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“Io, Lauro e le rose”: intervista con Mario Artiaco

Il 19 maggio 2017, alla Libreria Antigone di via Kramer 20 (Milano), alle ore 18:30, il Circolo Culturale TBGL “Harvey Milk” accoglierà Mario Artiaco e il suo libro: Io, Lauro e le rose (2017, Di.Ar.Ma.). Ecco cosa l’autore stesso dice del proprio romanzo autobiografico. 

 

  1. Tu sei etero, ma ti batti per i diritti delle minoranze sessuali. Cosa può spingere una persona che gode della cosiddetta “normalità” a occuparsi di questioni LGBT?  

          Sono etero ma, ti prego, detesto le etichette. Mi batto per la normalità, quella che io, in qualità di eterosessuale, non sento rappresentare. La normalità non esiste, perché non siamo tutti uguali e quello che per me è “normale” per altri non lo è. Siamo tutti profondamente diversi e non per una questione di natura sessuale: siamo diversi a prescindere e per milioni di differenze che ci distinguono. Ognuno è la sfumatura irripetibile di una tinta, di una cromatura e ogni individuo è indispensabile alla Bellezza del tutto. 

Ho fatto un percorso di vita e ho incontrato persone meravigliose lungo il cammino: come il gigante buono, il protagonista del mio romanzo, che, con il suo esempio mi ha educato alla conoscenza e ha reso naturale la mia scelta di sostenere i diritti delle persone LGBT. Mi ha tratto via dall’ignoranza con la sua storia, la sua umanità, il suo immenso cuore. Sono figlio di una generazione in cui i genitori non parlavano di nulla, tanto meno di omosessualità, e questo è uno dei mali più grandi del nostro tempo: l’ignoranza! Ho avuto timore e sono stato disorientato quando, davanti agli occhi, mi si è posta la verità inconfutabile della sua natura. Ho avuto bisogno di tempo per prendere coscienza e conoscere una realtà così radicata ma, per me, del tutto nuova. 

Non bisogna essere un panda per sostenere il WWF e non bisogna avere in casa o tra gli amici intimi Piergiorgio Welby o Fabo per assecondare la volontà di chi vuole ricorrere a ciò che dovrebbe essere il diritto alla libertà di porre fine alla propria esistenza. Quindi è certo che non bisogna essere (necessariamente) omosessuali per difenderne i diritti. Sartre diceva che: “Nel silenzio si diventa complici”, e, aggiungerei, carnefici. È una questione di sentire, di impegno civile, morale. Non ci trovo nulla di straordinario in ciò, mentre ancora mi stupisco e non mi arrendo all’indifferenza e all’ignoranza.

  1.       Io, Lauro e le rose è il tuo primo libro? Ne hai scritti altri?

            Due nel cassetto e ancora voglia e desiderio di scrivere tanto, ripromettendomi e sperando che qualcuno mi fermi quando sarà tempo: quando non riuscirò più a imprimere emozioni e quando leggere delle mie elucubrazioni mentali sarà diventato un peso e non più un piacere. Io, Lauro e le rose è stato il secondo in ordine cronologico ad esser scritto, ma il primo che doveva venire fuori: una necessità impellente, un tributo voluto, sentito, una storia che, per quanto a tratti dura e cruda, non può e non deve essere taciuta.

  1. L’hai definito “un libro-denuncia”. Effettivamente, è molto crudo, sia nella descrizione degli abusi subiti da Raffaele, che in quella della sua malattia. Nessun editore, fra quelli che hai contattato, te l’avrebbe pubblicato integralmente. Pensi che la stampa italiana abbia problemi di libertà, dopotutto?

             La proposta in particolare di una grande casa editrice è stata raccapricciante, volta a un taglio prettamente commerciale. Volevano omettessi passaggi fondamentali in luogo di argomenti di tendenza (comunque di enorme interesse e attualità), ma assolutamente fuori luogo, in una storia autobiografica. Si offrivano anche di scrivere un paio di capitoli, se non me la fossi sentita o non ne fossi stato in grado e, se avessi ceduto, avremmo scritto un altro romanzo: una fiction e non quello che ho narrato. Di qui la scelta consapevole, pregna di sacrificio ma che non baratterei con nessun’altra proposta: l’auto pubblicazione. La storia è rimasta tale, quella del gigante buono. I personaggi, ai quali in parte ho cambiato i nomi, sono quasi tutti identificabili. Il luogo in cui si svolge l’intero romanzo è un piccolo paesino di provincia del sud Italia. Chi leggerà, e vive e conosce quei luoghi, non avrà alcun dubbio circa l’identità in particolare di alcuni coprotagonisti. È un libro denuncia, senza mezzi termini. E chi vuole contrapporre il suo volto al mio e desidera denunciarmi lo faccia pure. 

L’editoria in genere naviga in brutte acque. Anche il mondo delle pubblicazioni sta cambiando, nonostante gli ordini di scuderia tentino di tarpare le ali a chi si auto produce. Ci sarebbe anche la libertà di trattare determinate tematiche e mettere a nudo certe realtà, come provo a fare nel mio romanzo; ma, per far si che accada ciò, ci vorrebbero editori con le palle. Discorso ben diverso è quello delle librerie indipendenti. Ho trovato svariati librai, splendido termine desueto e razza in estinzione, disposti a credere in questa storia, a presentarla e a perorare la causa che sostengo e il messaggio che avrei presunzione di trasmettere. 

  1. I contenuti del romanzo non sono altro che i tuoi ricordi, riguardanti i tuoi amici, in special modo Giovanni/Raffaele. In che modo hai rielaborato la realtà? Hai omesso qualcosa? Hai accentuato altro? Le parti in corsivo mostrano te e Giovanni/Raffaele intenti a rievocare il passato… Si tratta di colloqui realmente avvenuti o di una finzione letteraria?

             Prendemmo davvero l’imbarcazione, e partimmo. Io e Lauro eravamo fuori di testa, due adolescenti in cerca di gloria, Raffaele invece aveva una motivazione forte, seria, drammatica: cercava di fuggire. La storia è totalmente autobiografica; ho cercato di attenermi e contenermi con i racconti ai frangenti significativi e che ricostruissero la sostanza di una vita dolorosa e, nonostante tutto, vissuta con enorme dignità. Il gigante buono era un grande uomo e colmo di dignità. 

Ho dovuto di certo tagliare moltissimo, in termini di pagine e aneddoti. Inizialmente, il racconto contava più di mille pagine; il romanzo pubblicato è di “sole” 380. 

Come giustamente sottolinei nella domanda, ho distinto i dialoghi diretti tra me e Raffaele usando il corsivo, in modo da cercare di aiutare il lettore nei frequenti cambi dei piani temporali. I colloqui sono comunque reali e datati. Annotavo tutto a ogni incontro e già dalla Pasqua del 2012 cominciai a dar forma al romanzo.

  1. Dev’essere dura mettersi al tavolino ed eviscerare così i propri ricordi più cari… È stato difficile scrivere Io, Lauro e le rose? O avevi psicologicamente bisogno di scriverlo?

              È stata l’unica operazione necessaria, possibile: la catarsi. È stato dolorosa viverla e indispensabile vomitarla. A volte in forme, lessico e descrizioni crude. Ho scritto per Amore e con la forza del dolore. Se non avessi raccontato, sarei rimasto fermo al 16 dicembre 2012 e, soprattutto, avrei tradito la promessa fatta al gigante buono. Voleva chiudere il viaggio terreno senza rimorsi e rimpianti e voleva che questa storia giungesse a chi ha vissuto giorni come i suoi.

  1. Com’è stata l’accoglienza della tua opera, nei circoli LGBT italiani?

              Nella stragrande maggioranza dei casi, sono stato accolto con commozione, gioia, addirittura gratitudine. Le persone LGBT di molti circoli italiani mi dicono grazie; ma, in realtà, sono io che dico grazie a loro. L’amicizia con il gigante buono mi ha arricchito in maniera determinante e mi ha reso una persona migliore, facendomi accostare e conoscere tutti i meravigliosi colori dell’arcobaleno, tutte le diversità. In questa diversità che completa ogni essere umano, solo se vissuta e condivisa in tutte le sue forme, apprezzo con occhi nuovi la grande bellezza. 

  1. In un passo del romanzo, una delle persone accorse a visitare la salma di Raffaele si stupisce del fatto che tu (al contrario degli altri amici del defunto) non sia gay. Il tuo personaggio, però, risponde: “Oggi, sono gay anch’io”. È il motto del tuo essere attivista?

             Sono attratto dalla sesso femminile, è attraverso le forme del corpo di una donna che provo piacere, libidine e orgasmi. 

Ma, se la maggior parte del mondo etero sostiene che le persone LGBT siano malate, infettive, persone da curare e gli omosessuali invece si difendono e si battono per i loro diritti, e non solo, ma anche quelli di tantissime altre minoranze, allora io sono dalla parte dei gay, sono gay anch’io, nel mio modo di pensare e combattere ogni forma di discriminazione sono gay. E ne sono orgoglioso. 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi.

Victor Victoria

Victor Victoria valse alla protagonista, Julie Andrews, una nomination agli Oscar – era il 1983 – come miglior attrice. Il premio venne vinto da Jessica Lange; ma il personaggio di Victoria Grant entrò, giustamente, nell’immaginario collettivo di tanti amanti del musical. 

Una cantante dotata di una voce fuori dal comune, capace di rompere il cristallo con note altissime, sta soffrendo la fame. Trovare un impiego nella Parigi degli anni trenta sembra un’impresa ardua per una soprano come lei. La prima audizione va male, lei è senza un soldo, lo stomaco brontola e possiede un solo abito buono. La fortuna però le sorride… conosce Toddy, artista omosessuale, che con un espediente trasforma la vita di Victoria. Le taglia i capelli, la traveste da conte polacco e la presenta al più grande impresario parigino come se fosse una star di prima grandezza. Victoria dovrà fingere di essere un uomo che si esibisce in abiti femminili, sfidando così se stessa e ogni paradosso. La prima esibizione -Le Jazz Hot – conquista il pubblico e Victor, dopo aver cantato divinamente, si sfila una parrucca di lustrini rivelando la sua vera identità… ma è un bluff!

Victoria sta fingendo, recitando più ruoli nello stesso momento: quello di maschio androgino e quello di travestito. Toddy le ricorda una cosa importantissima: la gente crede in quello che vede, basta creare un diversivo per rendere reale un’illusione!

E così Victor inizia ad avere un grande, grandissimo successo. È un cantante realizzato, dalla carriera in ascesa… Solo una persona non crede che il conte Grazinski sia un uomo: King Marshall, un americano con una brutta fama, accompagnato costantemente da una guardia del corpo e da una bionda mozzafiato. Tra i due uomini scatta una scintilla. King mette in discussione la sua sessualità ed è per questo che raccoglie prove sulla vera identità del nobile polacco.

Quando i dubbi si dipanano, nasce l’amore; ma King è preoccupato per la sua reputazione di sciupafemmine! Victoria deve continuare a fingere di essere un uomo che ama travestirsi, altrimenti il gioco sarà finito. Continuare a cantare o fidanzarsi alla luce del sole? Victoria accantona il suo personaggio e sceglie l’amour…

Il film tocca molti temi: omosessualità, genere e travestitismo. Le battute dei personaggi, argute e spesso esilaranti, sono uno degli ingredienti speciali di questo musical. Victoria è una donna eterosessuale, divorziata e senza un uomo che la sostenga. E a farla risorgere è un gay attempato in grado di assicurarle fama e successo, a patto che non pensi troppo agli stereotipi. Il pomo d’Adamo? Basta coprire il collo con una sciarpa. I maschi fanno pipì in piedi? Vero, ma non c’è nulla che impedisca a un ragazzo di farla seduto!

Chissà, in un mondo parallelo, forse Miss Grant esiste veramente e, probabilmente, ha le stesse fattezze di Julie Andrews. A lei, a Victoria, vorrei tanto domandare una cosa: “ Hai veramente smesso di cantare per un uomo? Con una voce come la tua, cantare solo sotto la doccia mi sembra una scelta priva di ogni libertà.

 

Testo di Luca Foglia Leveque

 

L’indulgenza del latte – Un progetto Carolina Reaper

L’indulgenza del latte è un progetto della compagnia teatrale Carolina Reaper. Essa nacque con altro nome a Milano, nel 2009, con lo spettacolo Abbandonare Didone. Dopo numerose repliche tra Lombardia e Veneto, questo vinse il primo premio della sezione “Under 35” al Next Generation Festival di Padova (2013). Nel 2015, la compagnia inscenò Madame Cyclette, storia di una corsa contro il tempo. Il nome “Carolina Reaper” è giunto dopo sette anni di attività.

Il primo studio de L’indulgenza del latte è stato rappresentato al Teatro Elfo Puccini di Milano, inaugurando la Milano Pride Week. Lo spettacolo compiuto debutterà nella stagione 2016/2017 di Campo Teatrale, sempre a Milano. L’indulgenza del latte è composto da “quadri” ambientati nel futuro prossimo e aventi per filo conduttore il tema dell’omofobia. Il regista di Carolina Reaper, Patrizio Luigi Belloli, è anche drammaturgo e direttore artistico. Ed ha accettato di rilasciare un’intervista per il nostro Progetto Blog.

 

 

  1. “Carolina Reaper”: come mai un nome così… piccante, per una compagnia teatrale?

Abbiamo pensato: sarebbe bello che l’anima della compagnia avesse un nome e un cognome, proprio come ciascuno dei suoi membri. E che quest’anima restituisse l’idea di una forza che si scatena, di un incendio. Potente, come il sapore del peperoncino più piccante al mondo: il “Carolina reaper”.

 2. L’indulgenza del latte: il titolo allude al cognome dell’attivista Harvey Milk (“Milk” = “latte”, appunto)?

Una vecchia canzone diceva “Bevete più latte”. Il latte è proteico. Se lo bevo divento grande, combatto e vinco. Ma quasi tutti siamo passati dal seno di una madre che ci ha nutriti. Quindi il latte è anche trasversale e ci ricorda che l’uomo non si sostiene da solo. Ecco che allora il latte instilla sì vigore, ma induce anche ad essere indulgenti.

Il titolo dello spettacolo si ricollega non casualmente al cognome e allo spirito di Harvey Milk: un inarrestabile attivismo politico, volto alla conquista dei diritti civili, e uno sguardo umanissimo al bisogno delle persone di essere felici.

 3. “Uno spettacolo intero. Materno. Cagliato. Parzialmente scremato. A lunga conservazione”. Così l’avete definito. Ciò spiega, in parte, il motivo di quel “latte” nel titolo. Avete scelto diverse epoche e diverse storie, da condensare nello stesso spettacolo. Esse sono però unite dal filo conduttore dell’omofobia. Quali diversi aspetti dell’omofobia avete colto, durante questo lavoro? E come si ricollegano alle caratteristiche del latte che avete citato?

Il nostro è uno spettacolo caleidoscopico e ha lo scopo di misurare i livelli di omofobia degli spettatori come si fa coi bambini quando hanno la febbre. Noi non ricorriamo ai gradi centigradi, ma a una pluralità di episodi, ambiti e sguardi dove l’omofobia come polvere si può annidare.

Anzitutto nel tentativo di limitare i diritti civili, di cui invece vogliamo mostrare la piena acquisizione. Nello spettacolo per esempio le unioni civili sono considerate qualcosa di sorpassato e le due ragazze lesbiche protagoniste del primo episodio si sposano in chiesa. Gli spettatori in questo caso sono chiamati a essere gli invitati alla cerimonia, durante la quale si rifletterà in maniera tragicomica sul significato dell’essere madre (latte materno).

Ma il latte ha una data di scadenza e arriva per molti, anche per gli estremisti anacronistici, il tempo di rendersene conto e smettere di condurre le famiglie ai raduni Family Day o alle silenti manifestazioni delle Sentinelle in Piedi. Forse trascorrere la domenica a fare hockey, all’Aprica, a teatro o semplicemente a casa sarebbe più costruttivo dell’armarsi di un’ostilità tanto gratuita quanto venefica (latte cagliato).

La banda di finti neonazisti vuole instaurare un nuovo regime (a lunga conservazione), ma sa che per ottenere la longevità di un progetto occorre un lavoro di controllo continuo, non abbassare mai la guardia, per schiacciare sul nascere i tentativi di insurrezione da parte dei neonazisti veri.

Va detto infine che lo spettacolo conosce due versioni: una parzialmente scremata, che prevede tre episodi recitati, e una intera, cui si aggiungono diversi cortometraggi.

 4. Nella presentazione in PDF del vostro spettacolo, parlate della voglia di tirare un pugno, per scardinare i pregiudizi sull’omosessualità. L’indulgenza del latte sostituisce questo pugno, scardina la realtà non con la forza bruta, ma col pensiero. Vuole indagare quali siano i margini di rivalsa contro l’omofobia, ma scartando vittimismo e sensazionalismo. L’arte al posto della violenza, fisica o pubblicitaria che sia… Qual è il rapporto tra creatività e brutalità? Sono antitetiche? O vengono dalla stessa radice? O entrambe le cose?

Il desiderio di “tirare un pugno” è nato nella nostra mente come intenzione naïve, ma spontanea. Ci siamo detti che non era il caso di negare tale spinta, che negarla ci avrebbe tolto potere e reso disonesti. Ma anche che la fantasia di sgominare a suon di cazzotti l’omofobia e i suoi tanti adepti, più che realizzata andava portata a un altro livello. E il teatro ci ha permesso addirittura di sublimarla, renderla costruttiva e fruibile da una collettività, individuare un messaggio contrario al dilagante vittimismo in cui si incappa quando si affrontano temi di questo tipo. L’intento è stato quello di evitare il facile quanto pericoloso effetto “siamo vittime” perché altro non fa che alimentare il numero dei carnefici. Secondo noi, ai colori dell’arcobaleno, la comunità LGBT dovrebbe aggiungere anche il bianco e il nero sulla propria bandiera. A chiudere un cerchio, a completare uno spettro. Forse è vero che una certa creatività è brutalità, ma dopotutto lo è anche il parto. Si tratta di due mondi che si incontrano e scontrano quando deve nascere qualcosa di importante.

5. L’ambientazione delle vostre storie è il futuro, quindi un ambito ipotetico e immaginario. Quanto del presente (e del passato) c’è nel vostro “futuro”?

Se penso al tempo che mi è stato sottratto quando mi facevano sentire inadeguato, nasce in me la voglia di recuperarlo immediatamente, di non perdere altro tempo.

Per questo nello spettacolo, anziché indugiare su ciò che è stato (certamente utile ma paralizzante se diventa l’oggetto prediletto dal nostro sguardo), mostriamo quello che per forza di cose accadrà in futuro. Perché nell’oggi in nuce già esiste già quello che ci spetta domani. E’ un vento che già ci accarezza.

Nell’ “Indulgenza del latte”, lo spettatore può così assistere al primo matrimonio lesbico religioso in Italia, che abbiamo collocato (ottimisticamente o meno è spunto di riflessione) nel 2022. Ma anche alla resa e all’esilio dal nostro Paese di chi ha combattuto strenuamente quanto invano contro le unioni civili e le adozioni omogenitoriali (2025). Attraverso la rappresentazione teatrale costruiamo e palesiamo un mondo privato di quelle istituzioni che tentano di conservare le discriminazioni facendone baluardo, terrorizzate dall’idea probabilmente inaccettabile (!) della libertà che avanza. Istituzioni destinate a crollare. E allora perché non assistere in prima fila a tale fragorosa caduta?

6. Nello spettacolo, “L’Indulgenza del Latte” è una finta banda di neonazisti, che vuole infiltrarsi in questo ambiente per scardinarlo dall’interno. Che significato ha questo nome? Quale programma sottende?

È una piccola banda di eroi non convenzionali, disposti a sacrificare tutto, la loro vita privata e, in maniera surreale, la loro stessa omosessualità pur di portare a termine un piano ai limiti della follia: spacciarsi per veri neonazisti, entrare nel loro sistema e distruggerlo dall’interno. Come fossero attori, dovranno recitare una parte e dovranno recitarla bene. Ne va della loro incolumità e della buona riuscita del progetto. Per tale ragione sceglieranno di abbandonare il loro passato e seguire un duro addestramento, che li priverà della loro identità, esteriore e interiore, e consentirà loro una mimesi pressoché totale “con il nemico”. Non vogliamo spoilerare l’esito del piano di questa atipica banda: possiamo dire che il loro percorso è anche quello dello spettatore, chiamato a guardare dentro lo stereotipo e ricavarne ciò che ritiene utile e ciò che reputa effimero.  

7. Il terzo episodio è “Last Family Day”: storia di una famiglia infelice che attribuisce la propria infelicità al contesto esterno, al fatto che vengano legalmente riconosciute anche famiglie diverse dalla loro. Secondo voi, dunque, il risentimento contro l’avanzata dei diritti civili e la paura del “gender” viene dal desiderio di trovare capri espiatori? E per cosa?

Secondo noi nasce da una doppia attitudine: l’invasione di campo e il vittimismo come conseguenza dell’invasione di campo.

Chi ha preso alla lettera il messaggio “fatti a immagine e somiglianza di Dio” forse si è accaparrato, oltre allo specchio, pure la toga che il giudice indossa quando condanna e ha pensato di avere tutto il diritto/dovere di creare un mondo dalla cifra conservatorista pigramente ma ferocemente tramandata nel corso delle generazioni. Come quei giuramenti fatti al capezzale che uno non si sente di tradire. Questa tendenza “legittimerebbe” un’invasione di campo, induce a entrare in ambiti che dovrebbero rimanere privati e liberissimi ancorché innocui, e a ravvisarne presunte minacce e i semi di chissà quale temibile caos. Quando poi viene a galla che non si può esportare e imporre un modus vivendi come si farebbe come un conio, ecco che l’invasione di campo si trasforma in una sorta di regressione, di chiusura e scatta la fase due: il vittimismo. Non a caso, ne “L’indulgenza del latte”, la famiglia che vuole lasciare l’Italia alla ricerca di un paese dove gli omosessuali non solo non possano sposarsi o essere genitori ma neppure esistere, sente esplodere le bombe sulla propria testa come fosse la Roma del ’43. Chi crede all’inferno e lo crede un possibile aldilà, è perché non lo vuole vedere nell’al di qua, più precisamente non è in grado di vederlo già dentro di sé.

Di questa famiglia noi vogliamo palesare il dramma senza facili ironie. Perché, oltre che ridicolo, è certamente drammatico non saper uscire da certe gabbie quando la porta non è nemmeno stata chiusa a chiave.

 

Intervista a cura di Erica Gazzoldi Favalli

Dalle parole dei forti

La storia di Stavro potrebbe sembrare fuori posto, su questo sito. Perché non è una storia d’amore. E non è nemmeno esemplare. Eppure, merita una menzione. Intanto, perché mostra quale fosse la condizione dei “diversamente eterosessuali” in Europa orientale all’inizio del XX secolo ed esemplifica uno degli incubi ricorrenti degli uomini gay: essere scambiati per potenziali “pederasti”, “traviati” da “abusi in età infantile”. L’altro motivo – e, forse, sarebbe sufficiente in qualunque contesto – è il meraviglioso padre letterario di Stavro: lo scrittore Panait Istrati (1884 – 1935). Figlio naturale di una lavandaia romena e di un contrabbandiere greco, compose le proprie opere principali in francese. La sua vita, errabonda per vocazione, gli fruttò le esperienze che rifuse nei romanzi. Kyra Kyralina fu il primo a essere pubblicato (1923, per l’editore Rieder). Esso si ispirava a un’omonima ballata popolare: la bella Kyra veniva rapita al porto di Braila (città natale di Istrati) da un ricco arabo e liberata poi dai propri fratelli. Nel romanzo, Stavro è il protagonista-narratore e il titolo è dato dal nome della sorella di lui. Alla sua voce, l’autore affida una vicenda esotica e immaginosa come le novelle delle Mille e una notte, ma concreta e dolente come le esperienze reali: una forma di romanzo del tutto insolita, nel quadro letterario francese dell’epoca.

            Stavro si presenta come “il mercante straniero”, il “venditore di limonate” a cui ogni casa “perbene” è interdetta. Agli occhi del lettore, il personaggio prende forma nell’incontro con Adrian, il suo giovane amico ansioso di girare il mondo (e alter ego di Istrati stesso). L’attaccamento del ragazzo allo straniero non è dato tanto dal loro debole legame di parentela, quanto dalla misteriosa storia di vita che Stavro ha alle spalle. Essa emergerà improvvisamente, la notte in cui quest’ultimo lascerà trapelare i propri reali sentimenti per Adrian. Proprio l’attrazione di Stavro per i ragazzi fu l’elemento che suscitò scalpore, all’uscita di Kyra Kyralina sul mercato librario. 

            Nella vicenda del narratore, prende corpo il mondo della “Istanbul segreta”: quello in cui i ricchi fornitori di harem abusano dei begli adolescenti, mentre li coprono d’oro come lussuosi animali da compagnia. L’ “orco” di Stavro è lo stesso che ha rapito l’adorata sorella di quest’ultimo, Kyra, e l’ha venduta a un harem. A quella troppo traumatica scoperta del sesso, il personaggio attribuisce il proprio orientamento – secondo un preconcetto (non solo) primonovecentesco. Nel corso del racconto, Stavro stesso riesce a parlare dei propri sentimenti solo con il linguaggio del “vizio”, dell’ “infelicità” e persino della “maledizione” di tipo magico. Eppure, riesce a sferrare una risposta a chi lo accusa con troppa facilità: «Non è per difendermi che voglio parlare: oh! per me, non fa differenza!… È per darvi, io, l’uomo immorale, una lezione di vita, a voi che siete persone morali, soprattutto a Voi, Mikhail, che non la conoscete tutta, come forse pensate» (cap. I). Stavro introduce così la storia del proprio matrimonio, col quale si rifugiò fra le braccia di una ragazza amorevole e innocente. Da accusato, si fa accusatore dei meschini parenti di lei, che lo costrinsero a una vita di alienazione perché “incapace di fare il proprio dovere di marito”; accusatore di un amico che tradì il suo intimo segreto; accusatore, infine, di quella famiglia senza amore che condannò lui all’emarginazione e sua moglie al suicidio.

            I ricordi rappresentati narrativamente da Istrati sono tali da fermare qualunque tentazione di idealizzare quella società in cui “i diversi non alzavano la cresta”. Pur avendo interiorizzato lo stigma, Stavro scolpisce la vera vergogna: quella di essere così annegati nel perbenismo da divenire anaffettivi e crudeli. Ben venga questo narratore da Mille e una notte sul nostro sito: perché, come dice Adrian, «la luce viene dalla parole dei forti» (cap. I).

 

Panaït Istrati, Kyra Kyralina, in: Œuvres I, (“Phébus libretto”), édition établie et présentée par Linda Lê, Paris 2006, Éditions Phébus. (Nell’articolo : traduzioni nostre).

 

Una traduzione italiana : Panait Istrati, Kyra Kyralina, (“Universale Economica”), Milano 1996, terza edizione, Feltrinelli. Traduzione dal francese di Gino Lupi; revisione di Pino Fiori.

 

Testo di Erica Gazzoldi.

In principio

Ormai, siamo abituati a vederli così: i circoli di attivisti pro-minoranze sessuali, più o meno separatisti, più o meno recenti, più o meno conosciuti. Il Gay Pride è – possiamo dirlo con un poco di ironia – una tradizione. Ma, in principio, fu Stonewall: giorni di guerriglia urbana in un gay bar a New York (lo Stonewall Inn, appunto), innescati dall’ennesima “spedizione punitiva” della polizia (28 giugno 1969). “I froci [sic] hanno perduto quel loro sguardo ferito” disse il poeta Allen Ginsberg, che portò la propria solidarietà alla rivolta. Non occorrono altre parole per commentare il significato dell’orgoglio gay. La militanza LGBT – abitualmente accusata, oggi, di “vittimismo” ed “egoismo” – ha origine in un atto muscolare, collettivo e tenace. 

            Da quel primo rifiuto del ruolo di vittime, nacque tutto il resto: il Gay liberation front negli Stati Uniti e in Inghilterra, il Front homosexuel d’action révolutionnaire in Francia, il Mouvement homosexuel d’action révolutionnaire in Belgio e il Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, dal significativo acronimo “Fuori”. E nacque, naturalmente, la vicenda di Harvey Milk (1930 – 1978). Gianni Rossi Barilli racconta tutto questo in  Sogno americano, il libro che accompagna il DVD del film Milk (regia di Gus Van Sant; Oscar 2009 per il Miglior Attore Protagonista e la Migliore Sceneggiatura Originale), nell’edizione Feltrinelli per la collana “Le Nuvole”.

            Harvey Milk è noto per essere stato il primo omosessuale dichiarato ad accedere a un’importante carica pubblica negli Stati Uniti. Lo divenne nel 1977, quando fu eletto supervisor (consigliere comunale) a San Francisco. Durante la sua carriera politica, smentì sempre quello che sarebbe diventato un ritornello degli “anti-omosessualisti” nostrani: “La militanza LGBT svia l’attenzione da altri problemi!” Milk cominciò innamorandosi del proprio quartiere, Castro, a San Francisco. Si alleò col sindacato dei camionisti, che volevano migliori condizioni di lavoro, boicottando una marca di birra (1973). Mentre era in carica come supervisor, promosse programmi sociali a favore degli anziani, norme sull’obbligo di raccogliere gli escrementi dei propri cani per strada e l’introduzione di meccanismi di voto maggiormente comprensibili e accessibili ai cittadini (1978). Naturalmente, non scordò i diritti civili delle minoranze sessuali. All’epoca, non si parlava ancora di matrimonio e omogenitorialità. La questione era ancor più scottante: il diritto a un posto di lavoro. Gli omosessuali non velati rischiavano il licenziamento, specialmente se docenti in scuole pubbliche. Milk, insieme all’insegnante Tom Ammiano, promosse e fece approvare un’ordinanza che vietava questo tipo di sopruso. A darsi da fare in senso contrario sarà Anita Bryant, attivista ultraconservatrice e popolare come cantante. Insieme a lei, il senatore della California John Briggs sponsorizzò la “Proposition 6” (o “Briggs Initiative”), che voleva bandire dall’insegnamento delle scuole pubbliche non solo gli omosessuali, ma anche i loro sostenitori (1978). Fu in quel clima che sventolò la prima bandiera arcobaleno (25 giugno 1978), disegnata da Gilbert Baker, sostenitore di Milk. La Rainbow Flag, simbolo dell’ideale unità nella varietà che avrebbe dovuto contrassegnare il movimento LGBT, accompagnò la Freedom Day Parade: una sorta di prototipo del Gay Pride. La pratica del coming out cominciò a delinearsi come mezzo per schierarsi a favore dei diritti civili per le minoranze sessuali e per dare visibilità alla loro esistenza. 

            La militanza di Milk cesserà solo il 27 novembre 1978, quando sarà assassinato in municipio.

            Per quanto riguarda il film tratto dalla sua vicenda, Sogno americano illustra i luoghi, le riprese e il cast. A dispetto del titolo, però, la parte più sostanziosa del libro riguarda la storia dei collettivi LGBT in Italia – argomento di maggiore interesse per il pubblico della Feltrinelli, per ovvi motivi. Abbiamo già citato il Fuori, nato sulla scia di Stonewall. Esso veniva così a innestarsi su un terreno già abitato dal famoso Sessantotto e dalla sua prosecuzione. Il Fuori nacque pertanto con una vocazione ultralibertaria, rivoluzionaria e vicina a quella della sinistra radicale. Già allora il pomo della discordia era la (dis)informazione sugli omosessuali. L’unica disponibile proveniva da psichiatri di vedute ristrette, che identificavano le minoranze sessuali con “deviati da guarire con qualunque mezzo” e “bloccati allo stadio infantile dell’eros a causa di genitori inetti” (cfr. pag. 36). La risonanza di quell’epoca basta tuttora a scatenare reazioni indignate anche davanti a semplici testi per musica leggera. Del resto, ciò che era considerato “terapia riparativa dell’omosessualità” negli anni ’70 può esser definito “da incubo” o “surreale” senza timore di esagerare: scosse elettriche (la terapia d’avversione di Philip Feldmann); lunghe sedute di ipnosi (prof. Jefferson Gonzaga); lesioni mirate al cervello (“tecnica di Reder”). Queste tecniche furono proposte a Sanremo, il 5 aprile 1972, durante un convegno del Centro italiano di sessuologia (organismo di ispirazione cattolica). Gli psichiatri trovarono ad accoglierli circa quaranta manifestanti, ben decisi a mostrare che non avevano alcuna intenzione di “farsi curare”. Per tutta risposta, gli organizzatori del congresso chiamarono la polizia, contribuendo involontariamente a rendere memorabile l’evento.

            Gianni Rossi Barilli prosegue poi con gli alti e bassi del Fuori: la scarsa presenza e visibilità delle donne al suo interno; l’attrito con le associazioni marxiste o perfino con le femministe (Milano, 15 ottobre 1972). Dal femminismo, il movimento mutuò comunque il “lavoro di presa di coscienza”: parlare del proprio vissuto confrontandolo con quello altrui. Ciò determinò una “politicizzazione del privato” e anche il superamento dei confini di classe e ideologici fra i militanti. In questo contesto, andò affermandosi uno stile tipico di Mario Mieli e poi fattosi addirittura stereotipo del “gay dichiarato”: trucco vistoso, abiti da signora, gioielli, impiegati come vistoso rifiuto del tradizionale ruolo maschile.

            Un punto di rottura netto fu la decisione di Angelo Pezzana, leader del gruppo torinese del Fuori, di federare il movimento con il Partito radicale (1974). Il gruppo milanese reagì in modo indignato, rendendosi autonomo e decidendo di dialogare piuttosto con la sinistra extraparlamentare. La strategia di Pezzana (integrazione con le “istituzioni borghesi”) si rivelò però proficua, in termini di disponibilità di fondi e di sedi.

            Rossi Barilli prosegue poi con le reazioni alla morte di Pier Paolo Pasolini, coi collettivi della seconda metà degli anni ’70, il teatro, gli ulteriori rapporti col mondo della politica. Cita gli Elementi di critica omosessuale (1977, Einaudi) di Mario Mieli, “Bibbia dei collettivi gay autonomi” (pag. 79). Mieli riprendeva le teorie di Freud sull’ “eros polimorfo” dello stadio infantile, per affermare che esso non andava “educastrato” in direzione dell’eterosessualità, ma lasciato emergere per quello che era. È probabile che il terrore dei conservatori odierni verso l’ “ideologia del gender” e la sua “imposizione ai bambini” derivi proprio dalla memoria di queste teorie.

            Attualmente, il movimento LGBT è suddiviso in una pluralità di associazioni: alcune guidate da militanti portatori dell’eredità degli anni ’70; altre giovani e desiderose di riuscire a dar voce a tutte le anime del movimento, a partire da quella bisessuale e quella transessuale. Fare il punto della storia della militanza LGBT è un modo per comprendere cosa si sia ottenuto e quale senso abbia ora proseguirla. È un modo per comprendere i luoghi comuni sul movimento, conoscerne l’origine, ma anche sapere cosa ci sia di mistificato in essi. Se Milk combatteva contro un ostracismo sociale tangibile e fortissimo, i militanti di oggi hanno a che fare con l’ipocrisia di una società che “non ha niente contro le minoranze”, ma le vorrebbe remissive e senza rappresentanti pubblici. La differenza fra dignità e tolleranza, del resto, è questa: la prima è dovuta; la seconda ha sempre un prezzo.

 

Gianni Rossi Barilli (a cura di), Sogno americano, (“Le Nuvole”), Milano 2009, Feltrinelli, 109 pp. (in allegato al DVD Milk).

 

Testi a cura di Erica Gazzoldi Favalli

da RiDVDere

La crisi del grande schermo ha portato, in questi ultimi anni, alla chiusura di moltissime sale cinematografiche, a favore di Multisale che programmano solo “blockbusters” o film comunque destinati al grande pubblico.
La scomparsa dei piccoli cinema d’essai rende difficile far conoscere anche alla nuove generazioni i film che hanno fatto la storia del cinema, anche di quello omosessuale.
In questa rubrica vogliamo segnalare i film disponibili in DVD da vedere o rivedere, sia perché hanno fatto parte della nostra vita sia perché hanno contribuito a rendere l’omosessualità un argomento non più tabù.

IL PRETE (1994)
di Antonia Bird
con Linus Roache, Tom Wilkinson, Robert Carlyle

Quando uscì nel 1995 questo film fece un grosso scandalo negli Stati Uniti, soprattutto perché era distribuito da un marchio cinematografico di proprietà della Disney.
I benpensanti inorridirono all’idea che la casa madre di Topolino potesse appoggiare una storia così cruda e ai limiti della blasfemia.
Purtroppo stoltezza, ignoranza e cecità non mancano mai, soprattutto nei dintorni di qualunque argomento che vada a sfiorare la religione.
Infatti “Il prete” è un film bello che va a toccare molte tematiche, magari perfino troppe, ma lo fa con una rabbia così sincera da farsi perdonare anche qualche piccola ingenuità.
La regista era un’esordiente britannica, tale Antonia Bird, che per questo film vinse un Teddy Award al Festival di Berlino.
Grazie a tanto clamore, “Il prete” arrivò ad incassare in America poco più di 4 milioni di dollari. Poca roba, se si pensa agli incassi dei grandi film di cassetta, ma comunque un risultato lusinghiero per un film “low budget” e per la Disney che, reduce dal successo planetario de “Il re leone”, poteva permettersi il lusso di un flop al botteghino per una storia anti-famiglie.
Ma la vera sorpresa fu la Svezia, che tributò al film un’accoglienza inaspettatamente calorosa.

Padre Greg (Linus Roache) è un giovane prete appena giunto in un quartiere popolare di Liverpool.
È molto bello, animato dalle migliori intenzioni ma molto rigido su certe questioni morali. Per esempio, fa fatica ad accettare il fatto che Padre Matthew (Tom Wilkinson), con cui lavora, abbia una relazione con la sua perpetua.
Eppure Padre Greg non dovrebbe essere il primo a lanciare pietre dato che, in certe serate, si toglie il collarino da prete, indossa un giubbotto di pelle e va a dragare nei bar gay.
E lì incontra Graham (un Robert Carlyle che ancora non aveva conosciuto i fasti di “Full monthy”), il quale, ignorando la reale professione della sua nuova conquista, ne rimane subito affascinato.
In tutto questo si inserisce una pesante storia di violenza e incesto, di fronte alla quale Padre Greg si trova impotente per via del segreto confessionale.
La rabbia esplode con violenza dentro l’anima di questo giovane prete tanto sexy quanto frustrato. Basta un nulla a Padre Greg per perdere il controllo sulla sua vita e finire schedato in questura per atti osceni in luogo pubblico con il suo bel Graham, dal quale aveva cercato un po’ di conforto.
Il prete viene esiliato mentre la Curia fa fatica a gestire la patata bollente, augurandosi addirittura la dipartita del diretto interessato.
Sarà proprio il tanto criticato Padre Matthew a dare a Greg un’altra opportunità, nonostante l’ostracismo dei fedeli ottusi.
La scena finale, con l’abbraccio di due anime dolenti tra l’indifferenza di chi crede di avere la verità in tasca, è veramente toccante. E, nella sua gelida disperazione, regala un briciolo di speranza a chi ancora s’illude che non tutti gli uomini siano uguali.

Si tratta di un film scomodo, complesso, arzigogolato.
Però, a mio avviso, “Il prete” va assolutamente visto e non solo per ammirare il bel Linus Roache, il quale potrebbe trascinare in chiesa molti più fedeli di Papa Ratzinger.
Ci sono alcune scene che, da sole, valgono l’acquisto o il noleggio del dvd.
Al di là di quella finale, da me già citata, c’è anche l’invettiva di Padre Greg contro il crocefisso e il primo rapporto tra il prete e Graham, forse una delle scene erotiche più sensuali mai apparse sul grande schermo.
Molti hanno accusato la regista di aver voluto fare un “Uccelli di rovo” in versione gay, ma non è del tutto vero.
Forse la Bird non ha lo stile asciutto di Ken Loach, però sa dirigere bene gli attori e si avverte in lei una sincera presa di posizione a favore dei più deboli.
Che poi le piaccia indulgere un po’ troppo in qualche scena madre, pazienza.
Direi che si tratta di un peccato veniale.

Prodotto nel 2009 da Multivision, “Il prete” oggi è fuori catalogo. Perciò consiglio di cercarlo nelle videoteche specializzate.

Divertimento dal sapore rainbow: “Si fa … per ridere” di Angelo Pezzana

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Il titolo è già un programma letterario: “Si fa … per ridere”. Stiamo parlando dell’ultima pubblicazione di Angelo Pezzana edita da Stampa Alternativa.

Il sottotitolo è solo il chiarimento del contenuto della breve pubblicazione ma, non per questo, assente di efficacia, almeno per il buon umore: “Lo humor gay in 101 barzellette”. Il testo definisce una cornice culturale all’interno della quale viene sviluppato un percorso che ha una propria autorevolezza letteraria popolare e che porterà il lettore, si spera non solamente omosessuale, all’interno di un mondo in cui il non detto, i tabù, le immagini dell’inconscio della cosiddetta sfera primaria tipica di uno stato quasi onirico e rimosso della nostra coscienza, saranno manifesti attraverso sagaci battute.

La forma verbale rende accettabile ogni allusione che l’immagine rimossa dalla cultura prevalente e predominante crea, destrutturando e decostruendo una situazione quotidiana dove la normalità diventa elemento di un paradosso. I contenuti dei “motti di spirito”, così Freud definiva l’umorismo nella sua omonima pubblicazione, sono di natura sessuale e consentono di “liberare una tensione psichica”, giocando su espressioni contrastanti, utilizzando tecniche letterarie quali la condensazione, lo spostamento verbale e la rivelazione eccessiva di difetti e qualità di figure stereotipate e ascrivibili a precise categorie prestabilite.

Questo strumento verbale, appunto, un tempo tradotto anche attraverso il supporto della musica e della liricità compositiva, garantisce l’abbattimento delle inibizioni che alcune storie e avvenimenti narrati potrebbero procurare se riferiti senza l’immagine presente nel nostro inconscio e, quindi, privandoli di quella caratura umoristica che consente di “liberare una tensione psichica ottenendo un alleviamento del dispendio psichico già in atto e risparmio su quello in procinto di verificarsi”.

Scriverà Charles Brenner sulla barzelletta: “La tecnica della battuta generalmente serve a provocare la liberazione, o lo scarico, di tendenze inconsce, le quali altrimenti non avrebbero avuto il permesso di esprimersi, o che, almeno, non avrebbero potuto esprimersi in maniera così completa.” Un noto psicoterapeuta, Richard Bandler, dirà, invece, che “uno dei disagi peggiori è la seriosità”. Fare umorismo sulla condizione omosessuale non è facile, soprattutto se si ritorna a riprendere battute spesso dette in situazioni emarginanti e persecutorie verso il cosiddetto “diverso”.

Il libello di Angelo Pezzana vuole, invece, riprendere alcune delle più interessanti e universali freddure che la nostra contemporaneità abbia mai offerto, rileggendole in una chiave più vicina, ossia quella dell’ottica di una persona che ha promosso e continua a promuovere a livello letterario un’azione di liberazione e di emancipazione dell’omosessualità.

Gustiamo le barzellette che, “in qualche misura, possono riguardarci da vicino” scrive Pezzana nella prefazione. Ed è vero soprattutto se questo ci aiuta a comprendere e, di conseguenza affrontare, stereotipi e condizioni di emarginazione che quotidianamente si vivono o, perlomeno, si percepiscono come esistenti.

Si leggono barzellette in cui a essere deriso o, spesso, soggetto di una macchiettistica alterazione dei propri lati caratteriali esasperati, è il personaggio omosessuale. In questo non si vuole eccedere in un altruismo buonistico ma, bensì, alleggerire per comprendere meglio in senso autoironico le situazioni e le cause che dettano il perdurare di un pregiudizio insano quanto ingiustificato.
Il riso è la conseguente reazione che può avvenire leggendo solamente le prime pagine della pubblicazione.

E’ nella capacità umoristica mai volgare e sempre fine di un autorevole scrittore quale Angelo Pezzana, curatore del ricettario di barzellette, che ha fatto della propria vita di impegno culturale e civile una costante e coerente attività volta a esprimere la propria identità e a vivere meglio e bene la propria omosessualità cercando di “squarciare le nubi dell’ignoranza e della disinformazione” divenute ora “nubi legali” che non consentono alle persone glbt di essere riconoscibili come “persone complete”.

Gli stereotipi si esasperano tanto da rendere evidente la comicità e l’insussistenza di alcuni pregiudizi che si autoalimentano nella nostra storia contemporaneità, spesso fatta di brutale intolleranza e di segregazione di tutto ciò che non è considerato “normalizzato”.

La struttura della raccolta, ricco compendiario che ripercorre anni di narrativa del volgo, vede una suddivisione in differenti capitoli all’interno dei quali si riconducono le diverse affermazioni grottesche quanto dense di umorismo e divertenti. Si inizia con la famiglia, luogo istituzionale dove spesso diventa drammatica l’affermazione della propria sessualità, vista con una dose di sorprendente e inaspettata “tenerezza patetica”.

Si procede con l’affrontare la figura del gigolò, che fa il mestiere più antico del mondo “per soldi”, a lui “piacciono le donne”, dipinta paradossalmente sotto l’ottica del personaggio con un’eccessiva dose di altruismo e di bontà; così come la religione analizzata nel capitolo “Cristo & co.” dove si ride di uno dei poteri più efferati nel condannare, attraverso anatemi papali “ancora freschi”, spiega l’autore, l’omosessualità con disumanità e crudeltà. Si avanza con la farsesca sezione “A due o più zampe” dove ci si interroga su quale sia la differenza sussistente tra uomo e animale nell’ambito della diversità di comportamento tra etero e gay, arrivando a considerare che è utile dissacrare attraverso simpatici e spassosi parallelismi creando un alter ego iperbolico il gravoso preconcetto dell’umanità verso l’omosessualità.
Si prosegue, poi, con la brillante serie di barzellette sui trans, di cui la letteratura gay in materia offre pochi esemplari che, comunque, non mancano se si pensa al genere nella sua universalità; così come non è meno esilarante il capitolo su “L’altra sponda” che si basa sulla scomposizione dell’orgoglio impassibile machista tipico della sottocultura eterosessista disegnando veri e propri “etero insicuri, curiosi e tutt’altro che a loro agio” nel proprio abito.

È interessante la riproposizione nel capitolo “Altri tempi” di assurde e ironiche situazioni omoerotiche intriganti ricreate nell’antica Roma o al tempo delle crociate, così come nel far west, così come la rilettura del localismo, sia dal punto di vista linguistico sia da quello ambientale, eccedente in alcuni dettagli particolari e nelle peculiarità territoriali di paesaggi in cui si calano le storie riportate. Infine “Pout pourri” conclude la lunga rassegna di barzellette sull’omosessualità redatte da Pezzana, sezione in cui si può dire racchiudersi la summa dell’umorismo dove il contrasto tra l’esasperazione dei lati caratteristici dei personaggi, sia nell’ambito negativo dei difetti sia in quello positivo delle qualità, definisce un ritratto grottesco e spiritoso utile a decostruire il reale e a rielaborarlo sotto altri punti di vista meno seriosi e costretti.

Concludiamo con una barzelletta per meglio comprendere il tenore espressivo, pittoresco quanto contagiante di una comicità che, seppure in alcuni passaggi in apparenza crassa, vuole rimettere in discussione, attraverso la propria portata ironica dirompente, diversi pregiudizi che vedono l’omosessuale in vesti pittoresche e, pertanto, funzionali al consolidamento di clichè sessisti discriminanti: “Un saggio detto :”Se il tuo avversario te l’ha messo nel culo, non agitarti: potresti fare il suo gioco””.

Vino bianco, fiori e vecchie canzoni…

Il titolo di questa rubrica è tratto da “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, canzone che non tratta una tematica omosessuale ma che, suo malgrado, è diventata un’icona gay.Molti interpreti più o meno famosi, italiani e non, hanno cantato negli anni l’omosessualità, alcuni in modo serio, altri ironico, altri ancora sussurrato. Le canzoni sono lo specchio dei tempi in cui vengono create. Perciò riascoltare le canzoni omosessuali significa non solo riscoprire piccole gemme “a tema” magari dimenticate dal tempo, ma soprattutto analizzare la crescita umana e culturale di una società.

Ti ricordo ancora (Fabio Concato)
Fabio Concato – 1984

A Dean Martin (Fabio Concato)
Storie di sempre – 1977

Era il 1977 quando un giovane artista di 24 anni, tale Fabio Piccalunga in arte Concato, fece il suo esordio sul mercato discografico con un album intitolato “Storie di sempre” che conteneva “A Dean Martin”, singolo che divenne un discreto successo sia radiofonico che di vendite.
Il tormentone “Ragasina, piccolina” in finto accento italo-americano entrò a far parte del gergo di quei tempi e la presa in giro del tipico macho a stelle e strisce che si perdeva dietro ad una bella fanciulla, scoprendo in seguito trattarsi di un travestito, toccava in modo graffiante un tema ancora poco battuto all’interno della musica italiana.
Da ragazzini rimanemmo tutti affascinati da questa storia in stile “La moglie del soldato” in cui il cantante, spogliando la ragazza, cantava con voce perplessa “quanto pelo hai sul petto, ora che ti guardo meglio sembri proprio un ometto”.
Ma il “clou” della canzone era l’accenno razzista “con tutti i negri perché proprio a me che sono bianco e pulito come un giglio”, che andava a prendere in giro l’ipocrisia degli Stati Uniti che, proprio in quel periodo, si stavano lavando la coscienza con gli afro-americani girando film come “Mandingo” e “Radici”.

Dopo questo esordio Concato incise un secondo disco del 1979 il quale, nonostante la bella “Zio Tom” (ripresa anche da Mina nel 1990), non lasciò grandi segni del suo passaggio.
Ci volle il 1982 e “Una domenica bestiale” per riportare all’attenzione del grande pubblico il nome di questo sensibile cantautore.
Ma fu il 1984 l’anno del grande botto. Con l’album omonimo, Fabio Concato conquistò le zone alte della classifica, regalando al mondo della musica leggera un album bellissimo, dal perfetto equilibrio tra dolcezza, poesia ed ironia.
Il singolo trainante di “Fabio Concato” era “Fiore di maggio”, che l’artista aveva dedicato alla nascita di sua figlia. Ma uno dei brani più interessanti era la seconda traccia dell’album.

Si trattava di “Ti ricordo ancora”, quasi un’altra “Pierre” dei Pooh, ma più delicata, serena e meno sofferta.
Parla di un compagno di classe mai dimenticato e del primo (ma chissà se unico) turbamento omosessuale del protagonista.
“E ti ricordo ancora, le braghe corte di tuo fratello e le gambe viola”, così comincia la canzone, trasportando subito l’ascoltatore all’interno del mondo un po’ naif di Concato.
Non c’è nulla di romantico in questa frase, ma è proprio da un’immagine così poco gradevole che si intuisce tutta l’affettività intrinseca. Infatti, quando si vuole bene a qualcuno, si amano anche le sue imperfezioni, perché sono proprio quelle a renderlo così unico e tenero ai nostri occhi.
“Eri un omino ma dentro avevi un cuore grande che batteva forte un po’ per me”. Che altro si può dire dopo questa riga così semplice, diretta, che contiene tutta l’ingenuità e la forza del primo amore?
Ma eravamo in un’epoca ben diversa da quella attuale (Concato è nato nel 1953 per cui, ipoteticamente, la canzone dovrebbe svolgersi intorno alla metà degli anni sessanta) ed un maestro che scoprì i due bambini ad accarezzarsi durante il doposcuola non fu in grado di comprendere.
Chissà cosa capitò allora. Ci fu uno scandalo? I due bambini furono separati, un po’ come accade alle due protagoniste di “Le mille bocche della nostra sete”, il bel libro di Guido Conti?
L’unica cosa certa è che nessuna ottusità umana può separare chi si vuole bene veramente. Perché c’è la memoria che aiuta a non perdere mai nel tempo una persona amata, domandandosi se sarà ancora la stessa (“chissà se parli ancora agli animali, se ti commuovi davanti a un film”) o se il mondo esterno la avrà costretta a indossare una pelle un po’ più dura per riuscire a sopravvivere.

Musicalmente “Ti ricordo ancora” è semplice e lineare, senza grandi voli pindarici.
Ma, come in quasi tutte le canzoni di Concato, è il testo il piatto forte.
Un testo vero, diretto e commovente, come solo i sentimenti autentici sanno essere.
Anche il riferimento alla madre dell’amico, stanca di fargli un po’ da padre, diventa poesia e non sfiora il pericoloso limite della facile psicologia da salotto.
Questa canzone, come tutto il resto del disco che la contiene, è assolutamente un “must” per chi vuole possedere una discografia degna di tal nome.
Brani come “Guido piano”, “Tienimi dentro te”, “Sexy tango” e “Rosalina”, oltre alle due canzoni già citate, sono una prova tangibile di quando in Italia c’era ancora la voglia di produrre musica per palati fini.

Un assaggio di Berlino GLBTQ

Si è inaugurata la sera del 6 dicembre ultimo scorso presso la il Schwule Museum di Berlino la mostra su Jean Genet: scrittore, poeta, drammaturgo e creativo dei più sensibili ma anche intellettuale molto discusso per le sue battaglie condotte, spesso in prima persona, con organizzazioni di estrema sinistra come le Pantere Nere negli USA o l’OLP in Palestina. Eppure Genet, o forse anche e proprio per questo, è stato un grande intellettuale e generatore di idee, contaminatore, narratore di realtà al di là della rappresentabilità, dove il  bene e il male si completano con l’erotismo, filtrato da un desiderio mai nascosto, che si esprime in personaggi ambigui, violenti e a volte corrotti.

Dalla sua vita, ai suoi romanzi è un unicum inestricabile di cui è impossibile dipanarne la realtà di dove finisca la vita e inizi la narrazione, la finzione e viceversa.

Genet, l’amico amico di Sartre, Simone de BeauvoirAlberto GiacomettiHenri MatisseBrassaï, ma al contempo anche spirito ribelle, sempre contro, sistematicamente schierato dalla parte degli oppressi, dei deboli, dei poveri dimenticati dalle ricchezze del mondo.

E come questi anch’egli sempre precario che  fino alla fine vive in camere d’albergo sordide, spesso vicino alle stazioni, viaggiando solo con una piccola valigia piena di lettere dei suoi amici e di manoscritti.

Genet da tutto questo caleidoscopico mondo di apparente alienazione e contrapposizioni ha saputo creare figure e personaggi che hanno contribuito non poco alla definizione, nell’immaginario collettivo, di una iconografia omoerotica: la gente di strada, i “guappi”, i ladri, i marinai delle bettole portuali, sono dopo di lui diventate icone del mondo omosessuale, anche perché se non son sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili.

A questo personaggio, non tedesco, non semplice, non prono non accondiscende e non sereno, ma intimamente Europeo nell’animo, nella cultura e nella mente  è stata dedicata, a 100 anni dalla nascita, la Mostra di apertura per le celebrazioni del  25° anno di attività dello Schwule Museum di Berlino.

Il Museo, che è anche spazio espositivo, l’archivio e biblioteca, raccogliere e mettere a disposizione degli studiosi anche tutto il materiale acquisito negli anni, e in piccola parte anche quello che si è riusciti a  salvare dalle purghe del Nazismo e Socialismo, sulla realtà omosessuale  in ogni ambito: storico, politico, sociale, artistico, scientifico.

Il Museo, nella sua parte didattica di esposizione permanente, mostra la vita dei gay in tutte le sue sfaccettature: vi si conservano documenti sulla vita della comunità, una varietà di oggetti, opere, quadri, scritti e foto  di autori omosessuali che ne tracciano la storia e lo sviluppo dalla metà del 1700 ai giorni nostri.

L’attività del Museo Schwule è, pertanto, quella di presentare la diversità e l’individualità degli omosessuali, e dei loro stili di vita, privilegiando l’approccio della testimonianza diretta da parte  degli attivisti impegnati a vario titolo nel Museo e nella Fondazione, al fine di  contrastare in maniera sempre attiva e costante la loro stigmatizzazione e gli atti omofobi contro persone o istituzioni: quindi ricerca documentaria e storica, organizzazione di convegni, eventi, mostre e tutto quello che è necessario fare ed essere luogo di conoscenza, informazione e lotta. Ecco perché l’importanza del Museo Schwule in questi 25 anni a Berlino, e di conseguenza, in Europa come punto di riferimento delle comunità GLBTQ, ed ecco perché, proprio alla serata inaugurale è stato presente Herr Klaus Wowereit, Bürgermeister della città di Berlino. Il Sindaco, dopo una breve prolusione e un saluto ai convenuti a cui ha ricordato sia l’importanza della Fondazione Museo Schwule per il lavoro culturale, sociale ed etico svolto in questi anni e sia l’importanza dei diritti civili, condivisi e per tutti i cittadini, ha inaugurato in fine la mostra nell’area dell’esposizioni temporanee. Successivamente, durante la serata ho avuto occasione di poter avere uno scambio di opinione col Sindaco, e di ottenere per i giorni  successivi un impegno a rispondere ad alcune domande.

A breve giro di posta il Signor Sindaco ha risposto alle domande postegli:

  1. 1. Man kann sagen, dass „Kultur“ und „Integration“ zwei Stichwörter sind, die einen der interessantesten Aspekte Berlins ausmachen. Was hat die Geschichte Berlin gelehrt? Und wie wird gewährleistet, dass diese beiden Aspekte wirklich Fundamente der Gesellschaft darstellen?

Si puo’ dire che “Cultura” ed “Integrazione” siano due parole chiave che connotano uno degli aspetti più interessanti di Berlino. Che cosa la “Storia” ha insegnato a Berlino? E come far si che questi due aspetti siano veramente a fondamento della società?

Toleranz, Kultur, Zuwanderung – das waren sehr wichtige Elemente, die schon die preußischen Könige nutzen, um ihrem Land und damit Berlin zu Wohlstand und Ansehen zu verhelfen. Das kann man trotz aller Schattenseiten, die Preußen ebenfalls gehabt hat, aus der Geschichte lernen. Immer wenn diese drei Elemente in ihr Gegenteil umgeschlagen sind, dann waren das schlechte Zeiten, und das bedeutete Gefahr für Europa. Die Intoleranz der Nazis vernichtete Kultur und Vielfalt und vertrieb Menschen, die zur deutschen Gesellschaft gehört und sie befruchtet hatten. Offenheit für andere Kulturen und die Integration von Menschen anderer Herkunft ist für Berlin immer ein Gewinn gewesen. Klar ist: Diese liberale Haltung muss wie die Demokratie insgesamt täglich gegen Angriffe verteidigt werden und ihr Geist muss durch Bildung in die nächsten Generationen weiter getragen werden.

Tolleranza, cultura, immigrazione – questi sono i principi basilari che già i re Prussiani adottarono per governare il loro regno – e quindi anche Berlino – ad ottenere prosperità e prestigio. E questo è quanto si può imparare dalla storia prussiana nonostante i molti lati oscuri che pure gli appartengono. Ogni qual volta l’equilibrio fra questi tre principi veniva capovolto ne conseguivano tempi bui, mettendo in pericolo l’Europa intera. L’intolleranza dei nazisti distrusse cultura e molteplicità e costrinse persone che facevano parte della società tedesca, e che l’avevano ispirata, a lasciare il proprio paese. Avere una mente aperta alle altre culture e favorire l’integrazione delle genti di origini diverse è sempre stata una fonte di profitto per Berlino. È ovvio che questa impostazione liberale – come la democrazia – va difesa contro gli attacchi quotidiani, ed è compito dell’istruzione trasmettere il suo spirito alle generazioni future.

  1. 2. Nicht nur europäische Staatsbürger, sondern auch Menschen aus aller Welt finden in dieser Stadt eine wirklich globale Dimension und gerade die Verschiedenheit seiner Bewohner ist ein Verbindungselement für sie. Was kann Berlin Italien bezüglich der Integration von Gegensätzlichem und Andersartigem beibringen?

La “diversità” come elemento di unione tra le genti, i cittadini non solo d’Europa, ma anche del mondo, che trovano qui a Berlino una vera dimensione globale. Cosa Berlino puo’ insegnare all’Italia nell’ambito della integrazione delle diversità?

Es steht mir gerade als Deutschem nicht zu, anderen Nationen und ihren Bürgerinnen und Bürgern gutgemeinte Ratschläge zu geben, wie sie ihre Gesellschaften organisieren sollen. Aber vielleicht ist die innere Haltung von Liberalität und Internationalität, die unsere Stadt und ihre Bevölkerung prägen, eine gewisse Inspiration für andere. Wir spüren jedenfalls, dass diese Atmosphäre für viele unserer ausländischen Gäste ein Grund ist, immer wieder zu uns zu kommen. Ansonsten vertraue ich auf die Bedeutung demokratischer Spielregeln, die überall in Europa geachtet werden müssen. Das ist aber jeder unserer Partnernationen in der Europäischen Union bewusst: Es ist deshalb zu verurteilen, wenn in Ungarn die Pressefreiheit in Gefahr gerät oder wenn der italienische Ministerpräsident durch schwulenfeindliche Äußerungen Minderheiten diskriminiert.

Non mi permetterei mai – specialmente da tedesco – di dare consigli, anche se nelle migliori intenzioni, ad altre nazioni e ai loro cittadini, su come organizzare le società in cui vivono. Ma forse la cultura di liberalità e internazionalità, che caratterizza la nostra città, è anche d‘ispirazione per altri. Sentiamo che quest’atmosfera è il motivo principale del perché tanti dei nostri ospiti stranieri ritornano qui.

Oltre a questo ripongo la mia fiducia anche nelle regole democratiche che devono essere rispettate in tutta l’Europa. Di questo presupposto tutte le nazioni partner dell’Unione Europa se ne rendono conto; per questa ragione è da condannare se in Ungheria la libertà di stampa si trova in pericolo o se il primo ministro italiano discrimina le minoranze con dichiarazioni contro gli omosessuali.

  1. 3. Berlin ist mit Sicherheit ein Vorbild, was das europäische Bewusstsein und den europäischen Geist angeht. Welchen Weg hat die Stadt eingeschlagen? In welche Richtung geht sie?

Berlino è sicuramente una città faro per la Coscienza e lo Spirito d’Europa. Qual è la rotta che sta percorrendo la città? Verso quale orizzonte è diretta?

Berlin ist auf dem Weg, eine der interessantesten europäischen Metropolen zu werden, in den letzten Jahren entscheidende Schritte vorangekommen. Das ist das Resultat einer Politik, die auf Weltoffenheit und Offenheit setzt. Das zahlt sich aus, auch in harten ökonomischen Fakten. Wir verzeichnen immer neue Rekorde bei den Touristenzahlen, aber dank der jugendlichen, prickelnden Atmosphäre der Stadt haben wir auch das richtige Umfeld für kreative Industrien geschaffen, die in Design, Mode, Musik und Kultur immer wichtiger werden. Und viele jungen Menschen wollen an unseren Universitäten studieren, und das ist der Boden, auf dem wir Wissenschaft und Wirtschaft zusammenbringen. Neues Wissen bringt neue Produkte und bringt neue Arbeit. Ich denke, Berlin nutzt damit die Chancen aus, die die Gründerväter des vereinten Europa sich damals erhofft haben, indem sie die Grenzen beseitigt haben, die Schlagbäume genauso wie die Barrieren in den Köpfen. Europa lebt von Offenheit und Vielfalt – so wie wir in Berlin. Deshalb sind wir der place to be.

Berlino sta per diventare una delle metropoli più interessanti d’Europa, avendo compiuto dei passi decisivi in questi ultimi anni. È il risultato di una politica incentrata sul cosmopolitismo e sull’apertura mentale che presenta un ritorno positivo anche nei crudi fatti economici. Registriamo sempre nuovi record per quanto riguarda il numero dei visitatori che vengono a Berlino. Grazie alla sua atmosfera giovanile e frizzante siamo riusciti a creare l’ambiente giusto anche per le industrie creative, che stanno diventando sempre più rilevanti negli ambienti del design, della moda, della musica e della cultura. Inoltre, sono in tanti i giovani che desiderano studiare presso le nostre università creando l’ambiente adatto per unire scienza ed economia. Nuove conoscenze portano alla nascita di prodotti nuovi che a loro volta portano a nuovi posti di lavoro. Credo che così, abolendo le barriere sia fisiche sia mentali, Berlino si avvalga a pieno delle possibilità di crescita auspicatesi dai padri fondatori della Comunità Europea. L’Europa vive della sua apertura e della sua diversità, esattamente come Berlino.  È per queste ragioni che oggi noi siamo “the place to be”; la capitale del momento.

Enrico Fava

Traduzioni a cura di Franziska Pannhorst

GENET
Omaggio a 100 anni dalla nascita

Dal 6 dicembre 2010 al 7 marzo 2011

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