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A cuore nudo – Intervista a Tiziano Sossi su Ivan Cattaneo

Il 2 marzo 2017, il Circolo TBGL “Harvey Milk” di Milano terrà una proiezione di A cuore nudo (2016): un documentario girato da Tiziano Sossi sulla figura di Ivan Cattaneo (Bergamo, 1953): cantautore e pittore seminale, oltre che militante per i diritti delle minoranze sessuali. L’opera è già stata presentata al Florence Queer Festival 2016. La proiezione per il Milk avrà luogo presso l’Associazione Enzo Tortora (via Sebastiano Del Piombo 11, Milano).

Ivan Cattaneo – A cuore nudo arriva dopo una serie di film da Lei diretti: solitamente, a tema biografico, come questo. Forse, la risposta è scontata, ma… come mai Lei ha una predilezione per tale genere?

È una questione antropologica. Sono interessato all’essere umano, alla sua storia e alla sua cultura.

Cattaneo è cantautore e pittore: una figura a tutto tondo, insomma. È stato difficile rendere giustizia alla sua complessità?

In realtà, no: quando scelgo i personaggi per i miei documentari, di solito o li conosco molto bene o mi informo molto prima. Nel caso di Ivan, è stato facile, perché ho cominciato ad ascoltarlo nella seconda metà degli anni Settanta, prima cioè dell’esplosione con il disco revival degli anni Sessanta.

Ivan è noto per essere stato uno dei primi artisti a fare coming out in Italia. Ha militato al fianco di Mario Mieli. In che modo la sua vita, la sua militanza e la sua arte si riallacciano?

Ecco, questo aspetto di Ivan  – che gli fa onore, per il coraggio che ha avuto, o come dice lui, l’incoscienza e la naturalezza di accettare sé stesso in un periodo di caccia alle streghe – l’ho appreso informandomi nei mesi precedenti il mio primo incontro con lui, a un concerto che poi è diventato un altro documentario.

Il teaser di A cuore nudo mostra Cattaneo passeggiare per un luogo che ha amato per la sua bellezza, il Cimitero Monumentale di Milano. Colpisce l’accostamento fra il carattere sacro/lugubre del posto e l’apparente leggerezza di Ivan. In che modo un santuario della morte può regalare momenti lieti al cuore di un artista?

Senz’altro, è un luogo di raccoglimento e anche di rilassamento. È stata una scelta di Ivan, per le qualità artistiche dei monumenti e poi perché il Monumentale è vicino a uno dei luoghi dove ha abitato in passato e quindi vi passeggiava spesso. Io cerco sempre di fare da tramite, sebbene poi le riprese e il montaggio siano una scelta mia. Mi faccio anche guidare dai personaggi, per assicurarmi che il documentario sia lo specchio delle loro personalità e che siano a completo agio. Voglio che ogni documentario sia diverso; di solito, i protagonisti vi si ritrovano molto di più che in altre interviste. A questo scopo, giro quasi sempre da solo, a costo di dover adattarmi anche a situazioni non facili. Non sapevamo, infatti, se potevamo girare al cimitero, così ho portato una piccola videocamera. Alla fine, non ho potuto usare nemmeno il cavalletto, a mono libero. Il fine è più importante della “dottrina”, come la chiamava Godard negli anni Sessanta, del girare con le regole e i codici imposti senza la libertà di improvvisare. Voglio cercare di sorprendere lo spettatore, che molto spesso ha un’idea stereotipata dei soggetti dei miei documentari.

Ho notato l’impiego della camera a mano. In un certo senso, è come se la telecamera volesse chiacchierare confidenzialmente col protagonista del documentario. È solo una mia impressione?

Sì, certo, in parte ho già risposto: mi è successo già con Sylvano Bussotti. In più, il maestro di musica contemporanea non ama assolutamente la luce forte, per cui, in quel caso, avevo ripreso con poca luce. Una delle ragioni per cui io non appaio mai – ci sono solo due esempi in cui sono finito nei documentari (con Edward Asner, attore americano e in un piccolo pezzetto con Bussotti) – è che voglio che lo spettatore si senta al mio posto, che il personaggio parli con lui. Diventano anche delle sedute psichiatriche, a volte. 

Sia nella musica, che nella pittura, la “parola d’ordine” di Cattaneo è commistione. È l’uomo-ponte fra la scena punk-rock-blues e la musica leggera italiana, fra l’arte tradizionale e quella tecnologica… Si può dire che non esistono categorie in grado di appropriarsi di lui?

Credo che la poliedricità sia importante. Dobbiamo scoprirci a poco a poco, magari prendere anche strade che poi abbandoniamo, ma la curiosità è una cosa fondamentale, assieme alla passione per ciò che si fa. Io ho sempre avuto la curiosità; guai a lasciarla, si scoprono tante cose ed è quello che voglio lasciare agli spettatori: la curiosità di approfondire le cose di cui si parla nei miei documentari. Ivan, in questo, è molto vicino al mio carattere.

Come pittore, Cattaneo privilegia il volto, con varie rielaborazioni e “deformazioni”. Un modo per rendere l’inafferrabile unicità di ogni identità?

Dal volto, dallo sguardo, dal modo di muovere gli occhi o nelle foto e nei quadri dalla posizione degli occhi, si può imparare molto di una persona. Se non ci si riesce, è bello cercare di indovinare il suo carattere. Lui  – credo – con le deformazioni cerca di dare una sua interpretazione, molto spesso di se stesso, visto che molti sono suoi autoritratti. Io, vista la luce dall’alto e la preoccupazione di Ivan per la stanchezza sotto gli occhi ho deciso di tornare alle mie origini, quando amavo solarizzare i miei video e con lui ho calcato la mano. È quasi diventato un cartone animato, coi colori che cambiano di disco in disco.

Anche Lei è un intellettuale completo: si è occupato di cinema, giornalismo, poesia, musica… Ciò L’ha aiutata a ritrarre la complessità di Cattaneo?

Sì: come spiegavo prima, la curiosità e la passione sono cose che ci uniscono e quindi eravamo in sintonia fin da subito.

Il documentario è diviso in due parti. Lo spartiacque è il 1980, anno in cui Cattaneo abbandona la scena musicale alternativa, ma anche quello in cui esce Polisex. La svolta è positiva o negativa? È stata una rinuncia a un modo d’intendere la canzone d’autore… o ha dato una marcia in più a Ivan come artista? 

Sì: infatti, la versione director’s cut è divisa in due parti, due film brevi, anche se  – per ragioni logistiche – ho proiettato  (a Firenze e, ora, a Milano, per il Circolo Milk) una versione unica di un’ora e mezza. Nella versione lunga, approfondisco molto di più anche la fase dopo il 1981: anno d’uscita di quell’Italian Graffiati che gli ha dato la popolarità, ma lo ha anche spinto verso la macchina discografica che poi ti fa prigioniero e verso un pubblico che si aspetta da te qualcosa e ti impedisce di scegliere completamente il tuo percorso: in poche parole, ti condiziona. Allo stesso tempo, Ivan ha scoperto, in questa seconda fase, di poter diventare un’interprete impostando la voce in modo diverso: forse meno sperimentale, ma anche più emozionale.

Polisex è una canzone di desiderio verso una figura sessualmente ambigua, ma anche molto plastica e carnale. Che posto ha il suo brano nella definizione dell’orientamento bisessuale/pansessuale?

Credo che lo si possa considerare l’universalità del sesso, dell’attraversamento di tutte le barriere senza limiti. Se Zero, in quel periodo, faceva triangolo e Fossati, attraverso la Pravo, faceva rapporti a tre, Ivan è andato oltre. È bello sempre il suo aneddoto dello scheletro: senza la carne e gli organi, siamo tutti uguali, sia sotto i raggi X che quando l’anima si allontana dal nostro corpo. Andando oltre, qui si può citare ‘A livella del grande Totò, che fa capire come, ricchi o poveri, quando siamo morti siamo tutti uguali. Il significato può diventare più profondo: le barriere di ceto sociale, orientamento sessuale, colore della pelle, credo religioso devono essere distrutte quando siamo in vita, giorno per giorno, e bisogna avvicinarsi agli altri conoscerli più che si può, per evitare preconcetti e stereotipi.

Nel videoclip di Polisex, un paio di scene mostrano il cantautore intento a strapparsi dal viso una serie di maschere. Ciò ci riporta al tema del volto nella sua arte. Tutta la vita di Cattaneo è stata una ricerca della propria identità (sessuale e non)?

È curioso come anticipo la risposta successiva… Parlavo di Totò, una delle maschere che mancavano alla commedia dell’arte. Ivan appartiene a quei personaggi, cantanti o artisti, che, col linguaggio del corpo e del volto, sono rimasti completamente originali e seminali, pur facendolo per cercare sé stessi. Da Marcel Marceau a Lindsay Kemp, ho avuto la fortuna di incontrare entrambi, sono nati David Bowie e Kate Bush, che, a loro volta, hanno influenzato centinaia di altri. Ivan è stato un esempio indelebile e musicalmente, coi suoi primi album, ha influenzato anche artisti che erano venuti prima di lui, come si scopre nel documentario. Ma la sua identità è sfuggente come è giusto che sia e rimanga.

Il documentario passa in rassegna le voci di personaggi noti che sono entrati in contatto con Cattaneo. In un certo senso, è presentato come se fosse il perno di un intero periodo. I fermenti artistici degli anni ’70 – ’80 hanno permesso di valorizzare la singolarità di Ivan? O sono stati soprattutto un’epoca di ipocrisia e conformismo che l’ha isolato?

Sì, è davvero stato un crocevia. Gli anni Ottanta, musicalmente, partendo dalla fine degli anni Settanta, sono stati erroneamente sottovalutati dai critici superficiali, che si sono fatti abbindolare dai video e dall’immagine, o look. C’era una libertà a 180 gradi, si è passati dal dark all’elettronica, dallo swing al rock politico. Non dimentichiamo che gli artisti che sono rimasti più in scena, oltre ai Rolling Stones, che hanno attraversato le generazioni, sono proprio quelli degli anni Ottanta. Dico solo quattro nomi, ma ne potrei fare a decine: Depeche Mode, U2, Cure e New Order. Come tutti i veri artisti, poi, si deve sempre passare dall’incomprensione degli altri. Qui cito un grande attore e commediografo che ha lottato molto agli inizi, facendo spettacoli per poche persone: Carmelo Bene. Ivan è un altro simbolo, visto che è stato davvero il primo a essere completamente se stesso senza paure nell’ambito gay, come lo erano stati nell’ambito etero due grandi cantanti che, nell’essere se stessi, hanno trovato l’incomprensione degli altri: Luigi Tenco e Piero Ciampi. Ma sono tutti artisti e le parole gay ed etero non significano nulla, se non che c’è bisogno di catalogare, come quando si dice “scrittore ebreo” o “attore di colore”.

La scena queer di oggi (la generazione nata mentre Cattaneo era al culmine della carriera, per intenderci) cosa deve a lui? Cos’ha lasciato ai più giovani?

Credo che abbia trasmesso a loro il coraggio di essere se stessi contro i preconcetti e di non ghettizzarsi, di aprirsi al mondo e agli altri. Certo, i tempi sembrano più facili, perché in TV si parla molto della liberalizzazione sessuale, ma è necessario che i giovani siano anche cauti, per non diventare vittime, sia da un punto di vista di prevenzione che di comprensione degli altri diversi da noi.

A cuore nudo: citazione di un’opera musicale di Cattaneo, ma anche riassunto della sua esistenza, passata a strapparsi maschere dal volto?

Sì, mi sono ispirato al suo disco, il più bello (a mio parere) del periodo post-revival: Il cuore è nudo… e i pesci cantano. Perché speravo (e, in qualche modo, sono riuscito) a trasmettere l’essere umano, al di là del personaggio e dell’artista.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

IL PRETE (1994)
di Antonia Bird
con Linus Roache, Tom Wilkinson, Robert Carlyle

Quando uscì nel 1995 questo film fece un grosso scandalo negli Stati Uniti, soprattutto perché era distribuito da un marchio cinematografico di proprietà della Disney.
I benpensanti inorridirono all’idea che la casa madre di Topolino potesse appoggiare una storia così cruda e ai limiti della blasfemia.
Purtroppo stoltezza, ignoranza e cecità non mancano mai, soprattutto nei dintorni di qualunque argomento che vada a sfiorare la religione.
Infatti “Il prete” è un film bello che va a toccare molte tematiche, magari perfino troppe, ma lo fa con una rabbia così sincera da farsi perdonare anche qualche piccola ingenuità.
La regista era un’esordiente britannica, tale Antonia Bird, che per questo film vinse un Teddy Award al Festival di Berlino.
Grazie a tanto clamore, “Il prete” arrivò ad incassare in America poco più di 4 milioni di dollari. Poca roba, se si pensa agli incassi dei grandi film di cassetta, ma comunque un risultato lusinghiero per un film “low budget” e per la Disney che, reduce dal successo planetario de “Il re leone”, poteva permettersi il lusso di un flop al botteghino per una storia anti-famiglie.
Ma la vera sorpresa fu la Svezia, che tributò al film un’accoglienza inaspettatamente calorosa.

Padre Greg (Linus Roache) è un giovane prete appena giunto in un quartiere popolare di Liverpool.
È molto bello, animato dalle migliori intenzioni ma molto rigido su certe questioni morali. Per esempio, fa fatica ad accettare il fatto che Padre Matthew (Tom Wilkinson), con cui lavora, abbia una relazione con la sua perpetua.
Eppure Padre Greg non dovrebbe essere il primo a lanciare pietre dato che, in certe serate, si toglie il collarino da prete, indossa un giubbotto di pelle e va a dragare nei bar gay.
E lì incontra Graham (un Robert Carlyle che ancora non aveva conosciuto i fasti di “Full monthy”), il quale, ignorando la reale professione della sua nuova conquista, ne rimane subito affascinato.
In tutto questo si inserisce una pesante storia di violenza e incesto, di fronte alla quale Padre Greg si trova impotente per via del segreto confessionale.
La rabbia esplode con violenza dentro l’anima di questo giovane prete tanto sexy quanto frustrato. Basta un nulla a Padre Greg per perdere il controllo sulla sua vita e finire schedato in questura per atti osceni in luogo pubblico con il suo bel Graham, dal quale aveva cercato un po’ di conforto.
Il prete viene esiliato mentre la Curia fa fatica a gestire la patata bollente, augurandosi addirittura la dipartita del diretto interessato.
Sarà proprio il tanto criticato Padre Matthew a dare a Greg un’altra opportunità, nonostante l’ostracismo dei fedeli ottusi.
La scena finale, con l’abbraccio di due anime dolenti tra l’indifferenza di chi crede di avere la verità in tasca, è veramente toccante. E, nella sua gelida disperazione, regala un briciolo di speranza a chi ancora s’illude che non tutti gli uomini siano uguali.

Si tratta di un film scomodo, complesso, arzigogolato.
Però, a mio avviso, “Il prete” va assolutamente visto e non solo per ammirare il bel Linus Roache, il quale potrebbe trascinare in chiesa molti più fedeli di Papa Ratzinger.
Ci sono alcune scene che, da sole, valgono l’acquisto o il noleggio del dvd.
Al di là di quella finale, da me già citata, c’è anche l’invettiva di Padre Greg contro il crocefisso e il primo rapporto tra il prete e Graham, forse una delle scene erotiche più sensuali mai apparse sul grande schermo.
Molti hanno accusato la regista di aver voluto fare un “Uccelli di rovo” in versione gay, ma non è del tutto vero.
Forse la Bird non ha lo stile asciutto di Ken Loach, però sa dirigere bene gli attori e si avverte in lei una sincera presa di posizione a favore dei più deboli.
Che poi le piaccia indulgere un po’ troppo in qualche scena madre, pazienza.
Direi che si tratta di un peccato veniale.

Prodotto nel 2009 da Multivision, “Il prete” oggi è fuori catalogo. Perciò consiglio di cercarlo nelle videoteche specializzate.

Boy’s Don’t Cry – presso sede Ass. “Harvey Milk” venerdì alle 21.00

venerdì alle 21.00
Luogo
Associazione di Cultura omosessuale e transessuale “Harvey Milk”
via Soperga 36
Milan, Italy

Per ricordare le vittime della transfobia

Numerose città nel mondo celebrano ogni anno la data del 20 novembre, giornata dedicata al ricordo delle persone transgender assassinate perché vittime di odio e pregiudizi.
Il primo TDoR (trans gender Day of Remembrance) si svolse nel 1999 a San Francisco, in ricordo di Rita Hester, uccisa l’anno precedente.

L’Associazione “Harvey Milk” intende commemorare questa giornata invitandovi a partecipare alla proiezione del film “Boys Don’t Cry” che si terrà il giorno 18 novembre alle ore 21
presso la nostra sede in via Soperga 36 a Milano (MM2 Loreto, Caiazzo o Centrale).

La scelta di proiettare questo film nasce dal desiderio di far riflettere il pubblico su alcuni dei pregiudizi con cui si relazionano le persone trans gender sia nelle comuni attività quotidiane, sia nell’affrontare tematiche critiche come quella della mater/paternità.

Sintonizzatevi sui nostri schermi, vi aspettiamo!

Milk presenta: “IL LUPO IN CALZONCINI CORTI”. Un gesto di produzione consapevole.

Come vivono i figli degli omosessuali? E’ possibile che due uomini crescano un bambino? Chi è la co-mamma? Cosa sono le famiglie omogenitoriali? Ne esistono in Italia?

Le 3 famiglie protagoniste del documentario “Il lupo in calzoncini corti” di Lucia Stano e Nadia delle Vedove rispondono a queste domande lasciandoci entrare nelle loro vite.

Luca e Francesco stanno insieme da 13 anni e il loro desiderio di diventare padri potrebbe diventare realtà grazie ad una clinica canadese che li sta aiutando ad attuare la “Surrogacy”. Una donna si è offerta di portare avanti la gravidanza al posto loro e il giorno in cui atterreranno in aeroporto con un bambino tra le braccia sarà l’inizio di un sogno. Fino ad allora il percorso è lungo e difficile, tra inseminazioni andate a male, nuovi tentativi e una grande forza di volontà.

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Black, lo sceneggiatore di Milk, ricorda Harvey e parla della speranza.

Dc39

Il 6 Maggio scorso in California, Dustin Lance Black, lo sceneggiatore del film “MILK”, ha tenuto un discorso davanti alla commissione per l’istruzione, per sostenere una legge che riconoscerebbe i sacrifici fatti da Harvey Milk in quel lungo e tortuoso cammino chiamato battaglia per i diritti.
Visto il clima di insicurezza e disagio, in cui molti di noi potrebbero sentirsi a causa degli ultimi episodi di violenza, abbiamo pensato di tradurlo e riproporverlo in italiano.

Grazie per avermi ospitato qui oggi.
Voglio spiegare a tutto voi, per quale motivo penso sia di vitale importanza che lo Stato della California dedichi una giornata alla commemorazione di Harvey Milk.
Sapete, sono cresciuto in un ambiente conservatore, con genitori eterosessuali e una Chiesa che condannavano l’omosessualità.
Durante la mia vita ho sentito quella parola, omosessualità, e una marea, una ripugnante marea, di altri sinonimi, più coloriti e pieni di odio.
E anche io, come altri membri della comunità LGBT, sapevo sin da piccolo di essere gay e che, quindi, ero inferiore agli altri bambini a scuola, che qualcosa in me era sbagliato e che, stando a quanto diceva la mia Chiesa, ero tra i peccatori, gli assassini e gli stupratori..io, un bambino di sei anni, alto non più di un metro.

A questo punto avevo due opzioni: farmi da parte, non distinguermi dalla norma, cercare di evitare di essere notato, in una sola parola: scomparire.
Oppure, soluzione più drastica, togliermi la vita, non sarei stato un caso isolato: oggi almeno un ragazzino omosessuale su tre pensa seriamente al suicidio ed è quattro volte più probabile che si uccida rispetto ai suoi fratelli o sorelle omosessuale, nove volte se proviene da una famiglia che non lo accetta. Di quelli che sopravvivono e fanno coming out il 26% è sbattuto fuori di casa.

Questo non è il finale della mia storia. Io sono stato fortunato, a 14 anni un direttore di teatro dell’area della Baia mi raccontò la storia di Harvey Milk, un uomo dichiaratamente gay, che ha lottato contro i pregiudizi e l’ipocrisia, ha vissuto apertamente la sua condizione, è stato eletto ad una carica istituzionale e ha acceso la fiamma del movimento globale per i diritti LGBT.
Ovviamente, la sua storia mi diede speranza e, per la prima volta dopo tanti anni, non volli più togliermi la vita e non piansi più fino ad addormentarmi la domenica sera. Anzi, iniziai a sognare, smisi di tentare di scomparire e incominciai a cercare di distinguermi dagli altri.
Ma a scuola, non ho mai sentito niente su di Lui, nemmeno una singola parola su un personaggio di rilievo della communità LGBT. E’ stato necesario un colpo di fortuna per sentire la sua storia, un colpo di fortuna per salvarmi la vita e questo non è giusto.

A differenza di altre minoranze, i ragazzi omosessuali non nascono in famiglie con un padre gay o una madre lesbica. E’ così che stanno le cose non abbiamo genitori che possano comprendere l’orgoglio, l’ispirazione, l’autostima d’acciaio necessari per stare a questo mondo come membri di una minoranza sessuale.
Per questo è di vitale importanza assicurarsi che questi ragazzi abbiano l’opportunità di sapere che è esistito un capostipite che gli ha amati per quello che erano, ha combattuto per loro ed era disposto a dare anche la sua stessa vita, pur di assicurarsi che essi oggi potessero vivere più serenamente. Quest’uomo è Harvey Milk.

Le cose stanno così: dedicare una giornata ad Harvey Milk non costa niente a questo Stato, non farlo avrebbe dei costi altissimi. Ai giovani costerebbe la loro autostima, i loro sogni, per molti, molti altri potrebbe costare addirittura la vita.
Sono qui di fronte a voi oggi come prova vivente del fatto che anche solo sapere la storia di Harvey Milk può salvare la vita.
Ma non possiamo più lasciare questo compito al caso, è un nostro dovere morale incoraggiare le nostre scuole e i nostri concittadini a celebrare e rendere tutti partecipi della storia di uno dei più grandi eroi di questa nazione: Harvey Bernard Milk, creando una giornata in suo onore.

Prossimi eventi: state pronti!

eventi

Venerdì 17, Sabato 18, Domenica 19 Luglio

Banchetto informativo

presso la Festa del Sole
Cassano d’Adda (MI), Centro Sportivo Facchetti, viale Europa

Lunedì 20 Luglio

Presentazione del film Milk di Gus van Sant

presso la rassegna ‘Fuori il cinema’
Treviglio (BG), Scuola Media Cameroni, via Bellini

Giovedì 23 Luglio

Pregiudizi e omosessualità in Italia

nell’ambito della scuola di formazione dell’associazione Manitese
Gorgonzola (fraz. Villa Pompea, MI), Oratorio San Carlo, P.zza Giovanni XXIII

E ora parliamo di sesso… In Italia, oggi.

Ecco il primo articolo di un nostro nuovo volontario blogger! Buona lettura!

Qualche sera fa ho avuto modo di vedere il film “Kinsey – E ora parliamo di sesso…”. Si tratta di un biopic sulla vita del sessuologo statunitense Alfred Kinsey e sulla lotta che questo personaggio ha dovuto combattere per condurre, nell’America puritana, studi scientifici approfonditi su di un argomento scabroso, come quello della sessualità.
Prima d’ora non avevo mai sentito parlare della figura di Alfred Kinsey, ammetto la mia ignoranza. Vedendo le immagini del film, ambientato nell’America da fine anni ’30 fino agli anni ’50, ho tuttavia ritenuto che la sua figura e la sua storia possano essere oggi di grande attualità. Penso ad alcuni fenomeni in particolare, della cronaca quotidiana degli ultimi tempi: al Papa che afferma l’inutilità dei preservativi per prevenire l’Aids, alle nascenti associazioni che ritengono che l’omosessualità sia una malattia da curare, a personaggi come Paola Binetti o a tante altre situazioni (in televisione, sui giornali e via dicendo; mi viene in mente una recente puntata di Porta a Porta) in cui lo specialista di turno si sente autorizzato a fornire una visione distorta, assurda e medievale della vita sessuale degli individui.

Il film è fortemente a tesi; non si presenta quindi come documentario neutro sulla vita dello studioso statunitense. La vicenda è fortemente drammatizzata, tuttavia mantiene una discreta funzione informativa.
Mi sembra di poter individuare, nel corso del film, due tematiche principali: la prima è che vi sia una grande ignoranza sulla questione sessuale. Questo perché per questioni sociali è difficile trattare di un argomento del genere, su cui sono sempre stati esercitati molti tabù e pregiudizi. Ciò ha portato ad una tale ignoranza in materia che ha spesso portato gli individui a vivere infelicemente o quantomeno problematicamente la propria vita sessuale.
La seconda è che tale ignoranza può essere colmata. E può esserlo tramite una ricerca scientifica accurata e priva di pregiudizi. Questa giunge a dimostrare che la diversità in campo sessuale è più una norma che non una deviazione.
Credo che queste linee guida siano particolarmente significative, ancora oggi, in particolare in una situazione come quella italiana, in un periodo in cui si mischiano scienza ed ideologia, in cui le informazioni vengono manipolate, in un periodo in cui vengono sbandierati studi pseudo-scientifici sulla sessualità, per lo più a scopo elettorale e morale, quando non per cieca ottusità. L’idea di non parlare a vanvera di un argomento importante come la sessualità, bensì la necessità di trattarne con cognizione di causa ed intelligenza potrebbe essere oggi, come allora, un’idea addirittura rivoluzionaria.

Enrico Guerini

Siete pronti?

BIM, MILK E CHE GUEVARA

A seguito delle segnalazioni di alcuni nostri iscritti, del sito Notiziegay.com e di alcuni blogger, oggi abbiamo contattato telefonicamente BIM Distribuzione per chiedere chiarimenti e spiegazioni in merito ad un messaggio inviato su Facebook ai membri del gruppo ufficiale italiano dedicato al film “Milk”.

Questo messaggio consigliava di recarsi al cinema a vedere il recente film di Steven Soderberg dedicato ad Ernesto Che Guevara, e sembrava stendere un paragone diretto tra l’attivista gay e il rivoluzionario cubano (entrambi parimenti definiti come eroi che lottarono per la libertà e contro le ingiustizie) piuttosto ardito… ma, soprattutto, abbiamo trovato che l’invito fosse inopportuno considerando ciò che “il Che” pensava e faceva agli omosessuali, per i quali propose campi di rieducazione e l’eliminazione: una linea duramente omofoba ben seguita anche dal regime castrista sino a tempi recenti (così come attestato, ad esempio, dalla produzione autobiografica del grande scrittore Reinaldo Arenas) ma evidentemente poco conosciuta dagli italiani, anche nell’ambito gay.

Ebbene, confermando la linea di massima cortesia ed ascolto che ha contraddistinto BIM nel relazionarsi con noi in occasione dell’uscita di “Milk”, la responsabile marketing Laura Crivellaro ha ascoltato a lungo e con attenzione le nostre perplessità, la nostra spiegazione relativa alle realtà legate alla persecuzione cubana dei gay e alle sensibilità coinvolte, ha desiderato informarsi ed informare i colleghi in merito alle questioni per cui ritenevamo non opportuno il messaggio, ci ha spiegato i meccanismi che hanno portato al suo invio e ha prontamente spedito a tutti membri del gruppo facebook in questione il testo (ufficialmente firmato BIM) che riportiamo qui sotto.

Ci piaceva riportare questa notizia, a segno del fatto che molto più spesso di quanto si creda le nostre ragioni vanno semplicemente spiegate.

—-

Cari amici, a seguito delle segnalazioni giunte dopo l’invio
agli iscritti di questo gruppo dell’invito alla visione del
film “Che, l’Argentino” di Steven Soderbergh, BIM intende
chiarire le fraintese motivazioni di questo messaggio.

BIM ha ampiamente dimostrato attenzione e cura nella
distribuzione di pellicole che hanno contribuito a far
positivamente familiarizzare il grande pubblico con la
realtà omosessuale (si pensi a “I segreti di Brokeback
Mountain” e “Milk”) anche quando l’esito commerciale di tali
operazioni era tutt’altro che scontato.

Non era quindi nostra intenzione ferire alcuno nel segnalare
tramite il gruppo facebook dedicato a “Milk” un altro
biopic.

Non entrando nella questione della valutazione storica e
politica che è dovuta al personaggio rappresentato nel
biopic, ci fermiamo alla qualità della pellicola di
Soderbergh, certi che le nostre migliori intenzioni siano
state dimostrate dalla nostra recente e fruttuosa
collaborazione nella promozione di “Milk” con i circoli
omosessuali Milk Milano, Mario Mieli di Roma, e Arcigay.

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