Articoli marcati con tag ‘omosessualità’

In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

IL PRETE (1994)
di Antonia Bird
con Linus Roache, Tom Wilkinson, Robert Carlyle

Quando uscì nel 1995 questo film fece un grosso scandalo negli Stati Uniti, soprattutto perché era distribuito da un marchio cinematografico di proprietà della Disney.
I benpensanti inorridirono all’idea che la casa madre di Topolino potesse appoggiare una storia così cruda e ai limiti della blasfemia.
Purtroppo stoltezza, ignoranza e cecità non mancano mai, soprattutto nei dintorni di qualunque argomento che vada a sfiorare la religione.
Infatti “Il prete” è un film bello che va a toccare molte tematiche, magari perfino troppe, ma lo fa con una rabbia così sincera da farsi perdonare anche qualche piccola ingenuità.
La regista era un’esordiente britannica, tale Antonia Bird, che per questo film vinse un Teddy Award al Festival di Berlino.
Grazie a tanto clamore, “Il prete” arrivò ad incassare in America poco più di 4 milioni di dollari. Poca roba, se si pensa agli incassi dei grandi film di cassetta, ma comunque un risultato lusinghiero per un film “low budget” e per la Disney che, reduce dal successo planetario de “Il re leone”, poteva permettersi il lusso di un flop al botteghino per una storia anti-famiglie.
Ma la vera sorpresa fu la Svezia, che tributò al film un’accoglienza inaspettatamente calorosa.

Padre Greg (Linus Roache) è un giovane prete appena giunto in un quartiere popolare di Liverpool.
È molto bello, animato dalle migliori intenzioni ma molto rigido su certe questioni morali. Per esempio, fa fatica ad accettare il fatto che Padre Matthew (Tom Wilkinson), con cui lavora, abbia una relazione con la sua perpetua.
Eppure Padre Greg non dovrebbe essere il primo a lanciare pietre dato che, in certe serate, si toglie il collarino da prete, indossa un giubbotto di pelle e va a dragare nei bar gay.
E lì incontra Graham (un Robert Carlyle che ancora non aveva conosciuto i fasti di “Full monthy”), il quale, ignorando la reale professione della sua nuova conquista, ne rimane subito affascinato.
In tutto questo si inserisce una pesante storia di violenza e incesto, di fronte alla quale Padre Greg si trova impotente per via del segreto confessionale.
La rabbia esplode con violenza dentro l’anima di questo giovane prete tanto sexy quanto frustrato. Basta un nulla a Padre Greg per perdere il controllo sulla sua vita e finire schedato in questura per atti osceni in luogo pubblico con il suo bel Graham, dal quale aveva cercato un po’ di conforto.
Il prete viene esiliato mentre la Curia fa fatica a gestire la patata bollente, augurandosi addirittura la dipartita del diretto interessato.
Sarà proprio il tanto criticato Padre Matthew a dare a Greg un’altra opportunità, nonostante l’ostracismo dei fedeli ottusi.
La scena finale, con l’abbraccio di due anime dolenti tra l’indifferenza di chi crede di avere la verità in tasca, è veramente toccante. E, nella sua gelida disperazione, regala un briciolo di speranza a chi ancora s’illude che non tutti gli uomini siano uguali.

Si tratta di un film scomodo, complesso, arzigogolato.
Però, a mio avviso, “Il prete” va assolutamente visto e non solo per ammirare il bel Linus Roache, il quale potrebbe trascinare in chiesa molti più fedeli di Papa Ratzinger.
Ci sono alcune scene che, da sole, valgono l’acquisto o il noleggio del dvd.
Al di là di quella finale, da me già citata, c’è anche l’invettiva di Padre Greg contro il crocefisso e il primo rapporto tra il prete e Graham, forse una delle scene erotiche più sensuali mai apparse sul grande schermo.
Molti hanno accusato la regista di aver voluto fare un “Uccelli di rovo” in versione gay, ma non è del tutto vero.
Forse la Bird non ha lo stile asciutto di Ken Loach, però sa dirigere bene gli attori e si avverte in lei una sincera presa di posizione a favore dei più deboli.
Che poi le piaccia indulgere un po’ troppo in qualche scena madre, pazienza.
Direi che si tratta di un peccato veniale.

Prodotto nel 2009 da Multivision, “Il prete” oggi è fuori catalogo. Perciò consiglio di cercarlo nelle videoteche specializzate.

Divertimento dal sapore rainbow: “Si fa … per ridere” di Angelo Pezzana

20120107-110859.jpg
Il titolo è già un programma letterario: “Si fa … per ridere”. Stiamo parlando dell’ultima pubblicazione di Angelo Pezzana edita da Stampa Alternativa.

Il sottotitolo è solo il chiarimento del contenuto della breve pubblicazione ma, non per questo, assente di efficacia, almeno per il buon umore: “Lo humor gay in 101 barzellette”. Il testo definisce una cornice culturale all’interno della quale viene sviluppato un percorso che ha una propria autorevolezza letteraria popolare e che porterà il lettore, si spera non solamente omosessuale, all’interno di un mondo in cui il non detto, i tabù, le immagini dell’inconscio della cosiddetta sfera primaria tipica di uno stato quasi onirico e rimosso della nostra coscienza, saranno manifesti attraverso sagaci battute.

La forma verbale rende accettabile ogni allusione che l’immagine rimossa dalla cultura prevalente e predominante crea, destrutturando e decostruendo una situazione quotidiana dove la normalità diventa elemento di un paradosso. I contenuti dei “motti di spirito”, così Freud definiva l’umorismo nella sua omonima pubblicazione, sono di natura sessuale e consentono di “liberare una tensione psichica”, giocando su espressioni contrastanti, utilizzando tecniche letterarie quali la condensazione, lo spostamento verbale e la rivelazione eccessiva di difetti e qualità di figure stereotipate e ascrivibili a precise categorie prestabilite.

Questo strumento verbale, appunto, un tempo tradotto anche attraverso il supporto della musica e della liricità compositiva, garantisce l’abbattimento delle inibizioni che alcune storie e avvenimenti narrati potrebbero procurare se riferiti senza l’immagine presente nel nostro inconscio e, quindi, privandoli di quella caratura umoristica che consente di “liberare una tensione psichica ottenendo un alleviamento del dispendio psichico già in atto e risparmio su quello in procinto di verificarsi”.

Scriverà Charles Brenner sulla barzelletta: “La tecnica della battuta generalmente serve a provocare la liberazione, o lo scarico, di tendenze inconsce, le quali altrimenti non avrebbero avuto il permesso di esprimersi, o che, almeno, non avrebbero potuto esprimersi in maniera così completa.” Un noto psicoterapeuta, Richard Bandler, dirà, invece, che “uno dei disagi peggiori è la seriosità”. Fare umorismo sulla condizione omosessuale non è facile, soprattutto se si ritorna a riprendere battute spesso dette in situazioni emarginanti e persecutorie verso il cosiddetto “diverso”.

Il libello di Angelo Pezzana vuole, invece, riprendere alcune delle più interessanti e universali freddure che la nostra contemporaneità abbia mai offerto, rileggendole in una chiave più vicina, ossia quella dell’ottica di una persona che ha promosso e continua a promuovere a livello letterario un’azione di liberazione e di emancipazione dell’omosessualità.

Gustiamo le barzellette che, “in qualche misura, possono riguardarci da vicino” scrive Pezzana nella prefazione. Ed è vero soprattutto se questo ci aiuta a comprendere e, di conseguenza affrontare, stereotipi e condizioni di emarginazione che quotidianamente si vivono o, perlomeno, si percepiscono come esistenti.

Si leggono barzellette in cui a essere deriso o, spesso, soggetto di una macchiettistica alterazione dei propri lati caratteriali esasperati, è il personaggio omosessuale. In questo non si vuole eccedere in un altruismo buonistico ma, bensì, alleggerire per comprendere meglio in senso autoironico le situazioni e le cause che dettano il perdurare di un pregiudizio insano quanto ingiustificato.
Il riso è la conseguente reazione che può avvenire leggendo solamente le prime pagine della pubblicazione.

E’ nella capacità umoristica mai volgare e sempre fine di un autorevole scrittore quale Angelo Pezzana, curatore del ricettario di barzellette, che ha fatto della propria vita di impegno culturale e civile una costante e coerente attività volta a esprimere la propria identità e a vivere meglio e bene la propria omosessualità cercando di “squarciare le nubi dell’ignoranza e della disinformazione” divenute ora “nubi legali” che non consentono alle persone glbt di essere riconoscibili come “persone complete”.

Gli stereotipi si esasperano tanto da rendere evidente la comicità e l’insussistenza di alcuni pregiudizi che si autoalimentano nella nostra storia contemporaneità, spesso fatta di brutale intolleranza e di segregazione di tutto ciò che non è considerato “normalizzato”.

La struttura della raccolta, ricco compendiario che ripercorre anni di narrativa del volgo, vede una suddivisione in differenti capitoli all’interno dei quali si riconducono le diverse affermazioni grottesche quanto dense di umorismo e divertenti. Si inizia con la famiglia, luogo istituzionale dove spesso diventa drammatica l’affermazione della propria sessualità, vista con una dose di sorprendente e inaspettata “tenerezza patetica”.

Si procede con l’affrontare la figura del gigolò, che fa il mestiere più antico del mondo “per soldi”, a lui “piacciono le donne”, dipinta paradossalmente sotto l’ottica del personaggio con un’eccessiva dose di altruismo e di bontà; così come la religione analizzata nel capitolo “Cristo & co.” dove si ride di uno dei poteri più efferati nel condannare, attraverso anatemi papali “ancora freschi”, spiega l’autore, l’omosessualità con disumanità e crudeltà. Si avanza con la farsesca sezione “A due o più zampe” dove ci si interroga su quale sia la differenza sussistente tra uomo e animale nell’ambito della diversità di comportamento tra etero e gay, arrivando a considerare che è utile dissacrare attraverso simpatici e spassosi parallelismi creando un alter ego iperbolico il gravoso preconcetto dell’umanità verso l’omosessualità.
Si prosegue, poi, con la brillante serie di barzellette sui trans, di cui la letteratura gay in materia offre pochi esemplari che, comunque, non mancano se si pensa al genere nella sua universalità; così come non è meno esilarante il capitolo su “L’altra sponda” che si basa sulla scomposizione dell’orgoglio impassibile machista tipico della sottocultura eterosessista disegnando veri e propri “etero insicuri, curiosi e tutt’altro che a loro agio” nel proprio abito.

È interessante la riproposizione nel capitolo “Altri tempi” di assurde e ironiche situazioni omoerotiche intriganti ricreate nell’antica Roma o al tempo delle crociate, così come nel far west, così come la rilettura del localismo, sia dal punto di vista linguistico sia da quello ambientale, eccedente in alcuni dettagli particolari e nelle peculiarità territoriali di paesaggi in cui si calano le storie riportate. Infine “Pout pourri” conclude la lunga rassegna di barzellette sull’omosessualità redatte da Pezzana, sezione in cui si può dire racchiudersi la summa dell’umorismo dove il contrasto tra l’esasperazione dei lati caratteristici dei personaggi, sia nell’ambito negativo dei difetti sia in quello positivo delle qualità, definisce un ritratto grottesco e spiritoso utile a decostruire il reale e a rielaborarlo sotto altri punti di vista meno seriosi e costretti.

Concludiamo con una barzelletta per meglio comprendere il tenore espressivo, pittoresco quanto contagiante di una comicità che, seppure in alcuni passaggi in apparenza crassa, vuole rimettere in discussione, attraverso la propria portata ironica dirompente, diversi pregiudizi che vedono l’omosessuale in vesti pittoresche e, pertanto, funzionali al consolidamento di clichè sessisti discriminanti: “Un saggio detto :”Se il tuo avversario te l’ha messo nel culo, non agitarti: potresti fare il suo gioco””.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

Ti ricordo ancora (Fabio Concato)
Fabio Concato – 1984

A Dean Martin (Fabio Concato)
Storie di sempre – 1977

Era il 1977 quando un giovane artista di 24 anni, tale Fabio Piccalunga in arte Concato, fece il suo esordio sul mercato discografico con un album intitolato “Storie di sempre” che conteneva “A Dean Martin”, singolo che divenne un discreto successo sia radiofonico che di vendite.
Il tormentone “Ragasina, piccolina” in finto accento italo-americano entrò a far parte del gergo di quei tempi e la presa in giro del tipico macho a stelle e strisce che si perdeva dietro ad una bella fanciulla, scoprendo in seguito trattarsi di un travestito, toccava in modo graffiante un tema ancora poco battuto all’interno della musica italiana.
Da ragazzini rimanemmo tutti affascinati da questa storia in stile “La moglie del soldato” in cui il cantante, spogliando la ragazza, cantava con voce perplessa “quanto pelo hai sul petto, ora che ti guardo meglio sembri proprio un ometto”.
Ma il “clou” della canzone era l’accenno razzista “con tutti i negri perché proprio a me che sono bianco e pulito come un giglio”, che andava a prendere in giro l’ipocrisia degli Stati Uniti che, proprio in quel periodo, si stavano lavando la coscienza con gli afro-americani girando film come “Mandingo” e “Radici”.

Dopo questo esordio Concato incise un secondo disco del 1979 il quale, nonostante la bella “Zio Tom” (ripresa anche da Mina nel 1990), non lasciò grandi segni del suo passaggio.
Ci volle il 1982 e “Una domenica bestiale” per riportare all’attenzione del grande pubblico il nome di questo sensibile cantautore.
Ma fu il 1984 l’anno del grande botto. Con l’album omonimo, Fabio Concato conquistò le zone alte della classifica, regalando al mondo della musica leggera un album bellissimo, dal perfetto equilibrio tra dolcezza, poesia ed ironia.
Il singolo trainante di “Fabio Concato” era “Fiore di maggio”, che l’artista aveva dedicato alla nascita di sua figlia. Ma uno dei brani più interessanti era la seconda traccia dell’album.

Si trattava di “Ti ricordo ancora”, quasi un’altra “Pierre” dei Pooh, ma più delicata, serena e meno sofferta.
Parla di un compagno di classe mai dimenticato e del primo (ma chissà se unico) turbamento omosessuale del protagonista.
“E ti ricordo ancora, le braghe corte di tuo fratello e le gambe viola”, così comincia la canzone, trasportando subito l’ascoltatore all’interno del mondo un po’ naif di Concato.
Non c’è nulla di romantico in questa frase, ma è proprio da un’immagine così poco gradevole che si intuisce tutta l’affettività intrinseca. Infatti, quando si vuole bene a qualcuno, si amano anche le sue imperfezioni, perché sono proprio quelle a renderlo così unico e tenero ai nostri occhi.
“Eri un omino ma dentro avevi un cuore grande che batteva forte un po’ per me”. Che altro si può dire dopo questa riga così semplice, diretta, che contiene tutta l’ingenuità e la forza del primo amore?
Ma eravamo in un’epoca ben diversa da quella attuale (Concato è nato nel 1953 per cui, ipoteticamente, la canzone dovrebbe svolgersi intorno alla metà degli anni sessanta) ed un maestro che scoprì i due bambini ad accarezzarsi durante il doposcuola non fu in grado di comprendere.
Chissà cosa capitò allora. Ci fu uno scandalo? I due bambini furono separati, un po’ come accade alle due protagoniste di “Le mille bocche della nostra sete”, il bel libro di Guido Conti?
L’unica cosa certa è che nessuna ottusità umana può separare chi si vuole bene veramente. Perché c’è la memoria che aiuta a non perdere mai nel tempo una persona amata, domandandosi se sarà ancora la stessa (“chissà se parli ancora agli animali, se ti commuovi davanti a un film”) o se il mondo esterno la avrà costretta a indossare una pelle un po’ più dura per riuscire a sopravvivere.

Musicalmente “Ti ricordo ancora” è semplice e lineare, senza grandi voli pindarici.
Ma, come in quasi tutte le canzoni di Concato, è il testo il piatto forte.
Un testo vero, diretto e commovente, come solo i sentimenti autentici sanno essere.
Anche il riferimento alla madre dell’amico, stanca di fargli un po’ da padre, diventa poesia e non sfiora il pericoloso limite della facile psicologia da salotto.
Questa canzone, come tutto il resto del disco che la contiene, è assolutamente un “must” per chi vuole possedere una discografia degna di tal nome.
Brani come “Guido piano”, “Tienimi dentro te”, “Sexy tango” e “Rosalina”, oltre alle due canzoni già citate, sono una prova tangibile di quando in Italia c’era ancora la voglia di produrre musica per palati fini.

Un assaggio di Berlino GLBTQ

Si è inaugurata la sera del 6 dicembre ultimo scorso presso la il Schwule Museum di Berlino la mostra su Jean Genet: scrittore, poeta, drammaturgo e creativo dei più sensibili ma anche intellettuale molto discusso per le sue battaglie condotte, spesso in prima persona, con organizzazioni di estrema sinistra come le Pantere Nere negli USA o l’OLP in Palestina. Eppure Genet, o forse anche e proprio per questo, è stato un grande intellettuale e generatore di idee, contaminatore, narratore di realtà al di là della rappresentabilità, dove il  bene e il male si completano con l’erotismo, filtrato da un desiderio mai nascosto, che si esprime in personaggi ambigui, violenti e a volte corrotti.

Dalla sua vita, ai suoi romanzi è un unicum inestricabile di cui è impossibile dipanarne la realtà di dove finisca la vita e inizi la narrazione, la finzione e viceversa.

Genet, l’amico amico di Sartre, Simone de BeauvoirAlberto GiacomettiHenri MatisseBrassaï, ma al contempo anche spirito ribelle, sempre contro, sistematicamente schierato dalla parte degli oppressi, dei deboli, dei poveri dimenticati dalle ricchezze del mondo.

E come questi anch’egli sempre precario che  fino alla fine vive in camere d’albergo sordide, spesso vicino alle stazioni, viaggiando solo con una piccola valigia piena di lettere dei suoi amici e di manoscritti.

Genet da tutto questo caleidoscopico mondo di apparente alienazione e contrapposizioni ha saputo creare figure e personaggi che hanno contribuito non poco alla definizione, nell’immaginario collettivo, di una iconografia omoerotica: la gente di strada, i “guappi”, i ladri, i marinai delle bettole portuali, sono dopo di lui diventate icone del mondo omosessuale, anche perché se non son sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili.

A questo personaggio, non tedesco, non semplice, non prono non accondiscende e non sereno, ma intimamente Europeo nell’animo, nella cultura e nella mente  è stata dedicata, a 100 anni dalla nascita, la Mostra di apertura per le celebrazioni del  25° anno di attività dello Schwule Museum di Berlino.

Il Museo, che è anche spazio espositivo, l’archivio e biblioteca, raccogliere e mettere a disposizione degli studiosi anche tutto il materiale acquisito negli anni, e in piccola parte anche quello che si è riusciti a  salvare dalle purghe del Nazismo e Socialismo, sulla realtà omosessuale  in ogni ambito: storico, politico, sociale, artistico, scientifico.

Il Museo, nella sua parte didattica di esposizione permanente, mostra la vita dei gay in tutte le sue sfaccettature: vi si conservano documenti sulla vita della comunità, una varietà di oggetti, opere, quadri, scritti e foto  di autori omosessuali che ne tracciano la storia e lo sviluppo dalla metà del 1700 ai giorni nostri.

L’attività del Museo Schwule è, pertanto, quella di presentare la diversità e l’individualità degli omosessuali, e dei loro stili di vita, privilegiando l’approccio della testimonianza diretta da parte  degli attivisti impegnati a vario titolo nel Museo e nella Fondazione, al fine di  contrastare in maniera sempre attiva e costante la loro stigmatizzazione e gli atti omofobi contro persone o istituzioni: quindi ricerca documentaria e storica, organizzazione di convegni, eventi, mostre e tutto quello che è necessario fare ed essere luogo di conoscenza, informazione e lotta. Ecco perché l’importanza del Museo Schwule in questi 25 anni a Berlino, e di conseguenza, in Europa come punto di riferimento delle comunità GLBTQ, ed ecco perché, proprio alla serata inaugurale è stato presente Herr Klaus Wowereit, Bürgermeister della città di Berlino. Il Sindaco, dopo una breve prolusione e un saluto ai convenuti a cui ha ricordato sia l’importanza della Fondazione Museo Schwule per il lavoro culturale, sociale ed etico svolto in questi anni e sia l’importanza dei diritti civili, condivisi e per tutti i cittadini, ha inaugurato in fine la mostra nell’area dell’esposizioni temporanee. Successivamente, durante la serata ho avuto occasione di poter avere uno scambio di opinione col Sindaco, e di ottenere per i giorni  successivi un impegno a rispondere ad alcune domande.

A breve giro di posta il Signor Sindaco ha risposto alle domande postegli:

  1. 1. Man kann sagen, dass „Kultur“ und „Integration“ zwei Stichwörter sind, die einen der interessantesten Aspekte Berlins ausmachen. Was hat die Geschichte Berlin gelehrt? Und wie wird gewährleistet, dass diese beiden Aspekte wirklich Fundamente der Gesellschaft darstellen?

Si puo’ dire che “Cultura” ed “Integrazione” siano due parole chiave che connotano uno degli aspetti più interessanti di Berlino. Che cosa la “Storia” ha insegnato a Berlino? E come far si che questi due aspetti siano veramente a fondamento della società?

Toleranz, Kultur, Zuwanderung – das waren sehr wichtige Elemente, die schon die preußischen Könige nutzen, um ihrem Land und damit Berlin zu Wohlstand und Ansehen zu verhelfen. Das kann man trotz aller Schattenseiten, die Preußen ebenfalls gehabt hat, aus der Geschichte lernen. Immer wenn diese drei Elemente in ihr Gegenteil umgeschlagen sind, dann waren das schlechte Zeiten, und das bedeutete Gefahr für Europa. Die Intoleranz der Nazis vernichtete Kultur und Vielfalt und vertrieb Menschen, die zur deutschen Gesellschaft gehört und sie befruchtet hatten. Offenheit für andere Kulturen und die Integration von Menschen anderer Herkunft ist für Berlin immer ein Gewinn gewesen. Klar ist: Diese liberale Haltung muss wie die Demokratie insgesamt täglich gegen Angriffe verteidigt werden und ihr Geist muss durch Bildung in die nächsten Generationen weiter getragen werden.

Tolleranza, cultura, immigrazione – questi sono i principi basilari che già i re Prussiani adottarono per governare il loro regno – e quindi anche Berlino – ad ottenere prosperità e prestigio. E questo è quanto si può imparare dalla storia prussiana nonostante i molti lati oscuri che pure gli appartengono. Ogni qual volta l’equilibrio fra questi tre principi veniva capovolto ne conseguivano tempi bui, mettendo in pericolo l’Europa intera. L’intolleranza dei nazisti distrusse cultura e molteplicità e costrinse persone che facevano parte della società tedesca, e che l’avevano ispirata, a lasciare il proprio paese. Avere una mente aperta alle altre culture e favorire l’integrazione delle genti di origini diverse è sempre stata una fonte di profitto per Berlino. È ovvio che questa impostazione liberale – come la democrazia – va difesa contro gli attacchi quotidiani, ed è compito dell’istruzione trasmettere il suo spirito alle generazioni future.

  1. 2. Nicht nur europäische Staatsbürger, sondern auch Menschen aus aller Welt finden in dieser Stadt eine wirklich globale Dimension und gerade die Verschiedenheit seiner Bewohner ist ein Verbindungselement für sie. Was kann Berlin Italien bezüglich der Integration von Gegensätzlichem und Andersartigem beibringen?

La “diversità” come elemento di unione tra le genti, i cittadini non solo d’Europa, ma anche del mondo, che trovano qui a Berlino una vera dimensione globale. Cosa Berlino puo’ insegnare all’Italia nell’ambito della integrazione delle diversità?

Es steht mir gerade als Deutschem nicht zu, anderen Nationen und ihren Bürgerinnen und Bürgern gutgemeinte Ratschläge zu geben, wie sie ihre Gesellschaften organisieren sollen. Aber vielleicht ist die innere Haltung von Liberalität und Internationalität, die unsere Stadt und ihre Bevölkerung prägen, eine gewisse Inspiration für andere. Wir spüren jedenfalls, dass diese Atmosphäre für viele unserer ausländischen Gäste ein Grund ist, immer wieder zu uns zu kommen. Ansonsten vertraue ich auf die Bedeutung demokratischer Spielregeln, die überall in Europa geachtet werden müssen. Das ist aber jeder unserer Partnernationen in der Europäischen Union bewusst: Es ist deshalb zu verurteilen, wenn in Ungarn die Pressefreiheit in Gefahr gerät oder wenn der italienische Ministerpräsident durch schwulenfeindliche Äußerungen Minderheiten diskriminiert.

Non mi permetterei mai – specialmente da tedesco – di dare consigli, anche se nelle migliori intenzioni, ad altre nazioni e ai loro cittadini, su come organizzare le società in cui vivono. Ma forse la cultura di liberalità e internazionalità, che caratterizza la nostra città, è anche d‘ispirazione per altri. Sentiamo che quest’atmosfera è il motivo principale del perché tanti dei nostri ospiti stranieri ritornano qui.

Oltre a questo ripongo la mia fiducia anche nelle regole democratiche che devono essere rispettate in tutta l’Europa. Di questo presupposto tutte le nazioni partner dell’Unione Europa se ne rendono conto; per questa ragione è da condannare se in Ungheria la libertà di stampa si trova in pericolo o se il primo ministro italiano discrimina le minoranze con dichiarazioni contro gli omosessuali.

  1. 3. Berlin ist mit Sicherheit ein Vorbild, was das europäische Bewusstsein und den europäischen Geist angeht. Welchen Weg hat die Stadt eingeschlagen? In welche Richtung geht sie?

Berlino è sicuramente una città faro per la Coscienza e lo Spirito d’Europa. Qual è la rotta che sta percorrendo la città? Verso quale orizzonte è diretta?

Berlin ist auf dem Weg, eine der interessantesten europäischen Metropolen zu werden, in den letzten Jahren entscheidende Schritte vorangekommen. Das ist das Resultat einer Politik, die auf Weltoffenheit und Offenheit setzt. Das zahlt sich aus, auch in harten ökonomischen Fakten. Wir verzeichnen immer neue Rekorde bei den Touristenzahlen, aber dank der jugendlichen, prickelnden Atmosphäre der Stadt haben wir auch das richtige Umfeld für kreative Industrien geschaffen, die in Design, Mode, Musik und Kultur immer wichtiger werden. Und viele jungen Menschen wollen an unseren Universitäten studieren, und das ist der Boden, auf dem wir Wissenschaft und Wirtschaft zusammenbringen. Neues Wissen bringt neue Produkte und bringt neue Arbeit. Ich denke, Berlin nutzt damit die Chancen aus, die die Gründerväter des vereinten Europa sich damals erhofft haben, indem sie die Grenzen beseitigt haben, die Schlagbäume genauso wie die Barrieren in den Köpfen. Europa lebt von Offenheit und Vielfalt – so wie wir in Berlin. Deshalb sind wir der place to be.

Berlino sta per diventare una delle metropoli più interessanti d’Europa, avendo compiuto dei passi decisivi in questi ultimi anni. È il risultato di una politica incentrata sul cosmopolitismo e sull’apertura mentale che presenta un ritorno positivo anche nei crudi fatti economici. Registriamo sempre nuovi record per quanto riguarda il numero dei visitatori che vengono a Berlino. Grazie alla sua atmosfera giovanile e frizzante siamo riusciti a creare l’ambiente giusto anche per le industrie creative, che stanno diventando sempre più rilevanti negli ambienti del design, della moda, della musica e della cultura. Inoltre, sono in tanti i giovani che desiderano studiare presso le nostre università creando l’ambiente adatto per unire scienza ed economia. Nuove conoscenze portano alla nascita di prodotti nuovi che a loro volta portano a nuovi posti di lavoro. Credo che così, abolendo le barriere sia fisiche sia mentali, Berlino si avvalga a pieno delle possibilità di crescita auspicatesi dai padri fondatori della Comunità Europea. L’Europa vive della sua apertura e della sua diversità, esattamente come Berlino.  È per queste ragioni che oggi noi siamo “the place to be”; la capitale del momento.

Enrico Fava

Traduzioni a cura di Franziska Pannhorst

GENET
Omaggio a 100 anni dalla nascita

Dal 6 dicembre 2010 al 7 marzo 2011

Das Schwule Museum umfasst den Ausstellungsbereich, das Archiv und die Bibliothek.

Mehringdamm 61, 10961 Berlin.

http://www.schwulesmuseum.de

L’università si avvicina agli studenti

In queste settimane si è sentito tanto parlare del laboratorio sull’omosessualità organizzato da Gay Statale
e approvato dall’Università Statale di Milano.

Giovedì 20 gennaio, con la presenza circa di 150 persone, è iniziato questo laboratorio, ogni lezione avrà un relatore
diverso e un tema diverso, ma non mi dilungo tanto visto che ne parleremo dopo. Il tema trattato ieri dalla
professoressa Sassatelli era l’ introduzione al concetto di genere e orientamento sessuale.

Ecco ora riportata un’intervista ad Alfredo Celsa, membro di Gay Statale.
Caro Alfredo, perché avete scelto di fare questo laboratorio?
Perché, in quanto collettivo universitario, Gay Statale ha deciso di affrontare il tema del pregiudizio e
della discriminazione attraverso l’unico mezzo che avevamo e che in realtà riconosciamo come giusto
e legittimo, ossia quello della cultura. Essa per noi è molto importante poiché il nostro è un collettivo
universitario interfacoltà abbiamo deciso di creare un corso interdisciplinare che vada a toccare il tema
dell’omosessualità attraverso diverse prospettive ma che siano tutte prospettive culturali, scientifiche,
professionali del tutto riconosciute.
Molto interessante quest’aspetto interdisciplinare, ma per creare tutto questo avete avuto dei problemi con docenti o con l’Università?
Devo dire che da un certo punto di vista siamo rimasti alquanto sorpresi (piacevolmente), perché quando
abbiamo avanzato questa proposta ci sono stati diversi sì, ma ovviamente abbiamo avuto degli oppositori di
cui non facciamo nomi perché non ci sembra opportuno (parlo di gruppi/circoli studenteschi). Siamo molto
grati alla professoressa Besussi che è la relatrice del corso e che è stata molto disponibile nel prendere in
mano “questa patata bollente” che altri non hanno voluto,però in linea di massima siamo molto contenti di
tutte le risposte positive.
Finalmente vediamo un’università che si avvicina alle idee positive dei giovani studenti, la cosa mi rende
molto contento. Ma ritorniamo al tema: come si svolgerà questo laboratorio?
Dunque, questo laboratorio è formato da 2 cicli: il primo che ha un carattere per lo più sociologico legato
alle pari opportunità, alle discriminazioni in senso più generale ma legato anche alla filosofia, infatti,
tratteremo della filosofia queer e analizzeremo anche quella che è l’omosessualità vista dalle scienze della
psiche. Nel secondo ciclo la filosofia diventerà la filosofia del diritto, analizzando in modo tecnico le varie
vie per la rivendicazione dei diritti degli omosessuali. Quindi tutto il secondo ciclo è dedicato al diritto, alla
giurisprudenza,costituzione, politica.
Questi cicli in quante lezioni vengono divisi?
Le lezioni saranno 11 con una prova finale che si terrà ad Aprile, ma ci sarà anche una prova intermedia che
si terrà alla fine del primo ciclo corso.
Se uno studente vuole delle informazioni riguardanti: date, temi, ect., può tranquillamente andare sul sito
di Gay Statale?
Si esatto vi è tutto sul sito di Gay Statale, vi è proprio una parte inerente al corso di formazione.
Concludo questo articolo ringraziando Alfredo e tutta Gay Statale per lo spirito e la forza che hanno avuto per proporre questo laboratorio.

Enzo Fallara

PERFETTAMENTE NORMALE

It’s Perfectly Normal: è perfettamente normale. Sapendo bene, per pregressa esperienza, che anche solo avendo osato scrivere l’esecranda parola “normale” rischiamo di farci linciare come “omofobi interiorizzati dell’anno” da* miglior* ossessionat* dall’* assolutament* incomprensibil* (e un* pochin* inesistent*) presunt* linguagg* QLGBTISMNOZ*, chiariamo subito che oggi – ahinoi – proprio non possiamo fare altro che far ricorrere più volte l’esecrato lemma tra le pagine del nostro blog. L’argomento del giorno, infatti, è un bel libello di 90 pagine, che della parola “normale” fa la propria serena bandiera per definire la caleidoscopica, libera, stupefacente e variabilissima realtà della sessualità umana, illuminandola ai più piccoli. La norma è l’infinità delle  tinte e delle sfumature che caratterizza il mondo. Essere “normali” significa semplicemente riconoscersi in una delle tinte di riferimento (o forse, semplicemente, riconoscere l’esistenza delle tinte stesse e capire che ti riguardano da vicino, che sono parte di te), e, di lì, darsi un nome per incominciare a costruire una libera coscienza di sé.

Da quindici anni in costante ristampa, It’s Perfectly Normal si presenta come uno dei più validi strumenti di supporto a genitori e insegnanti anglosassoni nell’educazione sessuale dei pargoli d’ogni sesso. Scritto da Robie H. Harris, una ex-maestra, e completato dai disegni (belli, espliciti, colorati e chiari) di Michael Emberly, il volumetto (un tesoro da sfogliare, per un preadolescente) si dichiara già in copertina orgogliosamente “updated for the 21st century”, ossia “con informazioni (…) necessarie affinché bambini e ragazzi possano rimanere sani attraverso il percorso della propria pubertà e adolescenza, con informazioni sul controllo delle nascite, il vaccino HPV, le malattie sessualmente trasmissibili ivi inclusa l’HIV/AIDS, e un nuovo capitolo relativo ad un uso sano e responsabile di Internet”.

Avete letto bene. Questo è ciò che il libro (copie vendute a milioni) propone in modo pedagogicamente ineccepibile, efficacissimo e non edulcorato ai propri giovanissimi lettori, presi per mano passo a passo ed invitati ad un costante confronto con coetanei e adulti.
Gli autori dedicano ampio spazio alla conoscenza del proprio corpo e all’igiene sessuale, all’emergere dei sentimenti nuovi, un solo capitolo su sei (il quarto) alla riproduzione (non è quindi un testo procreazione-centrico);  non appare alcuna remora moralistica nell’affrontare in modo diretto e ampio la masturbazione e il petting. Tutto è limpido – ribadiamo – sereno, facilmente comprensibile per ciò che è: nessuna metafora imbecille, nessun sottointeso, nessun tentativo di ingiustificata e ingiustificabile “tutela” pruriginosa.
Ragazze e ragazzi, crescete! Preparatevi quindi a vivere e conoscere una miriade di realtà diverse, che cambiano a seconda di ciò che desiderate, cercate e capite di voi stessi. Voi siete normali, quanto accade è normale, ciò che sentite è normale: non abbiate quindi paura, non siete alieni, o cattivi, o sporchi… è tutto assolutamente ok.

Nel libro omosessualità e bisessualità non solo sono ben presenti, ma non vengono affatto recluse nell’ambito di uno specifico capitolo poiché, in linea con lo spirito del testo, se ne discute comodamente un po’ ovunque, soprattutto laddove si affronta l’emergere dei primi sentimenti d’amore, dandone una precisa definizione (subito dopo aver chiarito e distinto i concetti di orientamento e di genere, e accennando anche ai fenomeni di omofobia, esecrandoli). L’omosessualità riemerge nella descrizione dei modelli di coppia (tutti trattati paritariamente), nei disegni laddove si parli di famiglie con prole, nel capitolo Cuddling, Kissing, Touching, and Sexual Intercourse, oltre che laddove si accenni alle tecniche di fecondazione assistita e alle adozioni (giusto poco prima che si spieghi cosa è l’aborto, con un accenno alle leggi che lo regolamentano).
Per il contrario, l’omosessualità non è associata in alcun modo diretto alle MST, descritte come malattie che colpiscono tutti, indipendentemente dal genere o dall’orientamento sessuale del singolo.

Ho sempre avuto la convinzione che il livello di civiltà di una nazione si misuri anzitutto da come in essa vengano trattati i bambini. E una nazione che offre ai propri figli e alle proprie figlie la possibilità di avere una corretta, completa e libera informazione sull’amore e la sessualità  stampando e acquistando con numeri da record libri come questo è certamente una nazione che dona possibilità di crescere cittadini felici in percentuali superiori rispetto all’Italia, poiché , tanto per cominciare, rende i giovanissimi in grado di affrontare a tempo debito e in modo corretto temi tanto fondamentali quanto la scoperta di sé e dell’altro.

Stefano Aresi

Robie H. Harris & Michael Emberley, It’s Perfectly Normal: Changing Bodies, Growing Up, Sex, and Sexual Health, Candlewick Press, 12.99 $.


No alla censura. Pasolini per le strade.

Unendosi all’ondata di indignazione sollevata dal tentativo di censura morale da parte dell’Assessore alla Cultura della Provincia di Milano, Novo Umberto Maerna, nei confronti delle rappresentazioni di Orgia di Pierpaolo Pasolini, Trilogia del benessere e Chicago Boys di Renato Sarti programmate all’interno del ciclo Invito a teatro, censura giustificata definendo tali opere “diseducative”, “sconvenienti” e non rappresentabili in quanto, nel caso di Pasolini, toccherebbero “temi scabrosi come l’omosessualità”, il Circolo di Cultura Omosessuale Harvey Milk intende esprimere il proprio sdegno e il proprio totale appoggio ai progetti di protesta e lavoro culturale ideati e promossi dall’attrice milanese Maddalena Balsamo.

Troviamo assolutamente sconcertante l’operazione di stampo intimidatorio condotta nei confronti degli artisti e degli organizzatori: non esiste alcuna ragione per cui un prodotto artistico possa essere giudicato dal punto di vista etico, e, inoltre, sosteniamo che l’Assessore non possa arrogarsi il diritto di far pesare sui teatri le proprie eventuali valutazioni moralistiche, poiché tale modo di agire risulta lesivo non solo della dignità professionale ed artistica degli autori, dei teatri e degli attori, ma anche della libertà di scelta del pubblico. Riteniamo quindi il comportamento dell’Assessore Maerna un abuso di potere, oltre che una minaccia alla autonomia della cultura e al diritto dei cittadini milanesi di valutare in prima persona cosa sia “educativo” e cosa no. Leggi il resto di questo articolo »

Dan Nicoletta: l’uomo che ritrasse l’amore gay

Dan Nicoletta è un artista di straordinaria modernità: il solo fatto che la sua carriera sia iniziata con uno stage lo dimostra. Aveva 19 anni, era il 1975 ed il suo apprendistato cominciò con Crawford Barton che presto sarebbe diventato uno dei fotografi di punta di The Advocate.
Agli esordi di Nicoletta c’è stato però anche un altro personaggio fondamentale dell’epoca: Dan e la sua Contax avevano infatti l’obiettivo costantemente puntato su quel distretto di Castro, una vera e propria mecca LGBT, che di lì a poco avrebbe assistito all’elezione di un carismatico proprietario di un negozio di macchine fotografiche.
Fu proprio dal negozio di Harvey Milk, il suo nome vi dice qualcosa?, che Nicoletta iniziò a documentare con il suo sguardo personale e attento la comunità di San Francisco, concentrandosi in particolare su coloro che per la prima volta sperimentavano il proprio amore in pubblico. Leggi il resto di questo articolo »

Contattaci

Contattaci a
presidente@milkmilano.com

I nostri laboratori

Teatro
Una domenica al mese, con Alessandro Martini
per info: teatro@milkmilano.com

Meditazione
una volta al mese, di giovedì, alla Sede Guado
per info: meditazione@milkmilano.com

AMA Relazioni Affettive
un martedì si e uno no, alla Sede Guado
per info: ama@milkmilano.com

AMA Identità di Genere
un giovedì si e uno no, alla Sede Guado
per info: transgender@milkmilano.com

Eventi Culturali
per info: Marco D'Aloi
vice@milkmilano.com

Sportello TiAscolto
per info: Stefano Ricotta
tiascolto@milkmilano.com

Progetto Bisessuali
per info: Davide Amato
bisessuali@milkmilano.com

Progetto Crossdressing
per info: Sabrina Bianchetti
crossdressing@milkmilano.com

Commenti recenti
    Calendario posts
    marzo: 2017
    L M M G V S D
    « Feb    
     12345
    6789101112
    13141516171819
    20212223242526
    2728293031  
    MILKTV
    Accendici, siamo on-line!!!
    «Dobbiamo dare speranza alla gente. Speranza per un mondo migliore, speranza per un domani migliore. Non si può vivere di sola speranza, ma senza di essa la vita non vale la pena di esser vissuta» Harvey Milk
    IERI
    PARTECIPA
    Il MILK è un’associazione aperta a tutti, quindi anche a te! Vogliamo affrontare la realtà TBGL milanese a 360 gradi, in svariati campi e organizzando manifestazioni culturali e politiche che possano arricchire l’intera comunità cittadina. Intendiamo operare anche nell’ambito del benessere della comunità, sostenendo in primis (ma non solo) attività di collaborazione diretta con chi si occupa di lotta e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, in qualità di associazione di cultura omosessuale, vogliamo rivolgerci alla comunità GLBT fornendo spazio che sia luogo di aggregazione e confronto.

    «La speranza non sarà mai silenziosa» Harvey Milk
    Legale Trans
    Sportello di orientamento legale Trans
    Convenzioni
    Tutti i negozi, locali ed esercizi convenzionati con Milk Milano! Clicca qui.
    «Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese» Harvey Milk
    Mug!

    Scarica il nuovo numero di Mug!

    Siamo così
    Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001