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“Io, Lauro e le rose”: intervista con Mario Artiaco

Il 19 maggio 2017, alla Libreria Antigone di via Kramer 20 (Milano), alle ore 18:30, il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” accoglierà Mario Artiaco e il suo libro: Io, Lauro e le rose (2017, Di.Ar.Ma.). Ecco cosa l’autore stesso dice del proprio romanzo autobiografico. 

 

  1. Tu sei etero, ma ti batti per i diritti delle minoranze sessuali. Cosa può spingere una persona che gode della cosiddetta “normalità” a occuparsi di questioni LGBT?  

          Sono etero ma, ti prego, detesto le etichette. Mi batto per la normalità, quella che io, in qualità di eterosessuale, non sento rappresentare. La normalità non esiste, perché non siamo tutti uguali e quello che per me è “normale” per altri non lo è. Siamo tutti profondamente diversi e non per una questione di natura sessuale: siamo diversi a prescindere e per milioni di differenze che ci distinguono. Ognuno è la sfumatura irripetibile di una tinta, di una cromatura e ogni individuo è indispensabile alla Bellezza del tutto. 

Ho fatto un percorso di vita e ho incontrato persone meravigliose lungo il cammino: come il gigante buono, il protagonista del mio romanzo, che, con il suo esempio mi ha educato alla conoscenza e ha reso naturale la mia scelta di sostenere i diritti delle persone LGBT. Mi ha tratto via dall’ignoranza con la sua storia, la sua umanità, il suo immenso cuore. Sono figlio di una generazione in cui i genitori non parlavano di nulla, tanto meno di omosessualità, e questo è uno dei mali più grandi del nostro tempo: l’ignoranza! Ho avuto timore e sono stato disorientato quando, davanti agli occhi, mi si è posta la verità inconfutabile della sua natura. Ho avuto bisogno di tempo per prendere coscienza e conoscere una realtà così radicata ma, per me, del tutto nuova. 

Non bisogna essere un panda per sostenere il WWF e non bisogna avere in casa o tra gli amici intimi Piergiorgio Welby o Fabo per assecondare la volontà di chi vuole ricorrere a ciò che dovrebbe essere il diritto alla libertà di porre fine alla propria esistenza. Quindi è certo che non bisogna essere (necessariamente) omosessuali per difenderne i diritti. Sartre diceva che: “Nel silenzio si diventa complici”, e, aggiungerei, carnefici. È una questione di sentire, di impegno civile, morale. Non ci trovo nulla di straordinario in ciò, mentre ancora mi stupisco e non mi arrendo all’indifferenza e all’ignoranza.

  1.       Io, Lauro e le rose è il tuo primo libro? Ne hai scritti altri?

            Due nel cassetto e ancora voglia e desiderio di scrivere tanto, ripromettendomi e sperando che qualcuno mi fermi quando sarà tempo: quando non riuscirò più a imprimere emozioni e quando leggere delle mie elucubrazioni mentali sarà diventato un peso e non più un piacere. Io, Lauro e le rose è stato il secondo in ordine cronologico ad esser scritto, ma il primo che doveva venire fuori: una necessità impellente, un tributo voluto, sentito, una storia che, per quanto a tratti dura e cruda, non può e non deve essere taciuta.

  1. L’hai definito “un libro-denuncia”. Effettivamente, è molto crudo, sia nella descrizione degli abusi subiti da Raffaele, che in quella della sua malattia. Nessun editore, fra quelli che hai contattato, te l’avrebbe pubblicato integralmente. Pensi che la stampa italiana abbia problemi di libertà, dopotutto?

             La proposta in particolare di una grande casa editrice è stata raccapricciante, volta a un taglio prettamente commerciale. Volevano omettessi passaggi fondamentali in luogo di argomenti di tendenza (comunque di enorme interesse e attualità), ma assolutamente fuori luogo, in una storia autobiografica. Si offrivano anche di scrivere un paio di capitoli, se non me la fossi sentita o non ne fossi stato in grado e, se avessi ceduto, avremmo scritto un altro romanzo: una fiction e non quello che ho narrato. Di qui la scelta consapevole, pregna di sacrificio ma che non baratterei con nessun’altra proposta: l’auto pubblicazione. La storia è rimasta tale, quella del gigante buono. I personaggi, ai quali in parte ho cambiato i nomi, sono quasi tutti identificabili. Il luogo in cui si svolge l’intero romanzo è un piccolo paesino di provincia del sud Italia. Chi leggerà, e vive e conosce quei luoghi, non avrà alcun dubbio circa l’identità in particolare di alcuni coprotagonisti. È un libro denuncia, senza mezzi termini. E chi vuole contrapporre il suo volto al mio e desidera denunciarmi lo faccia pure. 

L’editoria in genere naviga in brutte acque. Anche il mondo delle pubblicazioni sta cambiando, nonostante gli ordini di scuderia tentino di tarpare le ali a chi si auto produce. Ci sarebbe anche la libertà di trattare determinate tematiche e mettere a nudo certe realtà, come provo a fare nel mio romanzo; ma, per far si che accada ciò, ci vorrebbero editori con le palle. Discorso ben diverso è quello delle librerie indipendenti. Ho trovato svariati librai, splendido termine desueto e razza in estinzione, disposti a credere in questa storia, a presentarla e a perorare la causa che sostengo e il messaggio che avrei presunzione di trasmettere. 

  1. I contenuti del romanzo non sono altro che i tuoi ricordi, riguardanti i tuoi amici, in special modo Giovanni/Raffaele. In che modo hai rielaborato la realtà? Hai omesso qualcosa? Hai accentuato altro? Le parti in corsivo mostrano te e Giovanni/Raffaele intenti a rievocare il passato… Si tratta di colloqui realmente avvenuti o di una finzione letteraria?

             Prendemmo davvero l’imbarcazione, e partimmo. Io e Lauro eravamo fuori di testa, due adolescenti in cerca di gloria, Raffaele invece aveva una motivazione forte, seria, drammatica: cercava di fuggire. La storia è totalmente autobiografica; ho cercato di attenermi e contenermi con i racconti ai frangenti significativi e che ricostruissero la sostanza di una vita dolorosa e, nonostante tutto, vissuta con enorme dignità. Il gigante buono era un grande uomo e colmo di dignità. 

Ho dovuto di certo tagliare moltissimo, in termini di pagine e aneddoti. Inizialmente, il racconto contava più di mille pagine; il romanzo pubblicato è di “sole” 380. 

Come giustamente sottolinei nella domanda, ho distinto i dialoghi diretti tra me e Raffaele usando il corsivo, in modo da cercare di aiutare il lettore nei frequenti cambi dei piani temporali. I colloqui sono comunque reali e datati. Annotavo tutto a ogni incontro e già dalla Pasqua del 2012 cominciai a dar forma al romanzo.

  1. Dev’essere dura mettersi al tavolino ed eviscerare così i propri ricordi più cari… È stato difficile scrivere Io, Lauro e le rose? O avevi psicologicamente bisogno di scriverlo?

              È stata l’unica operazione necessaria, possibile: la catarsi. È stato dolorosa viverla e indispensabile vomitarla. A volte in forme, lessico e descrizioni crude. Ho scritto per Amore e con la forza del dolore. Se non avessi raccontato, sarei rimasto fermo al 16 dicembre 2012 e, soprattutto, avrei tradito la promessa fatta al gigante buono. Voleva chiudere il viaggio terreno senza rimorsi e rimpianti e voleva che questa storia giungesse a chi ha vissuto giorni come i suoi.

  1. Com’è stata l’accoglienza della tua opera, nei circoli LGBT italiani?

              Nella stragrande maggioranza dei casi, sono stato accolto con commozione, gioia, addirittura gratitudine. Le persone LGBT di molti circoli italiani mi dicono grazie; ma, in realtà, sono io che dico grazie a loro. L’amicizia con il gigante buono mi ha arricchito in maniera determinante e mi ha reso una persona migliore, facendomi accostare e conoscere tutti i meravigliosi colori dell’arcobaleno, tutte le diversità. In questa diversità che completa ogni essere umano, solo se vissuta e condivisa in tutte le sue forme, apprezzo con occhi nuovi la grande bellezza. 

  1. In un passo del romanzo, una delle persone accorse a visitare la salma di Raffaele si stupisce del fatto che tu (al contrario degli altri amici del defunto) non sia gay. Il tuo personaggio, però, risponde: “Oggi, sono gay anch’io”. È il motto del tuo essere attivista?

             Sono attratto dalla sesso femminile, è attraverso le forme del corpo di una donna che provo piacere, libidine e orgasmi. 

Ma, se la maggior parte del mondo etero sostiene che le persone LGBT siano malate, infettive, persone da curare e gli omosessuali invece si difendono e si battono per i loro diritti, e non solo, ma anche quelli di tantissime altre minoranze, allora io sono dalla parte dei gay, sono gay anch’io, nel mio modo di pensare e combattere ogni forma di discriminazione sono gay. E ne sono orgoglioso. 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi.

Senza te

Ines si sente imbattibile: padrona della statistica, del proprio cuore, del proprio destino, con la sua lucidissima mente matematica. Eppure, quando incontra Marta, non sa cosa le stia succedendo. Sa solo che quella matricola dell’università di Pescara ha capelli d’oro e occhi dolcissimi. 

            Senza te  (Milano 2011, Leone Editore) è il sesto romanzo di Vincenzo Di Pietro, il penultimo del genere “pop metropolitano”, prima della conversione al “thriller a enigma”. È la storia dolceamara di due studentesse alle prese con l’amore – e non solo. La vita sentimentale di Ines sarà complicata dalla conoscenza con Valerio, un “pezzetto di cielo” che sdoppierà la sua realtà con la magia della carta stampata.

            Le due ragazze – ben presto, divenute assai più che amiche – condividono un appartamento da universitarie. La loro è una vita di lezioni, tavoli al pub, discoteca, spese spicciole per sbarcare il lunario. E di amplessi che arrivano con naturalezza, senza pensare, che sembrano non finire più. Un gioco. O – meglio – così pare. Perché Marta non sa stare senza Ines. E, per quest’ultima, l’angelo biondo diventerà presto l’unico appiglio alla realtà, in un vortice di avventure irreali.

            “Lei, una margherita fresca e pulita con la corolla bianchissima e un cuore dorato. Io, una rondine nerissima dalle ali lucide e il resto del corpo bianco come la neve. Tutte e due, assieme, le labbra rosse come papaveri, ferite aperte, sangue condiviso” (pag. 86). Ines, la rondine in fuga da ogni impegno concreto, finisce per cozzare contro la sensibilità di Marta, contro la responsabilità che ogni amore sincero richiede. Persino il coming out, il primo bacio dato su una spiaggia, fra amici in festa, sarà una sorta d’imperdonabile leggerezza. La bruna sirena è una ladra di vita, tanto di quelle scritte nei libri, quanto di quelle di chi la ama. Le sue fantasie terribili e meravigliose crolleranno contro un muro invisibile, cresciuto dentro di lei. Solo allora – forse troppo tardi – Ines comincerà a vivere coi piedi per terra. In tempo per confessare a Marta: “…io non ci so stare, senza te” (pag. 131).

 

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Dalle parole dei forti

La storia di Stavro potrebbe sembrare fuori posto, su questo sito. Perché non è una storia d’amore. E non è nemmeno esemplare. Eppure, merita una menzione. Intanto, perché mostra quale fosse la condizione dei “diversamente eterosessuali” in Europa orientale all’inizio del XX secolo ed esemplifica uno degli incubi ricorrenti degli uomini gay: essere scambiati per potenziali “pederasti”, “traviati” da “abusi in età infantile”. L’altro motivo – e, forse, sarebbe sufficiente in qualunque contesto – è il meraviglioso padre letterario di Stavro: lo scrittore Panait Istrati (1884 – 1935). Figlio naturale di una lavandaia romena e di un contrabbandiere greco, compose le proprie opere principali in francese. La sua vita, errabonda per vocazione, gli fruttò le esperienze che rifuse nei romanzi. Kyra Kyralina fu il primo a essere pubblicato (1923, per l’editore Rieder). Esso si ispirava a un’omonima ballata popolare: la bella Kyra veniva rapita al porto di Braila (città natale di Istrati) da un ricco arabo e liberata poi dai propri fratelli. Nel romanzo, Stavro è il protagonista-narratore e il titolo è dato dal nome della sorella di lui. Alla sua voce, l’autore affida una vicenda esotica e immaginosa come le novelle delle Mille e una notte, ma concreta e dolente come le esperienze reali: una forma di romanzo del tutto insolita, nel quadro letterario francese dell’epoca.

            Stavro si presenta come “il mercante straniero”, il “venditore di limonate” a cui ogni casa “perbene” è interdetta. Agli occhi del lettore, il personaggio prende forma nell’incontro con Adrian, il suo giovane amico ansioso di girare il mondo (e alter ego di Istrati stesso). L’attaccamento del ragazzo allo straniero non è dato tanto dal loro debole legame di parentela, quanto dalla misteriosa storia di vita che Stavro ha alle spalle. Essa emergerà improvvisamente, la notte in cui quest’ultimo lascerà trapelare i propri reali sentimenti per Adrian. Proprio l’attrazione di Stavro per i ragazzi fu l’elemento che suscitò scalpore, all’uscita di Kyra Kyralina sul mercato librario. 

            Nella vicenda del narratore, prende corpo il mondo della “Istanbul segreta”: quello in cui i ricchi fornitori di harem abusano dei begli adolescenti, mentre li coprono d’oro come lussuosi animali da compagnia. L’ “orco” di Stavro è lo stesso che ha rapito l’adorata sorella di quest’ultimo, Kyra, e l’ha venduta a un harem. A quella troppo traumatica scoperta del sesso, il personaggio attribuisce il proprio orientamento – secondo un preconcetto (non solo) primonovecentesco. Nel corso del racconto, Stavro stesso riesce a parlare dei propri sentimenti solo con il linguaggio del “vizio”, dell’ “infelicità” e persino della “maledizione” di tipo magico. Eppure, riesce a sferrare una risposta a chi lo accusa con troppa facilità: «Non è per difendermi che voglio parlare: oh! per me, non fa differenza!… È per darvi, io, l’uomo immorale, una lezione di vita, a voi che siete persone morali, soprattutto a Voi, Mikhail, che non la conoscete tutta, come forse pensate» (cap. I). Stavro introduce così la storia del proprio matrimonio, col quale si rifugiò fra le braccia di una ragazza amorevole e innocente. Da accusato, si fa accusatore dei meschini parenti di lei, che lo costrinsero a una vita di alienazione perché “incapace di fare il proprio dovere di marito”; accusatore di un amico che tradì il suo intimo segreto; accusatore, infine, di quella famiglia senza amore che condannò lui all’emarginazione e sua moglie al suicidio.

            I ricordi rappresentati narrativamente da Istrati sono tali da fermare qualunque tentazione di idealizzare quella società in cui “i diversi non alzavano la cresta”. Pur avendo interiorizzato lo stigma, Stavro scolpisce la vera vergogna: quella di essere così annegati nel perbenismo da divenire anaffettivi e crudeli. Ben venga questo narratore da Mille e una notte sul nostro sito: perché, come dice Adrian, «la luce viene dalla parole dei forti» (cap. I).

 

Panaït Istrati, Kyra Kyralina, in: Œuvres I, (“Phébus libretto”), édition établie et présentée par Linda Lê, Paris 2006, Éditions Phébus. (Nell’articolo : traduzioni nostre).

 

Una traduzione italiana : Panait Istrati, Kyra Kyralina, (“Universale Economica”), Milano 1996, terza edizione, Feltrinelli. Traduzione dal francese di Gino Lupi; revisione di Pino Fiori.

 

Testo di Erica Gazzoldi.

Ti amo in tutti i generi del mondo – Intervista con Giorgia Vezzoli

Giorgia Vezzoli è scrittrice e blogger poliedrica e prolifica, soprattutto sulle tematiche relative alle diversità. La sua ultima pubblicazione cartacea è un romanzo: Ti amo in tutti i generi del mondo (2016, Giraldi Editore). È la storia di Nina, che s’innamora di Sasha… senza sapere se sia un ragazzo o una ragazza.

  1. Sei famosa per il tuo blog a sfondo femminista, Vita da streghe Sei quindi molto consapevole delle distinzioni fra i generi e di ciò che esse comportano nelle società di tutto il mondo. Come si combina questa tua consapevolezza col tema del romanzo (l’amore oltre sesso e genere)?

Con Vita da streghe, ho iniziato a interrogarmi sui modelli femminili e maschili proposti soprattutto dai media e sugli stereotipi connessi che contribuivano a creare una società non paritaria. Questo impegno è proseguito poi nel libro per bambini e bambine Mi piace Spiderman…e allora?, in cui parlavo di Cloe (6 anni) e delle sue difficoltà nel vivere la sua passione per i supereroi e per tutto ciò che non era considerato “femminile”. Con questo ultimo romanzo, ho voluto proseguire sul tema dando importanza al valore della persona oltre i pregiudizi e le etichette. L’ho fatto narrando la storia di Nina, la protagonista, e la sua interazione con un personaggio di cui lei non conosce né il sesso né il genere ma che non per questo è meno affascinante, complesso o privo di tutte quelle caratteristiche in grado di farla innamorare. 

2. Essere “strega” significa anche saper amare davvero, senza aspettative pregresse e possessività?

Non male come definizione! Per me, essere streghe (o stregoni) significa soprattutto ricercare se stesse, sempre, con autenticità. Il resto è una conseguenza.

3. L’amore non è possesso, non è violenza, non è pretesa di sicurezze che l’altr* non può dare, certo. Ma l’irresponsabilità e la leggerezza in amore causano dolori atroci e ingiusti (“Credete a chi n’ha fatto l’esperienza”, direbbe Ariosto). Come distinguere la sana libertà (amare senza opprimere) dall’egoismo e dal menefreghismo?

Ah, l’amore! Ma come si fa a definire l’amore? Lo sanno bene i poeti e gli artisti che hanno cercato per secoli di cantarlo. Io non so cos’è l’amore e, se proprio dovessi definirlo, userei questi termini: immenso e indefinibile. So però che cosa non è l’amore. Non è violenza, non è possesso, e non credo sia nemmeno irresponsabilità o leggerezza.  So anche che riusciremmo ad amarci molto meglio se facessimo tutti/e prima un percorso di conoscenza e di consapevolezza su noi stessi/e, che possa poi proseguire nella relazione con il confronto costante con l’altro/a. Credo sia vero il fatto che non puoi amare bene gli altri se prima non conosci e ami te stesso/a.

 4. L’attivismo gay e lesbico si basa spesso proprio sull’identitarismo di genere (“noi amiamo SOLO gli uomini/le donne”; “noi amiamo SOLO chi è del nostro stesso sesso”). Come è stato accolto il tuo romanzo nei circoli di cultura omosessuale?

Fino ad ora – ed è comunque un tempo breve – è stato accolto in maniera molto positiva. Ti basti pensare che la prima recensione del mio libro è stata pubblicata da Gaypost e che la mia prima presentazione l’ho fatta con Michele Giarratano, avvocato e attivista LGBT. A Brescia ho fatto da poco una presentazione del libro nell’ambito degli eventi del Brescia Pride ed è stata un successo. Da quel giorno sono anche diventata socia della Caramelle in Piedi, un’associazione che fa parte del comitato organizzatore del Brescia Pride.

5. Se l’amore non dipende dal genere… da cosa dipende, allora?

 Non so dirti da cosa dipenda, probabilmente da tanti fattori, diversi a seconda delle persone. A me piace pensare che l’amore “non dipenda”, che l’amore “esista” e si manifesti in modi differenti, non sempre comprensibili alla nostra ragione.

 6. La maggior parte delle persone esistenti al mondo (non nascondiamocelo) ama anche (e soprattutto) in base al genere e al sesso (concepiti come inseparabili). Cosa può dire il tuo romanzo alla maggioranza monosessuale?

Direi questo, che è una cosa che ho scritto anche sul mio blog: “Probabilmente per la maggior parte di voi il genere e il sesso sono fondamentali per amare qualcuno perché, per fortuna, siamo persone diverse con orientamenti, gusti e attrazioni differenti. Sappiate però che può esistere la possibilità di amare a prescindere dal genere. Io l’ho capito scrivendo questo libro perché, mentre lo scrivevo, l’ho provato sulla mia pelle”.

7. Come pansessuale, ti sono particolarmente grata per aver affrontato l’argomento dell’ “amore oltre il genere”. Le reazioni al tuo libro hanno portato a galla ciò che “la gente” pensa in merito. Quali sono state le principali? 

Finora le principali reazioni di chi ha letto il libro sono state molto positive. La storia infatti descrive con facilità e naturalezza qualcosa che, a priori, potrebbe sembrare strana o impossibile ma che, in realtà, una volta tolte le sovrastrutture mentali che spesso ci portiamo appresso, appare molto più semplice di quel che si potesse pensare. 

 8. In conclusione: Ti amo in tutti i generi del mondo può considerarsi un esperimento a buon fine?

Per il momento, direi proprio di sì!

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

L’isola di Wilhelm

Confesso che Wilhelm Gerace non mi è mai stato troppo simpatico. È immaturo, misogino, egoista e inaffidabile. Rendersi succube di un rissaiolo strafottente, poi, non gli fa certo onore. Tuttavia, qualcosa mi ha spinto a tornare sulla sua figura. Si tratta di una profezia di Romeo l’Amalfitano, sostituto padre di Wilhelm: “Dunque, pare che alle anime viventi possano toccare due sorti: c’è chi nasce ape, e chi nasce rosa. Che fa lo sciame delle api, con la sua regina? Va, e ruba a tutte le rose un poco di miele, per portarselo nell’arnia, nelle sue stanzette. E la rosa? La rosa l’ha in se stessa, il proprio miele: miele di rose, il più adorato, il più prezioso! La cosa più dolce che innamora essa l’ha già in se stessa: non le serve cercarla altrove. Ma qualche volta sospirano di solitudine, le rose, questi esseri divini! Le rose ignoranti non capiscono i propri misteri. La prima di tutte le rose è Dio. Fra le due: la rosa e l’ape, secondo me, la più fortunata è l’ape. E l’Ape Regina, poi, ha una fortuna sovrana! […] Secondo me, tu, Wilhelm mio, sei nato col destino più dolce e col destino più amaro: tu sei l’ape e sei la rosa.”

Ne L’isola di Arturo (1957), Elsa Morante presenta Wilhelm come padre del protagonista: un padre assente per frequenti e misteriosi viaggi, che lo portano via da Procida. Figlio di una ragazza madre tedesca e di un procidano, nel corso di tutto il romanzo, il personaggio non riesce a trovare una propria collocazione. Costringe la sedicenne Nunziata a sposarlo, perché è incapace di vivere senza un focolare di riferimento; eppure, si cura di scegliere una moglie che non sia innamorata di lui, perché non sopporterebbe le attenzioni femminili, simili a quelle dell’opprimente madre. Del resto, i suoi veri interessi sentimentali sono altri. In un suo sfogo contro le donne, intona un vero e proprio panegirico dell’amore virile: “Se non fosse per le femmine, l’esistenza sarebbe una giovinezza eterna; un giardino! Tutti sarebbero belli, liberi e spensierati, e amarsi vorrebbe dire soltanto: rivelarsi l’uno all’altro, quanto si è belli. L’amore sarebbe una delizia disinteressata, una gloria perfetta: come guardarsi allo specchio; sarebbe… una cattiveria naturale e senza rimorso, come una caccia meravigliosa in un bosco reale. L’amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana.” Certo, questo utopismo tradisce l’immaturità di chi è incapace di accettare anche le più ovvie leggi di natura, nonché l’egoismo di chi odia le donne, salvo tenerne prigioniera una che gli scaldi il nido. Però, dà anche a Wilhelm l’aura del poeta bohémien, come quell’Arthur Rimbaud che Elsa Morante amava molto. Lo squallido avventuriero si rivela un’anima che non trova riposo, affannata a cercare altrove quel miele che non sa di portare dentro di sé. Procida non è il suo mondo; non vi ha trovato amici se non Romeo l’Amalfitano, l’Ape Regina. Eppure, non può nemmeno allontanarsene, come per sortilegio. Vagheggia un’immortalità impossibile, ma soffre anche di un perpetuo male di vivere. Il grande amore sarà solo il culmine di questo male. Di Arturo, sappiamo che può lasciare l’isola dell’infanzia e crescere. Di Wilhelm, la Morante dice solo che parte con il proprio amante, un bulletto che lo sfrutta apertamente e col quale non ci sarà sicuramente il lieto fine. Il resto è silenzio. Il silenzio è la cifra del personaggio, delineato dai punti di domanda che dissemina per il romanzo.

 

Elsa Morante, L’isola di Arturo, Torino 1995, Einaudi.

 

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Mitici queer

Si discute spesso del rapporto fra “sesso” e “genere”, ovvero di quanto conti la natura rispetto alla cultura nella distinzione fra maschio e femmina. Interessante, in questo senso, è osservare quale fosse la percezione dei sessi e della loro dualità nelle epoche che precedettero tanto l’arrivo del Cristianesimo quanto l’avvento delle scienze moderne, gli studi di genere e l’elaborazione della queer theory. A questo si presta particolarmente la letteratura mitologica.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio (III sec. a.C.) elencano, tra i valorosi protagonisti, un certo Corono, che non è, però, “migliore del padre” (I, v. 58). Egli, infatti, è figlio di Ceneo, che, da solo, mise in fuga l’esercito dei Centauri (I, vv. 59-64). Questo vigorosissimo uomo aveva una particolarità: era nato donna, col nome di Cenide, che riprese negli Inferi “per fato”, secondo Virgilio (Eneide VI, vv. 448-449). L’Epitome allegata alla Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (datazione incerta fra la metà del I sec. a.C. e l’inizio del IX sec. d.C.) attribuisce questa trasformazione all’unione con il dio Poseidone, che rese l’amante maschio e invulnerabile per volontà della stessa Cenide (Epitome, 1). Ancora donna lo vedono i Centauri in battaglia, secondo Ovidio (Metamorfosi XII, vv. 470-476). La sua virilità emerge però indubitabilmente, in base alle concezioni dell’epoca, nella sua straordinaria forza fisica e nel suo spirito combattivo (vv. 499-506). Solo nel linguaggio sprezzante e stupito del nemico Monico, Ceneo è semimas, “maschio a metà” (v. 506).

A Tiresia, invece, toccò una doppia metamorfosi. Sempre Ovidio (Metamorfosi III, vv. 316 ss.) spiega come egli avrebbe acquisito capacità profetiche. Un giorno, Tiresia divise con un bastone due serpenti che si stavano accoppiando. Questo atto causò la sua trasformazione in donna e tale rimase per sette anni. Poi, di nuovo incontrò i due rettili in amore; di nuovo li separò e tornò maschio. Ciò fece di lui l’unico essere umano in grado di conoscere sia il piacere sessuale virile che quello femminile e, per aver saputo svelare la differenza fra essi, Giunone gli tolse la vista e Giove gli donò il vaticinio.

Meno lusinghiera, ma non meno interessante è la storia del mitico archetipo di tutti gli androgini: Ermafrodito, per l’appunto (Ovidio, Metamorfosi IV, vv. 285 ss.). Il curioso nome, secondo il poeta latino, verrebbe dalla fusione di “Ermes” e “Afrodite”, genitori del ragazzo, nei cui tratti si mescolavano i volti del padre e della madre. Ibrido fin dalla nascita, Ermafrodito lo divenne ancor più quando incontrò la ninfa Salmacide. Ella, incapricciatasi di lui, lo catturò nel mezzo delle acque di un lago in Caria e pregò gli dèi di non lasciar separare il corpo del giovane dal suo. Ermafrodito si fuse così con la ninfa ed acquisì l’aspetto ambiguo per cui è famoso. La vicenda è un mito eziologico, che vorrebbe spiegare come mai la fonte Salmacide in Caria facesse perdere la virilità ai bagnanti. L’Ermafrodito di Ovidio, dunque, non sarebbe tanto una perfetta sintesi di maschile e femminile, quanto un semimas (v. 381), come era stato definito Ceneo da Monico.

Carica di pathos è la vicenda di Ifi (nome sia maschile che femminile), sempre tratta dalle Metamorfosi ovidiane (IX, vv. 666 ss.). Questo mito è la fonte di un episodio letterario che abbiamo già considerato: quello di Bradamante, Fiordispina e Ricciardetto.

Quando la madre di Ifi era incinta, il padre, a causa della propria indigenza, volle che il figlio fosse allevato solo se maschio (dunque, non bisognoso di dote). Se fosse nata una bambina, ella avrebbe dovuto essere uccisa. In sogno alla madre angosciata, apparve Iside e le promise che avrebbe protetto il nascituro, di qualunque sesso fosse stato. Quando venne alla luce una bambina, la madre la presentò al marito come maschio e da tale Ifi fu allevata. Una volta cresciuta, ella fu promessa in “sposo” dal padre alla bella Iante. Fra le fidanzate, nacque una sincera passione, che portò però Ifi alla disperazione. Evidentemente ignara di cosa fosse l’amore saffico, al contrario delle antiche coetanee di Lesbo, si considerava mostruosa e non vedeva via d’uscita. Iside, allora, tramutò in uomo l’amante infelice e le permise così di coronare il sogno.

I quattro miti che abbiamo narrato ispirano più di una considerazione. Tanto l’orizzonte ellenistico quanto quello latino avevano una visione indiscutibilmente binaria dei sessi: da una parte, i maschi, destinati alla guerra e a far da mariti alle donne; dall’altra, per l’appunto, le donne, imbelli e “naturalmente” orientate a desiderare gli uomini. Nessuno studio psicologico o psicanalitico aveva gettato luce sull’omosessualità. Non era contemplata la disforia di genere, né (essendo sconosciuto il DNA) era stata scoperta l’intersessualità. Purtuttavia, lo sguardo allo stesso tempo incuriosito e sacrale con cui i mitografi guardavano alla natura permise loro di cogliere la possibilità dell’attraversamento della barriera fra i sessi. La storia di Cenide/Ceneo è quella dell’incontro con le forze telluriche e marine, rappresentate da Poseidone e tali da scuotere tutto ciò che sembra incrollabile –compresa la conformazione sessuale. L’esperienza di Tiresia, oltre a essere unica, è iniziatica, ovvero capace di mutare radicalmente la sua visione della realtà. La storia di Ermafrodito esprime la paura della perdita della propria identità sessuale e perfino il terrore del maschio davanti a una femminilità aggressiva; ma è anche osservazione di un fenomeno naturale che rende possibile un “prodigio”. Il mito di Ifi testimonia l’esistenza del culto di Iside in terra latina, nonché la connotazione della divinità come nume del soccorso e anche del passaggio a nuova vita (non a caso, Apuleio ne farà il deus ex machina di un’altra Metamorfosi). Il cambiamento di sesso è dunque segno di una potenza divina, indistinguibile, nella religiosità precristiana, da quelle naturali. Anche l’amore omosessuale di Ifi è preludio e condizione necessaria al manifestarsi di detta potenza.

Nella mitologia classica (precristiana e prescientifica), le forme di queerness sono prodigi, mostruosi o miracolosi, ma sempre contemplabili all’interno di una natura sacra e in perenne trasformazione.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Angeli da un’ala soltanto

Si dice che gli angeli siano innocenti e fluttuino fra le nuvole. Non tutti sono così. Esistono angeli perversi che piovono da Internet, appaiono su un ponte e risucchiano la vita nel momento stesso in cui la donano.

Al diciannovenne Francesco tocca l’incontro con uno di loro, nella Roma di fine anni ’90. Lo narra Sciltian Gastaldi nel romanzo Angeli da un’ala soltanto (peQuod, Ancona 2004). La sua scrittura è pop, con qualche tocco di poesia e una colonna sonora tra il rock e il romantico. Le canzoni sono il codice dei sentimenti, oltre che di una generazione.

La vicenda comincia sul ponte che conduce a Castel Sant’Angelo. Francesco ha un appuntamento con Emanuele, di cui sa solo che “scrive da Dio e che è alquanto fotogenico” (p. 11). Dopo un’attesa interminabile, l’angelo perverso si rivela. È il primo d’una lunga serie d’incontri, lettere ed e-mail, talora colorati di sogno preraffaellita, talora raggelanti come incubi. Sogno ed incubo sono letali ed effimeri allo stesso modo. Ogni capitolo è preceduto da una breve nota descrittiva del narcisismo, a scandire le tappe di un percorso verso la scoperta della realtà.

Nel frattempo, anche la società e l’epoca entrano nella storia sentimentale. Nessuno le ha chiamate, perché Francesco non vuole trasformare il proprio amore in una rivendicazione per i diritti delle minoranze. Però, non esistono nuvole rosa su cui rifugiarsi. La politica va affrontata nella forma d’un padre bigotto e arrivista, che vorrebbe fare del figlio una sbiadita copia di se stesso. La società si presenta anche nel corpo di bulletti muscolosi e sboccati, difficili da denunciare. Il coming out –temuto e allontanato – si svela come l’unico modo per uscire da una vita di maschere e assumersi le proprie responsabilità. Proprio la diversa capacità di farsi carico del peso reale dell’amore metterà in discussione la relazione fra i protagonisti.

“Forse, in questo mondo non c’è più spazio per gli angeli. Sono stati tutti abbattuti. Dal cinismo, dal realismo, dal potere dei benpensanti. I sogni costavano troppo e sono stati tagliati. L’amore è calato: amare è fuori moda. Oggi, se osi alzare lo sguardo verso l’alto, rischi di incontrare solo un cielo con qualche nube. Niente più angeli. A me è sempre piaciuto credere che alcuni angeli, in realtà, volino ancora. E si nascondono dentro le poche nuvole, bianche, modello panna montata. Se ne stanno lì, abbracciati, a osservare giù, attenti a non farsi vedere. Ma stanno abbracciati, insieme. Sono così non solo perché gli angeli, si sa, sono utopie socievoli, ma anche perché il compagno al quale ciascuno di loro si abbraccia non è scelto a caso, benché il Caso sia sempre il regista di tutto. No no. È il loro amato. E con la forza dell’amore, sono tornati a volare, si sono salvati. Sono angeli un po’ particolari, infatti. Sono angeli da un’ala soltanto. Possono continuare a volare solo restando abbracciati. Da soli, precipiterebbero all’infinito” (p. 42).

Può capitare, però, che il compagno di uno di questi “angeli particolari” sia non un suo simile, ma un Narciso.

Cos’è la vicenda di Francesco? Una fase temporanea della crescita? Una “vergogna di famiglia”, come ritiene suo padre? Una qualunque storia d’amore, come la vede sua sorella? È il senso di tutta una vita, come pensa lui stesso? La risposta, in un caso o in un altro, è prendere il volo.

Sciltian Gastaldi, Angeli da un’ala soltanto, Ancona 2004, peQuod.

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Il frutto del dolore

“Volevo assaggiare i frutti di tutti gli alberi del giardino del mondo […] Il mio unico errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi di quello che mi sembrava il lato soleggiato del giardino, evitando il lato opposto a causa dell’ombra e dell’oscurità.” Così scrisse Oscar Wilde (Dublino, 1854 – Parigi, 1900) dal carcere di Reading. Il destinatario era uno di quei “frutti” del “lato soleggiato”, nel quale non si sospettava il veleno: Lord Alfred “Bosie” Douglas. Come disse Wilde, il giovanotto era un tipo umano abbastanza comune, fatto di vita universitaria, prodigalità abituali per la “Londra bene”, velleità letterarie, capricci e conflitti familiari. “Eri un esemplare completo di un tipo molto moderno. Solo in rapporto a me eri sbagliato.” In rapporto a Oscar Wilde, Alfred Douglas divenne Dorian Gray (http://www.milkmilano.com/?p=7449): un uomo la cui eterna giovinezza consistette nel far pagare ad altri il lusso delle proprie emozioni. Questo, almeno, è ciò che narra la lunga lettera accusatoria nota come De Profundis: quella che abbiamo due volte citato. Il manoscritto, steso su carta intestata con fregi governativi, fu affidato all’amico Robert Ross, che gli diede anche il titolo con cui lo conosciamo. Quest’ultimo è un riferimento al Salmo 130 (129), noto, appunto, come De Profundis. Così Ross sintetizzò il misto di tragedia, riflessione e speranza infuso nello scritto. La vicenda editoriale fu lunga e complessa, come si addiceva (d’altronde) a un documento autobiografico doloroso e caustico. Spesso, il De Profundis è noto nella forma dell’estratto che ne curò Ross. Douglas ne ricevette una copia dattiloscritta, che però distrusse o negò d’aver ricevuto. La versione integrale della missiva fu letta, più tardi, in un’aula di tribunale, con comprensibile scalpore. Né fu questa la fine della relazione fra i due uomini. Il testo completo, comunque, fu pubblicato solo nel 1949; quello considerato “definitivo” fu edito nel 1962.

Il contesto dell’opera sono gli anni della maturità di Wilde: padre di famiglia, poeta e commediografo affermato, ormai autore di quel Ritratto di Dorian Gray a cui abbiamo alluso e che è forse la sua opera più famosa. Alfred Douglas, di sedici anni più giovane, fu avvicinato a lui dalla comune inclinazione per la poesia e –come afferma il De Profundis – dal “piedistallo” su cui si trovava lo scrittore. La relazione fu tanto intensa da non essere troncata neppure dopo il disastroso scandalo che causò. Tuttavia, Wilde, dal carcere, accusò l’amante di aver atrofizzato più volte la sua capacità artistica, a causa della scarsa affinità intellettuale presente nel rapporto. “Tu avevi in embrione i germi di un temperamento artistico. Ma t’incontrai non so se troppo presto o troppo tardi. […] I tuoi desideri erano solo per i divertimenti, per i piaceri comuni o meno comuni. […] Chiedevi senza garbo, e prendevi senza ringraziare. Avevi finito per credere che vivere alle mie spalle, in una profusione di agiatezza alla quale non eri avvezzo, e che perciò acuiva maggiormente i tuoi appetiti, fosse una specie di tuo diritto […] la futilità e la follia della nostra vita erano spesso molto stancanti per me; ci incontravamo solo nel fango…”

L’attaccamento affettivo di Douglas per Wilde si dispiegava soprattutto negli accessi di collera del primo, nei suoi improvvisi atti di cavalleria e nella sua incapacità d’allontanarsi da Oscar. Questo legame attirò lo scrittore irlandese nella rete dei rapporti familiari di Alfred. La vita di Wilde divenne inesorabilmente il pegno del gioco al massacro condotto dal giovane e da suo padre, quel marchese di Queensberry citato nelle biografie di Wilde come suo accusatore in tribunale. “…in te l’Odio è sempre stato più forte dell’Amore. L’odio per tuo padre era in te di tale intensità da superare, vincere e mettere del tutto in ombra l’amore per me.” Alfred, smanioso di vedere il padre in carcere, incoraggiò Oscar a denunciare questi per gli insulti che spesso il marchese rivolgeva al “corruttore” del figlio. Ne risultò, invece, un processo a carico di Wilde per il reato di sodomia, fino a poco prima punito con la morte. Naturalmente, poco contava che Douglas fosse notoriamente omosessuale, ben prima di incontrare Wilde. La sua elevata posizione sociale lo poneva al di sopra degli scandali –a riprova di come la morale e la giustizia correnti non siano mai “uguali per tutti”.

Nei due anni di detenzione, Wilde sperimentò la bancarotta, la gogna e l’ostracismo. Risalì da un abisso di vergogna e disperazione a una “vita nuova” –da lui così detta per amore di Dante – che egli riconobbe, in realtà, come continuazione della precedente. “Il lato oscuro del giardino” gli rivelò la delicatezza e l’autenticità del Dolore, l’umiltà di chi “raggiunge l’anima nella sua essenza suprema”. In carcere, Wilde scrisse pagine alte sull’essenza romantica della vita di Cristo, sulla propria epoca e sull’arte, trovando in autori antichi e moderni note profonde del loro messaggio. Trovò anche la forza di perdonare l’amante, per la necessità di vivere senza il veleno dell’odio. La sua lettera dal profondo è un bisturi che incide senza pietà tanto la condotta di Douglas quanto quella dell’autore, per approdare però a un’indispensabile guarigione. “Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore, e la sua bellezza.”

Edizione citata: Oscar Wilde, De Profundis, introduzione di Jacques Barzun, traduzione di Camilla Salvago Raggi, Milano 1998, Feltrinelli.

Altre edizioni consultate:

  • Oscar Wilde, De Profundis, traduzione di Oreste Del Buono, introduzione di Masolino d’Amico, Milano 1985, Oscar Mondadori;
  • Oscar Wilde, De Profundis, edited, with a prefatory dedication by Robert Ross, second edition with additional matter, G. P. Putnam’s Sons, New York and London, The Knickerbocker Press, 1911 – Kessinger Legacy Reprints. In appendice: due lettere dell’autore al «Daily Chronicle» sulla vita carceraria;

Oscar Wilde, De Profundis per il Project Gutenberg: http://www.gutenberg.org/files/921/921-h/921-h.htm

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

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