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Victor Victoria

Victor Victoria valse alla protagonista, Julie Andrews, una nomination agli Oscar – era il 1983 – come miglior attrice. Il premio venne vinto da Jessica Lange; ma il personaggio di Victoria Grant entrò, giustamente, nell’immaginario collettivo di tanti amanti del musical. 

Una cantante dotata di una voce fuori dal comune, capace di rompere il cristallo con note altissime, sta soffrendo la fame. Trovare un impiego nella Parigi degli anni trenta sembra un’impresa ardua per una soprano come lei. La prima audizione va male, lei è senza un soldo, lo stomaco brontola e possiede un solo abito buono. La fortuna però le sorride… conosce Toddy, artista omosessuale, che con un espediente trasforma la vita di Victoria. Le taglia i capelli, la traveste da conte polacco e la presenta al più grande impresario parigino come se fosse una star di prima grandezza. Victoria dovrà fingere di essere un uomo che si esibisce in abiti femminili, sfidando così se stessa e ogni paradosso. La prima esibizione -Le Jazz Hot – conquista il pubblico e Victor, dopo aver cantato divinamente, si sfila una parrucca di lustrini rivelando la sua vera identità… ma è un bluff!

Victoria sta fingendo, recitando più ruoli nello stesso momento: quello di maschio androgino e quello di travestito. Toddy le ricorda una cosa importantissima: la gente crede in quello che vede, basta creare un diversivo per rendere reale un’illusione!

E così Victor inizia ad avere un grande, grandissimo successo. È un cantante realizzato, dalla carriera in ascesa… Solo una persona non crede che il conte Grazinski sia un uomo: King Marshall, un americano con una brutta fama, accompagnato costantemente da una guardia del corpo e da una bionda mozzafiato. Tra i due uomini scatta una scintilla. King mette in discussione la sua sessualità ed è per questo che raccoglie prove sulla vera identità del nobile polacco.

Quando i dubbi si dipanano, nasce l’amore; ma King è preoccupato per la sua reputazione di sciupafemmine! Victoria deve continuare a fingere di essere un uomo che ama travestirsi, altrimenti il gioco sarà finito. Continuare a cantare o fidanzarsi alla luce del sole? Victoria accantona il suo personaggio e sceglie l’amour…

Il film tocca molti temi: omosessualità, genere e travestitismo. Le battute dei personaggi, argute e spesso esilaranti, sono uno degli ingredienti speciali di questo musical. Victoria è una donna eterosessuale, divorziata e senza un uomo che la sostenga. E a farla risorgere è un gay attempato in grado di assicurarle fama e successo, a patto che non pensi troppo agli stereotipi. Il pomo d’Adamo? Basta coprire il collo con una sciarpa. I maschi fanno pipì in piedi? Vero, ma non c’è nulla che impedisca a un ragazzo di farla seduto!

Chissà, in un mondo parallelo, forse Miss Grant esiste veramente e, probabilmente, ha le stesse fattezze di Julie Andrews. A lei, a Victoria, vorrei tanto domandare una cosa: “ Hai veramente smesso di cantare per un uomo? Con una voce come la tua, cantare solo sotto la doccia mi sembra una scelta priva di ogni libertà.

 

Testo di Luca Foglia Leveque

 

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

UOMINI FARFALLA
(Mia Martini)
Lacrime – 1992

Difficile parlare di Mia Martini senza provare un groppo in gola.
Soprattutto per chi, come me, l’ha sempre amata e sostenuta sin dagli esordi, sfidando la cattiveria e la superstizione di un mondo ignorante all’interno del quale entrambi ci muovevamo.
Momenti di gloria, eclissi improvvise, esili durati anni, interventi alle corde vocali, tracolli finanziari… Mimì ha vissuto un’esistenza difficile, che non le ha regalato quel ruolo di primadonna della musica leggera che le spettava di diritto.
Solo ora che è morta, a 47 anni e in totale solitudine, l’Italietta da “Domenica in” la ama e la osanna.
Troppo facile però, anche perché dei tributi tardivi un’artista se ne fa sempre poco.
E, a proposito di cattiverie che le sono state perpetrate, vorrei ricordare un Festival di Sanremo del 1992 in cui Mimì era data per vincente con “Gli uomini non cambiano”.
Di solito i pronostici ci azzeccano sempre, anche perché la vittoria nella Città dei Fiori non è mai stata un esempio di cristallinità.
Eppure quell’anno, vuoi perché la cantante era comunque invisa all’ambiente vuoi perché quel deficiente di Gianni Ippoliti le diede il colpo di grazia dichiarandone pubblicamente la vittoria in televisione un paio di giorni prima della finale, Mia Martini arrivò solo seconda, dietro ad una brutta, paracula e, per fortuna, ormai dimenticata “Portami a ballare” di Luca Barbarossa.
“Gli uomini non cambiano” invece (pur non essendo, a mio modesto parere, uno dei grandi classici della cantante di Bagnara Calabra) continua ad essere amata, cantata e ricordata, perché solo il tempo sa rendere giustizia al vero talento.

“Gli uomini non cambiano” era contenuta all’interno di un CD intitolato “Lacrime”, l’ultimo disco di brani inediti che Mimì incise quando era ancora in vita.
In copertina troneggiava una cipolla, quasi a voler presagire le false lacrime che molti avrebbero finto di versare, da lì a tre anni, sulla sua bara, sfruttandola fino all’osso attraverso bieche operazioni di marketing.
La terza traccia di “Lacrime” si intitolava “Uomini farfalla” ed era stata composta per lei da uno dei più grandi autori italiani, Maurizio Piccoli, il quale da sempre collaborava con l’artista regalandole molti capolavori, tra i quali “Il guerriero”, “E stelle stan piovendo” e “Solo noi”.
La canzone tratta un tema abbastanza inusuale, quella di una donna già accoppiata che s’infatua di un secondo uomo, “un amico un po’ tempesta così maschio senza storie né censure per la testa”.
Il tutto potrebbe esaurirsi in una piccola scappatella se non fosse che la protagonista, durante una serata in cui ha bevuto un po’ troppo, “sganci l’anima” ed accetti un menage a trois, perché “l’idea di un sì dagli orizzonti così nuovi la fa innamorare coi suoi colori”.
Di solito accade sempre che all’interno del triangolo due si piacciano di più, condannando così il povero terzo a fare quasi da tappezzeria.
Anche in questo caso succede così. Peccato solo che siano proprio i due maschietti a piacersi molto, trasformandosi così in uomini farfalla che volano lontano facendo “il loro arcobaleno” e abbandonando la povera Mimì a ritrovarsi “con qualche amico in meno e qualche buco in più nel cielo”.

In un’intervista che gira su Youtube Mia Martini una volta fece alcune considerazioni personali sull’omosessualità da rimanere alquanto allibiti.
Francamente, dato che amo molto questa cantante, faccio finta di non avere mai udito certe scempiaggini e mi affido alle testimonianze di persone che l’hanno conosciuta personalmente, le quali sostengono che fosse molto “gay friendly”.
Comunque, al di là delle questioni private, a quasi vent’anni di distanza rimane immutato il fascino di questa canzone così particolare che ben poche cantanti avrebbero avuto il coraggio di inserire all’interno del loro repertorio.
Infatti “Uomini farfalla”è un brano di grande impatto emotivo e di estrema intensità, che solo Mimì poteva interpretare così magistralmente con quella sua voce ormai tragicamente arrocchita.
Quattordici anni prima Patty Pravo cantò il sesso a tre nella sensuale “Pensiero stupendo”, enorme successo discografico scritto da Ivano Fossati, grande amore di Mimì.
In quell’occasione, però, erano malizia ed ironia a rivestire il ruolo da protagonisti.
Negli “Uomini farfalla”, invece, c’è solo la disperata solitudine di chi si sente messo in disparte dalla vita e dall’amore perché sa molto bene, come cantava Francesco De Gregori nella sua meravigliosa “Mimì sarà” ispirata e dedicata a Mia Martini, che “nessuno ti vede e nessuno ti vuole per quello che sei”.

I Kissed A Girl, ovvero la politica dell’ambiguità di una canzone pop.


Una delle qualità più affascinanti di quel piccolo oggetto che è la canzone è sicuramente la sua capacità di condensare nello spazio di tre minuti non solo musica e testo, ma anche immagini, storie, visioni del mondo. Nel caso di successi planetari spesso è interessante notare come queste hit da classifica non solo siano costruite in modo da soddisfare i gusti di un pubblico di massa, ma anche per trasmettere contenuti più preoccupanti in modo più sottile. Queste riflessioni sono nate dall’analisi di I Kissed A Girl, uno degli ultimi singoli della starlet inglese Kate Perry, già al centro di numerose polemiche che hanno avuto eco sul nostro blog e su migliaia di altre pagine in Rete.

Da uno sguardo attento alla musica e al testo della canzone, quella che emerge come la qualità fondamentale del pezzo è l’ambiguità. Un atteggiamento duplice è chiaro sia a livello strutturale, nell’opposizione tra strofa e ritornello, sia nella costruzione propriamente musicale, dove la tensione tra funzioni armoniche opposte tra la linea vocale e l’accompagnamento è centrale. In particolare questo diventa evidente nel ritornello, quando si può sentire chiaramente la voce “sdoppiata” della Perry cantare il titolo della canzone; inoltre il nucleo centrale della sezione è quel “It felt so wrong / It felt so right” (“sembrava così sbagliato /sembrava così giusto”) che rivela come la protagonista stia solamente giocando con la sua identità sessuale. I due versi sono anche presentati sull’unico movimento melodico ascendente dell’intera canzone, assumendo una posizione di spicco per la loro unicità e per il fatto di essere cantanti nella tessitura più bassa della voce della cantante.

Dallo stesso punto di vista, nella sezione che introduce il ritornello finale, anche la scelta di far passare ripetutamente il suono della synth dalla cassa destra alla sinistra si muove nella stessa direzione: suggerire un effetto di confusione in cui la distinzione tra giusto e sbagliato, tra opposti valori, non è più possibile. Quello che ci sta raccontando la canzone, in sostanza non è solamente la storia di una ragazza che ne bacia un’altra per gioco, ma anche quella di una società in cui la scelta di essere diverso, di non conformarsi, sembra diventare sempre più spesso una maschera per fare colpo, un altro modo per attrarre l’attenzione, piuttosto che un percorso che ci porta a capire meglio noi stessi e il mondo circostante.

(Alessandro Bratus)
Alessandro Bratus è dottore di ricerca in Musicologia, ha pubblicato monografie per Editori Riuniti e saggi sui Pink Floyd, Madonna, Bob Dylan. E’, insieme alla compagna, uno dei primi soci ad essersi tesserato Milk.

Giù le mani dal Gran Coda!

Grandi pianisti classici gay

I gender studies (studi di genere) degli anni 90 hanno guastato i sonni tranquilli di tutta quella “intellighenzia” benpensante che vedeva nei vari Haendel e Schubert dei genii di sublime spiritualità quasi privi di un corpo, ovviamente per il fatto che il loro corpo era invece animato da un gayo desiderio. “Illazioni, pure illazioni” – dicevano i veri accademici. Invece di spulciare faticosamente le lettere di Beethoven alla ricerca di improbabili morbose attenzioni riservate al nipote Karl, abbiamo deciso più pacatamente (e seriamente) di rovinare un po’ i sonni di coloro per i quali la musica è soggetta a un ordine eter(n)o, mettendoci a stilare un bel catalogo gayamente dongiovannesco di individui che si sono guadagnati la fama mettendo le mani su un Gran Coda!

Per lo sconforto di tutte le fanciulle di buona famiglia che hanno versato romantici sospiri massacrando i Notturni e Valzer di Chopin, bisogna partire proprio dal buon polacco, il “principe del pianoforte”. Ecco cosa Chopin scriveva all’amico Tytus: “Non abbracciarmi, non mi sono ancora lavato! Anche se fossi impregnato di profumi bizantini, mi abbracceresti solo se costretto col magnetismo…Esistono però le forze di natura: stanotte sognerai che ti abbraccio. Devo vendicarmi del terribile sogno a cui mi hai indotto l’altra notte!”. Camille Saint-Saëns, invece, abbandonata la moglie, si sentì così in colpa da dedicarsi amorevolmente ai ragazzi canari (un antesignano del turismo gay a Gran Canaria!) e algerini. Fra la fine dell’800 e il primo ‘900, impossibile non citare anche Ricardo Viñes (il virtuoso prediletto da Ravel), George Gershwin, Francis Poulenc, Benjamin Britten.

E ora passiamo ai pianisti che hanno fatto la storia dell’interpretazione nel XX secolo. Sviatoslav Richter e Vladimir Horowitz, i due maggiori virtuosi russi del 900, furono entrambi gay, benché sposati ( come non esserlo sotto il controllo sovietico?): entrambi ovviamente tormentati e a tratti depressi per non poter vivere serenamente la loro identità, anche se il secondo non si faceva scrupolo nell’andare in giro con un biondone tedesco (Horowitz diceva anche: “Esistono tre tipi di pianisti: omosessuali, ebrei e cattivi pianisti”: va da sé che lui era sia omosex che ebreo). Ma evidentemente nella repressione il “vizio” impazzava, se è vero che altri tre mostri sacri della tastiera più vicini a noi come Youri Egorov, Shura Cherkasski e Mikhail Pletnev condividevano con i loro predecessori dei gusti non così inusuali. Ma questi pianisti froci, come suonavano e come suonano? In modo sdolcinato ed effeminato? Tutt’altro. La costante è un virtuosismo di tipo trascendentale, in certi casi ai limiti dell’umano, unito a una grande intensità espressiva. E così, fra i virtuosi dalle dita agilissime, spuntano il bulgaro Alexis Weissenberg (uno dei pupilli -chissà perché – di Karajan, accanto ad Eschenbach), l’eccentrico e provocatorio Ivo Pogorelich, il francese Jean Yves Thibaudet – con i suoi capelli tinti di biondo e gli abiti firmati da Viviene Westwood -, lo spagnolo Rafael Orozco, il cubano Jorge Bolet, l’inglese cattolicissimo con partner fisso Stephen Hough.

Ovviamente molti dei pianisti di vecchia generazione vennero allo scoperto solo a fine carriera, o addirittura non lo fecero mai a causa dell’ostilità dell’ establishement classico – dura a morire: e allora il pianoforte diveniva il mezzo per dire ciò che non potevano dire ad alta voce (ma che praticavano, eccome…). L’alternanza di sensibilità androgina e virile dominio della tastiera divenne il marchio di pianisti popolari come l’americano Van Cliburn, ai concerti del quale per ironia della sorte fiumi di ragazzine in estasi scendevano idolatranti fin sotto il palco. In certi casi (Horowitz, Thibaudet) emergeva quel gusto del kitsch di cui i “veri pianisti maschi” – non sempre dalle dita d’acciaio in verità – si facevano beffe scandalizzati! A proposito di Thibaudet: in un’intervista il biondino disse furbamente che “il pianoforte è donna. Suonare è come fare l’amore con una donna, devi tenerla un po’ a distanza” (e infatti è quello che lui fa, mantenere la distanza!). E cosa vogliamo dire di quei pianisti non gay ma tanto tanto dandy? L’intoccabile Michelangeli, con il suo anellazzo al mignolo; l’elegantissimo e ipersensibile Claudio Arrau. O di quelli come Glenn Gould, con il suo ascetismo asessuato (?) e le sue affinità elettive con Richter, Karajan nonché con un massaggiatore personale che lo scortava in tournée? Ma di questi, vietato parlare. “Dio non voglia”. “Giù le mani!”. Il resto, però, è Storia.

Luca Ciammarughi

Ricordando Nureyev…

Aveva il carisma e la semplicità di un uomo della terra,
e l’arroganza inaccessibile degli dei
.
Michail Baryšnikov

Ballerino sublime (con Nižiskij, il più grande del ‘900), coreografo, avventuriero, dandy, lavoratore instancabile, a sedici anni dalla scomparsa Rudolf Nureyev continua ad esercitare un fascino a cui è difficile sottrarsi. D’altra parte la sua vita assomiglia a un romanzo, in cui bellezza, talento, ribellione, nostalgia e solitudine si intrecciano inesorabilmente.
Rudolf nasce giovedì 17 marzo 1938, su un vagone della Transiberiana da Farida Nureeva, vicino a un paese chiamato Razdol’naja, diverse ore di viaggio dopo Irkutsk. Della nascita a bordo della Transiberiana, sotto il segno di Allah e della stella rossa, Rudolf farà uno dei simboli forti della propria movimentata vita.
Dopo esperienze passate nella città di Ufa in ambito folcloristico, il sogno di Rudolf si realizza: la famosa scuola Mariinskij di San Pietroburgo gli apre le porte il 17 agosto 1955. Purtroppo è quasi al limite di età per entrare nella scuola: Vera Segeevna Kostrovitskaja pronuncia un verdetto pessimista, tuttavia lo ritiene degno di entrarci. In pochi anni Rudolf diviene uno dei ballerini più famosi della Russia, ballando per il teatro Kirov, dove debutta con il passo a tre di Il lago dei cigni ed eseguendo Laurencia, Don Chiscotte, Il corsaro, Giselle. Nel 1961 si ricorda il suo fortunato e rocambolesco passaggio all’Ovest.

Nureyev fu molto influente nell’ambito della danza classica: da un lato egli accentuò l’importanza dei ruoli maschili, che a partire dalle sue produzioni vennero sviluppati con molta maggiore cura per la coreografia che nelle produzioni precedenti; dall’altro grazie a lui venne abbattuto il confine tra balletto classico e danza moderna. Nureyev infatti danzò entrambi gli stili, pur essendo stato formato come ballerino classico, cosa che oggi è assolutamente normale per un professionista, ma nella quale Nureyev fu precursore molto criticato ai tempi.

La vita di Nureyev è segnata anche da forti passioni amorose: ricordiamo il ballerino danese Erik Bruhn, direttore del Balletto reale svedese, che divenne suo amante e protettore.

Il pregio di questo grande artista è sempre stata la determinazione. La promiscuità nei rapporti sessuali e la non conoscenza della pericolosità di questi, portò alle tragedie derivate dallo scoppio dell’AIDS anche in campo artistico, incominciando nel 1983 con Klaus Nomi. Secondo il dott. Michel Canesi, Nureyev probabilmente è diventato sieropositivo all’inizio degli anni ’80.
A seguito della diagnosi, il ballerino incomincia le pesantissime cure sperimentali di HPA23 e di AZT: il fisico di Rudolf regge, continua a danzare, nonostante il peso degli anni, l’inevitabile affaticamento e la malattia latente. Dal 1983 al 1989 è direttore di danza all’Opera di Parigi. Nel 1991 invece tenta, con scarso successo di critica e pubblico, di diventare direttore d’orchestra pur non avendone le competenze specifiche. A partire dal 1992 l’artista si ritrova ad affrontare il periodo più difficile e doloroso della sua malattia; si rimette in maniera a dir poco straordinaria, e dirige Romeo e Giulietta a New York danzato da Silvie Giullem e Laurent Hilaire. Il 4 gennaio 1993, avvolto nel suo pigiama di pura lana dalle tonalità ocra, Rudolf entra in coma e si spegne serenamente il 6 gennaio 1993, alle tre e trenta del mattino, il giorno del natale russo. Al funerale, (12 gennaio), il finale brutale della Fuga XIII di Bach diviene il simbolo di quella vita spezzata dall’AIDS.
Sotto un sole freddo simile a quello della Russia ognuno si chiude in un assorto raccoglimento. Poi gli ammiratori si avvicinano per gettare un giglio bianco sul feretro di colui che, attraversando il mondo di corsa, fu l’ultimo zar della danza.

Pasquale Antonio Signore

Interpretazione de Il lago dei cigni

Interpretazione del Corsaro

Sempre meglio

“Better” è la ballata dai suoni pacati e il testo romantico che segna il ritorno della band inglese dei Boyzone. Si tratta di una cover del bravissimo cantautore britannico Tom Baxter. Quella che secondo me è la più quieta ed elegante delle boy band del panorama anglosassone (sono irlandesi, per l’esattezza) torna con un nuovo singolo e un nuovo video. Anche le immagini del video, come il testo e le parole della canzone, si richiamano all’originale: si passa solo dai colori del video di Baxter al bianco e nero dei Boyzone. Non sono più coppie diverse a sfilare una dopo l’altra, ma i volti dei Boyzone si susseguono, uno dopo l’altro, in coppia. E non parlo di componenti del gruppo, tutto al maschile, ma dei compagni di vita. di ciscuno. È stato infatti scelto da parte di Stephen Gately, componente del quintetto, di portare nel video un uomo, come simbolo ed immagine del suo amore. Così se tutti gli altri si scambiano carezze e coccole con partner femminili, Gately, che ha fatto coming out nel 1999 e oggi vive nel Regno Unito regolarmente unito in Civil Partnership, ha dichiarato di aver insistito per “differenziarsi prendendo la decisione di professare il proprio affetto” ricevendo il supporto totale del gruppo. Ne esce un’immagine di affetto e di normalità, di tenerezza spontanea ed autentica che ci fa decisamente sperare “in meglio”. A voi i video e le emozioni.

Il video dei Boyzone http://www.youtube.com/watch?v=mhDC6k7dx00

Il video di Tom Baxter http://www.youtube.com/watch?v=ZxJDy9vxyqo

Stà arrivando … Poppea!

Mancano pochi giorni a “L’incoronazione di Poppea” la grande serata di beneficenza a Milano, in occasione del World AIDS Day 2008, organizzata da A.S.A. e il cui incasso sarà interamente devoluto al Progetto di Accompagnamento delle persone sieropositive coordinato da A.S.A.

In attesa di questa elettrizzante serata vi proponiamo una raccolta di articoli e post apparsi su vari siti italiani nelle ultime settimane.

Buona lettura…e se avete altre segnalazioni da farci non esitate a inserire un commento.

[…]Il cast sarà protagonista di un vivace spettacolo curato dalla regista Paola Reggiani, che ha trasposto la vicenda presso la corte imperiale giapponese, tra splendidi kimono originali e continue citazioni cinematografiche.
http://www.arcigay.it/citta-unite-contro-hivaids-2008

[…] La data è il 1 dicembre: il World Aids Day, la giornata mondiale contro l’Aids, compie vent’anni. Un appuntamento importante per riflettere e ricordare di non abbassare la guardia e continuare a promuovere iniziative di prevenzione.
Fra i tanti interventi in programma, l’Asa propone […] a Milano, il 1 dicembre alle 20, a sostegno del progetto di accompagnamento Asa, il Teatro Dal Verme ospita una serata benefica con il celebre ensemble La Venexiana e Claudio Cavina. Si tratta dell’unica tappa italiana della tournée internazionale de L’incoronazione di Poppea di Claudio Monteverdi nel nuovo allestimento curato da Paola Reggiani
http://viaggi.corriere.it/dove_consiglia/eventi/2008/aids_world_day_20/eventi_aids_day_2008.shtml

[…] La sensuale musica di Monteverdi, Cavalli, Sacrati e Ferrari, e lo scabroso ed esplicito libretto di Giovan Francesco Busenello raccontano il trionfo dell’amore in tutte le sue forme nel violento intreccio di sesso, morte e politica che portò all’ascesa al trono di Poppea Sabina accanto all’imperatore Nerone.
http://www.freeblogging.it/in-concerto/progetti-musicali/L-incoronazione-di-Poppea-con-La-Venexiana-Concerto-per-il-World-Aids-Day-2008.html

Il 1 Dicembre p.v., in felice coincidenza con l’apertura della grande settimana di festa e cultura che si chiuderà con la prima della Scala e Sant’Ambrogio, La Venexiana, diretta da Claudio Cavina (vincitori del GRAMOPHONE AWARD 2008), offrirà in una serata di beneficenza presso il Teatro Dal Verme, nel cuore di Milano, l’unica tappa italiana della tournée internazionale della nuova produzione de L’incoronazione di Poppea, attribuita a Claudio Monteverdi.
http://www.mariomieli.org/spip.php?article814

[…] Il dramma racconta con straordinaria efficacia, tra scene comiche e tragiche, il trionfo dell’amore in tutte le sue forme nel violento intreccio di sesso, politica e morte che portò all’ascesa al trono imperiale di Poppea Sabina.
http://www.notiziegay.com/?p=20705

[…] Consigli della settimana:
La Venexiana direttore Claudio Cavina Nerone ossia L’incoronazione di Poppea musica attribuita a C. Monteverdi, Teatro Dal Verme, Milano, 1 dicembre, incasso interamente devoluto ad ASA Associazione Solidarietà Aids;
http://www.radio.rai.it/radio3/view.cfm?Q_EV_ID=268406

La Venexiana offre gratuitamente questa rappresentazione alla città di Milano per sensibilizzare il pubblico alle tematiche dell’aids e per raccogliere fondi per i progetti di ASA. Perché questa scelta?
Perché credo che non si possa fare altrimenti! Anzi, credo proprio sia un dovere di noi artisti impegnarsi affinché se ne parli più spesso. La Venexiana ha offerto già due anni fa una rappresentazione di Orfeo a favore di una cooperativa per l’inserimento lavorativo dei disabili mentali. A me sembra impossibile che ci sia ancora un tabù sull’AIDS: è problema riguarda tutti, al di là dell’orientamento sessuale, della classe sociale… al di là qualunque cosa. Stavamo iniziando con il gruppo il lavoro su Poppea quando un mio collaboratore mi ha segnalato l’esistenza di ASA.

intervista a Claudio Cavina
http://cultura.cronacacity.com/?p=172

VOLETE CONOSCERE POPPEA?

Sono stato incaricato di parlare di una delle prossime iniziative cui parteciperà (nel suo piccolo) il nostro oramai caro e affezionatissimo circolo di cultura omosessuale: la rappresentazione, in anteprima mondiale, de “L’incoronazione di Poppea” eseguita dal celebre ensemble La Venexiana in occasione del World Aids Day (1 dicembre, per chi non lo sapesse). Questo evento è organizzato da ASA grazie al contributo di alcuni generosi sponsor (BPM, la Provincia di Milano, il CIG-Arcigay Milano, Pier pour hom, Notiziegay.com), e grazie all’appoggio e al lavoro comune e coordinato di istituzioni e associazioni milanesi (la Provincia, l’Assesorato alla salute del comune, il Milk, Lila Milano, Anlaids Lombardia, Matrici Culturali, Musica Reservata).

Un melodramma barocco potrebbe apparentemente destare l’interesse solo di un pubblico ristretto, di nicchia; io sono convinto che, in realtà, ciascuno di noi possa trovare in questa iniziativa un motivo per esserci. Anzitutto i proventi ricavati dalla serata saranno interamente utilizzati dall’ASA (Associazione Solidarità Aids) per un progetto di accompagnamento dei malati di hiv. Una buona causa, quindi. ASA è accanto ai sieropositivi e alle loro famiglie dal 1985, ed ha all’attivo numerosissime iniziative di sensibilizzazione e sostegno pratico e psicologico (www.asamilano.org).

Inoltre, numerose scelte “audaci” (l’ambientazione della regia nel Giappone del dopoguerra, in cui erano mescolati oriente e occidente, con l’allusione a note scene di film hollywoodiani, tanto per fare un esempio) renderanno sicuramente non solo questo spettacolo piacevole, ma sapranno intrigare e appassionare anche chi per la prima volta si accosta al mondo dell’opera.

E ancora, se questo non dovesse essere sufficiente per stuzzicare il vostro interesse, parliamo dei temi de “L’incoronazione di Poppea”, ancora oggi attualissimi, ovvero Sesso e Potere. La trama considera, a differenza di Renato Zero, una serie di triangoli (non necessariamente sessuali…): anzitutto quello tra Poppea, Nerone e Ottone, e poi quello tra Ottone, Drusilla e Poppea, la quale, sfruttando l’amore dell’imperatore, riuscirà a diventare imperatrice ai danni di Ottavia, legittima moglie di Nerone. Potrebbe quindi trattarsi per alcuni di una alternativa nuova agli ormai imminenti show defilippiani, anch’essi ad alta concentrazione di “Poppee”.

I pregi di questo spettacolo sarebbero ancora tanti da elencare (ad esempio i numerosi siparietti comici ricchi di doppi sensi a sfondo sessuale, che non guastano mai) ma per ora preferiamo lasciarvi così, con questo breve assaggio, anche se il primo dicembre non è lontano. Sappiate, comunque, che torneremo ancora a parlare di Poppea prossimamente. Intanto, per i più curiosi, ecco l’indirizzo del sito internet del’evento: http://www.poppeamilano.it/.

I biglietti di ingresso (da 40, 28 e 16 euro) sono in vendita da lunedì 20 ottobre presso:
Pier pour hom, viale Gorizia 14. Tel.: 02.89075230. Dal Martedì al Sabato, dalle ore 11.00 alle 19.30.Domenica e Lunedì dalle ore 14.00 alle 19.00.
ASA, via Arena 25. Tel.: 02 58107084.Dal Lunedì al Venerdì, dalle ore 15.30 alle ore 18.30.

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