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L’isola di Wilhelm

Confesso che Wilhelm Gerace non mi è mai stato troppo simpatico. È immaturo, misogino, egoista e inaffidabile. Rendersi succube di un rissaiolo strafottente, poi, non gli fa certo onore. Tuttavia, qualcosa mi ha spinto a tornare sulla sua figura. Si tratta di una profezia di Romeo l’Amalfitano, sostituto padre di Wilhelm: “Dunque, pare che alle anime viventi possano toccare due sorti: c’è chi nasce ape, e chi nasce rosa. Che fa lo sciame delle api, con la sua regina? Va, e ruba a tutte le rose un poco di miele, per portarselo nell’arnia, nelle sue stanzette. E la rosa? La rosa l’ha in se stessa, il proprio miele: miele di rose, il più adorato, il più prezioso! La cosa più dolce che innamora essa l’ha già in se stessa: non le serve cercarla altrove. Ma qualche volta sospirano di solitudine, le rose, questi esseri divini! Le rose ignoranti non capiscono i propri misteri. La prima di tutte le rose è Dio. Fra le due: la rosa e l’ape, secondo me, la più fortunata è l’ape. E l’Ape Regina, poi, ha una fortuna sovrana! […] Secondo me, tu, Wilhelm mio, sei nato col destino più dolce e col destino più amaro: tu sei l’ape e sei la rosa.”

Ne L’isola di Arturo (1957), Elsa Morante presenta Wilhelm come padre del protagonista: un padre assente per frequenti e misteriosi viaggi, che lo portano via da Procida. Figlio di una ragazza madre tedesca e di un procidano, nel corso di tutto il romanzo, il personaggio non riesce a trovare una propria collocazione. Costringe la sedicenne Nunziata a sposarlo, perché è incapace di vivere senza un focolare di riferimento; eppure, si cura di scegliere una moglie che non sia innamorata di lui, perché non sopporterebbe le attenzioni femminili, simili a quelle dell’opprimente madre. Del resto, i suoi veri interessi sentimentali sono altri. In un suo sfogo contro le donne, intona un vero e proprio panegirico dell’amore virile: “Se non fosse per le femmine, l’esistenza sarebbe una giovinezza eterna; un giardino! Tutti sarebbero belli, liberi e spensierati, e amarsi vorrebbe dire soltanto: rivelarsi l’uno all’altro, quanto si è belli. L’amore sarebbe una delizia disinteressata, una gloria perfetta: come guardarsi allo specchio; sarebbe… una cattiveria naturale e senza rimorso, come una caccia meravigliosa in un bosco reale. L’amore vero è così: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana.” Certo, questo utopismo tradisce l’immaturità di chi è incapace di accettare anche le più ovvie leggi di natura, nonché l’egoismo di chi odia le donne, salvo tenerne prigioniera una che gli scaldi il nido. Però, dà anche a Wilhelm l’aura del poeta bohémien, come quell’Arthur Rimbaud che Elsa Morante amava molto. Lo squallido avventuriero si rivela un’anima che non trova riposo, affannata a cercare altrove quel miele che non sa di portare dentro di sé. Procida non è il suo mondo; non vi ha trovato amici se non Romeo l’Amalfitano, l’Ape Regina. Eppure, non può nemmeno allontanarsene, come per sortilegio. Vagheggia un’immortalità impossibile, ma soffre anche di un perpetuo male di vivere. Il grande amore sarà solo il culmine di questo male. Di Arturo, sappiamo che può lasciare l’isola dell’infanzia e crescere. Di Wilhelm, la Morante dice solo che parte con il proprio amante, un bulletto che lo sfrutta apertamente e col quale non ci sarà sicuramente il lieto fine. Il resto è silenzio. Il silenzio è la cifra del personaggio, delineato dai punti di domanda che dissemina per il romanzo.

 

Elsa Morante, L’isola di Arturo, Torino 1995, Einaudi.

 

Testo di Erica Gazzoldi Favalli

La Santa Piccola – Intervista con Vincenzo Restivo

Il 24 marzo 2017, alle ore 18:30, lo scrittore marcianisano Vincenzo Restivo sarà alla Libreria Antigone (via Kramer, 20) di Milano. Il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” l’ha invitato a parlare del suo ultimo romanzo, La Santa Piccola (Napoli 2017, Milena Edizioni).

 

  1. La Santa Piccola si svolge in un’ambientazione (i quartieri popolari di Napoli) che va piuttosto di moda, tra libri-inchiesta e fiction. Pensi che il tuo romanzo risponderà alle aspettative del grande pubblico in questo senso? O hai deciso di allontanarti dall’ottica mainstream (di cui Roberto Saviano è l’emblema)?

 

La spazialità è partita dalla mano, prima che dalla testa. Non per rincorrere mode o quant’altro. Il quartiere di Forcella dove vivono i miei personaggi, è quello che, in parte,  attraversavo per raggiungere via Duomo, dove c’è una delle sedi della mia facoltà e dove mi perdevo tra i vicoli, con la testa alta e gli occhi rivolti ai panni stesi tra un balcone e l’altro, il naso pervaso dagli aromi delle friggitorie e le orecchie a contenere a stento il vocio e gli schiamazzi. Il mio non è, in ogni caso, un libro inchiesta, vuole essere  la storia di un amore ambientata a Napoli. E  indispensabile era presentare quella che è la realtà tangibile di questa città, con le sue mille contraddizioni ma, tutto sommato, capace di contenere sentimenti veri, carnali, senza filtri.

 

  1. In ogni caso, il romanzo affronta tutte le tematiche sociali che il pubblico italiano è abituato ad associare alle zone povere di Napoli: omertà, superstizione, violenza, prostituzione, camorra, “gioventù bruciata”. Come hai potuto farti carico del peso di una realtà così poco idilliaca? Come sei riuscito a restituirla sulle pagine senza moralizzare o edulcorare?

 

Come ti dicevo, il mio vuole solo essere il racconto d’amore di tre adolescenti dove il contesto diventa un antagonista d’eccellenza. La Santa Piccola apre un occhio vigile verso questa realtà, come farebbe l’obiettivo di una telecamera. L’idea è stata quella di una sorta di confessione al pubblico e il gioco si fa quasi metateatrale nel momento in cui i tre  protagonisti si rivolgono a te, proprio a te che leggi e ti raccontano la loro storia in modo che tu possa comprendere il perché di determinate azioni e determinate scelte. Non si giustifica la violenza, la superstizione, l’omertà, ma si descrive così come gli occhi di un ragazzino della Napoli periferica, vedono e registrano.

 

  1. Un romanzo-verità, di indagine sociale. Ma – su questo sfondo – ecco che emerge l’amore adolescenziale, sia etero che omosessuale. In che modo le condizioni economiche e la mentalità di un mondo piccolo influenzano il vissuto sentimentale?

 

Provengo anche io da un piccolo contesto, dove i panni sporchi sono alla mercé di un pubblico più vasto capace di giudicare senza conoscere bene certi meccanismi e certi anfratti.  È la realtà dei paesi di provincia, dove lo squilibrio della norma imposta diventa elemento di fastidio. Ne La Santa Piccola, Lino e Mario scelgono di vendere il proprio corpo per sopravvivere a una realtà dove la crisi economica rischia di sommergere le proprie famiglie già danneggiate da altri tipi di perdite. Il papà di Lino viene ammazzato, colpa di un debito con la camorra, ed è Lino che deve badare alla madre malata di depressione. A Mario le cose non vanno certo meglio, suo padre non ha lavoro e tira avanti vendendo merce contraffatta al mercato rionale. In tutto questo marasma però, l’amore dovrebbe dare uno spiraglio di luce, eppure, anche in questo caso, viene ostacolato da imposizioni e repressioni sociali  perché Mario è un maschio e un maschio non può amare un altro maschio mentre Assia, invece, ha solo diciassette anni e a diciassette anni, i tuoi sentimenti non sono mai presi sul serio.

  1. Le convenzioni sociali, ne La Santa Piccola, ostacolano sia l’amore eterosessuale che quello omosessuale. Che differenze vuoi sottolineare tra l’uno e l’altro tipo di ostracismo?

 

Come anticipavo, i sentimenti che in questo caso dovrebbero portare un po’ di equilibrio in questa perenne precarietà di sopravvivenza, in realtà non riescono appunto perché ostacolati da rigidi imposizioni sociali. Un maschio non può amare un altro maschio, è la legge del branco. Amare un altro maschio vuol dire soffocare la propria virilità. Va bene masturbarsi a vicenda, quello sì, ma i baci già hanno un pragmatismo diverso, un’accezione che conferma certi sentimenti che non andrebbero esternati. E lo stesso, o quasi, vale per Assia che ha ancora diciassette anni e a diciassette anni nessuno prende sul serio i tuoi sentimenti soprattutto quando ami un ragazzo che non ha nulla da offrire, un “poco di buono”, che oltre al suo cuore non può né sa dare altro. Una realtà claustrale quindi, che soffoca le buone intenzioni.

 

  1. Ho parlato di ostracismo nei confronti dell’omosessualità. Però, Mario, in realtà, si censura da solo. Rifiuta l’idea di poter amare i maschi, perché quello è “roba da ricchioni”, dice. Questo sposta il discorso sull’omofobia interiorizzata… Nella difficoltà di accettare se stessi, ha più peso quest’ultima o l’omofobia esteriore?

 

Quello in  cui si muovono i miei personaggi è un mondo di maschi dove per sopravvivere, maschio devi esserlo secondo gli schemi rigidi di ciò che sta bene agli occhi degli altri affinché tutti ti portino rispetto. Se questa virilità viene intaccata dall’esternazione di altri tipi di consapevolezze – come quella di provare amore  per un altro maschio- in questo mondo  non ne esci vivo. L’omofobia interiorizzata è quindi il risultato di queste dinamiche, una conseguenza che, ahimè, non si potrebbe condannare, in ogni caso.  È l’effetto di una cultura dove certi sentimentalismi non sono ammessi perché sintomo di debolezza, e in certi contesti, debole non puoi essere.

 

  1. Per i protagonisti, l’unico modo di sopravvivere è la violenza e così vale anche nella loro vita affettiva. Si sente spesso dire che “‘l’amore non c’entra niente con la violenza”, ma la realtà cronachistica e quotidiana fanno pensare altrimenti. Come arriva l’amore a intrecciarsi con la brutalità? È un fatto di natura umana? Di natura sociale? O entrambe le cose?

 

La violenza è il risultato di un occlusione. Se vivi in un contesto sociale dove devi per forza comportarti in un certo modo per far parte di un branco, sei costretto a occludere certe pulsioni, a soffocare una parte di te che però continua, morta, a incancrenirti dentro, a renderti quello che non avresti mai voluto essere: una sorta di diavolo.

 

  1. I giovanissimi protagonisti, alle prese con un mondo troppo feroce, cercano scampo nel miracolo. C’è bisogno di miracoli per vivere? O le risposte esistenziali sono altrove?

 

Ai miracoli credono un po’ tutti. Anche chi dice di no. Perché quando non hai altre alternative, ti aggrapperesti a tutto per sopravvivere. Nessuno ha le risposte, nessuno sarà mai in grado di dirti a cosa sei destinato e se determinate scelte sono giuste o sbagliate.  Pensare che esista una presenza invisibile che decide per noi, da una parte, fa comodo, dall’altra dà sollievo a un’anima fin troppo tormentata, alleggerisce dai doveri e dalle responsabilità.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Mitici queer

Si discute spesso del rapporto fra “sesso” e “genere”, ovvero di quanto conti la natura rispetto alla cultura nella distinzione fra maschio e femmina. Interessante, in questo senso, è osservare quale fosse la percezione dei sessi e della loro dualità nelle epoche che precedettero tanto l’arrivo del Cristianesimo quanto l’avvento delle scienze moderne, gli studi di genere e l’elaborazione della queer theory. A questo si presta particolarmente la letteratura mitologica.

Le Argonautiche di Apollonio Rodio (III sec. a.C.) elencano, tra i valorosi protagonisti, un certo Corono, che non è, però, “migliore del padre” (I, v. 58). Egli, infatti, è figlio di Ceneo, che, da solo, mise in fuga l’esercito dei Centauri (I, vv. 59-64). Questo vigorosissimo uomo aveva una particolarità: era nato donna, col nome di Cenide, che riprese negli Inferi “per fato”, secondo Virgilio (Eneide VI, vv. 448-449). L’Epitome allegata alla Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro (datazione incerta fra la metà del I sec. a.C. e l’inizio del IX sec. d.C.) attribuisce questa trasformazione all’unione con il dio Poseidone, che rese l’amante maschio e invulnerabile per volontà della stessa Cenide (Epitome, 1). Ancora donna lo vedono i Centauri in battaglia, secondo Ovidio (Metamorfosi XII, vv. 470-476). La sua virilità emerge però indubitabilmente, in base alle concezioni dell’epoca, nella sua straordinaria forza fisica e nel suo spirito combattivo (vv. 499-506). Solo nel linguaggio sprezzante e stupito del nemico Monico, Ceneo è semimas, “maschio a metà” (v. 506).

A Tiresia, invece, toccò una doppia metamorfosi. Sempre Ovidio (Metamorfosi III, vv. 316 ss.) spiega come egli avrebbe acquisito capacità profetiche. Un giorno, Tiresia divise con un bastone due serpenti che si stavano accoppiando. Questo atto causò la sua trasformazione in donna e tale rimase per sette anni. Poi, di nuovo incontrò i due rettili in amore; di nuovo li separò e tornò maschio. Ciò fece di lui l’unico essere umano in grado di conoscere sia il piacere sessuale virile che quello femminile e, per aver saputo svelare la differenza fra essi, Giunone gli tolse la vista e Giove gli donò il vaticinio.

Meno lusinghiera, ma non meno interessante è la storia del mitico archetipo di tutti gli androgini: Ermafrodito, per l’appunto (Ovidio, Metamorfosi IV, vv. 285 ss.). Il curioso nome, secondo il poeta latino, verrebbe dalla fusione di “Ermes” e “Afrodite”, genitori del ragazzo, nei cui tratti si mescolavano i volti del padre e della madre. Ibrido fin dalla nascita, Ermafrodito lo divenne ancor più quando incontrò la ninfa Salmacide. Ella, incapricciatasi di lui, lo catturò nel mezzo delle acque di un lago in Caria e pregò gli dèi di non lasciar separare il corpo del giovane dal suo. Ermafrodito si fuse così con la ninfa ed acquisì l’aspetto ambiguo per cui è famoso. La vicenda è un mito eziologico, che vorrebbe spiegare come mai la fonte Salmacide in Caria facesse perdere la virilità ai bagnanti. L’Ermafrodito di Ovidio, dunque, non sarebbe tanto una perfetta sintesi di maschile e femminile, quanto un semimas (v. 381), come era stato definito Ceneo da Monico.

Carica di pathos è la vicenda di Ifi (nome sia maschile che femminile), sempre tratta dalle Metamorfosi ovidiane (IX, vv. 666 ss.). Questo mito è la fonte di un episodio letterario che abbiamo già considerato: quello di Bradamante, Fiordispina e Ricciardetto.

Quando la madre di Ifi era incinta, il padre, a causa della propria indigenza, volle che il figlio fosse allevato solo se maschio (dunque, non bisognoso di dote). Se fosse nata una bambina, ella avrebbe dovuto essere uccisa. In sogno alla madre angosciata, apparve Iside e le promise che avrebbe protetto il nascituro, di qualunque sesso fosse stato. Quando venne alla luce una bambina, la madre la presentò al marito come maschio e da tale Ifi fu allevata. Una volta cresciuta, ella fu promessa in “sposo” dal padre alla bella Iante. Fra le fidanzate, nacque una sincera passione, che portò però Ifi alla disperazione. Evidentemente ignara di cosa fosse l’amore saffico, al contrario delle antiche coetanee di Lesbo, si considerava mostruosa e non vedeva via d’uscita. Iside, allora, tramutò in uomo l’amante infelice e le permise così di coronare il sogno.

I quattro miti che abbiamo narrato ispirano più di una considerazione. Tanto l’orizzonte ellenistico quanto quello latino avevano una visione indiscutibilmente binaria dei sessi: da una parte, i maschi, destinati alla guerra e a far da mariti alle donne; dall’altra, per l’appunto, le donne, imbelli e “naturalmente” orientate a desiderare gli uomini. Nessuno studio psicologico o psicanalitico aveva gettato luce sull’omosessualità. Non era contemplata la disforia di genere, né (essendo sconosciuto il DNA) era stata scoperta l’intersessualità. Purtuttavia, lo sguardo allo stesso tempo incuriosito e sacrale con cui i mitografi guardavano alla natura permise loro di cogliere la possibilità dell’attraversamento della barriera fra i sessi. La storia di Cenide/Ceneo è quella dell’incontro con le forze telluriche e marine, rappresentate da Poseidone e tali da scuotere tutto ciò che sembra incrollabile –compresa la conformazione sessuale. L’esperienza di Tiresia, oltre a essere unica, è iniziatica, ovvero capace di mutare radicalmente la sua visione della realtà. La storia di Ermafrodito esprime la paura della perdita della propria identità sessuale e perfino il terrore del maschio davanti a una femminilità aggressiva; ma è anche osservazione di un fenomeno naturale che rende possibile un “prodigio”. Il mito di Ifi testimonia l’esistenza del culto di Iside in terra latina, nonché la connotazione della divinità come nume del soccorso e anche del passaggio a nuova vita (non a caso, Apuleio ne farà il deus ex machina di un’altra Metamorfosi). Il cambiamento di sesso è dunque segno di una potenza divina, indistinguibile, nella religiosità precristiana, da quelle naturali. Anche l’amore omosessuale di Ifi è preludio e condizione necessaria al manifestarsi di detta potenza.

Nella mitologia classica (precristiana e prescientifica), le forme di queerness sono prodigi, mostruosi o miracolosi, ma sempre contemplabili all’interno di una natura sacra e in perenne trasformazione.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Angeli da un’ala soltanto

Si dice che gli angeli siano innocenti e fluttuino fra le nuvole. Non tutti sono così. Esistono angeli perversi che piovono da Internet, appaiono su un ponte e risucchiano la vita nel momento stesso in cui la donano.

Al diciannovenne Francesco tocca l’incontro con uno di loro, nella Roma di fine anni ’90. Lo narra Sciltian Gastaldi nel romanzo Angeli da un’ala soltanto (peQuod, Ancona 2004). La sua scrittura è pop, con qualche tocco di poesia e una colonna sonora tra il rock e il romantico. Le canzoni sono il codice dei sentimenti, oltre che di una generazione.

La vicenda comincia sul ponte che conduce a Castel Sant’Angelo. Francesco ha un appuntamento con Emanuele, di cui sa solo che “scrive da Dio e che è alquanto fotogenico” (p. 11). Dopo un’attesa interminabile, l’angelo perverso si rivela. È il primo d’una lunga serie d’incontri, lettere ed e-mail, talora colorati di sogno preraffaellita, talora raggelanti come incubi. Sogno ed incubo sono letali ed effimeri allo stesso modo. Ogni capitolo è preceduto da una breve nota descrittiva del narcisismo, a scandire le tappe di un percorso verso la scoperta della realtà.

Nel frattempo, anche la società e l’epoca entrano nella storia sentimentale. Nessuno le ha chiamate, perché Francesco non vuole trasformare il proprio amore in una rivendicazione per i diritti delle minoranze. Però, non esistono nuvole rosa su cui rifugiarsi. La politica va affrontata nella forma d’un padre bigotto e arrivista, che vorrebbe fare del figlio una sbiadita copia di se stesso. La società si presenta anche nel corpo di bulletti muscolosi e sboccati, difficili da denunciare. Il coming out –temuto e allontanato – si svela come l’unico modo per uscire da una vita di maschere e assumersi le proprie responsabilità. Proprio la diversa capacità di farsi carico del peso reale dell’amore metterà in discussione la relazione fra i protagonisti.

“Forse, in questo mondo non c’è più spazio per gli angeli. Sono stati tutti abbattuti. Dal cinismo, dal realismo, dal potere dei benpensanti. I sogni costavano troppo e sono stati tagliati. L’amore è calato: amare è fuori moda. Oggi, se osi alzare lo sguardo verso l’alto, rischi di incontrare solo un cielo con qualche nube. Niente più angeli. A me è sempre piaciuto credere che alcuni angeli, in realtà, volino ancora. E si nascondono dentro le poche nuvole, bianche, modello panna montata. Se ne stanno lì, abbracciati, a osservare giù, attenti a non farsi vedere. Ma stanno abbracciati, insieme. Sono così non solo perché gli angeli, si sa, sono utopie socievoli, ma anche perché il compagno al quale ciascuno di loro si abbraccia non è scelto a caso, benché il Caso sia sempre il regista di tutto. No no. È il loro amato. E con la forza dell’amore, sono tornati a volare, si sono salvati. Sono angeli un po’ particolari, infatti. Sono angeli da un’ala soltanto. Possono continuare a volare solo restando abbracciati. Da soli, precipiterebbero all’infinito” (p. 42).

Può capitare, però, che il compagno di uno di questi “angeli particolari” sia non un suo simile, ma un Narciso.

Cos’è la vicenda di Francesco? Una fase temporanea della crescita? Una “vergogna di famiglia”, come ritiene suo padre? Una qualunque storia d’amore, come la vede sua sorella? È il senso di tutta una vita, come pensa lui stesso? La risposta, in un caso o in un altro, è prendere il volo.

Sciltian Gastaldi, Angeli da un’ala soltanto, Ancona 2004, peQuod.

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Il frutto del dolore

“Volevo assaggiare i frutti di tutti gli alberi del giardino del mondo […] Il mio unico errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi di quello che mi sembrava il lato soleggiato del giardino, evitando il lato opposto a causa dell’ombra e dell’oscurità.” Così scrisse Oscar Wilde (Dublino, 1854 – Parigi, 1900) dal carcere di Reading. Il destinatario era uno di quei “frutti” del “lato soleggiato”, nel quale non si sospettava il veleno: Lord Alfred “Bosie” Douglas. Come disse Wilde, il giovanotto era un tipo umano abbastanza comune, fatto di vita universitaria, prodigalità abituali per la “Londra bene”, velleità letterarie, capricci e conflitti familiari. “Eri un esemplare completo di un tipo molto moderno. Solo in rapporto a me eri sbagliato.” In rapporto a Oscar Wilde, Alfred Douglas divenne Dorian Gray (http://www.milkmilano.com/?p=7449): un uomo la cui eterna giovinezza consistette nel far pagare ad altri il lusso delle proprie emozioni. Questo, almeno, è ciò che narra la lunga lettera accusatoria nota come De Profundis: quella che abbiamo due volte citato. Il manoscritto, steso su carta intestata con fregi governativi, fu affidato all’amico Robert Ross, che gli diede anche il titolo con cui lo conosciamo. Quest’ultimo è un riferimento al Salmo 130 (129), noto, appunto, come De Profundis. Così Ross sintetizzò il misto di tragedia, riflessione e speranza infuso nello scritto. La vicenda editoriale fu lunga e complessa, come si addiceva (d’altronde) a un documento autobiografico doloroso e caustico. Spesso, il De Profundis è noto nella forma dell’estratto che ne curò Ross. Douglas ne ricevette una copia dattiloscritta, che però distrusse o negò d’aver ricevuto. La versione integrale della missiva fu letta, più tardi, in un’aula di tribunale, con comprensibile scalpore. Né fu questa la fine della relazione fra i due uomini. Il testo completo, comunque, fu pubblicato solo nel 1949; quello considerato “definitivo” fu edito nel 1962.

Il contesto dell’opera sono gli anni della maturità di Wilde: padre di famiglia, poeta e commediografo affermato, ormai autore di quel Ritratto di Dorian Gray a cui abbiamo alluso e che è forse la sua opera più famosa. Alfred Douglas, di sedici anni più giovane, fu avvicinato a lui dalla comune inclinazione per la poesia e –come afferma il De Profundis – dal “piedistallo” su cui si trovava lo scrittore. La relazione fu tanto intensa da non essere troncata neppure dopo il disastroso scandalo che causò. Tuttavia, Wilde, dal carcere, accusò l’amante di aver atrofizzato più volte la sua capacità artistica, a causa della scarsa affinità intellettuale presente nel rapporto. “Tu avevi in embrione i germi di un temperamento artistico. Ma t’incontrai non so se troppo presto o troppo tardi. […] I tuoi desideri erano solo per i divertimenti, per i piaceri comuni o meno comuni. […] Chiedevi senza garbo, e prendevi senza ringraziare. Avevi finito per credere che vivere alle mie spalle, in una profusione di agiatezza alla quale non eri avvezzo, e che perciò acuiva maggiormente i tuoi appetiti, fosse una specie di tuo diritto […] la futilità e la follia della nostra vita erano spesso molto stancanti per me; ci incontravamo solo nel fango…”

L’attaccamento affettivo di Douglas per Wilde si dispiegava soprattutto negli accessi di collera del primo, nei suoi improvvisi atti di cavalleria e nella sua incapacità d’allontanarsi da Oscar. Questo legame attirò lo scrittore irlandese nella rete dei rapporti familiari di Alfred. La vita di Wilde divenne inesorabilmente il pegno del gioco al massacro condotto dal giovane e da suo padre, quel marchese di Queensberry citato nelle biografie di Wilde come suo accusatore in tribunale. “…in te l’Odio è sempre stato più forte dell’Amore. L’odio per tuo padre era in te di tale intensità da superare, vincere e mettere del tutto in ombra l’amore per me.” Alfred, smanioso di vedere il padre in carcere, incoraggiò Oscar a denunciare questi per gli insulti che spesso il marchese rivolgeva al “corruttore” del figlio. Ne risultò, invece, un processo a carico di Wilde per il reato di sodomia, fino a poco prima punito con la morte. Naturalmente, poco contava che Douglas fosse notoriamente omosessuale, ben prima di incontrare Wilde. La sua elevata posizione sociale lo poneva al di sopra degli scandali –a riprova di come la morale e la giustizia correnti non siano mai “uguali per tutti”.

Nei due anni di detenzione, Wilde sperimentò la bancarotta, la gogna e l’ostracismo. Risalì da un abisso di vergogna e disperazione a una “vita nuova” –da lui così detta per amore di Dante – che egli riconobbe, in realtà, come continuazione della precedente. “Il lato oscuro del giardino” gli rivelò la delicatezza e l’autenticità del Dolore, l’umiltà di chi “raggiunge l’anima nella sua essenza suprema”. In carcere, Wilde scrisse pagine alte sull’essenza romantica della vita di Cristo, sulla propria epoca e sull’arte, trovando in autori antichi e moderni note profonde del loro messaggio. Trovò anche la forza di perdonare l’amante, per la necessità di vivere senza il veleno dell’odio. La sua lettera dal profondo è un bisturi che incide senza pietà tanto la condotta di Douglas quanto quella dell’autore, per approdare però a un’indispensabile guarigione. “Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più splendido: il significato del Dolore, e la sua bellezza.”

Edizione citata: Oscar Wilde, De Profundis, introduzione di Jacques Barzun, traduzione di Camilla Salvago Raggi, Milano 1998, Feltrinelli.

Altre edizioni consultate:

  • Oscar Wilde, De Profundis, traduzione di Oreste Del Buono, introduzione di Masolino d’Amico, Milano 1985, Oscar Mondadori;
  • Oscar Wilde, De Profundis, edited, with a prefatory dedication by Robert Ross, second edition with additional matter, G. P. Putnam’s Sons, New York and London, The Knickerbocker Press, 1911 – Kessinger Legacy Reprints. In appendice: due lettere dell’autore al «Daily Chronicle» sulla vita carceraria;

Oscar Wilde, De Profundis per il Project Gutenberg: http://www.gutenberg.org/files/921/921-h/921-h.htm

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

In libreria l’edizione del ventennale di “Ragazzi che amano ragazzi”. Dieci domande ed un evento con l’autore Piergiorgio Paterlini.

Ragazzi che amano ragazzi” è il long-seller della bibliografia italiana a tematica omosessuale, scritto da Piergiorgio Paterlini ed edito da Feltrinelli nel 1991. In due decenni di vita l’impianto del libro non ha subito particolari cambiamenti, salvo la pubblicazione delle lettere dei lettori nel 1998 e di un piccolo maquillage nel 2008. Oggi 22 febbraio 2012 è uscita in libreria l’edizione del ventennale; in questa occasione l’autore ha voluto celebrare l’avvenimento con l’integrazione di alcuni nuovi testi, mantenendo comunque inalterato il cuore del libro: le storie di ragazzi che amano ragazzi.

Paterlini, che già a fine 2010 ci ha accompagnato in un percorso alla scoperta di “Niente Paura – Come siamo, come eravamo e le canzoni di Luciano Ligabue, di cui è stato sceneggiatore, ha accettato di condividere in una intervista con Milk Milano alcune riflessioni sui venti anni del libro. Inoltre, domenica 4 marzo alle ore 15.00 Milk Milano organizza presso la sede del Guado (via Soperga 36 – Milano) l’evento “Ragazzi che ancora amano ragazzi”, che vedrà la partecipazione proprio di Piergiorgio Paterlini.

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A chiare lettere 2: la Yourcenar e le Memorie di Adriano.

PIROLA2-FOTOEccoci al secondo appuntamento con Marguerite Yourcenar. Il nostro ineffabile Mau (al volgo: Maurizio Diego) ci racconta de Le memorie di Adriano, che abbimo portato nelle biblioteche e nei locali di Milano e provincia lo scorso autunno, con letture teatrali coordinate dai nostri splendidi Tobia Rossi e Adriana Dell’Arte.

La genesi di un’opera complessa come Memorie di Adriano risiede nel lungo, travagliato lavoro di ricerca e di stesura da parte della sua autrice. Marguerite Yourcenar, infatti, comincia la sua impresa letteraria con una fase di autentica ricerca storica, durante la quale la scrittrice annota ogni notizia, valuta le fonti e vaglia minuziosamente ogni circostanza sotto l’aspetto cronologico. Il risultato di tale ricerca sarà una straordinaria mole di appunti.

La scrittrice si sofferma sulle letture e l’educazione dell’imperatore; il suo obiettivo è principalmente di divenirne una degna e attendibile biografa. Tra le fonti consultate dall’autrice, fondamentali furono lo storico greco Dione Cassio e la Vita Hadriani del cronachista (forse mai esistito) Elio Spartiano, entrambi basati su testi preesistenti, ma andati perduti, ed entrambi rivelatisi variabilmente attendibili in seguito ad alcune ricerche moderne. Leggi il resto di questo articolo »

“Il tempo svelato” un’alternativa al solito aperitivo.

Milk Milano è lieto di invitarvi ad un Happy Hour diverso!

Come ottavo appuntamento con le vicende di Adriano ed Antinoo, infatti, vi invita a sedervi con noi con un buon drink al Toilet Club di Milano, prima di una serata di follie, per ascoltare la lettura teatrale dei testi di Marguerite Yourcenar proposta da Adriana Dell’Arte.

Una storia d’amore. Le storie di chi vide in essa un simbolo o una speranza. La Storia di un momento incredibile della cultura classica, di sconvolgente modernità.

Venite con noi a scoprire
il volto di un dio.

Venerdì 6 novembre, dalle 21

presso Toilet Club in via Ludovico il Moro, 717 (Milano)

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Il dio Osiris delle agonie.

Continua in provincia il ciclo di letture teatrali interno alla manifestazione Antinoo, il volto di un dio, che interesserà Milano nei mesi di ottobre e novembre. Il secondo appuntamento con il teatro e l’imperatore Adriano è a Vimodrone presso la Biblioteca Comunale in compagnia di Dante Fusi con la lettura con introduzione letteraria all’interno del ciclo coordinato da Tobia Rossi e Adriana Dell’Arte. Vi aspettiamo oggi alle ore 21.

Il ciclo di letture teatrali dedicate alla appassionante vicenda di Antinoo ed Adriano, coordinate da Tobia Rossi e Adriana Dell’Arte sono ispirate al capolavoro di Marguerite Yourcenar, “Le Memorie di Adriano”: il pubblico scoprirà, in un percorso a ritroso, prose e poesie nate per raccontare ai moderni la storia di un amore che ha varcato l’eternità. I prossimi appuntamenti del ciclo di letture si svolgeranno a Cassano d’Adda (25 Ottobre), Milano (30 Ottobre, 6 – 12 – 22 Novembre).

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Meditazione
una volta al mese, di giovedì, alla Sede Guado
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AMA Relazioni Affettive
un martedì si e uno no, alla Sede Guado
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AMA Identità di Genere
un giovedì si e uno no, alla Sede Guado
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Eventi Culturali
per info: Marco D'Aloi
vice@milkmilano.com

Sportello TiAscolto
per info: Stefano Ricotta
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per info: Davide Amato
bisessuali@milkmilano.com

Progetto Crossdressing
per info: Sabrina Bianchetti
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    «Dobbiamo dare speranza alla gente. Speranza per un mondo migliore, speranza per un domani migliore. Non si può vivere di sola speranza, ma senza di essa la vita non vale la pena di esser vissuta» Harvey Milk
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    Il MILK è un’associazione aperta a tutti, quindi anche a te! Vogliamo affrontare la realtà TBGL milanese a 360 gradi, in svariati campi e organizzando manifestazioni culturali e politiche che possano arricchire l’intera comunità cittadina. Intendiamo operare anche nell’ambito del benessere della comunità, sostenendo in primis (ma non solo) attività di collaborazione diretta con chi si occupa di lotta e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, in qualità di associazione di cultura omosessuale, vogliamo rivolgerci alla comunità GLBT fornendo spazio che sia luogo di aggregazione e confronto.

    «La speranza non sarà mai silenziosa» Harvey Milk
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    «Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese» Harvey Milk
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