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#LottoMarzo: non una di meno

Per l’8 marzo 2017, “Non una di meno” ha ricordato l’originario significato di lotta della Giornata internazionale della donna. La ricorrenza “prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici”, si legge sul sito del movimento.

Così, oggi come ieri, “Non una di meno” ha invitato allo sciopero generale delle donne. Si tratta di un’iniziativa nazionale partita dal collettivo argentino “Ni Una Menos”. I due movimenti hanno in comune l’attenzione alle questioni del femminicidio e della violenza di genere nelle sue varie forme.

L’8 marzo (impropriamente detto Festa della donna) è una ricorrenza che ricorda sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le violenze e le discriminazioni su base sessuale. Un primo “Woman’s Day” si ebbe il 3 maggio 1908 a Chicago: data del congresso del locale Partito socialista, dedicato alle condizioni delle operaie nei luoghi di lavoro e al diritto di voto delle donne.

Da quello, si originò la Giornata della donna (23 febbraio 1909). Il 22 novembre, a New York, scioperarono ventimila camiciaie, fino al 15 febbraio 1910. In Germania, Austria, Svizzera e Danimarca, la prima Giornata della donna si tenne il 19 marzo 1911. La data fu scelta dal Segretariato internazionale delle donne socialiste perché anniversario delle promesse fatte dal re di Prussia nel 1848: fra cui, il diritto di voto alle donne.

In Francia, invece, il 18 marzo 1911 era il quarantennale della Comune di Parigi. In Russia, la prima Giornata si tenne a San Pietroburgo il 3 marzo 1913, su iniziativa del Partito bolscevico. Nella stessa città, l’8 marzo 1917, le donne guidarono una manifestazione che chiedeva la fine della guerra. Questa la ragione della ricorrenza, che in Italia fu adottata nel 1922, per iniziativa del Partito comunista.

Il 4 e il 5 febbraio 2017, si è tenuta l’assemblea nazionale di “Non una di meno”, nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. I tavoli tematici erano otto: lavoro e welfare, femminismo migrante, diritto alla salute sessuale e riproduttiva, educare alle differenze, percorsi di fuoruscita dalla violenza, sessismo nei movimenti, narrazioni della violenza attraverso i media, piano legislativo e giuridico.

Per quanto riguarda la situazione attuale in Italia, il bilancio di “Non una di meno” è negativo. Il suo piano contro la violenza si contrappone a quello varato nel 2015, che parifica i Centri antiviolenza agli altri servizi privati ed è volto a “prendere in carico” le donne, più che a rafforzarle. Altre questioni scottanti riguardano abortomaternità e lavoroomotransfobia.

Al calo di welfare e tutela del lavoro, corrisponde (secondo il movimento) un aumento di incombenze per le donne, che sostituirebbero (col proprio lavoro di cura) politiche sociali assenti. “Non una di meno” ricorda anche l’obiezione di coscienza esercitata dai ginecologi antiabortisti, per motivazioni non sempre ideali. Sono evidenti anche richiami contro le politiche di Donald Trump in materia di migrazioni. 

La chiamata allo sciopero di “Non una di meno”  include una sorta di appello di coloro che mancano, perché scomparse o assassinate. Fra loro, ci sono “le lesbiche e le transessuali assassinate da crimini di odio.” Un caso che dimostra come le istanze LGBT possano incontrarsi con quelle femministe e con quelle dei lavoratori.

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Steve Walker: l’arte omoerotica come rinnovamento del realismo americano

Il percorso artistico dell’autore canadese Steve Walker avrebbe avuto certamente altro corso vedendo magari nascere un nuovo attore famoso sulla ribalta del palcoscenico internazionale piuttosto che un pittore raffinato nel solco della tradizione del realismo americano. È l’occasione per considerare ottima la scelta, con il “senno di poi”, fatta da Steve a un certo punto della sua esistenza di rivolgere la propria attenzione ad un’altra disciplina, dopo aver frequentato a Toronto, città dove si trasferisce, gli studi di recitazione, e di iniziare, così, a dedicarsi completamente all’arte pittorica, giustificando tutto questo con la necessità di esprimere in modo più efficace e utile messaggi esistenziali di ricerca e di attenta analisi delle condizioni precarie di solitudini viventi e incomunicanti.
Dire che Walker si inserisce nella “tradizione del realismo” potrebbe risultare alquanto ossimorico, dato che questa “scuola”, che ha influenzato gran parte della produzione artistica americana di fine Ottocento e di quasi tutto il Novecento, ha subito immancabili evoluzioni che si sono, poi ,presentate in modo sintetico nelle poetiche degli artisti singoli, affacciatisi, come lo stesso autore, a questo filone.

“Sono sempre stato incline a lasciare che il mio lavoro parlasse da sé”: con queste parole l’autore canadese, di origini rurali, nato a Ottawa da una famiglia di militari, esprime l’essenzialità quasi minimale delle sue rappresentazioni, scevre da inutili e aggravanti orpelli iconografici, così come nitide nella loro composizione geometrica raffinata e sorrette da uno studio per i particolari fisici e anatomici dei soggetti ripresi nella loro disarmante quanto attraente quotidianità. La “cuorisità” di conoscere e interpretare gli artisti suoi contemporanei o precedenti, spaziando dalla letteratura alle arti figurative, dalla musica alla fotografia, ha indotto Walker a realizzare una propria filosofia artistica autonoma e indipendente.

Possiamo, quindi, notare convivere in Walker tutte le componenti che hanno influenzato il realismo, dalla sua origine alla sua modernità, in una sintonia ideale determinandone quel suo incommensurabile fascino eclettico vissuto nell’osservare in terza persona una realtà che lui stesso vive e ha vissuto. Lo stile e i soggetti sono consueti e vengono contaminati da una visione non meramente locale, seppure gran parte delle sue opere si ambientino nelle dorate e soleggiate spiagge o nelle vallate immense e suggestive delle zone vicino al Pacifico, riprese nella staticità fissa e inamovibile degli oggetti presenti, ma molto simbolica, a volte astrattamente metafisica, di certo induttrice a una riflessione e a una ricerca umana senza fine. Le sue opere sembrano fotografie con una dinamicità plastica che definisce uno spazio incantevole e quasi tridimensionale immergendo l’occhio dello spettatore in un ambiente verosimilmente reale. Courbet asseriva circa il realismo pittorico che “un oggetto astratto, invisibile, non esiste” essendo qualcosa di “estraneo all’ambiente della pittura”. I ragazzi che troneggiano in primo piano, tanto da fare concettualisticamente, molta influenza della serialità può essere vista in questo aspetto, passare in secondo piano il contesto anch’esso reale in cui si trovano e sono inseriti, rapiscono la nostra attenzione non solo per la loro possenza fresca e statuaria, elemento, questo, puramente estetico, ma anche per la loro capacità di esprimere una tensione espressiva di una solitudine esistenziale che cerca un appiglio umano a cui rivolgersi, desiderosi di complicità e di condivisione di proprie esperienze.

Walker è un artista omosessuale, dichiaratosi fin dai tempi della propria gioventù in un quadro rurale e agreste spesso ostile a ogni tipo di “diversità” comportamentale: lui ha vissuto le sofferenze dovute all’innocenza di passioni irrefrenabili e che chiedono semplicemente di essere vissute nella loro pienezza e completezza fisica e mentale, intellettuale e carnale. Il messaggio subliminale che ne deriva, e solo attraverso la pittura l’autore canadese è riuscito a esprimerlo, è quello di una denuncia sociale, anche culturale, di riscatto di una spontaneità e di un’autenticità del vivere l’affetto omoerotico nella sua interezza e disinvoltura: nei visi rilassati, estasiati, a volte anche attenti, sognanti, altre volte preoccupati, assorti e pensanti, altre ancora compiaciuti e complici dei giovani soggetti delle sue opere, dal fisico aitante e armoniosamente sinuosi e statuari, nel cui segno pittorico prevale la cura per ogni particolare, nelle linee flessuose e virili dei corpi, nelle dimensioni mastodontiche e solide delle fasce muscolari, mai esagerate e proposte con un tocco delicato del pennello, si legge la voce di un’intera comunità, quella omosessuale, che richiede una visibilità e una vita da vivere profondamente e in modo completo. “The reader”, infatti, propone un ragazzo a gambe conserte che legge concentrato un libro, seduto su un muretto di una località marittima, appoggiato a un braccio che sfoggia la potenza della sua struttura, le cui spalle si evidenziano per la loro bellezza ed energia folgorante. La luminosità e il gioco accurato tra luce e ombra che si diffondono con determinazione e gradualmente sulle ondulazioni equilibrate dei fisici scultorei e ginnici ci conduce a rilevare nel trionfo dei soggetti il lato umano recondito, a volte spiegato ed evidenziato dall’autore, altre volte lasciato liberamente all’interpretazione dello spettatore.

Il realismo si evolve, quindi, nell’artista canadese in una poetica che ci suggerisce una visione autonoma della percezione del soggetto ritratto in modo sovradimensionato e centrale nella tela, mentre i colori ci portano a tuffarci in una dimensione iperrealista attraverso una tecnica estetica che ci conduce a guardare oltre ai confini reali, quasi come se il contesto venisse solo accennato, semplice scenografia di un viaggio nell’infinito. Il conflitto, dunque, tra un realismo che vuole circoscrivere temporalmente e spazialmente la scena illustrata e un simbolismo concettualista che vuole, invece, approfondire il significato recondito che si cela nell’anatomia dei corpi, imponenti e scultorei, invitandoci a celebrare la fisicità maschile nella sua completezza, crea una complessità lirica figurativa senza precedenti, prova, questa, di vera autonomia di un autore maturo. In alcune opere leggiamo, tornando a quella volontà spesso sottesa di Walker di volerci accompagnare, in modo di certo non soffocante né tanto meno propedeutico, nella comprensione dell’opera, una dimensione quasi onirica in uno stadio e, anche, stato d’animo e psicologico di astrazione dal reale, soprattutto quando leggiamo e percepiamo l’espressione rilassata e disincantata di uno stanco ragazzo dai pettorali ben definiti e scolpiti, adagiato nel suo letto, dormiente, con una posa che ci porta a gustare della sua corporeità tonica e sensuale. Tutto questo risulta essere squisitamente suggestivo e spettacolare da rendere, a volte, palpabile anche i lati più prosaici ed erotici di situazioni implicanti, per esempio, ragazzi che hanno finito di esprimere la propria passione, come accade nel dipinto “Viene o va”, in cui si vede un giovane seduto al bordo di un letto, dove è coricato il suo compagno, rivestirsi, atteggiamento quasi immobile, momento artistico carpito da un’azione comune, ma densa di intimità, di carnalità appena gustata e di tenerezza.

La stanchezza dovuta al completamento dell’atto sessuale accompagnata dal volto del giovane soddisfatto e rilassato, nonché la schiena visibile del compagno totalmente caduta nel riposo, ma sempre in preda a una turbamento lussurioso, ci porta a considerare in Walker la forte passione per una ricerca visiva del reale. L’equilibrio compositivo, la staticità delle forme, la dirompenza di una fissità dei corpi ci dettano quella necessità di reperire un ordine e una continuità costante nella dimensione esistenziale e vitale da parte dei protagonisti, che Walker vuole rappresentare attraverso la sua produzione.

I ragazzi ripresi sono giovani comuni, che amano lo sport, amano divertirsi, amano esprimersi liberamente, amano trascorrere soleggiati pomeriggi al mare, amano andare per musei, ma vengono posti al centro della tela in un’ambientazione scontata in quanto omologata, quasi a voler significare il contrasto tra la tensione per la vitalità e l’emancipazione totale dell’essere umano e il contesto puritano e soffocante della società perbenista e prevedibile di un’America a lui contemporanea. Lo stile narrativo di Walker è di certo brioso e immediato come lo sono i soggetti dei suoi quadri che vogliono incidere tramite l’impatto visivo nella coscienza dello spettatore, quasi disarmandolo difronte alle contraddizioni impercettibili del consueto e dell’ordinario. Questa poetica riesce liricamente a rappresentare la bontà intensa delle opere e dei protagonisti senza dover appellarsi ad altri orpelli o abbellimenti stilistici, che potrebbero apparire ripetitivi e stucchevoli nella loro portata. Il soggetto viene, quindi, esaltato nella sua interezza, esteriore e interiore, e la sua incontenibile e irruente monumentalità plastica ci porta verso visioni non conformate. I colori, le pennellate, tante, che si ripetono in modo anche ripetitivo, le ombre, le luci e la linearità degli elementi posti all’interno della tela, rendendo l’opera tangibile e cristallina in una struttura rigorosa che si propone in un quadro prospettico sopraffino. Il corpo maschile certamente porta a far percepire la sensibilità e l’emozione che può propugnare un’opera di Walker: tutto questo è dovuto essenzialmente al precisionismo non appesantito delle sue rappresentazioni di corpi erculei che sanno collocare una sintesi perfetta, che si esplica nella concordanza degli elementi della struttura materiale del ragazzo, tra una sensazione di doloroso isolamento, vissuto anche inconsapevolmente nella vita alienante attuale, e una visione ideale di stupefacente e profonda esigenza di emancipazione.

Si nota fortemente il senso di immensità e allo stesso tempo di vuoto che arreca il panorama del contesto in cui il soggetto, o i soggetti, se diversi si comprendono nella loro palese incapacità di comunicare, pur evidentemente bramosi di contatto, si inseriscono: tutto questo denota una visione quasi metafisica dell’ambiente per meglio condurre lo sguardo dello spettatore verso scenari impercettibili ma che si dipanano dalla centralità dell’essere umano, invitandoci a formulare delle domande e a trovare delle risposte, che sono spesso soggette a essere ripensate in quanto derivanti da azioni e da sentimenti reali, che si vivono pertanto come finiti e caduchi. L’abilità artistica di Walker e la sua destrezza operata con spontaneità nel realizzare le tele ci conducono a considerare la sua produzione volgere lo sguardo oltre il realismo, in un’accezione iperrealistica.
I temi ricorrenti nelle tele sono quelli elencati dallo stesso Walker, in modo di certo non didattico e didascalico: “l’amore, l’attrazione, la speranza, la disperazione, la solitudine, la bellezza del cielo, la perfezione di un orizzonte, il potere di una persona che tocca un altro”. E sono di questi temi di cui l’autore si ciba nella produzione delle sue opere in quanto parlano di quella esistenza, incerta e precaria, vulnerabile e instabile, che lui stesso ha vissuto e vive nella sua singolarità. Ed è forse proprio per questo che respiriamo una percezione di naturalezza, franchezza, lealtà e candore autentico nelle opere da lui proposte, in quanto lui stesso afferma: “perché dovrei creare dipinti il cui contesto è altro che la verità della mia vita vissuta come omosessuale?”. In “It’s silence” possiamo, così, trovare il manifesto poetico di Walker, ossia l’arte vista come la volontà di dare “voce” alla propria vita e a quella degli altri al fine di rivendicare a gran titolo la dignità di tutti.

Un’arte che documenta l’intimità e la primordialità dell’uomo: Slava Mogutin

Rimbaud ha molto influenzato nel senso più universale possibile una delle maggiori espressioni artistiche del nostro tempo: Yaroslav Mogutin. Afferma il trentenne autore russo, uno dei primi a dichiararsi apertamente omosessuale in un’intervista: “come Rimbaud credo che la moralità sia un tipo di malattia del cervello!’”. Vediamo e ammiriamo le sue produzioni fotografiche, a cui l’occhio di Mogutin si è rivolto negli ultimi anni spaziando dall’utilizzo della penna nella realizzazione di coinvolgenti e profonde poesie verso una “pratica creativa” che andasse “al di là del testo, quindi oltre la fotografia e una immagine bidimensionale”.

Nelle opere di Slava si gustano giovani adolescenti scapestrati, ai confini di una società spesso ostile, piena di pregiudizi e di convenzioni soffocanti, cercando di creare situazioni in cui il concetto di “vergogna” viene superato con pratiche “senza vergogna”: persone reali, emozioni pulsanti, sensazioni vive vengono riprese dall’occhio voyerista ed esibizionista dell’autore basandosi sulla piena fiducia e complicità con i soggetti immortalati che nella loro naturale e disarmante, in quanto semplice, bellezza viene ritrovata “la loro vera essenza”. Si assaporano, così, nelle opere figurative di Mogutin una dirompente estetica del primordiale, del bestiale e di quella innocenza senza filtri, quasi sfacciata e sfrontata, certamente provocatoria presente in esplicite scene definibili come “oscene”, “scioccanti”, “perverse” e perturbanti il pensiero unico moralista. Lui stesso si definisce un fotografo alla “ricerca di un nuovo linguaggio e sensibilità”.

Ed è di quello di cui Mogutin ha sempre avuto bisogno di trovare e inventare nella sua eclettica produzione artistica e letteraria, in una visione avversa e demolitrice di stereotipi e maschere costrittive. Jaroslav Mogutin nasce a Kemerovo, fredda città industriale della Siberia, e si trasferisce a Mosca a soli 14 anni. Incomincia giovanissimo a collaborare con riviste letterarie del tipo “Argumenty i fakty”, “Stolitza”, “Novoe vremja”, “Nezavisimaja gazeta”, “OM”, “Ptjuch”. Lavora anche con la casa editrice moscovita Glagol tanto da tradurre in russo opere del calibro di Pasto nudo e de La stanza di Giovanni. Da subito per il carattere delle sue composizioni letterarie, esplicitamente erotiche e dense di vita omosessuale e di sinceri amori omoerotici, Mogutin viene perseguitato e minacciato dalle autorità moscovite e da diverse persone. Viene definito, pertanto, reo di aver commesso “propaganda della pornografia, descrizione di perversioni patologiche” e viene anche accusato dalla magistratura di “teppismo internazionale con cinismo eccezionale e particolare insolenza”. Nonostante le pressioni che venivano costantemente esercitate sulla sua figura per la sua emancipazione sessuale e per i comportamenti disinvolti di vivere liberamente la propria omosessualità, Mogutin non cede e decide addirittura il 12 aprile 1994 di andare all’anagrafe moscovita per dichiarare la propria unione e convivenza con il pittore americano Robert Filippini: azione è questa che costerà all’autore gravi conseguenze per lo scandalo apportato, tanto da dover, dopo avere ricevuto minacce e ricatti telefonici e incursioni improvvise e impreviste da parte della pubblica sicurezza, decidere di espatriare e recarsi a New York, su invito dell’Università Columbus. Otterrà dapprima lo status di rifugiato politico, grazie agli inviti e alle mobilitazioni promosse da organizzazioni internazionali per i diritti civili e umani, tra cui Amnesty International. Dopo 16 anni, a residenza ottenuta, Mogutin nel 2011 riceve la cittadinanza statunitense. Ha lavorato come interprete all’ONU, venditore in un negozio di abbigliamento, office-manager, senza mai abbandonare la sua propensione per l’arte nel senso più complesso del termine. Non solo: posa per nomi illustri della fotografia contemporanea, tra cui ricordiamo Ainer Fetting, Terry Richardson, Arthur Tress, Attila Richard Lukacs, Jean Marc Prouveur.

La sua fotografia, quasi specchio della sua poesia, vive molto di quel concettualismo che parte e si nutre dalle espressioni iperrealistiche di una società in radicale opposizione e marginalità, esaltandone mascolinità e virilità, spontaneità e sincerità, di quella componente umana tipica della gioventù di un sottoproletariato urbano, genuina, a volte violenta, ma sempre immersa in una tensione continua verso la trasgressione e, quindi, verso il godimento a pieno titolo e non timoroso di affetti, passioni, amori. L’alienazione culturale si percepisce anche nelle ermetiche ed essenziali produzioni poetiche di Mogutin, fatte di una terminologia quotidiana, diretta, di rottura e di ribellione, tipiche dell’espressività di quella sottocultura adolescenziale di un’intera categoria di ragazzi dimenticati da una società aliena e alienante in cui, se vuoi entrare come componente a pieno titolo, devi essere disposto ad affrontare compromessi snaturanti e depersonalizzanti. È interessante notare come Mogutin abbia anche preso parte nel 1988 come attore e protagonista in un film del regista canadese Bruce LaBruce, “Skin Flick”. Le riviste “Solo”, “Risk”, “Argo”, “Vavilon”, “Novaja junost’” e l’antologia di letteratura russa gay Out of the blue hanno ospitato a pieno titolo le opere poetiche di Mogutin. Nel 2000 è insignito di uno dei massimi riconoscimenti internazionali di poesia, il premio Andrej Belyj, suscitando qualche scandalo e conseguenze nell’ambiente letterario russo. Qualcuno compara Mogutin a un novello Pasolini, tanto che il raffronto potrebbe trasparire come aulico dato che Moravia disse che “di poeti veri come Pasolini ne nascono tre ogni secolo”, a un Wilde o addirittura al suo compatriota e sempiterno Majakovskij. Occorre leggere le sue poesie per apprezzare la fondatezza e la sussistenza di simili comparazioni e, in particolare i seguenti volumi: la lirica e quasi mitologica raccolta di composizioni che vedono allegorie tali da comparare l’eroe a un gigante sessuale, Uprazhnenija dlja Jazyka [Esercizi per la Lingua] (New York 1997); la raccolta realistica incentrata sulla rappresentazione della vita newyorkese, fatta di contraddizioni e di affascinanti scenari umani, Amerika v moikh shtanakh [L’America nei miei calzoni] (Tver’ 1999); Sverkh-chelovecheskie superteksty [Supertesti sovrumani] ( New York 2000), un misto di genere poetico e prosaico, quasi un esercizio di vitruosismo linguistico e di ricerca; la provocatoria e provocante Roman s nemtzem [Storia con un tedesco] (Tver’ 2000), una serie di racconti autobiografici, dove lo stile non si fa nessun tipo di esitazione di diventare crudo, gretto, grezzo, primordiale e incisivo nel manifestare quelle fantasie sado-masochistiche anticonvenzionali. La sua intraprendenza ha portato il giovane Mogutin a fondare una rivista artistico letteraria in lingua russa, “Magazinnik”, in eterno movimento e in eterna ricerca letteraria quasi “on the road” tra New York e Mosca, nella lettura di spaccati sociali e umani variegati e differenti.

La sua dichiarata omosessualità, sempre palesata ed espressa senza nessun tipo di inibizione, nonostante l’ostilità dell’ambiente in cui è cresciuto e si è formato, lo ha portato ad apprezzare un’altra figura di poeta russo omosessuale morto appena quarantenne, Evgenij Charitonov, di cui ha curato la pubblicazione di due volumi di poesie.

Le sue opere figurative sono state esposte, pertanto, al MoMA PS1 e Museo di Arti e Design di New York; Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco; Stazione Museo di Arte Contemporanea di Houston, Moscow Museum of Modern Art; Australian Centre for Photography di Sydney, Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam; Overgaden Institute of Contemporary Art di Copenaghen; estone KUMU Art Museum di Tallinn, il Museo d’Arte di Haifa in Israele, e il Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y León ( MUSAC) in Spagna. Le sue opere sono apparse anche su riviste del calibro di Flash Art, Artus, Modern Painters, iD, Visionaire, L’Officiel Hommes, L’Uomo Vogue, Stern, e il New York Times.

Da ultimo possiamo gustare la sua arte esplosiva ed espressiva nelle figure di giovanissimi ragazzi del sottoproletariato urbano russo, tra solitudine e tenero attaccamento a una ricerca di sé stessi attraverso un confronto continuo con gli altri, in una precarietà esistenziale densa di poeticità, presenti e immortalate nelle due monografie fotografiche Lost Boys e NYC Go-Go (powerHouse Books, 2006 e 2008).

Mogutin esprime questa espressività artistica poliedrica attraverso un’esperienza esistenziale che lo ha visto in prima persona pagare i suoi debiti per essersi sempre espresso in modo radicale e onesto, sincero, aperto, trasparente, quindi spontaneo e scoraggiante verso chi ne è spettatore e lettore. Spesso, come scrive in una sua poesia, Mogutin sogna di tornare in Russia e vedersi soggetto di una terribile decisione di amputargli le gambe. Si legge e si percepisce in questo la mancanza della sua lontana terra, del suo paese, misto a quella consapevolezza di non essere accolto, nonostante continui ad avvertire l’esigenza di ritornare a vivere pienamente la sua esistenza in un contesto a lui familiare.

L’angoscia per questa privazione è percepita nella sua letteratura e nella sua produzione figurativa, mantenendo come metodo vivo e utile quello di osservare con l’occhio, quasi disincantato e privo di malizia e patologico pudore, l’esibizionismo spigliato altrui, in quanto la sua arte ama “documentare l’intimità” e soggetti “in situazioni vulnerabili”: in questo possiamo affermare che Mogutin sia il poeta e il fotografo a tuttotondo di un’ingenua primordialità dell’essere umano, incontaminato e incondizionato, carnale quanto eccitante.

Tuke: realista pioniere dell’arte omoerotica maschile

Se qualcuno volesse ricercare le fonti filologiche delle immagini di dipinti odierni e di fotografie dei più grandi registi internazionali di opere omoerotiche può benissimo accedere alla poetica e alla produzione di uno dei pionieri dell’arte a carattere omosessuale, quella di Henry Scott Tuke, nato a York il 12 giugno 1858, figlio di attivisti sociali nel campo medico e psichiatrico, tanto che il padre fondò una corrente innovativa di pensiero sul trattamento umano dei malati di mente, mentre il bis-bisnonno fondò Retreat a York, un moderno ricovero per pazienti affetti da patologie psichiatriche.
Il pronipote non seguì l’illustre carriera dei suoi predecessori ma passò ugualmente alla storia dell’arte come uno dei primi autori di opere raffiguranti ragazzi nudi, dall’età quasi acerba, avvenenti e sinuosi nelle forme e nelle curve del corpo: la sua immagine fu celebrata postuma da circoli di collezionisti omosessuali inglesi, rientrando a pieno titolo come uno dei capostipiti delle cultura del movimento di liberazione queer inglese, a cui venne dedicato da parte del noto critico Emmanuel Cooper un saggio edito da Heretic Books.

Da subito si iscrisse alla Slade School of Art di Londra, dove si diplomò per, poi, iniziare il suo lungo viaggio in diversi paesi europei e stabilirsi per un certo periodo in Italia, dopo aver studiato con il pittore Paul Laurens e collaborato con quello statunitense John Singer Sargent, nella cui produzione possiamo trovare anche nudi maschili seppure non caratterizzanti della sua arte. Incontrò diversi autori e poeti importanti a lui coevi, tra cui Oscar Wilde, tanto da essere influenzato da quello stile letterario tipico dell’uranianesimo, ai tempi l’omosessualità veniva definita sotto questa denominazione, e dare alla luce un saggio per The Studio e la sua opera “Sonetto alla gioventù”, pubblicata anonima su The Artist. Tornò in Gran Bretagna prendendo parte a un collettivo, colonia e compagnia, di artisti, tra cui troviamo Walter Langley, fondatore della scuola di Newlyn e promotore di quella cultura artistica tipica del realismo sociale, rappresentativa di lavoratori e pescatori con le proprie famiglie, e Thomas Cooper Gotch, influenzato da un carattere romantico delle proprie produzioni, amico di Tuke per tutta la sua esistenza.

È la Cornovaglia il luogo prediletto della produzione artistica di Tuke, dove si trasferì nel 1885 nella piccola cittadina di pescatori di Falmouth, e dove realizzò il proprio studio e laboratorio galleggiante su una barca ormeggiata nell’attraente e caratteristico porto. In questa dimensione di tranquilla pace in un’esistenza immersa nella natura e in un ambiente di piccole dimensioni e campestre, Tuke si dedicò al perfezionamento e all’evoluzione della propria poetica rappresentativa tanto da vivere in modo pieno e sicuro il proprio stile di impronta naturalistica fatto di tinte ardite, animose, leggere, vivaci e dinamiche. Il realismo che si respira nella rappresentazione dei suoi soggetti, quasi sempre giovani adolescenti avvenenti, molto delicati nei loro lineamenti, in pose soavi e intriganti, sensuali in quanto semplici ed elegantemente disinibiti, in situazioni di vita quotidiana quali la pesca o in ozio lungo un litorale, così come nell’azione di tuffarsi con leggiadria e armonia.

Se in una prima fase Tuke si dedicò ai temi mitologici, il suo approdo al realismo porta a delineare connotati di un artista omoerotico dalla sensualità spiccata nelle immagini immortalate. È importante sottolineare nei suoi quadri il gioco delle luci, il loro stagliarsi con delicatezza e grazia sui corpi freschi e vigorosi di floridi fanciulli, in totale controtendenza alla cultura di massa del suo periodo di un’arte classica dalle tinte spesso rozze e più marcate. Nelle sue opere non troviamo riferimenti esplicitamente sessuali tanto che, seppure discinti, i protagonisti dei quadri di Tuke non saranno mai in esplicite situazioni di approcci fisici e corporei espliciti. La loro sensualità sta proprio nella capacità di attirare l’immaginazione dello spettatore che fa del ragazzo immortalato oggetto di scenari dalle intense cariche eccitanti. Ricordiamo come riferimento ed esempio August blue (1893 – 1894), elemento quasi esemplificativo di una poetica ricercata e innovativa dell’artista per il suo tempo, forte e convinta, indice di una padronanza senza tentennamenti e senza indugi da parte dell’autore: in un tenue panorama marino estivo, quasi denso di una foschia che riporta alla memoria scenari e panorami onirici, ma allo stesso tempo altamente descrittivo del clima afoso che si respira in Inghilterra, giovani senza vesti in tono giocoso e allegro si atteggiano con grazia in procinto di tuffarsi da una barca alquanto precaria e insicura, ma che sorregge la delicatezza e tenuità dei protagonisti. Sembra quasi che Tuke abbia sublimato la sua sessualità in amicizie romantiche e complici in una contemplazione artistica senza precedenti. Tuke dall’animo eclettico nella produzione artistica, si dedicherà a Londra in un suo studio, che terrà come pied-a-terre dove poter completare le sue commesse, anche alla ritrattistica, tanto da vedersi autore di una delle sue più interessanti opere dedicate allo scrittore e soldato T. E. Lawrence, “Lawrence d’Arabia”.
Tuke arriverà a produrre anche nelle lontane Indie, tanto da vedersi dedicare, pur nelle difficoltà da lui incontrate di opposizione e ostilità del mercato a lui contemporaneo per i soggetti considerati troppo audaci, un banchetto in suo onore alla Royal Cornwall Polytechnic Society. Nonostante fu incoraggiato da colui che è considerato come “il primo esponente inglese di storia culturale”, John Addington Symonds, l’arte dell’artista inglese non venne debitamente apprezzata, tanto che lui stesso, come in “Calore e mezzogiorno” si trovò fare due versioni del dipinto, la prima più licenziosa la seconda più avveduta, in cui i protagonisti adolescenti sono stati coperti da pantaloni per coprire le proprie virtù maschili.
Tuke Morì a Falmouth nel 1929 in una condizione salutare precaria e di forte cagionevolezza. Non si sa bene se le sue opere siano state ispirazioni per molti autori della cinematografia omoerotica a noi contemporanea e post moderna, soprattutto perchè le immagini sono quasi sempre in movimento, ma è sicuro che Tuke rimane un riferimento costante in una letteratura dedicata alla celebrazione della figura maschile nell’arte figurativa, fuori da ogni stereotipo condizionato e condizionante, libera e autonoma e, forse proprio per questo, promotrice e generatrice di un’intensità sensuale senza precedenti.

Eloy de la Iglesia: regista di una cinematografia fatta di attivismo e di realismo estetico

Comunista, basco e soprattutto omosessuale dichiarato: questi ingredienti ed elementi costitutivi della personalità di un regista quale è stato Eloy de la Iglesia, fanno presupporre la difficile formazione artistica di un autore all’interno di una cornice repressiva, perbenista, sanguinaria e clericale quale quella del regime franchista. In questo panorama di oppressione e di eliminazione fisica di ogni “diversità” si celebra quella cinematografia che vedrà de la Iglesia proporre pellicole impostate su temi sensazionali, al limite del paradosso, complicate nella loro narrazione e nello svolgimento, melodrammatiche, intrise di violenza.
Nasce a Larautz, territorio basco, e, prima di poter accedere alla scuola di cinema, prende parte del Teatro Popolare dei Ragazzi, dove incomincia a gettare le basi della sua attività. Prima della caduta del franchismo De Le Iglesia intraprende la produzione di opere di certo non apertamente omosessuali nelle storie raccontate ma chiaramente al limite, cercando indirettamente, attraverso suicidi di persone dichiaratemente gay, di promuovere messaggi subliminali di libertà e di autodeterminazione in antitesi con il clima liberticida del regime. La lettura e l’analisi della società sua contemporanea, così come delle sue contraddizioni fanno da base ai contenuti di una produzione tutta volta a dare risalto in chiave realista, lontana da ogni tono epico o fintamente vittimistico, alle fasce giovanili emarginate e dimenticate dal resto della collettività e dalle istituzioni. I film della transizione volevano cercare, in un momento in cui sotto la dittatura l’omosessualità era penalmente perseguita con tre anni di reclusione, la famosa e famigerata Ley de Peligrosidad y Rehabilitación, e ogni forma di esplicito riferimento alla sessualità veniva censurato brutalmente, di uscire indenni dalle maglie strette della censura, rappresentata dal regime e dalla Chiesa Cattolica, ingannandola anche sotto form
e narrative e artistiche molto fini e incisive. Si parla per esempio della sua prima pellicola del 1966, “Fantasia…3”, dove protagonisti sono tre bambini.

L’omosessualità entra a fare parte della produzione del regista basco a partire dal 1975, anno della morte del repressivo caudillo, dando inizio al cosiddetto filone cinematografico “quinci”, che prende il nome dall’aggettivo con cui venivano apostrofate le persone ai margini della società, disperate e venditrici vicino a zingari nei mercati pubblici di oggetti metallici manufatti e da loro pro
dotti. La dizione vede, infatti, pellicole improntate su narrazioni di vite reali, molto spesso gli stessi protagonisti sono ragazzi presi per strada, ambientate in quartieri popolari costruiti nell’espansione edilizia voluta dal regime negli anni 60 nelle grandi città, Madrid, Bilbao, Barcellona, per abbattere le baraccopoli che si erano create in presenza dell’espansione dei centri metropolitani. La connotazione di quinci ha visto una similitudine con il significato di delinquente. Nelle pellicole di De La Iglesia esiste sempre un tono melodrammatico in cui la sessualità diventa parte destabilizzante il perbenismo e conformismo borghese ed elemento liberatorio venendo alla luce forme di convivenza e di coppia, amori e affetti, vissute in modo reale e dirompenti in quanto ai limiti della società, spesso non concepibili dal pensiero unico eterossessista e omologante, non catalogabili, ma densi di una carica erotica e sensuale nonché di un’umanità sincera. Così come sinceri e genuini, autentici nella loro tensione sensuale, risultano essere gli stessi attori, giovani ragazzi, in cerca di ogni genere di espedienti, spesso dentro al circolo vizioso e malavitoso del commercio di droga, altre volte dediti alla prostituzione. La violenza fa sempre da sfondo nelle opere del regista basco, in modo quasi unico come ne “La semana del aesino”, storia di un’attrazione omosessuale, ne “Los placeres ocultos” (1976) e ne “El Diputado” (1978). Il primo è un lungometraggio che può definirsi provocatorio in base al paradosso di un facoltoso borghese omosessuale che vuole vedere formalizzata la sua unione affettiva con un ragazzo eterosessuale proletario e con la fidanzata di questi. El Diputado assume, invece, una connotazione più drammatica e tragica in cui politica, intrighi di potere, prevaricazione della società benpensante affliggono un candidato che si deve barcamenare tra il mantenimento della propria immagine pubblica di bravo marito e la passione travolgente che prova per un giovane prostituto. Alla fine deciderà di iniziare il suo amato alla vita dell’attivismo politico, dando poco affidamento al sentimento comune perbenista e soffocante.

L’irrazionalità dell’eros, la sua dirompente dose senza filtri e margini, la sua capacità quasi rivoluzionaria e naturale, spesso ingenuamente esplosiva porta a un manifesto politico della cinematografia contro ogni forma di costrizione e di limitazione che la società borghese impone in una sua ottica che, nei migliori dei casi, può essere definita eterossessista e strutturata su un’ideologia edipica della sessualità, binaria e familista. In questo ambito in ogni pellicola di Eloy si gustano scene di nudo e di sesso presentate nella loro disinvoltura e nella loro veridicità in cui l’occhio dello spettatore viene attratto da corpi virili, giovanili e sinuosi, freschi, vitali, semplici e spontanei, che esprimono la trasgressione di ogni regola e convenzione asfittica e asfissiante. È, così, in atto la “destape”, ossia quella tecnica visiva e poetica impostata nel destabilizzare il pubblico irrompendo con una carica intensa di sensualità e di piacere estatico. Parliamo, così, de “El pico” (1983) dove l’emarginazione sociale, il tema dell’autonomia di una minoranza regionale e l’omoerotismo si incontrano dando vita a una pellicola esteticamente coinvolgente, narrativamente intrigante e non scontata, tecnicamente impeccabile e innovativa. Tanto spese in termini di risorse nella realizzazione di questo capolavoro che lo stesso regista si trovò a vivere le stesse situazioni riportate quali l’uso di droghe diventando lui stesso eroinomane e uscendo dalla scena artistica per qualche anno. Luis Manzano, soprannominato “el rubio”, è un costante protagonista nelle pellicole di De La Iglesia, da Navajeros a Colegas, da Overdose (El pico) alla sua seconda edizione, fino ad arrivare a La estanquera de Vallecas. Luis viene preso dalla strada, figlio di una madre alcolizzata, ragazzo orfano di padre e cresciuto nel degrado sociale. Proseguirà ad assumere droghe pesanti, fino ad arrivare nel 1992 a morire di overdose. Luis è la figura principale attorno cui si strutturano le psicologie dei personaggi di De La Iglesia, che affrontano la loro quotidianità disposti a qualsiasi genere di artificio pur di sopravvivere. Si può leggere, così, quella tensione sensuale irruente ed esplosiva.
Possiamo definire Eloy de la Iglesia un regista attivista e autorevole dalla poeticità e dalla capacità estetica travolgente e dal vigore erotico, in inquadrature decise e a tutto campo, nell’abilità di saper garantire il susseguirsi dei fotogrammi che ispirino una dose di visione fotografica molto realista, senza allegorie o stratagemmi descrittivi metaforici. In diverse sue opere si possono gustare le prime scene della vita omosessuale dei primi anni 80, in una Spagna ancora in cerca di una vera transizione democratica e culturale, in cui ancora l’omosessualità veniva emarginata o additata come anormalità comportamentale, in una sauna, per esempio, dove i tre giovani, protagonisti di Colegas, scapestrati e disgraziati, attraenti e seducenti nella loro immediatezza cercano di fare dei soldi prostituendosi ai clienti e accumulando la cifra giusta per fare abortire la ragazza di uno dei tre. La forza non tanto segreta ma schietta della complicità dei tre amici in questa pellicola viene addossata di una valenza omoerotica cameratesca senza precedenti e senza malizia, fuori da ogni interpretazione infingarda dell’occhio provinciale. La genuinità della narrazione e delle tinte delle immagini riportate nelle sequenze, unite da una logica conseguenziale del rapporto tra azione ed effetti, sono gli elementi costitutivi che portano Eloy de la Iglesia a essere autore trasgressivo e disarmante ogni gabbia che la modernità alienante impone in nome del mercato e del profitto e di quel familismo ossessivo e ossessionante che alimenta un circolo vizioso frustrante. I personaggi nella loro autenticità semplice che diventa quasi carnale e, pertanto, eccitante ed esaltante, sono dipinti con tonalità molto forti, quasi come in un quadro impressionista, e nettamente presentati al pubblico nella loro caratterizzazione, con finali inattesi e inaspettati, con un procedere delle storie mai banale e scontato.
La denuncia sociale è un leit motiv che porta De la Iglesia a scardinare ogni potere precostituito e a prefigurare un futuro di speranza di riscatto e di evoluzione progressiva e culturale del genere umano. Nel regista “quinquy” non troviamo limiti e ostacoli dovuti ad appartenenze sessuali, generazionali, di ceto, sociali, economiche, politiche e tanto meno ideologiche e religiose: nell’universalità di una condizione umana disperata e disperante, quale quella che vivono ogni giorno i giovanissimi, esplosivi, vitali e avvenenti protagonisti, si alimentano storie dalla connotazione romantica, spesso perdente, spesso sconfitta, ma rafforzata dalla lettura disinteressata di un’esistenza precaria, di certo non condizionata né tanto meno compromessa.
La libera affermazione del sé e il riscatto del vivere senza filtri e in modo consapevole la propria affettività e la propria sessualità portano Eloy de la Iglesia a essere un regista che molto ha dato allo sviluppo politico culturale del movimento gay europeo, non solo spagnolo.
Possiamo definire Eloy de La Iglesia il precursore di una corrente culturale che ha lasciato un segno indelebile, la cui scomparsa improvvisa avvenuta nel 2006, dopo una breve parentesi dedicata alla produzione cinematografica televisiva, attraverso un’opera che ha riadattato il “Caligola” di Albert Camus, trasmesso dalla rete nazionale TVE-1, così come la realizzazione della sceneggiatura del film “Los novios bulgaros”, sulla base del romanzo omonimo di Eduardo Mendicutti, che, come è solito nelle sue storie, tratta delle vicissitudini di gruppi di emarginati immigrati dell’Est europeo, tra espedienti difficili e amori omosessuali, quasi un tributo finale alla sua cinematografia melodrammatica e umana, arguta e sottile nel suo cinismo. Qualcuno, anche all’interno del movimento omosessuale, lo accusa di non avere mai dato risalto a quella categoria di omosessuali per i quali la propria sessualità espressa in modo libero e sincero diventa un problema e ostacolo esistenziale e sociale importante: la sua volontà non è mai stata quella di rappresentare attraverso il realismo una denuncia ideologica e sociale, ma è quella di voler rappresentare “un mondo marginale, basso”, parlando di quello che conosceva personalmente ed evidenziando come la classe operaia classica, proprio perchè mai conosciuta se non “in forma tangenziale”, non aveva senso alcuno rappresentarla, magari scadendo nella retorica: elemento, questo, che non ha alcun diritto di cittadinanza nella produzione di De La Iglesia, una cinematografia provocatoria moderna.

Storia di uno scrittore “funzionario nudo”: Quentin Crisp

“Il problema che devono affrontare gli omosessuali è che si propongono di conquistare l’amore di un “vero” uomo. Se ci riescono falliscono. Un uomo che va con altri uomini non è quello che definirebbero un vero uomo”. L’affermazione potrebbe apparire disarmante ma nella sua paradossalità è assolutamente un invito a una riflessione sulle identità di genere e sull’orientamento. Di chi è questa frase? Di uno scrittore, caratterista, umorista, conversatore come la tradizione fondata da Oscar Wilde può insegnare, attore e, infine, uno dei pionieri del travestismo o, come si suole dire oggi, crossdresser.: Quentin Crisp. Dire che Crisp è un pioniere è quasi come sconfessare la sua natura e la sua caratteristica che non ha mai voluto trovarsi a non fare i conti con la sua vera identità. Lui ha sempre amato portare avanti la professione di essere semplicemente sé stesso, non ha mai voluto scegliere cosa essere, come apparire, che cosa rappresentare, se non la sua prorompente ed eclettica individualità. Lo scrittore affermerà, così: “Be’, non penso realmente a me stesso come ad un pioniere. Non ho scelto il mio modo d’essere. Se avessi cercato di nascondermi, la gente avrebbe detto: “Quello lì, chiedo scusa, quella lì, chi pensa d’essere?”. Il che non è molto carino. Così mi sono limitato ad essere me stesso. Davvero, ho soltanto fatto quello che ero nato per fare“. Per lui il mondo era niente altro che “una vasta casa d’appuntamenti il cui sistema d’archiviazione è andato perduto”, ognuno nella sua naturalezza e nella propria semplicità.

A Quentin, registrato all’anagrafe come Denis Pratt, piaceva provocare, senza artifici retorici o costruzioni elaborate ellittiche, ma con la spontaneità della sua caratteristica di essere un uomo dall’alta autoironia. Era uno scrittore elegante, molto raffinato, amante delle buone maniere, queer nel senso britannico del termine, ossia “strano” come stravagante, persona che nella vita, così come nelle sue opere, amava viversi completamente. Non voleva essere preso come riferimento dalla comunità gay, tanto che criticava e denunciava del movimento la massificazione e l’omologazione di alcune parole d’ordine che, al suo tempo, nel vivere la sessualità magari come esclusivo piacere edonistico e carnale, non avevano senso. In alcune interviste definirà l’AIDS come malattia a cui si dava un’ossessionante attenzione, così come lo poteva essere l’omosessualità stessa, che per lui era solo una componente diretta ed evidente del suo modo di essere. Nonostante queste parole lapidarie, Quentin veniva periodicamente consultato dai media e dalla comunità apostrofato con le parole di uno dei più eminenti leader del movimento inglese “omosessuale della vecchia scuola”, Peter Tatchell, come una “checca stereotipata” con una certa dose di orgoglio e coraggio “nell’ostentare la sua effeminatezza”; proprio perchè ai suoi tempi, soprattutto in Gran Bretagna, l’omosessualità espressa pubblicamente era ancora previsione di reato, rischiando anche diverse conseguenze gravi sulla propria persona.

Questo era un aspetto che affascina e affascinava gli attivisti della comunità lgbt: d’altronde come non può attrarre una figura che esercitava come professione quella dell’”impiegato pubblico nudo”, ossia colui che posava per gli studenti delle accademie di belle arti, tanto da intitolare la sua autobiografia “The naked civil servant”, pubblicata nel 1968, dove affronta con ironia e con scherno la sua attività in cui timbrava il cartellino prima di spogliarsi e dopo essersi denudato. L’opera ebbe grande risonanza nel mondo dei media tanto che venne celebrata in un film televisivo nel 1972. Nel 1980 si troverà personalmente negli Stati Uniti sull’onda dei successi cinematografici, che lo vedranno più tardi nel 1993 recitare en travestì come una novella regina Elisabetta I nella pellicola Orlando, interpretazione magistrale e molto emozionante, e, in seguito, nella parodia di un consueto discorso di Natale regale per Channel 4, giocando sul doppio significato inglese del termine queen di regina e checca.

Affascinato dalla cultura sociale di quel paese, decide di rimanerci fino alla fine della sua esistenza, avvenuta nel 1999. Lo scrittore inglese appare anche in alcune scene de La sposa promessa, un remake de La sposa di Frankestein, così come nel party in Philadelphia. Continua il mito di Quentin Crisp sugli schermi televisivi tanto da diventare nel 1996 uno dei  protagonisti del documentario sull’omosessualità e le figure gaie di Hollywood: The Celluloid Closet si intitola, pubblicato lo stesso anno in cui esce l’ultimo libro autobiografico quasi in forma diario, Resident Alien, dove Crisp quasi preannuncia la convinzione di una sua vicina morte, dato il patto che avrebbe sottoscritto con la sua amica attrice Penny Arcade in cui si profetizzava che avrebbe vissuto “fino a 100 anni, con 10 anni di sconto per buoan condotta”. “La vita era una cosa divertente che mi capitò sulla strada della tomba” avrebbe occasione di dire in modo caustico quasi palesando come il divertimento e la gioia di viverla appieno erano sempre vivi in Quentin. Un alieno legale, un uomo inglese a New York, è il ritornello della canzone che nel 1987 Sting dedica alla figura di Quentin, il cui videoclip riprende la figura fascinosa ed eterea del grande scrittore in diverse situazioni quotidiane cittadine, quasi distaccato e contemplativo dello scorrere caotico delle ore metropolitane: dalla passeggiata lungo i viali alberati e nevosi della fredda megalopoli americana fino ad arrivare nella calda atmosfera di un locale e giungendo nella sua stanza personale, dove scrisse e visse per la seconda e ultima parte della sua lunga e artisticamente prolifica esistenza.

Diverse scene riprendono i semafori e le alte abitazioni di New York, in quella Manhattan tanto amata da Quentin, tanto da volere alla sua morte, come poi avvenne, che le sue ceneri venissero con cerimonia non eclatante sparse su quella porzione viva ed effervescente, elegante quanto glamour, a volte altezzosa, a volte ricercata, della grande mela. Quentin muore a Manchester mentre è in Inghilterra per un tour di presentazione del suo ultimo show in terra patria. Crisp scrive altre opere, tra cui ricordiamo Come avere uno stile di vita, nel 1975, e Come diventare vergine, nel 1981. Le costruzioni sintattiche e l’impianto strutturale complesso e allegorico portano negli scritti di Quentin a individuare una forte dose di abilità  letteraria che va a scandagliare, quasi sconvolgendoli in un clima di paradosso e di contraddizioni, attraverso l’ironia e la sagacia di chi solo può avere la capacità nel saper rappresentare ellissi comiche dense di cinismo e procedenti per assurdo.
La vita dell’essere umano comune viene così ridicolizzata anche attraverso un lungo utilizzo di dialoghi che partono da presupposti inverosimili per, poi, giungere a essere significanti delle contraddizioni dell’animo umano. Quentin era molto effeminato, amava travestirsi, lui stesso confesserà che ogni giorno ci metteva quasi due ore per truccarsi e che avrebbe voluto poter cambiare sesso solamente per poter dedicarsi integralmente a un’attività di sartoria, presentandosi, così, nel lato genuino e sincero della sua poliedrica personalità: voleva apparire ma senza finzioni e senza esagerazioni plateali, non provocando ma semplicemente disarmando quell’opinione comune che vorrebbe importi alienanti maschere in un gioco di frustrazione esistenziale.
La sua celebrità letteraria prorompe sullo scenario angloamericano, in Italia verrà celebrato come scrittore più tardi e scoperto quasi postumo.
Una delle sue affermazioni spiegano con chiarezza la sua dimensione umana e il suo profondo temperamento tanto da asserire che “lo scopo dell’esistenza è conciliare la luminosa opinione che abbiamo di noi stessi con le cose orribili che gli altri pensano di noi”.

Come diventò un celebre scrittore non solo a tematica, sarebbe riduttivo per una produzione che fa dell’ironia la sua anima ispiratrice, di riferimento? “Esistono tre motivi per diventare scrittore: – spiega Quentin – il primo è che vi servono i soldi; il secondo, che avete qualcosa da dire che il mondo dovrebbe sapere; il terzo, e che proprio non sapete cosa fare nelle lunghe sere d’estate”. In attesa che le sue ceneri venissero lanciate sull’amata Manhattan Crisp affermerà che “la vita era una cosa divertente che mi capitò sulla strada della tomba”, quasi un inno alla bellezza di vivere nonostante la caducità dell’esistenza per cui è opportuno viverne ogni momento.

Serata #mondoSenzaGLBT @MilkMIlano 5 giugno 2012

Domani 5 giugno 2012 dalle 18.30 in poi ci sarà la serata di presentazione del nostro progetto #mondoSenzaGLBT.
Vi diamo qualche piccola guida sulla serata:

A che ora inizia la serata?
Il Milk apre le porte alle 18.00. Sono previsti due blocchi di presentazioni uno alle 18:30 circa e uno alle 21:00 ma si può entrare e partecipare qualsiasi momento.

Come “in qualsiasi momento”?
La serata sarà organizzata in maniera molto aperta e partecipativa: alterneremo alle presentazioni che dureranno dai 5 ai 10 minuti momenti di dibattito e confronto, e se vorrai potrai anche parlare e condividere con gli altri i “tuoi personaggi GLBT del cuore”

Perciò non sarà una serata academica?
Assolutamente no. Cercheremo di renderla il più divertente e coinvolgente possibile, e con il tuoi aiuto verrà sicuramente meglio.

Di cosa tratterete?
Di tutto un po’: dalla musica pop alla beat generation, da Andy Warhol a Cesare passando per Pasolini.

Quanto costa partecipare?
La serata è gratis aperta a tutti. Durante la serata il Milk offrirà anche un rinfresco e una spaghettata.

Dove?
Nella nostra sede c/o Guado: via Soperga 36 a Milano (citofono Il Guado)

Allora ci vediamo domani?
Con molto piacere! A domani allora.

Campagna Pride 2012 – #mondoSenzaGLBT

Come tutti gli anni in occasione del Pride nazione il Circolo Harvey Milk si prepara per la manifestazione con una campagna di comunicazione. Quest’anno abbiamo pensato di coinvolgere non solo le nostre socie e i nostri soci ma anche amici/amiche e simpatizzanti, affiancando ai classici cartelloni che faremo sfilare a Bologna una serie di eventi online, così da includere più persone possibili nell’attività.

Lo scopo di quest’anno è di sensibilizzare i media e l’opinione pubblica portando come esempio tutte quelle persone GLBT* che hanno contribuito a migliorare il mondo. Eroi, anche “piccoli” e poco conosciuti, che con il loro lavoro hanno contribuito a rendere il mondo un posto migliore in cui vivere.

Non vogliamo ricordare (solo) “grandi geni o indiscussi maestri”: siamo convinti che anche un musicista pop di serie b, una misconosciuta pittrice o un semi-dimenticato poeta con il proprio operato ha contribuito al miglioramento dell’umanità e sopratutto come persone GLBT ci sentiamo un po’ più fieri “di essere come lui/lei”.

Come in uno de più fortunati slogan dei primi Pride che recitava Good As You: noi (persone GLBT) valiamo tanto quanto voi. Per realizzare questo abbiamo pensato di lanciare una campagna di comunicazione su twitter e facebok.

Campagna su twitter:

Abbiamo pensato di condividere una serie di tweet, da pubblicare più o meno regolarmente su più account, con il proposito di coinvolgere più persone possibili. Puoi partecipare alla campagna sia come singolo sia con l’account di un’associazione.

Il messaggio tipo che proponiamo è pressappoco così:

Un mondo senza gay? Sarebbe un mondo senza la canzone “Blue Moon” Lorenz Hart paroliere gay #mondoSenzaGLBT

oppure

Un mondo senza transgender? Sarebbe un mondo senza il film “Matrix” Lana Wachowski regista transgender #mondoSenzaGLBT

Variando di volta in volta l’orientamento sessuale del personaggio in questione (gay/lesbica/bisex/transgender etc) la professione e un esempio puntuale di qualcosa che senza di lei/lui non sarebbe mai esistito. Ovviamente per un singolo personaggio si possono mandare più tweet su diversi argomenti. E’ anche importante includere sempre l’hashtag #mondoSenzaGLBT che abbiamo scelto per la campagna.

Oltre che a testi ti consigliamo di variare i messaggi inserendo anche link a video su youTube o a altri siti in cui si tratti del personaggio di cui vuoi parlare.

Per fare ciò ti consigliamo di seguire le seguenti “linee guida” che noi ci siamo dati:

– scegli sempre un personaggio il cui orientamento sessuale sia “palese e indiscutibile”: evita personaggio di cui “si dice sia…” “sembra che sia…”

– controlla sempre le tue fonti: puoi utilizzare siti come wikipedia (meglio la versione inglese dato che quella italiana è piena di lacune), http://www.culturagay.it/cg/bioList.php?sezione=%&let=all, http://www.giovannidallorto.com/, http://www.glbtq.com/ etc. per avere conferme. Cerca sempre di dare l’informazione nel modo più corretto e preciso possibile.

– sii sempre “assertivo e positivo”: scegli personaggi che hanno davvero migliorato il mondo o comunque aiutato l’umanità a progredire, cercando di evitare polemiche o provocazioni: il messaggio che noi vorremmo veicolare non è “le persone GLBT sono meglio degli eterosessuali” ma “le persone GLBT sono importanti come gli eterosessuali

– Se ti è possibile spazia in più campi e ambiti: magari alternando un rappresentante della “cultura alta” con uno di “cultura pop”. Così da dare un po’ di varietà e coinvolgere il più ampio numero di persone possibile.

– Non utilizzare la campagna per “fare il troll” o litigare. Questa iniziativa è di tutti: rispetta le opinioni altrui mantenendo la discussione sempre su toni civili e pacati e soprattutto non accettare provocazioni.

Ovviamente il nostro è solo un consiglio: ognuna/o può partecipare alla campagna con il messaggio che vuole, cercando sempre però di rispettare lo spirito dell’iniziativa.

Campagna su facebook:

Consiste nel pubblicare messaggi simili a quelli di twitter ma in questo caso, non avendo un limite di caratteri, lasciando ad ogni utente la possibilità di scegliere un format di proprio gradimento. Potete pubblicare i messaggi sulla pagina facebook creata per l’occasione https://www.facebook.com/groups/187755228016955/ oppure come status.

Serata #mondoSenzaGLBT

Il 05/06/2012 preso la nostra sede in via Soperga dalle ore 18.00 in poi organizzeremo una serata di presentazione ufficiale del progetto in cui alcuni nostri volontari presenteranno i profili biografici e qualche curiosità su una serie di personaggi che abbiamo trovato degni di nota. Il tutto organizzto per categorie: “i grandi geni visionari”, “la beat generation”, “la Warhol factory” e via discorrendo.

Sarà una serata molto informale, interattiva e divertente. Durante la serata l’associazione offrirà ai partecipanti un piccolo rinfresco.
Durante la serata raccoglieremo fondi da destinare alle vittime del terremoto.

Partecipazioni al Pride:

Gli slogan che più ci saranno piaciuti verranno poi utilizzati per creare i cartelloni con cui sfileremo a Bologna. Se vuoi darci una mano a realizzarl o sei disposto a porterne uno durante la manifestazione puoi contattarci a info@milkmilano.com o venire alla nostra sede in via Soperga il giorno 06/06/2012

* Gay Lesbiche Bisessuali e Transgender

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I nostri laboratori

Teatro
Una domenica al mese, con Alessandro Martini
per info: teatro@milkmilano.com

Meditazione
una volta al mese, di giovedì, alla Sede Guado
per info: meditazione@milkmilano.com

AMA Relazioni Affettive
un martedì si e uno no, alla Sede Guado
per info: ama@milkmilano.com

AMA Identità di Genere
un giovedì si e uno no, alla Sede Guado
per info: transgender@milkmilano.com

Eventi Culturali
per info: Marco D'Aloi
vice@milkmilano.com

Sportello TiAscolto
per info: Stefano Ricotta
tiascolto@milkmilano.com

Progetto Bisessuali
per info: Davide Amato
bisessuali@milkmilano.com

Progetto Crossdressing
per info: Sabrina Bianchetti
crossdressing@milkmilano.com

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    Il MILK è un’associazione aperta a tutti, quindi anche a te! Vogliamo affrontare la realtà TBGL milanese a 360 gradi, in svariati campi e organizzando manifestazioni culturali e politiche che possano arricchire l’intera comunità cittadina. Intendiamo operare anche nell’ambito del benessere della comunità, sostenendo in primis (ma non solo) attività di collaborazione diretta con chi si occupa di lotta e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, in qualità di associazione di cultura omosessuale, vogliamo rivolgerci alla comunità GLBT fornendo spazio che sia luogo di aggregazione e confronto.

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