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Un’arte che documenta l’intimità e la primordialità dell’uomo: Slava Mogutin

Rimbaud ha molto influenzato nel senso più universale possibile una delle maggiori espressioni artistiche del nostro tempo: Yaroslav Mogutin. Afferma il trentenne autore russo, uno dei primi a dichiararsi apertamente omosessuale in un’intervista: “come Rimbaud credo che la moralità sia un tipo di malattia del cervello!’”. Vediamo e ammiriamo le sue produzioni fotografiche, a cui l’occhio di Mogutin si è rivolto negli ultimi anni spaziando dall’utilizzo della penna nella realizzazione di coinvolgenti e profonde poesie verso una “pratica creativa” che andasse “al di là del testo, quindi oltre la fotografia e una immagine bidimensionale”.

Nelle opere di Slava si gustano giovani adolescenti scapestrati, ai confini di una società spesso ostile, piena di pregiudizi e di convenzioni soffocanti, cercando di creare situazioni in cui il concetto di “vergogna” viene superato con pratiche “senza vergogna”: persone reali, emozioni pulsanti, sensazioni vive vengono riprese dall’occhio voyerista ed esibizionista dell’autore basandosi sulla piena fiducia e complicità con i soggetti immortalati che nella loro naturale e disarmante, in quanto semplice, bellezza viene ritrovata “la loro vera essenza”. Si assaporano, così, nelle opere figurative di Mogutin una dirompente estetica del primordiale, del bestiale e di quella innocenza senza filtri, quasi sfacciata e sfrontata, certamente provocatoria presente in esplicite scene definibili come “oscene”, “scioccanti”, “perverse” e perturbanti il pensiero unico moralista. Lui stesso si definisce un fotografo alla “ricerca di un nuovo linguaggio e sensibilità”.

Ed è di quello di cui Mogutin ha sempre avuto bisogno di trovare e inventare nella sua eclettica produzione artistica e letteraria, in una visione avversa e demolitrice di stereotipi e maschere costrittive. Jaroslav Mogutin nasce a Kemerovo, fredda città industriale della Siberia, e si trasferisce a Mosca a soli 14 anni. Incomincia giovanissimo a collaborare con riviste letterarie del tipo “Argumenty i fakty”, “Stolitza”, “Novoe vremja”, “Nezavisimaja gazeta”, “OM”, “Ptjuch”. Lavora anche con la casa editrice moscovita Glagol tanto da tradurre in russo opere del calibro di Pasto nudo e de La stanza di Giovanni. Da subito per il carattere delle sue composizioni letterarie, esplicitamente erotiche e dense di vita omosessuale e di sinceri amori omoerotici, Mogutin viene perseguitato e minacciato dalle autorità moscovite e da diverse persone. Viene definito, pertanto, reo di aver commesso “propaganda della pornografia, descrizione di perversioni patologiche” e viene anche accusato dalla magistratura di “teppismo internazionale con cinismo eccezionale e particolare insolenza”. Nonostante le pressioni che venivano costantemente esercitate sulla sua figura per la sua emancipazione sessuale e per i comportamenti disinvolti di vivere liberamente la propria omosessualità, Mogutin non cede e decide addirittura il 12 aprile 1994 di andare all’anagrafe moscovita per dichiarare la propria unione e convivenza con il pittore americano Robert Filippini: azione è questa che costerà all’autore gravi conseguenze per lo scandalo apportato, tanto da dover, dopo avere ricevuto minacce e ricatti telefonici e incursioni improvvise e impreviste da parte della pubblica sicurezza, decidere di espatriare e recarsi a New York, su invito dell’Università Columbus. Otterrà dapprima lo status di rifugiato politico, grazie agli inviti e alle mobilitazioni promosse da organizzazioni internazionali per i diritti civili e umani, tra cui Amnesty International. Dopo 16 anni, a residenza ottenuta, Mogutin nel 2011 riceve la cittadinanza statunitense. Ha lavorato come interprete all’ONU, venditore in un negozio di abbigliamento, office-manager, senza mai abbandonare la sua propensione per l’arte nel senso più complesso del termine. Non solo: posa per nomi illustri della fotografia contemporanea, tra cui ricordiamo Ainer Fetting, Terry Richardson, Arthur Tress, Attila Richard Lukacs, Jean Marc Prouveur.

La sua fotografia, quasi specchio della sua poesia, vive molto di quel concettualismo che parte e si nutre dalle espressioni iperrealistiche di una società in radicale opposizione e marginalità, esaltandone mascolinità e virilità, spontaneità e sincerità, di quella componente umana tipica della gioventù di un sottoproletariato urbano, genuina, a volte violenta, ma sempre immersa in una tensione continua verso la trasgressione e, quindi, verso il godimento a pieno titolo e non timoroso di affetti, passioni, amori. L’alienazione culturale si percepisce anche nelle ermetiche ed essenziali produzioni poetiche di Mogutin, fatte di una terminologia quotidiana, diretta, di rottura e di ribellione, tipiche dell’espressività di quella sottocultura adolescenziale di un’intera categoria di ragazzi dimenticati da una società aliena e alienante in cui, se vuoi entrare come componente a pieno titolo, devi essere disposto ad affrontare compromessi snaturanti e depersonalizzanti. È interessante notare come Mogutin abbia anche preso parte nel 1988 come attore e protagonista in un film del regista canadese Bruce LaBruce, “Skin Flick”. Le riviste “Solo”, “Risk”, “Argo”, “Vavilon”, “Novaja junost’” e l’antologia di letteratura russa gay Out of the blue hanno ospitato a pieno titolo le opere poetiche di Mogutin. Nel 2000 è insignito di uno dei massimi riconoscimenti internazionali di poesia, il premio Andrej Belyj, suscitando qualche scandalo e conseguenze nell’ambiente letterario russo. Qualcuno compara Mogutin a un novello Pasolini, tanto che il raffronto potrebbe trasparire come aulico dato che Moravia disse che “di poeti veri come Pasolini ne nascono tre ogni secolo”, a un Wilde o addirittura al suo compatriota e sempiterno Majakovskij. Occorre leggere le sue poesie per apprezzare la fondatezza e la sussistenza di simili comparazioni e, in particolare i seguenti volumi: la lirica e quasi mitologica raccolta di composizioni che vedono allegorie tali da comparare l’eroe a un gigante sessuale, Uprazhnenija dlja Jazyka [Esercizi per la Lingua] (New York 1997); la raccolta realistica incentrata sulla rappresentazione della vita newyorkese, fatta di contraddizioni e di affascinanti scenari umani, Amerika v moikh shtanakh [L’America nei miei calzoni] (Tver’ 1999); Sverkh-chelovecheskie superteksty [Supertesti sovrumani] ( New York 2000), un misto di genere poetico e prosaico, quasi un esercizio di vitruosismo linguistico e di ricerca; la provocatoria e provocante Roman s nemtzem [Storia con un tedesco] (Tver’ 2000), una serie di racconti autobiografici, dove lo stile non si fa nessun tipo di esitazione di diventare crudo, gretto, grezzo, primordiale e incisivo nel manifestare quelle fantasie sado-masochistiche anticonvenzionali. La sua intraprendenza ha portato il giovane Mogutin a fondare una rivista artistico letteraria in lingua russa, “Magazinnik”, in eterno movimento e in eterna ricerca letteraria quasi “on the road” tra New York e Mosca, nella lettura di spaccati sociali e umani variegati e differenti.

La sua dichiarata omosessualità, sempre palesata ed espressa senza nessun tipo di inibizione, nonostante l’ostilità dell’ambiente in cui è cresciuto e si è formato, lo ha portato ad apprezzare un’altra figura di poeta russo omosessuale morto appena quarantenne, Evgenij Charitonov, di cui ha curato la pubblicazione di due volumi di poesie.

Le sue opere figurative sono state esposte, pertanto, al MoMA PS1 e Museo di Arti e Design di New York; Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco; Stazione Museo di Arte Contemporanea di Houston, Moscow Museum of Modern Art; Australian Centre for Photography di Sydney, Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam; Overgaden Institute of Contemporary Art di Copenaghen; estone KUMU Art Museum di Tallinn, il Museo d’Arte di Haifa in Israele, e il Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León ( MUSAC) in Spagna. Le sue opere sono apparse anche su riviste del calibro di Flash Art, Artus, Modern Painters, iD, Visionaire, L’Officiel Hommes, L’Uomo Vogue, Stern, e il New York Times.

Da ultimo possiamo gustare la sua arte esplosiva ed espressiva nelle figure di giovanissimi ragazzi del sottoproletariato urbano russo, tra solitudine e tenero attaccamento a una ricerca di sé stessi attraverso un confronto continuo con gli altri, in una precarietà esistenziale densa di poeticità, presenti e immortalate nelle due monografie fotografiche Lost Boys e NYC Go-Go (powerHouse Books, 2006 e 2008).

Mogutin esprime questa espressività artistica poliedrica attraverso un’esperienza esistenziale che lo ha visto in prima persona pagare i suoi debiti per essersi sempre espresso in modo radicale e onesto, sincero, aperto, trasparente, quindi spontaneo e scoraggiante verso chi ne è spettatore e lettore. Spesso, come scrive in una sua poesia, Mogutin sogna di tornare in Russia e vedersi soggetto di una terribile decisione di amputargli le gambe. Si legge e si percepisce in questo la mancanza della sua lontana terra, del suo paese, misto a quella consapevolezza di non essere accolto, nonostante continui ad avvertire l’esigenza di ritornare a vivere pienamente la sua esistenza in un contesto a lui familiare.

L’angoscia per questa privazione è percepita nella sua letteratura e nella sua produzione figurativa, mantenendo come metodo vivo e utile quello di osservare con l’occhio, quasi disincantato e privo di malizia e patologico pudore, l’esibizionismo spigliato altrui, in quanto la sua arte ama “documentare l’intimità” e soggetti “in situazioni vulnerabili”: in questo possiamo affermare che Mogutin sia il poeta e il fotografo a tuttotondo di un’ingenua primordialità dell’essere umano, incontaminato e incondizionato, carnale quanto eccitante.

Raymond Voinquel: un fotografo formatosi nei musei

E’ sul mercato editoriale un importante saggio che racchiude diversi anni di storia dell’arte internazionale dal punto di vista fotografico, partendo dal nudo maschile. Stiamo parlando di “Uomini per uomini” di Pierre Borhan edito da Rizzoli.

Il sottotitolo dell’importante rassegna artistica approfondisce un’enunciazione che, di primo acchito, apparirebbe alquanto generica: “Omoerotismo e omosessualità nella storia della fotografia dal 1840 ai nostri giorni”.
Questo genere ha dato inizio a una lunga produzione artistica e culturale in quanto la soggettistica maschile ha permesso a diversi autori, dai più famosi quali Won Gloeden e Muybridge a quelli meno noti, ma non per questo meno importanti, Fred Holland Day, Man Ray e George Platt Lynes, per arrivare fino ai nostri contemporanei, Pierre et Gilles e Robert Mapplethorpe, di segnare le tappe di un lungo percorso sociale e culturale della storia dell’umano ingegno e della creatività. La pubblicazione affronta l’analisi da un punto di vista sociologico e culturale tanto che si procede verso una comparazione tra il sostrato civico ed etico di un’epoca e il grado di liberazione sessuale del maschio, scorrendo decenni di storia dell’umanità. Si evidenzia inizialmente un approccio quasi clandestino di quest’arte, fino ad arrivare a un periodo di affermazione della medesima attraverso la ribellione a canoni castranti e moralisticheggianti e la trasgressione, sdoganando, così, un mondo di alta qualità e raffinatezza compositiva. La parentesi di un’imposizione globalizzata di riferimenti estetici fittizi e quanto mai patinati, dovuta all’imposizione quasi imperialistica dell’immagine stereotipata del culturista stile americano, oggi è superata, o comunque non più prevalente, dato il sorgere di correnti artistiche che riprendono modelli naturali e quotidiani, intriganti e sensuali, reali, sinceri, diretti e non alienati nel rapporto col proprio corpo e fisico. Nel lungo saggio di Pierre Borhan vi è la presenza di un riferimento artistico interessante sia dal punto di vista contenutistico, la metafora dell’arte come espressione di messaggi, sia da quello formale, l’aspetto maschile come forma integrata e integrante di un ambiente funzionale a dare risalto alla figura rappresentata: Raymond Voinquel. La liricità della sua chiave poetica, nelle sue produzioni filo conduttore di un’armonia artistica senza precedenti, affossa le proprie radici in un’intera panoramica pittorica di grandi nomi della storia e della letteratura delle arti figurative classiche: Tintoretto, Van Gogh, Monet, Manet, del quale dirà di avere avuto una grande lezione di fotografia, e, soprattutto, Caravaggio e Vermeer di Delft, per la loro luminosità espressiva, per il gioco chiaroscurale evidenziante attraverso le tinte del pennello un’analisi attenta e puntuale del reale rappresentato. Voinquel riprende i capisaldi della storia dell’arte, soprattutto quelli appartenenti al Rinascimento, all’impressionismo e all’evoluzione che quest’ultimo genere ha comportato. Sarà lui ad affermare riguardo la sua formazione artistica: “Dovrei essere un pittore … Ho imparato il mio mestiere andando a musei”, aggiungendo che le influenze della pittura nelle sue opere fotografiche sono dovute al fatto di avere “saputo guardare” i grandi maestri del passato per, poi, rielaborarli attraverso l’ottica dell’obiettivo. È interessante rilevare la centralità che l’autore dà alla luce, elemento portante delle sue produzioni. Quasi come fosse davanti a una tela da riempire con pennellate di colore, Voinquel utilizza il gioco chiaroscurale per dare risalto al soggetto fotografato. Lui stesso celebrerà la sua continua ricerca protesa a definire un rapporto reale e non filtrato con la persona con le seguenti parole: “dobbiamo ricostruire la verità di un volto, lavorando come i pittori, in diverse pose”.

Per lui Caravaggio può essere la fonte di questa ricerca che individua sempre ambientazioni differenti che possano dare risalto alla personalità, al carattere, alla fisicità plastica di un modello. “Caravaggio non è un pittore, è un fotografo” asserisce Voinquel vedendo nelle opere del grande artista dettagli che possono essere trasposti nell’arte fotografica tali per cui poter creare situazioni che diano evidenza dei dettagli e delle parti particolari di un corpo o, in altre situazioni non meno interessanti a livello estetico, circondarlo di un alone quasi mistico e sensuale, ambientazione onirica. La sua arte è fotografia pura non fotogiornalismo e pone il soggetto in una visione frontale e di impatto pieno con l’obiettivo, molto ravvicinata rispetto al punto di ripresa, ricordando sempre capolavori caravaggeschi dove la persona campeggia in primo piano, quasi luminosa nelle linee e viva attraverso la sinuosità monumentale della fisicità, che diventa, così, plastica, reale, tangibile, fuoriuscente dalla tela. Ricordiamo, per esempio, l’opera “La crocifissione di San Pietro” per esemplificare l’impatto che tale lavoro di Caravaggio avrà nelle produzioni del fotografo.

Il gioco delle ombre sarà determinante per la creazione di soggetti che non siano fastidiosi all’occhio e grossolanamente luminescenti, violenti nell’impatto visivo: “non mi piacciono – spiegherà Voinquel – queste donne bianche, incontaminate come se provenisse da un uovo”.

L’incontaminato patinato non è nelle corde poetiche della produzione fotografica e artistica di Voinquel, da sempre recalcitrante verso una luce piatta, inondante lo schermo, l’inquadratura e l’intero panorama, falsificante il volto e il profilo del soggetto, quasi travolgendolo in una dimensione irreale e ingiustificatamente insussistente.
Voinquel amerà modelli che posino per lui, anche non professionisti, colti dall’inatteso di un quotidiano, cercando in loro quella dimensione caratteriale e comportamentale che li veda disinvolti e disinibiti nel rapporto col proprio corpo e nella sua espressività. Tant’è che l’autore si troverà da solo in un bar e catturerà con il proprio obiettivo volti e immagini di comuni avventori del locale. Voinquel nasce come fotografo cinematografico, lavorando in diverse produzioni filmiche, a stretto contatto, per esempio, con nomi del calibro di Jean Cocteau e Marc Allégret, per citarne alcuni. Ricordiamo anche registi della portata di Yves Allégret, Max Ophuls, Jean-Pierre Melville e Luis Buñuel, e iniziò la professione a fianco di Solange Bussy per “L’assassino di mia amante” del 1931, concludendola nel 1977 per “Fidelio” Pierre Jourdan. “La fotografia è un mestiere artigiano” considererà Voinquel, tanto da evidenziarne la frenesia quasi seriale di una produzione spesso fine a sé stessa, incessante e di dimensione a volte solamene pubblicitaria delle diverse produzioni filmiche sul mercato cinematografico. Possiamo dire che da bravo artigiano Voinquel vedrà la sua firma diventare di portata internazionale, lavorando per produzioni di respiro mondiale. Voinquel ha realizzato anche fotografia di moda, lasciando presto questo mondo in quanto, come lui stesso dirà, “non era l’ambiente giusto”. Ed è nell’ambito cinematografico che Voinquel troverà in una ricerca sempre elaborata la poetica artistica ideale per proseguire nel suo impegno equilibrato tra raffinatezza estetica e adesione al reale, lui stesso affermerà di aver sempre preferito immortalare personaggi da lui conosciuti per esprimerne la natura comportamentale non filtrata, edulcorata e fittizia.

E’ fotografo professionista ma una parte rilevante del suo percorso trova un’espressività artistica e compositiva libera da ogni condizionamento lavorativo. Il nudo maschile sarà parte integrante dell’arte di Voinquel, dedicandosi esulando da impegni occupazionali finalizzati e spesso rutinanti. Il nudo artistico maschile in Voinquel sarà arte fine a sé stessa nell’intensa ricerca stilistica e compositiva che renderà omaggio a un’espressione libera ed emancipata di una ritrattistica autorevole e di qualità. È eccezionalmente rappresentativa della fotografia personale di Voinquel la rappresentazione che fa di Louis Jourdan, protagonista del film Il Corsaro: la corda che avvolge il corpo del giovane attore, in un’atmosfera che rende centrale la fisicità e l’espressività caratteriale sincera del personaggio, è metafora tangibile della modulazione di una luce priva di ombre, calibrata sulle linee e sulle sinuosità del protagonista. La luce, come si scorge, accarezza il volto, si getta sul petto e avvolge la totalità del modello, emergendo da un lontano sfondo chiaroscurale, così come lo stesso personaggio sembra emergere dai flutti marini. Nella fotografia di nudo maschile l’autore non cancellerà, come fatto nella sua più contenuta ritrattistica femminile, le tracce e i solchi del volto segnati dalla vita, ma tenderà ad ammorbidirli e modellarli attraverso l’utilizzo calibrato della luce. Il volto del ragazzo nella suddetta opera sembra, così, segnato dalla fatica, traspare sudore e una visione tormentata del volto, denso di espressività esplosiva, seppure sempre equilibrata. Nelle foto di nudo maschile Voinquel cercherà sempre di giocare e strutturare la sua tecnica estetica nella contrapposizione insanabile tra delineamenti maschili e delineamenti femminili, delicati, dolci, pur non cancellando la rappresentazione della reale dimensione caratteriale ed espressiva del protagonista. Questo succede nella ricerca fotografica da lui condotta su personaggi famosi del mondo del cinema, quali Jean Gabin e Jean Carmet, ma anche in altre figure come quelle di Charles Dullin e Darryl Zanuck, dove la linea fotografica rende ancora più naturale le pose dei soggetti rappresentati. Gli uomini rendono risalto a questa contrapposizione, quasi diventando immagine oltre a sé senza, però, negare il sé rappresentato, diventando ritratti di figure angeliche, dolci, sinuose, metafisiche pur se presenti nella propria plasticità statuaria, scultoree tipiche di un’eredità michelangiolesca. Non possiamo che ascrivere Voinquel al “pantheon” artistico dei primi fotografi di nudo maschile, autore di uno sdoganamento estetico e tecnico di un mondo culturale e sociale, che fonda una giovane arte sulla ricerca personale e la dimensione monumentale non filtrata del modello.

“Ragazzi patrioleschi” sbarcano a Milano

Sabato 21 gennaio dalle ore 17,00 vernissage mostra fotografica Tony Patrioli


E’ difficile dare un commento alla produzione artistica di Tony Patrioli, dal momento in cui la sua dimensione poetica figurativa già di per sé si esplica nella lettura delle sue opere. Patrioli nasce a Manerbio, in provincia di Brescia, e inizia subito negli anni 60 a produrre lavori che si inseriscono in un contesto in cui quella “liberazione sessuale” tanto criticata da Pier Paolo Pasolini non era ancora avvenuta, definendo la presenza di ragazzi mediterranei disponibili a esporre la loro bellezza e sensualità senza filtri, schiettamente, direttamente, non mediata né meditata. Patrioli viene considerato un “predatore”, colui che carpisce essenze estetiche piene di liricità, ragazzi conosciuti per strada, occasionalmente nel proprio percorso, certamente lontani dagli stereotipi asfittici e preordinati del modello tipico. Ma forse a diventare preda è lo stesso fotografo che lascia ampia autonomia e spazio di autodeterminazione alla forma fisica, alla plasticità corporea, alla dimensione monumentale di semplici giovanotti, dallo sguardo complice, dalla mascolinità dirompente, dalla sinuosità scultorea. Patrioli segue la scuola di fotografia pubblicitaria di Milano dove si diploma nel 1977. “Sono nato inizialmente come fotografo erotico”, considera “e non ho nulla da rinnegare”.

Tony Patrioli a differenza di altri artisti suoi contemporanei di nudo maschile, è gay ed è dichiarato da sempre, realizzando le sue prime produzioni “softcore” per il mensile “Homo” e per riviste italiane, straniere, precisamente nordeuropee. Collaborerà, poi, con il famoso periodico “Babilonia”, con la cui casa editrice pubblicherà i suoi primi cataloghi.
I suoi ragazzi riprendono i canoni classici estetici, sono narcisisti senza farlo pesare, sono spontanei e sinceri nella loro sessualità e nel rapporto simbiotico con il proprio corpo, diventando, insieme ai paesaggi, quasi sempre mediterranei, molto spesso neoclassici, espressioni estetiche di una natura selvaggia, genuina, illimitata, non regimentata. I ragazzi stessi hanno una carica e tensione erotica che in modo disinibito e disinvolto esprimono attraverso le proprie gestualità immortalate come momenti susseguenti dall’occhio vigile e attento del fotografo, quasi divenendo figure pittoriche. I giovani ragazzi vengono definiti “patrioleschi”, ossia quel tipo di soggettività con una personalità evidente e visibile che richiede di essere celebrata in quanto risulta naturalmente da esaltare.
Se vogliamo individuare citazioni a cui Patrioli fa riferimento non possiamo che rimandare a Wilhelm von Gloeden, padre dell’arte di nudo maschile, fondamento della nascita dell’arte fotografica moderna. Lo stesso autore giustifica, così, questo riferimento: “Un po’ perché Gloeden era l’unico fotografo di nudo maschile che non fosse proibito in Italia all’epoca, un po’ perché la sua fantasia in parte coincideva con la mia. Le foto americane di culturisti mi parevano troppo lontane dal mondo e dai ragazzi che vedevo attorno a me”. Sono ragazzi innocenti quelli presenti nell’aurea neoclassica bucolica di Tony Patrioli, senza ambizione, non consapevoli di possedere un’energia vitale e armoniosa, ma portatori di un’ansia di esibirsi e di esprimere un fascino sessuale seduttivo. Patrioli, un vero artigiano della fotografia, è un fotografo moderno in quanto a essere moderno oggi come oggi, dopo decenni di imperialismo immaginario visuale del canone statunitense del culturista in posa, del palestrato depilato, dell’artefatto e autistico fisico del ginnico, è colui che riesce a fare comunicare il candore schietto di giovani che trovano nel loro fisico definito e scultoreo, magari con imperfezioni, un po’ arruffati, quasi tipica espressività di un fanciullo appena svegliato, magari un po’ goffi ma sempre armonicamente flessuosi in quanto naturali, quotidiani.
“La foto erotica era l’unica foto di nudo che avesse un mercato, a quell’epoca. Non esistevano quasi libri di nudo e non esisteva un mercato per quel tipo di prodotto”, considera Patrioli riportando gli albori della sua produzione, che ha visto “Mediterraneo”, suo primo libro di nudo maschile, pubblicato in due edizioni italiane e in due statunitensi nel 1984. L’epoca post moderna ha visto irrompere l’invadenza del pornografico esplicito, quasi invadente, con figure sempre più consapevoli di sé e della propria immagine. Patrioli oggi ritorna in auge dopo anni di marginalità imposta da un mercato asfittico dalla produzione pubblicitaria modaiola e patinata: forse perché oggi ritorna l’esigenza e la necessità di una bellezza tutta al maschile che ricerca nella dimensione fisica e corporea l’essenza dell’avvenenza visiva monumentale. Patrioli evolve la sua soggettività artistica in base ai cambiamenti dei tempi: è una narrazione figurativa di 50 anni di storia culturale italiana ed europea di nudo maschile, non scadendo mai nella banalità e nella prevedibilità fotografica dove viene mascherato ciò che già si considera mascherabile. Niente è scontato nella produzione artistica di Patrioli come nulla è considerabile come mascherabile o celabile, appunto, in modo preordinato e prefigurato in quanto nelle sue composizioni estetiche nulla risulta governato e governabile, premeditato.

Ed è qui l’artigianalità di Patrioli, pilastro importante della cultura omosessuale nostrana in quanto, come asserisce Renato Corsini le sue opere: “ancor prima di ricondurci alle fotografie primi novecento del barone Von Gloeden, ancor prima di ricordarci i ragazzi di strada di pasoliniana memoria, hanno la forza di aprirci le porte di quel mondo gay al quale lui orgogliosamente e creativamente appartiene. Orgogliosamente perché racconta che alcuni dei suoi modelli sono anche amanti, oggetto dei suoi sentimenti e custodi dei suoi desideri. Creativamente perché la sua grande sensibilità estetica è messa al servizio di immagini che vogliono rivolgersi di preferenza ad un pubblico maschile. In verità le sue fotografie interessano tutti, il loro valore emotivo le fa uscire dai confini delle pubblicazioni gay americane, cui erano destinate e le colloca con merito nel ristretto panorama delle foto d’arte”. La sua opera narrante e narrativa è una delle poche se non l’unica interpretazione dell’Eros omosessuale di un’epoca in trasformazione repentina che ha le sue radici in quell’Italia post agricola, luogo e spazio in cui i ragazzi, anche eterosessuali, si rendevano disponibili a disinvolte e genuine esternazioni omoerotiche, dalle tinte ludiche e divertenti.
Da Pier Art Gallery, prima galleria a contenuto artistico maschile presente a Milano e in Italia, Tony Patrioli esporrà una sua personale con la collaborazione di Giovanni dall’Orto e con la convinta adesione dell’associazione Harvey Milk di Milano, tornando nel capoluogo lombardo dopo diversi anni di assenza dalla ribalta meneghina della capitale monopolio della “moda” pubblicitaria italiana, con l’inaugurazione della sua mostra, sabato 21 gennaio alle ore 17,00. Si possono reperire le tre pubblicazioni di Patrioli, “I ritratti di Tony Patrioli”, “Mediterranea passione”, “Ragazzi patrioleschi”, in quantità limitate data la qualità degli stessi cataloghi.

Muybridge: il nudo maschile è precursore dell’arte cinetica

Parlare di fotografia di nudo maschile nella conservatrice e perbenista America di fine ottocento risulta alquanto difficile in quanto molto spesso la stessa attività veniva compromessa e fortemente taciuta e repressa. Ricordiamo che solo fino alla conclusione degli anni 60 le retate nei locali newyorkesi, dove avevano spazio spettacoli ed esibizioni artistiche, dalla draguerie al travestitismo giocoso, proseguivano imperterrite per mano di una pubblica sicurezza molto attenta all’ordine morale più che a quello legalitario. In questo contesto si inserisce l’attività di Eadweard Muybridge, noto fotografo inglese naturalizzato statunitense per, poi, ritornare nella sua madre patria nel 1894, dove morì a Kingston sul Tamigi.

Le rive del grande fiume britannico hanno dato l’addio a uno dei geni dell’arte visiva contemporanea, tanto da attribuirgli il titolo di precursore della biomeccanica e della meccanica degli atleti. Ricorderei il videoclip, che potrei assurgere a opera videoartistica, del famoso brano degli U2, “Lemon”, per testimoniare il riflusso ancora attuale della poetica del fotografo inglese: una sequenza di immagini di ragazzi e di uomini, ovviamente presi nella nostra contemporaneità, si sussegue incessantemente creando una sensazione quasi ipnotica. L’idea è presa dalle opere di Muybridge il quale immortalò la corsa di un cavallo in tutte le sue fasi, “The Horse in motion”, su commissione di Leland Stanford, fondatore dell’omonima università e magnate delle ferrovie, in quanto si era dato inizio a uno studio sulle posizioni del cavallo in corsa. Si smentì, pertanto, l’idea della maggior parte dei pittori precedenti che il cavallo avesse un momento in cui tutte e quatro le zampe rimanessero sollevate.

Tale risultato, che suscitò scalpore, si ottenne grazie il procedimento artistico dell’artista che possiamo definire “osservazione anatomica”, realizzato apponendo dodici, poi ventiquattro, batterie di macchine fotografiche in successione l’una con l’altra lungo il percorso tracciato dal cavallo in corsa. L’animale nel suo tragitto a ogni cavalcata scatta autonomamente un fotogramma. Il susseguirsi delle immagini dava, così, se fatte avvicendare a una certa velocità, l’impressione che si muovessero, tanto da individuare una prima forma di sequenze, elementi basilari della produzione cinematografica. Muybridge era omosessuale? La sua carriera si interruppe quando nel 1874 scopre che la moglie ha come amante l’allora sindaco di San Francisco, Harry Larkyns, uccidendo questi e ottenendo un forte sconto di pena dopo il processo. Questo dato non smentisce l’ipotesi che il fotografo avesse forti attrazioni omoerotiche soprattutto se si vedono anche la passione e la dedizione particolare investite nel ritrarre, sempre con la stessa tecnica, la cronofotografia, la perfetta sequenza dei movimenti fisici.

Corpi maschili nell’atto di lottare, di trasportare materiali, di salire una scala, di mangiare o di bere, si susseguono incessantemente, dando dinamicità a figure imponenti che rivelano una possenza monumentale e una virilità estetica molto incisive.

Emozioni si percepiscono in quella che può essere l’arte del precursore della biomeccanica soprattutto nella realizzazione del Zoopraxiscopio, strumento simile allo Zoetropio, che permise di fare vedere la dinamica di figure di atleti aitanti immortalati a un pubblico fatto da più persone.

Lo studio della fotografia di nudo è magistrale anche nelle sue forme statiche visive, luci modulate sulle forme sinuose di statuari ragazzi presi in pose e in situazioni quotidiane, esempio ne è l’allenamento sportivo, dove l’energia vitale e la disinibizione del movimento diventano parti integranti di una struttura artistica quasi contemplativa ma non fine a sé stessa, in quanto condotta con intento scientifico e di analisi.

La richiesta da parte di un pubblico di fotografie di nudo maschile si definì più marcatamente dopo la seconda guerra mondiale negli Stati Uniti, seppure già ai tempi di Muybridge grande attenzione di pubblico veniva riversata riguardo molti lavori che evidenziavano la passione tutta figurativa maschile. Queste opere venivano tollerate nel clima moralista solamente solamente se giustificabili in quanto rappresentative di contesti sociali e categorie specifiche e popolari, quali, per esempio, la ripresa di attività sportive. Il valore estetico dell’opera di Muybridge è incommensurabile e geniale, essendo la prima produzione volta anche a studiare e analizzare l’anatomia nelle successioni temporali di una cinetica corporale. Il nudo maschile aveva dei predecessori in Europa, ricordiamo Von Gloeden, di poco precedenti all’artista inglese, ma la sua attività aprì la strada ad altri personaggi di calibro e di rilievo, quale Thomas Eakins, suo maggiore “erede”.

La poetica dei predecessori e dei contemporanei di Muybridge era indirizzata all’interesse estetico di immortalare giovani ragazzi in pose angeliche e molto ieratiche. Poetica è questa antitetica alla scelta dell’artista inglese di voler sdoganare un’esaltazione della stuatuarietà dell’uomo in situazioni di tensione fisica e muscolare quasi plastica, reale, quasi palpabile e tangibile. Lottatori e sollevatori di peso erano i soggetti principali delle diverse cartoline di cui faceva incetta un pubblico attento e attratto dal corpo maschile virile e adulto rispetto quello adolescenziale, spesso dai contorni efebici e molto delicati, con una certa dose di muliebrità. Teatri e circhi erano i luoghi di mercificazione di fotografie di giocatori circensi o saltimbanco massicci quanto scultorei e imponenti, quasi grotteschi a una prima visione, ma monumentali nella loro particolare puntualità descrittiva.

Muybridge nella scelta dei soggetti è pioniere di un’arte fortemente influente nel periodo a lui successivo, attribuendogli, così, un posto di rilievo insostituibile nella storia della fotografia di nudo maschile e della cultura omosessuale moderna e contemporanea.

E’ importante sottolineare l’evoluzione di un’arte nata dalla creatività e inventiva fervida di un libraio ed editore, quale Muybridge era prima di intraprendere questa professione, che ha visto procedere dalle foto del Parco Nazionale di Yosemite e di San Francisco, sotto lo pseudonimo di “Helios”, fino a giungere all’esaltazione sensuale della muscolarità maschile.

Paul Valery dirà a proposito dell’opera “The horse in motion”: “le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo”.
Tutto questo può trasporsi anche nello studio dell’anatomia degli atleti dove le successioni di fotogrammi di momenti particolari e precisi del movimento fisico dettano uno studio scientifico senza precedenti. Successivi pittori si basarono, così, per non incorrere in errori di approssimazione dei loro predecessori, sulle opere di Muybridge per rappresentare in strabilianti quadri giovani aitanti sempiterni.

È quasi naturale e conseguente fare un parallelismo tra Muybridge e Warhol sia per il contesto in cui entrambi gli artisti operano, la foto di nudo maschile vedeva un ostracismo nell’America della fine del XIX° secolo tanto quanto l’attività performativa, videoartistica e coreografica prodotta nell’intramontabile Factory a fine anni ’60; sia per il contenuto e la procedura poetica che i due geni delle arti visive hanno saputo esprimere. Entrambe, infatti, propongono piccoli frammenti continui e in perfetta successione temporale al fine di dare all’immagine la rilevanza unica e centralità singolare nell’opera d’arte, magari riproponendola con una certa ossessione estetica piacevole e mai stucchevole.

Dan Nicoletta: l’uomo che ritrasse l’amore gay

Dan Nicoletta è un artista di straordinaria modernità: il solo fatto che la sua carriera sia iniziata con uno stage lo dimostra. Aveva 19 anni, era il 1975 ed il suo apprendistato cominciò con Crawford Barton che presto sarebbe diventato uno dei fotografi di punta di The Advocate.
Agli esordi di Nicoletta c’è stato però anche un altro personaggio fondamentale dell’epoca: Dan e la sua Contax avevano infatti l’obiettivo costantemente puntato su quel distretto di Castro, una vera e propria mecca LGBT, che di lì a poco avrebbe assistito all’elezione di un carismatico proprietario di un negozio di macchine fotografiche.
Fu proprio dal negozio di Harvey Milk, il suo nome vi dice qualcosa?, che Nicoletta iniziò a documentare con il suo sguardo personale e attento la comunità di San Francisco, concentrandosi in particolare su coloro che per la prima volta sperimentavano il proprio amore in pubblico. Leggi il resto di questo articolo »

Uguali. Le istantanee di una speranza.

in un momento in cui si attende una legge in grado di creare una cultura di tolleranza,

in un momento in cui gente scende in piazza per l’uguaglianza di diritti nella diversità

oggi la risposta alla violenza, sono solo silenziose istantanee.

(un grazie per la disponibilità a Carlo Traina)

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