariamente esposto lo ‘Studio su Antinoo’.

Una occasione per conoscerci e conoscere questo artista settecentesco: un’apertura trionfale per un mese di eventi.

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16 Ottobre 2009, Venerdì – ore 19.00
Treviglio (BG), Museo Della Torre – vic.lo Bicetti 11

Degustazione gratuita, numero di posti limitato, necessaria la prenotazione tramite mail a info@milkmilano.com

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Milk incontra Manitese: ecco il resoconto.

Gli amici di ManiTese ci inviano un articolo sull’incontro avvenuto con il Milk all’interno del loro capo-scuola estivo. Lo pubblichiamo con grande piacere anche sul nostro blog.

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“Come una corrida: tutti che guardavano e nessuno che sia intervenuto a parte me”. Questo il commento di un testimone all’ennesimo pestaggio contro una coppia omosessuale, l’ unico che ha soccorso il corpo sanguinante di uno dei due ragazzi una di queste notti a Roma, in una moderna “Pietà”. È tardi e i due, usciti dal Gay Village della zona Eur, si abbracciano, si baciano. Un uomo inizia a insultarli, urla loro di vergognarsi, ed emblematica è la frase pronunciata da uno dei due giovani, frase che ha scatenato poi il gesto violento: «Non stiamo facendo niente di male. Siamo persone libere in un paese libero». Sembra quasi uno slogan, ma che suona addirittura una beffa visto che è stato accoltellato e picchiato l’uno, l’altro ferito con una bottiglia di vetro. Ma ciò che forse dovrebbe far più riflettere è che nessuno d’intorno si sia scandalizzato, indignato, si sia sentito offeso dall’arroganza e violenza di quell’uomo e abbia provato a difendere… un gesto d’amore. Nessuno ha rifiutato con decisione un gratuito atto di violenza, compromettendosi: tutti si limitavano a essere spettatori delle tragiche conseguenze del “sonno della ragione”.

Ma non possiamo accontentarci, facciamo un passo più in là, tentiamo di dare un nome a quella corda che è stata toccata in Svastichella -così era chiamato l’aggressore- quando ha visto due uomini baciarsi: possiamo immaginare che abbia provato stupore, che abbia forse realizzato il suo imbarazzo ma non troviamo altra spiegazione “valida” che non sia quella dell’intolleranza, o meglio, l’incapacità di comprensione, l’ignoranza che rende colpevoli. L’Ignoranza con la prima, e forse tutte, le lettere maiuscole: la mancata abilità di “rendersi camaleonti” (come direbbe Terzani), di vedere con gli occhi dell’altro, una cecità che impedisce ogni contatto e inevitabilmente allontana l’insanabile condannato alla diversità.

Ciò che invece noi, partecipanti e organizzatori del campo ManiTese tenutosi a Gorgonzola a luglio, abbiamo avuto la possibilità di vivere è stato un libero spazio di condivisione, in cui la parola “comunicazione” vede salvata la sua etimologia di “comune”. Il 23 luglio un folto gruppo di ragazzi appartenenti al circolo “Milk” è venuto a parlarci del mondo omosessuale in generale, delle difficoltà che i suoi appartenenti devono affrontare e delle discriminazioni che uno Stato, ancora miope, troppo spesso consente. Insieme abbiamo tentato di abbattere quelle barriere che i “loro” e i “noi” innalzano, disponendoci in democratica circonferenza e stabilendo nel confronto e nella disponibilità a sentire l’altro le uniche armi consentite.
L’obiettivo? Quello di affrancarci dai pregiudizi che tutti possediamo, da quei “si dice in giro…” che non ci permettono di riconoscere dei volti e dei nomi dietro le etichette.

«Tu non sei come gli altri omosessuali, vero Harvey?»
«Hai conosciuto altri omosessuali, Dan?»

(dal film “Milk” di Gus Van Sant)

Così da “loro” sono lentamente emersi Nicolò, Andrea, Damiano…

Dopo aver proceduto con le presentazioni del caso, il relatore Stefano Aresi ha fatto appello ai numeri per mostrare come tra gli insulti più diffusi oggi ci siano ancora quelli relativi all’orientamento sessuale (i vari e multiformi “frocio”, “checca”, “finocchio” che ben conosciamo), per poi sancire definitivamente la fine della fiducia nell’informazione pubblica facendoci vedere una serie di immagini passate ai Tg relative all’ultimo Gay Pride tenutosi a Genova. Ecco allora foto che arrivavano da tutt’altri angoli di mondo (Germania, Stati Uniti…), ben lontani dal clima discriminatorio che ultimamente si respira in Italia e ci vien da pensare, con un po’ di malinconia, alle possibili parole che il caro De Andrè avrebbe potuto spendere per tutto ciò.

Ci siamo poi impegnati ad abbattere i luoghi comuni che infestano la mente degli etero circa i gay e viceversa, elencandoli su un foglio alla parete e commentandoli ad uno ad uno. Il risultato è stato che i gay sono sensibili, buoni, simpatici, dotati di senso estetico, aperti all’ascolto e così via (ci mancava solo l’aggettivo “graziosi”), quasi fossero i perfetti compagni di gioco o di shopping o appartenenti alla sfera dei beati. Gli etero risultano invece agli occhi degli omosessuali “liberi” e quasi immuni dalle sofferenze d’amore, ma anche fortunati per la possibilità di formarsi una famiglia. Spesso la discussione si è fatta più difficile e l’argomentazione caduta in gineprai di controversi interrogativi (tema scottante: la paternità gay e le differenze di genere), ma la disponibilità dei ragazzi di “Milk” a raccontarsi e la loro -concediamoci un po’ di lodi, anche nostra- apertura al confronto ci ha permesso di guardare al mondo gay con occhi, se non nuovi, quantomeno informati.

Ognuno infatti ci ha parlato della propria vicenda di coming- out e delle relazioni con la famiglia in seguito alla “tragica rivelazione”, dimostrando però sempre determinazione e coraggio nell’affrontare le difficoltà, forti della convinzione che «la speranza non sarà (né potrà essere) mai silenziosa». Perché, è vero, conoscere non è sinonimo di immediata accettazione, ma può rappresentare un valido primo passo. L’incontro è terminato con una breve storia del circolo “Milk” e dei suoi obiettivi e una panoramica delle numerose iniziative e progetti che organizza. È emersa la chiara intenzione di favorire una integrazione bilaterale con la società, in cooperazione con l’intera comunità glbt: non solo sostenendo i doveri del singolo verso l’ambiente in cui vive, ma anche la coscienza della necessità di un profondo cambiamento nella società stessa, affinché questa possa riconoscere il Diverso.

La speranza è allora che le occasioni in cui un conoscersi e accettare scelte “altre” si moltiplichino, sapendo che l’impegno di associazioni come “Milk” si sta muovendo nella direzione di un comune sogno: «Potrebbe esserci una rivoluzione, qui…».

Prossimi eventi: state pronti!

eventi

Venerdì 17, Sabato 18, Domenica 19 Luglio

Banchetto informativo

presso la Festa del Sole
Cassano d’Adda (MI), Centro Sportivo Facchetti, viale Europa

Lunedì 20 Luglio

Presentazione del film Milk di Gus van Sant

presso la rassegna ‘Fuori il cinema’
Treviglio (BG), Scuola Media Cameroni, via Bellini

Giovedì 23 Luglio

Pregiudizi e omosessualità in Italia

nell’ambito della scuola di formazione dell’associazione Manitese
Gorgonzola (fraz. Villa Pompea, MI), Oratorio San Carlo, P.zza Giovanni XXIII

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Teatro
Una domenica al mese, con Alessandro Martini
per info: teatro@milkmilano.com

Meditazione
una volta al mese, di giovedì, alla Sede Guado
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per info: ama@milkmilano.com

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un giovedì si e uno no, alla Sede Guado
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    Il MILK è un’associazione aperta a tutti, quindi anche a te! Vogliamo affrontare la realtà TBGL milanese a 360 gradi, in svariati campi e organizzando manifestazioni culturali e politiche che possano arricchire l’intera comunità cittadina. Intendiamo operare anche nell’ambito del benessere della comunità, sostenendo in primis (ma non solo) attività di collaborazione diretta con chi si occupa di lotta e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, in qualità di associazione di cultura omosessuale, vogliamo rivolgerci alla comunità GLBT fornendo spazio che sia luogo di aggregazione e confronto.

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    «Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese» Harvey Milk
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