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“Io, Lauro e le rose”: intervista con Mario Artiaco

Il 19 maggio 2017, alla Libreria Antigone di via Kramer 20 (Milano), alle ore 18:30, il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” accoglierà Mario Artiaco e il suo libro: Io, Lauro e le rose (2017, Di.Ar.Ma.). Ecco cosa l’autore stesso dice del proprio romanzo autobiografico. 

 

  1. Tu sei etero, ma ti batti per i diritti delle minoranze sessuali. Cosa può spingere una persona che gode della cosiddetta “normalità” a occuparsi di questioni LGBT?  

          Sono etero ma, ti prego, detesto le etichette. Mi batto per la normalità, quella che io, in qualità di eterosessuale, non sento rappresentare. La normalità non esiste, perché non siamo tutti uguali e quello che per me è “normale” per altri non lo è. Siamo tutti profondamente diversi e non per una questione di natura sessuale: siamo diversi a prescindere e per milioni di differenze che ci distinguono. Ognuno è la sfumatura irripetibile di una tinta, di una cromatura e ogni individuo è indispensabile alla Bellezza del tutto. 

Ho fatto un percorso di vita e ho incontrato persone meravigliose lungo il cammino: come il gigante buono, il protagonista del mio romanzo, che, con il suo esempio mi ha educato alla conoscenza e ha reso naturale la mia scelta di sostenere i diritti delle persone LGBT. Mi ha tratto via dall’ignoranza con la sua storia, la sua umanità, il suo immenso cuore. Sono figlio di una generazione in cui i genitori non parlavano di nulla, tanto meno di omosessualità, e questo è uno dei mali più grandi del nostro tempo: l’ignoranza! Ho avuto timore e sono stato disorientato quando, davanti agli occhi, mi si è posta la verità inconfutabile della sua natura. Ho avuto bisogno di tempo per prendere coscienza e conoscere una realtà così radicata ma, per me, del tutto nuova. 

Non bisogna essere un panda per sostenere il WWF e non bisogna avere in casa o tra gli amici intimi Piergiorgio Welby o Fabo per assecondare la volontà di chi vuole ricorrere a ciò che dovrebbe essere il diritto alla libertà di porre fine alla propria esistenza. Quindi è certo che non bisogna essere (necessariamente) omosessuali per difenderne i diritti. Sartre diceva che: “Nel silenzio si diventa complici”, e, aggiungerei, carnefici. È una questione di sentire, di impegno civile, morale. Non ci trovo nulla di straordinario in ciò, mentre ancora mi stupisco e non mi arrendo all’indifferenza e all’ignoranza.

  1.       Io, Lauro e le rose è il tuo primo libro? Ne hai scritti altri?

            Due nel cassetto e ancora voglia e desiderio di scrivere tanto, ripromettendomi e sperando che qualcuno mi fermi quando sarà tempo: quando non riuscirò più a imprimere emozioni e quando leggere delle mie elucubrazioni mentali sarà diventato un peso e non più un piacere. Io, Lauro e le rose è stato il secondo in ordine cronologico ad esser scritto, ma il primo che doveva venire fuori: una necessità impellente, un tributo voluto, sentito, una storia che, per quanto a tratti dura e cruda, non può e non deve essere taciuta.

  1. L’hai definito “un libro-denuncia”. Effettivamente, è molto crudo, sia nella descrizione degli abusi subiti da Raffaele, che in quella della sua malattia. Nessun editore, fra quelli che hai contattato, te l’avrebbe pubblicato integralmente. Pensi che la stampa italiana abbia problemi di libertà, dopotutto?

             La proposta in particolare di una grande casa editrice è stata raccapricciante, volta a un taglio prettamente commerciale. Volevano omettessi passaggi fondamentali in luogo di argomenti di tendenza (comunque di enorme interesse e attualità), ma assolutamente fuori luogo, in una storia autobiografica. Si offrivano anche di scrivere un paio di capitoli, se non me la fossi sentita o non ne fossi stato in grado e, se avessi ceduto, avremmo scritto un altro romanzo: una fiction e non quello che ho narrato. Di qui la scelta consapevole, pregna di sacrificio ma che non baratterei con nessun’altra proposta: l’auto pubblicazione. La storia è rimasta tale, quella del gigante buono. I personaggi, ai quali in parte ho cambiato i nomi, sono quasi tutti identificabili. Il luogo in cui si svolge l’intero romanzo è un piccolo paesino di provincia del sud Italia. Chi leggerà, e vive e conosce quei luoghi, non avrà alcun dubbio circa l’identità in particolare di alcuni coprotagonisti. È un libro denuncia, senza mezzi termini. E chi vuole contrapporre il suo volto al mio e desidera denunciarmi lo faccia pure. 

L’editoria in genere naviga in brutte acque. Anche il mondo delle pubblicazioni sta cambiando, nonostante gli ordini di scuderia tentino di tarpare le ali a chi si auto produce. Ci sarebbe anche la libertà di trattare determinate tematiche e mettere a nudo certe realtà, come provo a fare nel mio romanzo; ma, per far si che accada ciò, ci vorrebbero editori con le palle. Discorso ben diverso è quello delle librerie indipendenti. Ho trovato svariati librai, splendido termine desueto e razza in estinzione, disposti a credere in questa storia, a presentarla e a perorare la causa che sostengo e il messaggio che avrei presunzione di trasmettere. 

  1. I contenuti del romanzo non sono altro che i tuoi ricordi, riguardanti i tuoi amici, in special modo Giovanni/Raffaele. In che modo hai rielaborato la realtà? Hai omesso qualcosa? Hai accentuato altro? Le parti in corsivo mostrano te e Giovanni/Raffaele intenti a rievocare il passato… Si tratta di colloqui realmente avvenuti o di una finzione letteraria?

             Prendemmo davvero l’imbarcazione, e partimmo. Io e Lauro eravamo fuori di testa, due adolescenti in cerca di gloria, Raffaele invece aveva una motivazione forte, seria, drammatica: cercava di fuggire. La storia è totalmente autobiografica; ho cercato di attenermi e contenermi con i racconti ai frangenti significativi e che ricostruissero la sostanza di una vita dolorosa e, nonostante tutto, vissuta con enorme dignità. Il gigante buono era un grande uomo e colmo di dignità. 

Ho dovuto di certo tagliare moltissimo, in termini di pagine e aneddoti. Inizialmente, il racconto contava più di mille pagine; il romanzo pubblicato è di “sole” 380. 

Come giustamente sottolinei nella domanda, ho distinto i dialoghi diretti tra me e Raffaele usando il corsivo, in modo da cercare di aiutare il lettore nei frequenti cambi dei piani temporali. I colloqui sono comunque reali e datati. Annotavo tutto a ogni incontro e già dalla Pasqua del 2012 cominciai a dar forma al romanzo.

  1. Dev’essere dura mettersi al tavolino ed eviscerare così i propri ricordi più cari… È stato difficile scrivere Io, Lauro e le rose? O avevi psicologicamente bisogno di scriverlo?

              È stata l’unica operazione necessaria, possibile: la catarsi. È stato dolorosa viverla e indispensabile vomitarla. A volte in forme, lessico e descrizioni crude. Ho scritto per Amore e con la forza del dolore. Se non avessi raccontato, sarei rimasto fermo al 16 dicembre 2012 e, soprattutto, avrei tradito la promessa fatta al gigante buono. Voleva chiudere il viaggio terreno senza rimorsi e rimpianti e voleva che questa storia giungesse a chi ha vissuto giorni come i suoi.

  1. Com’è stata l’accoglienza della tua opera, nei circoli LGBT italiani?

              Nella stragrande maggioranza dei casi, sono stato accolto con commozione, gioia, addirittura gratitudine. Le persone LGBT di molti circoli italiani mi dicono grazie; ma, in realtà, sono io che dico grazie a loro. L’amicizia con il gigante buono mi ha arricchito in maniera determinante e mi ha reso una persona migliore, facendomi accostare e conoscere tutti i meravigliosi colori dell’arcobaleno, tutte le diversità. In questa diversità che completa ogni essere umano, solo se vissuta e condivisa in tutte le sue forme, apprezzo con occhi nuovi la grande bellezza. 

  1. In un passo del romanzo, una delle persone accorse a visitare la salma di Raffaele si stupisce del fatto che tu (al contrario degli altri amici del defunto) non sia gay. Il tuo personaggio, però, risponde: “Oggi, sono gay anch’io”. È il motto del tuo essere attivista?

             Sono attratto dalla sesso femminile, è attraverso le forme del corpo di una donna che provo piacere, libidine e orgasmi. 

Ma, se la maggior parte del mondo etero sostiene che le persone LGBT siano malate, infettive, persone da curare e gli omosessuali invece si difendono e si battono per i loro diritti, e non solo, ma anche quelli di tantissime altre minoranze, allora io sono dalla parte dei gay, sono gay anch’io, nel mio modo di pensare e combattere ogni forma di discriminazione sono gay. E ne sono orgoglioso. 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi.

Senza te

Ines si sente imbattibile: padrona della statistica, del proprio cuore, del proprio destino, con la sua lucidissima mente matematica. Eppure, quando incontra Marta, non sa cosa le stia succedendo. Sa solo che quella matricola dell’università di Pescara ha capelli d’oro e occhi dolcissimi. 

            Senza te  (Milano 2011, Leone Editore) è il sesto romanzo di Vincenzo Di Pietro, il penultimo del genere “pop metropolitano”, prima della conversione al “thriller a enigma”. È la storia dolceamara di due studentesse alle prese con l’amore – e non solo. La vita sentimentale di Ines sarà complicata dalla conoscenza con Valerio, un “pezzetto di cielo” che sdoppierà la sua realtà con la magia della carta stampata.

            Le due ragazze – ben presto, divenute assai più che amiche – condividono un appartamento da universitarie. La loro è una vita di lezioni, tavoli al pub, discoteca, spese spicciole per sbarcare il lunario. E di amplessi che arrivano con naturalezza, senza pensare, che sembrano non finire più. Un gioco. O – meglio – così pare. Perché Marta non sa stare senza Ines. E, per quest’ultima, l’angelo biondo diventerà presto l’unico appiglio alla realtà, in un vortice di avventure irreali.

            “Lei, una margherita fresca e pulita con la corolla bianchissima e un cuore dorato. Io, una rondine nerissima dalle ali lucide e il resto del corpo bianco come la neve. Tutte e due, assieme, le labbra rosse come papaveri, ferite aperte, sangue condiviso” (pag. 86). Ines, la rondine in fuga da ogni impegno concreto, finisce per cozzare contro la sensibilità di Marta, contro la responsabilità che ogni amore sincero richiede. Persino il coming out, il primo bacio dato su una spiaggia, fra amici in festa, sarà una sorta d’imperdonabile leggerezza. La bruna sirena è una ladra di vita, tanto di quelle scritte nei libri, quanto di quelle di chi la ama. Le sue fantasie terribili e meravigliose crolleranno contro un muro invisibile, cresciuto dentro di lei. Solo allora – forse troppo tardi – Ines comincerà a vivere coi piedi per terra. In tempo per confessare a Marta: “…io non ci so stare, senza te” (pag. 131).

 

Testo a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Dalle parole dei forti

La storia di Stavro potrebbe sembrare fuori posto, su questo sito. Perché non è una storia d’amore. E non è nemmeno esemplare. Eppure, merita una menzione. Intanto, perché mostra quale fosse la condizione dei “diversamente eterosessuali” in Europa orientale all’inizio del XX secolo ed esemplifica uno degli incubi ricorrenti degli uomini gay: essere scambiati per potenziali “pederasti”, “traviati” da “abusi in età infantile”. L’altro motivo – e, forse, sarebbe sufficiente in qualunque contesto – è il meraviglioso padre letterario di Stavro: lo scrittore Panait Istrati (1884 – 1935). Figlio naturale di una lavandaia romena e di un contrabbandiere greco, compose le proprie opere principali in francese. La sua vita, errabonda per vocazione, gli fruttò le esperienze che rifuse nei romanzi. Kyra Kyralina fu il primo a essere pubblicato (1923, per l’editore Rieder). Esso si ispirava a un’omonima ballata popolare: la bella Kyra veniva rapita al porto di Braila (città natale di Istrati) da un ricco arabo e liberata poi dai propri fratelli. Nel romanzo, Stavro è il protagonista-narratore e il titolo è dato dal nome della sorella di lui. Alla sua voce, l’autore affida una vicenda esotica e immaginosa come le novelle delle Mille e una notte, ma concreta e dolente come le esperienze reali: una forma di romanzo del tutto insolita, nel quadro letterario francese dell’epoca.

            Stavro si presenta come “il mercante straniero”, il “venditore di limonate” a cui ogni casa “perbene” è interdetta. Agli occhi del lettore, il personaggio prende forma nell’incontro con Adrian, il suo giovane amico ansioso di girare il mondo (e alter ego di Istrati stesso). L’attaccamento del ragazzo allo straniero non è dato tanto dal loro debole legame di parentela, quanto dalla misteriosa storia di vita che Stavro ha alle spalle. Essa emergerà improvvisamente, la notte in cui quest’ultimo lascerà trapelare i propri reali sentimenti per Adrian. Proprio l’attrazione di Stavro per i ragazzi fu l’elemento che suscitò scalpore, all’uscita di Kyra Kyralina sul mercato librario. 

            Nella vicenda del narratore, prende corpo il mondo della “Istanbul segreta”: quello in cui i ricchi fornitori di harem abusano dei begli adolescenti, mentre li coprono d’oro come lussuosi animali da compagnia. L’ “orco” di Stavro è lo stesso che ha rapito l’adorata sorella di quest’ultimo, Kyra, e l’ha venduta a un harem. A quella troppo traumatica scoperta del sesso, il personaggio attribuisce il proprio orientamento – secondo un preconcetto (non solo) primonovecentesco. Nel corso del racconto, Stavro stesso riesce a parlare dei propri sentimenti solo con il linguaggio del “vizio”, dell’ “infelicità” e persino della “maledizione” di tipo magico. Eppure, riesce a sferrare una risposta a chi lo accusa con troppa facilità: «Non è per difendermi che voglio parlare: oh! per me, non fa differenza!… È per darvi, io, l’uomo immorale, una lezione di vita, a voi che siete persone morali, soprattutto a Voi, Mikhail, che non la conoscete tutta, come forse pensate» (cap. I). Stavro introduce così la storia del proprio matrimonio, col quale si rifugiò fra le braccia di una ragazza amorevole e innocente. Da accusato, si fa accusatore dei meschini parenti di lei, che lo costrinsero a una vita di alienazione perché “incapace di fare il proprio dovere di marito”; accusatore di un amico che tradì il suo intimo segreto; accusatore, infine, di quella famiglia senza amore che condannò lui all’emarginazione e sua moglie al suicidio.

            I ricordi rappresentati narrativamente da Istrati sono tali da fermare qualunque tentazione di idealizzare quella società in cui “i diversi non alzavano la cresta”. Pur avendo interiorizzato lo stigma, Stavro scolpisce la vera vergogna: quella di essere così annegati nel perbenismo da divenire anaffettivi e crudeli. Ben venga questo narratore da Mille e una notte sul nostro sito: perché, come dice Adrian, «la luce viene dalla parole dei forti» (cap. I).

 

Panaït Istrati, Kyra Kyralina, in: Œuvres I, (“Phébus libretto”), édition établie et présentée par Linda Lê, Paris 2006, Éditions Phébus. (Nell’articolo : traduzioni nostre).

 

Una traduzione italiana : Panait Istrati, Kyra Kyralina, (“Universale Economica”), Milano 1996, terza edizione, Feltrinelli. Traduzione dal francese di Gino Lupi; revisione di Pino Fiori.

 

Testo di Erica Gazzoldi.

Ti amo in tutti i generi del mondo – Intervista con Giorgia Vezzoli

Giorgia Vezzoli è scrittrice e blogger poliedrica e prolifica, soprattutto sulle tematiche relative alle diversità. La sua ultima pubblicazione cartacea è un romanzo: Ti amo in tutti i generi del mondo (2016, Giraldi Editore). È la storia di Nina, che s’innamora di Sasha… senza sapere se sia un ragazzo o una ragazza.

  1. Sei famosa per il tuo blog a sfondo femminista, Vita da streghe Sei quindi molto consapevole delle distinzioni fra i generi e di ciò che esse comportano nelle società di tutto il mondo. Come si combina questa tua consapevolezza col tema del romanzo (l’amore oltre sesso e genere)?

Con Vita da streghe, ho iniziato a interrogarmi sui modelli femminili e maschili proposti soprattutto dai media e sugli stereotipi connessi che contribuivano a creare una società non paritaria. Questo impegno è proseguito poi nel libro per bambini e bambine Mi piace Spiderman…e allora?, in cui parlavo di Cloe (6 anni) e delle sue difficoltà nel vivere la sua passione per i supereroi e per tutto ciò che non era considerato “femminile”. Con questo ultimo romanzo, ho voluto proseguire sul tema dando importanza al valore della persona oltre i pregiudizi e le etichette. L’ho fatto narrando la storia di Nina, la protagonista, e la sua interazione con un personaggio di cui lei non conosce né il sesso né il genere ma che non per questo è meno affascinante, complesso o privo di tutte quelle caratteristiche in grado di farla innamorare. 

2. Essere “strega” significa anche saper amare davvero, senza aspettative pregresse e possessività?

Non male come definizione! Per me, essere streghe (o stregoni) significa soprattutto ricercare se stesse, sempre, con autenticità. Il resto è una conseguenza.

3. L’amore non è possesso, non è violenza, non è pretesa di sicurezze che l’altr* non può dare, certo. Ma l’irresponsabilità e la leggerezza in amore causano dolori atroci e ingiusti (“Credete a chi n’ha fatto l’esperienza”, direbbe Ariosto). Come distinguere la sana libertà (amare senza opprimere) dall’egoismo e dal menefreghismo?

Ah, l’amore! Ma come si fa a definire l’amore? Lo sanno bene i poeti e gli artisti che hanno cercato per secoli di cantarlo. Io non so cos’è l’amore e, se proprio dovessi definirlo, userei questi termini: immenso e indefinibile. So però che cosa non è l’amore. Non è violenza, non è possesso, e non credo sia nemmeno irresponsabilità o leggerezza.  So anche che riusciremmo ad amarci molto meglio se facessimo tutti/e prima un percorso di conoscenza e di consapevolezza su noi stessi/e, che possa poi proseguire nella relazione con il confronto costante con l’altro/a. Credo sia vero il fatto che non puoi amare bene gli altri se prima non conosci e ami te stesso/a.

 4. L’attivismo gay e lesbico si basa spesso proprio sull’identitarismo di genere (“noi amiamo SOLO gli uomini/le donne”; “noi amiamo SOLO chi è del nostro stesso sesso”). Come è stato accolto il tuo romanzo nei circoli di cultura omosessuale?

Fino ad ora – ed è comunque un tempo breve – è stato accolto in maniera molto positiva. Ti basti pensare che la prima recensione del mio libro è stata pubblicata da Gaypost e che la mia prima presentazione l’ho fatta con Michele Giarratano, avvocato e attivista LGBT. A Brescia ho fatto da poco una presentazione del libro nell’ambito degli eventi del Brescia Pride ed è stata un successo. Da quel giorno sono anche diventata socia della Caramelle in Piedi, un’associazione che fa parte del comitato organizzatore del Brescia Pride.

5. Se l’amore non dipende dal genere… da cosa dipende, allora?

 Non so dirti da cosa dipenda, probabilmente da tanti fattori, diversi a seconda delle persone. A me piace pensare che l’amore “non dipenda”, che l’amore “esista” e si manifesti in modi differenti, non sempre comprensibili alla nostra ragione.

 6. La maggior parte delle persone esistenti al mondo (non nascondiamocelo) ama anche (e soprattutto) in base al genere e al sesso (concepiti come inseparabili). Cosa può dire il tuo romanzo alla maggioranza monosessuale?

Direi questo, che è una cosa che ho scritto anche sul mio blog: “Probabilmente per la maggior parte di voi il genere e il sesso sono fondamentali per amare qualcuno perché, per fortuna, siamo persone diverse con orientamenti, gusti e attrazioni differenti. Sappiate però che può esistere la possibilità di amare a prescindere dal genere. Io l’ho capito scrivendo questo libro perché, mentre lo scrivevo, l’ho provato sulla mia pelle”.

7. Come pansessuale, ti sono particolarmente grata per aver affrontato l’argomento dell’ “amore oltre il genere”. Le reazioni al tuo libro hanno portato a galla ciò che “la gente” pensa in merito. Quali sono state le principali? 

Finora le principali reazioni di chi ha letto il libro sono state molto positive. La storia infatti descrive con facilità e naturalezza qualcosa che, a priori, potrebbe sembrare strana o impossibile ma che, in realtà, una volta tolte le sovrastrutture mentali che spesso ci portiamo appresso, appare molto più semplice di quel che si potesse pensare. 

 8. In conclusione: Ti amo in tutti i generi del mondo può considerarsi un esperimento a buon fine?

Per il momento, direi proprio di sì!

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

 

In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Angeli da un’ala soltanto

Si dice che gli angeli siano innocenti e fluttuino fra le nuvole. Non tutti sono così. Esistono angeli perversi che piovono da Internet, appaiono su un ponte e risucchiano la vita nel momento stesso in cui la donano.

Al diciannovenne Francesco tocca l’incontro con uno di loro, nella Roma di fine anni ’90. Lo narra Sciltian Gastaldi nel romanzo Angeli da un’ala soltanto (peQuod, Ancona 2004). La sua scrittura è pop, con qualche tocco di poesia e una colonna sonora tra il rock e il romantico. Le canzoni sono il codice dei sentimenti, oltre che di una generazione.

La vicenda comincia sul ponte che conduce a Castel Sant’Angelo. Francesco ha un appuntamento con Emanuele, di cui sa solo che “scrive da Dio e che è alquanto fotogenico” (p. 11). Dopo un’attesa interminabile, l’angelo perverso si rivela. È il primo d’una lunga serie d’incontri, lettere ed e-mail, talora colorati di sogno preraffaellita, talora raggelanti come incubi. Sogno ed incubo sono letali ed effimeri allo stesso modo. Ogni capitolo è preceduto da una breve nota descrittiva del narcisismo, a scandire le tappe di un percorso verso la scoperta della realtà.

Nel frattempo, anche la società e l’epoca entrano nella storia sentimentale. Nessuno le ha chiamate, perché Francesco non vuole trasformare il proprio amore in una rivendicazione per i diritti delle minoranze. Però, non esistono nuvole rosa su cui rifugiarsi. La politica va affrontata nella forma d’un padre bigotto e arrivista, che vorrebbe fare del figlio una sbiadita copia di se stesso. La società si presenta anche nel corpo di bulletti muscolosi e sboccati, difficili da denunciare. Il coming out –temuto e allontanato – si svela come l’unico modo per uscire da una vita di maschere e assumersi le proprie responsabilità. Proprio la diversa capacità di farsi carico del peso reale dell’amore metterà in discussione la relazione fra i protagonisti.

“Forse, in questo mondo non c’è più spazio per gli angeli. Sono stati tutti abbattuti. Dal cinismo, dal realismo, dal potere dei benpensanti. I sogni costavano troppo e sono stati tagliati. L’amore è calato: amare è fuori moda. Oggi, se osi alzare lo sguardo verso l’alto, rischi di incontrare solo un cielo con qualche nube. Niente più angeli. A me è sempre piaciuto credere che alcuni angeli, in realtà, volino ancora. E si nascondono dentro le poche nuvole, bianche, modello panna montata. Se ne stanno lì, abbracciati, a osservare giù, attenti a non farsi vedere. Ma stanno abbracciati, insieme. Sono così non solo perché gli angeli, si sa, sono utopie socievoli, ma anche perché il compagno al quale ciascuno di loro si abbraccia non è scelto a caso, benché il Caso sia sempre il regista di tutto. No no. È il loro amato. E con la forza dell’amore, sono tornati a volare, si sono salvati. Sono angeli un po’ particolari, infatti. Sono angeli da un’ala soltanto. Possono continuare a volare solo restando abbracciati. Da soli, precipiterebbero all’infinito” (p. 42).

Può capitare, però, che il compagno di uno di questi “angeli particolari” sia non un suo simile, ma un Narciso.

Cos’è la vicenda di Francesco? Una fase temporanea della crescita? Una “vergogna di famiglia”, come ritiene suo padre? Una qualunque storia d’amore, come la vede sua sorella? È il senso di tutta una vita, come pensa lui stesso? La risposta, in un caso o in un altro, è prendere il volo.

Sciltian Gastaldi, Angeli da un’ala soltanto, Ancona 2004, peQuod.

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

“Mario Mieli: 30 anni dopo”: incontro con Franco Buffoni e Andrea Contieri

“Mario Mieli: 30 anni dopo”: il circolo di cultura omosessuale Harvey Milk apre il nuovo anno sociale con una presentazione di un libro che parla di una delle figure più importanti del movimento LGBT italiano, Mario Mieli. L’opera, pubblicata dal Circolo Mario Mieli di Roma, sarà presentata da Franco Buffoni con la presenza di Andrea Contieri, curatore dell’edizione insieme a Dario Accolla, venerdì 27 settembre alle ore 19,00 presso la sede Guado di Via Soperga 36, Milano. Abbiamo intervistato l’autore dell’introduzione, Franco Buffoni, nonchè ideatore della pubblicazione, alla luce del ritrovamento della fitta corrispondenza epistolare che c’è stata tra Franco e Mario. Ne traspare una figura culturalmente e artisticamente eclettica, complessa e interessante, punto di riferimento per molti giovani, ancora oggi, proprio grazie al “suo essere stato Queer quando nel mondo anglosassone quella parola era ancora un insulto e basta”.

1. Mario Mieli: 30 anni dopo. Da dove nasce l’idea di scrivere un libro su una figura fondamentale del movimento omosessuale italiano?

L’idea mi venne alcuni anni fa quando casualmente ritrovai degli inediti di Mario – rimasti tali dai primi anni settanta – e alcune delle molte lettere che lui mi scrisse in quel fatidico decennio (ovviamente mancano le mie lettere a lui). Ne parlai con il presidente del Circolo di Cultura Omosessuale “Mario Mieli” di Roma, Andrea Maccarrone, il quale abbracciò con entusiasmo l’idea che il Circolo sponsorizzasse la pubblicazione in occasione del trentennale della morte. Dario Accolla e Andrea Contieri hanno poi curato l’edizione.

2. Che cosa Mario Mieli può ancora insegnare oggi?

Per capire Mieli nella sua genialità e nei suoi limiti, nei suoi privilegi e nel suo eroismo, per capire Mieli morto giovane e dunque per sempre caro agli dei, occorre – io credo – contestualizzarne pur se brevemente il pensiero in quel fatidico decennio tra gli anni settanta e l’inizio degli ottanta. Assodato che l’eterosessualità, come affermava Foucault, si definisce in grande misura attraverso ciò che rifiuta (così come una società si definisce attraverso ciò che esclude), nell’antica assenza della necessità di definirsi stava allora il nocciolo della questione dell’identità.

Ero con Mario a Londra nel 1970 quando nacque il Gay Liberation Front (posseggo ancora un quadernetto di appunti con inciso il mitico indirizzo di New Caledonian Road). GLF che aveva mutuato nome e indirizzi dall’omonimo gruppo statunitense formatosi nel 1969 in seguito ai fatti di Stonewall.

Mieli ebbe allora l’intuizione di porre la bisessualità – o meglio la pansessualità – per tutti come un traguardo di liberazione… Ovvio che non si parlava ancora di Aids: dunque un discorso di promiscuità poteva essere accettabile, proprio in sé, come proposta teorica. Né si parlava ancora di procreazione assistita. E perché la comunità dei “liberati” potesse riprodursi, non si poteva immaginare altra via se non quella dell’accoppiamento con le compagne.

Oggi – concettualmente – tutto questo è superato. È come se fossero trascorse ere geologiche. E questo vale anche per Foucault. Che morì nell’84. Come Mieli, anche Foucault si era formato mentre fiorivano i movimenti di liberazione legati al 68: occorreva fantasia, l’immaginazione al potere. Gli anni successivi dimostrarono che una rivoluzione era davvero avvenuta. Ma per opera degli scienziati, a Silicon Valley e nei laboratori di ricerca che avevano sperimentato la fecondazione in vitro. Permettendo agli omosessuali di non essere più sterili senza doversi necessariamente accoppiare controvoglia. Dando una volta ancora ragione all’impianto filosofico analitico. E al buon pioniere e martire del movimento omosessuale internazionale Magnus Hirschfeld, che come motto si era dato: “Per Scientiam ad Justitiam”.

Sintetizzando credo che il grande lascito di Mieli alla nostra contemporaneità sia una sorta di Queer ante litteram vissuto e pagato in prima persona. In questo credo che Mario sia stato, sia e resterà insuperabile.

3. Il tuo rapporto con Mario era molto forte: di amicizia, di intesa intellettuale e di forte sintonia umana. Che cosa ci racconti di Mario Mieli persona?

Ci conoscemmo giovanissimi (fu Milo De Angelis a presentarci) e diventammo subito amici. La nostra amicizia nacque all’insegna della poesia nell’inverno 1969-70. Con De Angelis, Angelo Lumelli e Michelangelo Coviello costituimmo un gruppo di aspiranti poeti: ma costoro erano tutti e tre eterosessuali; fu dunque naturale fin dalla prima “riunione” che Mario e io si fraternizzasse maggiormente, con confidenze: eravamo entrambi “presi” da Coviello e in qualche modo in competizione. Ma c’era anche molto fair play tra noi e persino un vago corteggiamento reciproco. Ricordo anche che sovente, in quelle riunioni a Porta Romana in via Col di Lana a casa di Lumelli, sedevamo (per terra: usava così allora) vicini e allora le confidenze sottovoce si sprecavano. Perché oltre a noi cinque (il gruppo storico) venivano anche altri ragazzi. Costituivamo una sorta di porto di mare per anime belle di passaggio col debole della poesia. E Mario ed io stendevamo classifiche con votazioni immediate, ci spartivamo zone di competenza, sfere di influenza…:

“Quello è etero perso, te lo lascio, vedi di farlo ubriacare”.

“È astemio”.

“È uno di quelli che ci faranno i figli per quando saremo vecchi”.

4. Quale è il messaggio più forte e caratterizzante della figura poliedrica di Mario Mieli?

La vita di Mario fu tanto breve (vista con lo sguardo di oggi), ma passò attraverso fasi fortemente differenziate tra loro. In pratica visse un’intera esistenza con esperienze le più disparate, bruciando ogni tappa con una velocità impressionante. Posso riassumere questo pensiero in modo aritmetico: è come se a ogni anno di vita adulta da lui vissuto corrispondesse un decennio di una “normale” esistenza. Mario conobbe la delusione e il tramonto: non oso scrivere la “vecchiaia” perché farei ridere, ma la perdita dello smalto, della freschezza e della brillantezza, sì. Mario a trent’anni si sentiva al tramonto: con bloccata, esaurita ormai, la fase politica rivoluzionaria; schifato e sentito come repellente ogni impegno di tipo “riformistico”; logorato da qualche eccesso di troppo – soprattutto l’acido lisergico – quell’eloquio un tempo tanto accattivante; e incrinata quella prontezza di riflessi che era sempre stata la sua vera “marcia in più”. E soprattutto si sentiva helplessly, totalmente senza difese, di fronte alla figura onnipotente del potentissimo padre, che dopo aver combattuto con tutte le armi disponibili il suo coming out (che allora si chiamava semplicemente sputtanamento), riusciva ancora a interferire nella sua vita adulta di uomo di lettere impedendo ad uno dei maggiori editori italiani (Einaudi) di pubblicare il suo romanzo (che in quanto autobiografico poteva ledere  il buon nome della famiglia).

Il suo messaggio più forte per i giovani di oggi, secondo me, è proprio quel suo essere stato Queer quando nel mondo anglosassone quella parola era ancora un insulto e basta.

5. Mario Mieli poeta: quale è la caratteristica letteraria ed estetica dell’autore?

Le poesie che Mario ci ha lasciato sono giovanili. Ma che dolcezza rileggerle oggi! Me le ricordavo belle e tali sono rimaste. Nell’insieme mi sembra proprio che tengano ancora. Anche le meno riuscite hanno un guizzo, almeno nel finale. Certo, quelle note didascaliche da studente di filosofia – da lui apposte ai testi – spesso appiattiscono, ma ho pensato che fosse meglio lasciarle, per completezza, perché così il giovane Mieli le aveva concepite. Con i suoi autobiografismi minimi e le sue impuntature, come in “Febbraio 71” con quel terzo verso, dove Mario scrive “mi rupperò”, intrecciando funambolicamente passato remoto e futuro.

Tra l’altro sembra una poesia anche il pizzino ricavato dalla carta argentata di un pacchetto di sigarette e scritto in francese, perché tra i nostri tanti snobismi di allora c’era anche quello di parlarci e di scriverci nella lingua dell’aristocrazia russa. Un biglietto rimasto per quattro decenni a mia insaputa a riposare tra le poesie (che non credevo proprio di avere conservato):

Tu as pudeur bien

de tes sourirs…

Mais pour moi, pour

moi non. N’est-ce pas?

Ça me semble bien

pudeur de dents.

Tu as de très belles

couleurs ce soir. Oui

Hai pudore persino

dei tuoi sorrisi…

Ma per me, per

me no. Non è vero?

Mi sembra quasi

pudore dei denti.

Hai dei bellissimi

colori stasera. Proprio

6. Mario Mieli autore teatrale: quale stile si respira nelle sue opere?

Nel libro questo aspetto fondamentale  della scrittura del Mieli più maturo è analizzata in un ampio saggio da Francesco Paolo Del Re, che è autore Rai oltre che militante del “Mieli”. La sua analisi è incentrata in particolare sull’opera teatrale inedita riprodotta interamente nel nostro libro. In sintesi potrei dire che lo stile di Mario scrittore di teatro risente delle grandi lezioni di Beckett e Ionesco coniugate a una gayezza onnipervasiva che potrebbe richiamare quella di Wilcock.

Al riguardo sono contento che si sia conservata l’ultima lettera del 1980 a me indirizzata, perché lì Mario – ormai definitivamente Mary (così si firma) – mostra di essere preoccupato per il pagamento di una traduzione che gli avevo procurato presso Guanda. Abitava da solo, ormai, a Milano, in un piccolo appartamento piuttosto modesto nei pressi dell’Arco della Pace e doveva fare i conti molto attentamente. Perché ricordo questo? Perché si tratta dello stesso appartamento e dello stesso stabile che fa da sfondo al monologo teatrale La mia Justine riprodotto in questo volume e commentato da Del Re.

Erano finiti i tempi dei folli soggiorni londinesi e quelli ancora precedenti della ricca casa di famiglia in via De Marchi a ridosso di via Manzoni e del Teatro alla Scala. Il suo amante nel 1980 era un operaio (e questo rendeva Mario molto orgoglioso): lo raggiungeva in bicicletta molto tardi la sera, in zona Navigli…

Purtroppo si tratta anche dello stesso appartamento dove Mario si suicidò, col gas, mettendo la testa nel forno, proprio come Sylvia Plath.

7. A chi è rivolta l’opera? A chi Mario Mieli si rivolgeva nella sua ricca produzione artistica letteraria e nel suo attivismo?

Quando si parla di “opera” con riferimento a Mieli occorre sempre distinguere le varie fasi, perché Mario si espresse in tutti e quattro i fondamentali generi letterari: dalla poesia degli anni giovanili alla saggistica della tesi di laurea poi diventata Elementi di critica omosessuale (Einaudi, poi Feltrinelli), al teatro degli anni del successo, alla narrativa del Risveglio dei Faraoni”. Quindi se le poesie erano rivolte a un ipotetico pubblico di lettori di poesia, la saggistica e il teatro erano maggiormente volti a un pubblico militante, oggi diremmo lgbtqi.

E poi va contestualizzata la svolta del 1974, che segnò la fine del Fuori. Mario era ormai molto deluso dalla politica. E il movimento nell’insieme lo aveva a più riprese escluso: si sentiva tradito e emarginato. Tornò a vedere nella letteratura la sua vera vita e il suo riscatto: ma non si trattava più della poesia degli anni giovanili, né della saggistica alla quale oggi deve la sua fama internazionale, né del teatro degli anni dell’impegno e del successo. Ormai Mario considerava la narrativa come l’àncora di salvezza, anche dal punto di vista economico. Veniva da una folle delusione: aveva perduto in un viaggio dall’Oriente (“strafatto di funghi”, parole sue), forse in aereo, o prima in aeroporto, il dattiloscritto in unica copia del suo romanzo più bello. Ormai puntava tutto sul  Risveglio dei Faraoni. Ma trattandosi di una autobiografia in cui la famiglia era riconoscibile, il potentissimo padre intervenne, costringendo Einaudi a non onorare il contratto. Rientra perfettamente nel carattere orgoglioso e dignitoso di Mario parlare, in una lettera a un amico, della mancata uscita del libro come di una decisione personale. E di suicidarsi il giorno dopo.

8. Quanto rimane, oggi, nel movimento, sia a livello socio politico, sia culturale, di Mario Mieli?

Rimane fondamentale – e non solo per l’Italia Mario Mieli saggista, che con gli Elementi si affianca a Foucault nell’aprire nuovi orizzonti al movimento gay internazionale. E soprattutto rimane la sua utopia queer: i decenni successivi alla sua esistenza stanno dimostrando che anche per gli etero quella è l’unica vera dimensione di salvezza.

Il suicidio di Mario Mieli nel marzo del 1983 fu immediatamente seguito dalla fondazione del Circolo di Cultura Omosessuale a lui intitolato a Roma. Anche senza la sua morte il Circolo sarebbe nato, ma avrebbe avuto un altro dedicatario. Probabilmente sarebbe stato intitolato a Salvatore Pappalardo, un operaio 36enne siciliano che lavorava a Torino. Il 23 aprile 1982 Pappalardo venne assassinato a Monte Caprino a Roma. Aveva lasciato la valigia a stazione Termini, qualche ora di battuage e sarebbe poi ripartito per la Sicilia. Lo faceva tre volte all’anno quel viaggio, sei volte all’anno concedendosi quella sosta a Roma.

Nell’intitolazione del Circolo prevalse il nome di Mieli per l’intelligenza politica, il coraggio, la consapevolezza, l’impegno a tutto campo. Ma non vanno dimenticate le vittime, gli oppressi: le migliaia di Salvatore Pappalardo ai quali il nostro impegno deve essere sempre dedicato.

9. Quali sono state le reazioni del pubblico, oggi, nell’affrontare una figura spesso sconosciuta e, finora, mai affrontata in modo completo e complesso come, invece, fa l’opera?

Il libro è uscito da pochi mesi, ha avuto molte presentazioni nell’ambito della gay community, ma anche riscontri più complessivi come dimostra questa intervista su Radio3

http://www.francobuffoni.com/audio_fb_racconta_mieli.aspx

In genere, come spesso mi accade, sono rimasto deluso dalla reazione degli intellettuali italiani, che credono di sapere già tutto, di avere inglobato ogni precedente esperienza culturale, e invece – come avviene con riferimento all’ambito lgbtqi – alla prova dei fatti sono di una ignoranza spaventosa, forti solo dei loro pregiudizi incrostati negli anni. Spero nelle nuove generazioni. Ma non più di tanto. Perché ne ho conosciuti i padri.

Intervista a cura di Alessandro Rizzo a Franco Buffoni

Presentazione del libro Il servo di Byron di Franco Buffoni

Domenica 27 Gennaio 2013 ore 17:00
Presentazione del libro
Il servo di Byron di Franco Buffoni

“Il servo di Byron è romanzo, e mi piace molto: sto imparando, grazie ad esso, un sacco di (terribili) cose”. Andrea Inglese
“Del Servo di Byron ho apprezzato molto anche l’impianto, con i due modi – narrativo-fictional e narrativo-saggistico – di presentazione”. Franco Nasi
“Due sere con Il servo di Byron, mi e’ piaciuto molto trascorrerle in autunnale ritiro, pensando alla fuga dalla gogna e le sue sfide con Shelley e Pietro e Luke… Sì, le ho lette anche come tali, avventure del desiderio, corse fino in fondo, bellissimo libro”. Lorenzo Pavolini”

PERFETTAMENTE NORMALE

It’s Perfectly Normal: è perfettamente normale. Sapendo bene, per pregressa esperienza, che anche solo avendo osato scrivere l’esecranda parola “normale” rischiamo di farci linciare come “omofobi interiorizzati dell’anno” da* miglior* ossessionat* dall’* assolutament* incomprensibil* (e un* pochin* inesistent*) presunt* linguagg* QLGBTISMNOZ*, chiariamo subito che oggi – ahinoi – proprio non possiamo fare altro che far ricorrere più volte l’esecrato lemma tra le pagine del nostro blog. L’argomento del giorno, infatti, è un bel libello di 90 pagine, che della parola “normale” fa la propria serena bandiera per definire la caleidoscopica, libera, stupefacente e variabilissima realtà della sessualità umana, illuminandola ai più piccoli. La norma è l’infinità delle  tinte e delle sfumature che caratterizza il mondo. Essere “normali” significa semplicemente riconoscersi in una delle tinte di riferimento (o forse, semplicemente, riconoscere l’esistenza delle tinte stesse e capire che ti riguardano da vicino, che sono parte di te), e, di lì, darsi un nome per incominciare a costruire una libera coscienza di sé.

Da quindici anni in costante ristampa, It’s Perfectly Normal si presenta come uno dei più validi strumenti di supporto a genitori e insegnanti anglosassoni nell’educazione sessuale dei pargoli d’ogni sesso. Scritto da Robie H. Harris, una ex-maestra, e completato dai disegni (belli, espliciti, colorati e chiari) di Michael Emberly, il volumetto (un tesoro da sfogliare, per un preadolescente) si dichiara già in copertina orgogliosamente “updated for the 21st century”, ossia “con informazioni (…) necessarie affinché bambini e ragazzi possano rimanere sani attraverso il percorso della propria pubertà e adolescenza, con informazioni sul controllo delle nascite, il vaccino HPV, le malattie sessualmente trasmissibili ivi inclusa l’HIV/AIDS, e un nuovo capitolo relativo ad un uso sano e responsabile di Internet”.

Avete letto bene. Questo è ciò che il libro (copie vendute a milioni) propone in modo pedagogicamente ineccepibile, efficacissimo e non edulcorato ai propri giovanissimi lettori, presi per mano passo a passo ed invitati ad un costante confronto con coetanei e adulti.
Gli autori dedicano ampio spazio alla conoscenza del proprio corpo e all’igiene sessuale, all’emergere dei sentimenti nuovi, un solo capitolo su sei (il quarto) alla riproduzione (non è quindi un testo procreazione-centrico);  non appare alcuna remora moralistica nell’affrontare in modo diretto e ampio la masturbazione e il petting. Tutto è limpido – ribadiamo – sereno, facilmente comprensibile per ciò che è: nessuna metafora imbecille, nessun sottointeso, nessun tentativo di ingiustificata e ingiustificabile “tutela” pruriginosa.
Ragazze e ragazzi, crescete! Preparatevi quindi a vivere e conoscere una miriade di realtà diverse, che cambiano a seconda di ciò che desiderate, cercate e capite di voi stessi. Voi siete normali, quanto accade è normale, ciò che sentite è normale: non abbiate quindi paura, non siete alieni, o cattivi, o sporchi… è tutto assolutamente ok.

Nel libro omosessualità e bisessualità non solo sono ben presenti, ma non vengono affatto recluse nell’ambito di uno specifico capitolo poiché, in linea con lo spirito del testo, se ne discute comodamente un po’ ovunque, soprattutto laddove si affronta l’emergere dei primi sentimenti d’amore, dandone una precisa definizione (subito dopo aver chiarito e distinto i concetti di orientamento e di genere, e accennando anche ai fenomeni di omofobia, esecrandoli). L’omosessualità riemerge nella descrizione dei modelli di coppia (tutti trattati paritariamente), nei disegni laddove si parli di famiglie con prole, nel capitolo Cuddling, Kissing, Touching, and Sexual Intercourse, oltre che laddove si accenni alle tecniche di fecondazione assistita e alle adozioni (giusto poco prima che si spieghi cosa è l’aborto, con un accenno alle leggi che lo regolamentano).
Per il contrario, l’omosessualità non è associata in alcun modo diretto alle MST, descritte come malattie che colpiscono tutti, indipendentemente dal genere o dall’orientamento sessuale del singolo.

Ho sempre avuto la convinzione che il livello di civiltà di una nazione si misuri anzitutto da come in essa vengano trattati i bambini. E una nazione che offre ai propri figli e alle proprie figlie la possibilità di avere una corretta, completa e libera informazione sull’amore e la sessualità  stampando e acquistando con numeri da record libri come questo è certamente una nazione che dona possibilità di crescere cittadini felici in percentuali superiori rispetto all’Italia, poiché , tanto per cominciare, rende i giovanissimi in grado di affrontare a tempo debito e in modo corretto temi tanto fondamentali quanto la scoperta di sé e dell’altro.

Stefano Aresi

Robie H. Harris & Michael Emberley, It’s Perfectly Normal: Changing Bodies, Growing Up, Sex, and Sexual Health, Candlewick Press, 12.99 $.


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